volume-12

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a liberata

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(Int. Thill, Bruxelles)
A sinistra: RITRATTO DI LORENZO FROIMONT - Bruxelles, Museo d'arte antica. Al centro: ANNUNCIAZIONE - Anversa, Museo Reale delle Belle Arti. A destra: GIUSEPPE DA ARIMATEA. Particolare della Deposizione - Escuriale, Sala Capitolare.

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In alto a sinistra: L'ASSUNTA (1622-27) - Firenze, Collezione privata. In alto a destra: LA VERGINE DEL ROSARIO - Palermo, Oratorio del Rosario. In basso: COMPIANTO SU CRISTO MORTO (1634) - Anversa, Museo Reale delle Belle Arti.

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per aver dato segni di resipiscenza, tornò a Siena, ove si diede ad una vita di severa penitenza. Superate varie tentazioni, fu favorita di estasi e miracoli. Entrò nel 1584 fra le Convertite, dove fu divinamente ammaestrata a leggere e scrivere e arricchita di grazie mistiche. Per 16 anni visse rinchiusa in una cella lunga 10 palmi e larga 8, con una finestrella che dava nella chiesa. Con le sue preghiere e penitenze converti molti peccatori. La sua fama di santità attirò a lei molti personaggi illustri per averne consigli; tra questi il card. C. Baronio e F. Borromeo, che ne scrisse la vita e si mantenne con lei in assidua corrispondenza ( 1600 - 1606 ).

Devotissima della B. Vergine, dettò al nobile senese Ottone Ottorenghi un Modo per eccitare e ammaestrare li semplici e poco esperti a recitare con qualche frutto il S.ma Rosario (Siena 1606), centone di cose lette o udite o copiate, tratte persino dalle leggende dei Vangeli apocrifi, e poco pratico quanto alla recitazione. Però il card. F. Borromeo scrisse (11 dic. 1606) a Pier Luigi Capacci, confessore di V., che «il Rosario è bello, e fatto con gran lume, e farà frutto». Ne fu introdotta la causa di beatificazione nel 1693.

Bibl.: F. Borromeo, De vita Catharinae Senensis monacae conversae libri tres, Milano 1618 (trad. it. I tre libri della Vita di suor Caterina, monaca convertita, ivi 1618); H. Alby, Vie de soeur Catherine V., conversa de Sienne, Lione 1635; P. Misciattelli, C. V., una contigiana convertita senese e il card. F. Borromeo, allo luce di un epistolario ined., Milano-Roma 1932; A. Saba, F. Borromeo e i mistici del suo tempo con la vita e la corrispondenza ined. di C. V. da Siena, Firenze 1933 (in risposta a P. Misciattelli).

Felice da Mareto
VANNINI, Giuscppina. - Fondatrice delle Figlie di s. Camillo, n. a Roma il 7 luglio 1859, m. ivi il 23 febbr. 1911.

Orfana in ancor tenera età, fu accolta a 6 anni nell'orfanotrofio Torlonia a S. Onofrio, dove rimase fino a 21 anni. Dopo vari infruttuosi tentativi di abbracciare la vita religiosa, s'incontrò finalmente nel camilliano p. Luigi Tezza, che le suggerì l'idea di fondare una nuova Congregazione che seguisse le Regola di s. Camillo de Lellis e ne imitasse l'attentà in sollievo degli infermi, assistendoli negli ospedali, nelle cliniche e a domicilio. La V. accolse volentieri e attuò l'idea, iniziando il nuovo Istituto il 2 febbr. 1892. Dopo un periodo di estrema povertà passato tra gli infermi, essendo cresciuto il numero delle compagne, essa domando a Leone XIII nel 1893 il riconoscimento ufficiale della sua Congregazione; ma non avendolo ottenuto, perché non si volevano in quel momento nuove congregazioni a Roma, pronuncio privatamente i voti e, accolta benevolmente a Cremona da mons. Bonomelli, vi apel la sua casa, mentre a Roma alcune della sua compagne assunsero l'assistenza in una clinica, estendendo la loro attività anche ai bambini difettosi. L'istituzione intanto si estese anche fuori d'Italia, in Francia, Belgio, Germania e Argentina, e nel 1909 diventò Congregazione regolare con voti semplici. La V., che si preparava a visitare le case d'America, fu colta pochi giorni prima della partenza da grave malattia, che la portò alla tomba.

Bibl.: G. Sandigliano, Madre G. V., fondatrice delle Figlie di s. Camillo. La sua vita e la sua opera, Casale Monferrato 1925. Celestino Testore

VAN NOORT, Gerard Cornelis. - Teologo, n. il io maggio 1861 a Stompwijk in Olanda, m. ad Amsterdam il 15 sett. 1946.

Ordinato sacerdote il 15 ag. 1884, esercitò per qualche tempo il ministero in varie parrocchie; nel 1892 fu nominato professore di teologia dogmatica nel Seminario di Warmond dove redasse i manuali che gli procurarono grande fama : De fide catholica (Leida 1898), De oeva religione (ivi 1901), De Ecclesia Christi (ivi 1902), De Deo Creatore (Amsterdam 1903), De Deo Redemptore (ivi 1904), De Sacramentis Ecclesiae (a voll., ivi 1905), De fontibus Revelationis necnon de fide divina (ivi 1906), De Deo Uno et Trino (ivi 1907), De Gratia Christi (ivi 1908); tutti ebbero più edizioni. Oltre la serie dei suoi manuali (più tardi completata dal suo successore I. P. Verhaar su
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ida d. Saba, F. Borromeo e i Mistici del suo tempo, Firenze 1911. (sec. tre pp. 11,11). Vannint, Caterina - Ritratto. Dipinto su tela di F. Vanni (sec. xvit) - Milano, Biblioteca Ambrosiana, Sala antica.
appunti e sotto la direzione dello stesso V. N. con un vol. De Sacramentis Ecclesiae [Anversa 1926]. De Novissimis [ivi 1935]), pubblicò in lingua olandese alcuni opuscoli divulgativi e articoli in De Katholiek e Studia catholica. Apparvero anche cinque volumetti delle sue prediche ( $1946-47$ ). Il significato del V. N. come teologo deve valutarsi in rapporto al suo ambiente e al suo tempo; prima di tutto nel campo apologetico, date le condizioni religiose in Olanda: più che l'interprete della dottrina della fede ne fu il difensore; e poi nel rinnovamento del tomismo dopo l'encicl. Aeterni Patris di Leone XIII, e nella lotta contro il modernismo. Per la teologia molti elementi desunse dallo Scheeben e dal Billot, inoltre valorizzò e introdusse i risultati delle indagini del Batifol e del Lagrange. V. N. non fu un teologo originale, ma un dotto conoscitore del tomismo, un abile espositore delle scoperte più recenti nel campo archeologico, storico e biblico.

Bibl.: necrologio: N. Steur. Mgr. G. C. V. N., in Eph. Theol. Lov., 23 (1947), pp. 321-22. Nicola Steur

VANNUCCI, Pietro: v. perugino.
VANNUTELLI, Serafino. - Cardinale, n. a Genazzano (diocesi di Palestrina) il 26 nov. 1834, m. a Roma il 19 ag. 1915.

Ordinato sacerdote nel 1860, fu professore di diritto canonico e civile all'Apollinare e di Teologia dogmatica al Seminario Vaticano. Nel 1864 partì per il Messico come uditore del nuzzio Meglia ed assistette a tutti gli avvenimenti che originarono la caduta di quell'Impero, facendo ritorno a Roma dopo la fucilazione di Massimiliano (1867).

Invinto come uditore a Monaco di Baviera, il 25 giugno 1869 fu eletto arcivescovo titolare di Nicea e delegato apostolico nel Perù, Equatore, Nuova Granata, Venezuela, Costarica, El Salvador e Honduras. Trasferito nel Belgio (1873), si trovò a fronteggiare la pretese laicistiche del governo liberale presieduto dal Frère Orban che culminarono con l'approvazione della legge presentata dal Ministro della pubblica istruzione Van Hum-

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(fot. Gab. tot. nac.)
Vannutelli, Vincenzo - Ritratto, dipinto a olio di Scipione Bonichi (1930) - Roma, Galleria d'Arte Moderna.
beech per l'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole (1879). Il nunzio in tale circostanza dimostrò fermezza e coraggio e nella lotta intrapresa fu guida sicura di tutto l'episcopato. Le aspre contese suscitate dall'approvazione di tale legge determinarono la rottura delle relazioni diplomatiche ed il richiamo del Nunzio a Roma. Trasferito nel 1880 a Vienna, continuò la paziente opera intrapresa dal suo predecessore Ludovico Jacobini e collaborò attivamente all'opera di riavvicinamento della Germania alla S. Sede.

Il 24 marzo 1887 fu da Leone XIII creato cardinale ed ebbe successivamente le cariche di segretario dei Memoriali (1891) e di prefetto delle Congregazioni dell'Indice (1893) e dei Vescovi e Regolari (1896). Nel 1893 fu eletto arcivescovo di Bologna ma non raggiunse la sede, avendo optato per quella suburbicaria di Frascati. Penitenziere maggiore (1899) e segretario della Congregazione del S. Uffizio (dal 1903 al 1908), vescovo di Porto e S. Rufina e sottodecano del S. Collegio (1903), vescovo di Ostia (1913) e decano.

Bini.: A. Piercontí, Da Leone XIII a Pio X, ivi 1904, pp. 190-663; P. Sinopoli, Il card. M. Rampolla del Tindaro, ivi 1923, pp. 127-30.

Mario de Camillis
VANNUTELLI, Vincenzo. - Cardinale, n. a Genazzano (diocesi di Palestrina) il 5 dic. 1836, m. a Roma il 9 luglio 1930.

Fratello di Serafino. Ordinato sacerdote nel 1860, fu professore di teologia nel Seminario Vaticano, indi passò alla carriera diplomatica e inviato, nel 1865 , come uditore dell'internunziatura d'Olanda, passò l'anno seguente con la stessa qualifica a Bruxelles. Chiamato a Roma come sostituto della Segreteria di Stato (1875), fu efficace collaboratore dei cardd. Antonelli e Simeoni e rimase in tale ufficio fino all'inizio del pontificato di Leone XIII, quando (1878) divenne uditore di Rota. Eletto nel 1880 arcivescovo titolare di Sardi e delegato apostolico a Costantinopoli, ebbe il merito di comporre lo scisma fra i cattolici armeni, i quali rifiutavano obbedienza al legittimo patriarca Hassun. Nominato (1883) internunzio apostolico nel Brasile, fu inviato da Leone XIII come suo rappresentante all'incoro-
nazione dello zar Alessandro III e in Russia negoziò l'esecuzione della convenzione stabilita fra la S. Sede ed il governo russo sulla nomina dei vescovi e sull'insegnamento nei seminari. Di ritorno dalla sua missione, Leone XIII lo trasferi alla nunziatura di Lisbona, ove ebbe a trattare con successo la questione del patronato regio.

Cardinale nel 1891, nei suoi più che quarant'anni di cardicalato ricopri cariche fra le più importanti della Curia: fu prefetto dell'Economia della Congregazione di Propaganda Fide (1892), prefetto della Congregazione del Concilio (1902), datario di S. Santità (1914). Ebbe inoltre importanti incarichi all'estero: legato pontificio alla consacrazione della cattedrale di Cork ed ai Congressi eucaristici di Bruxelles (1898), Mete (1907), Londra (1908), Colonia (1909) e Montréal (1910). Arciprete della basilica di S. Maria Maggiore dal 1897, aprì e chiuse la Porta Santa negli anni giubilari 1900 e 1925 ed assistette, il 2 apr. 1899, alla prima Messa del giovane sacerdote Eugenio Pacelli, celebrata all'altare della Madonna "Salus Populi Romani" nella Cappella Borghesiana. Vescovo di Palestrina dal Concistoro del 19 apr. 1900, divenne, alla morte del fratello Serafino, decano del S. Collegio e vescovo di Ostia ( 6 dic. 1915), ed in quest'ultima sede fece edificare il tempio della Madonna "Regina Pucis". Favorevole, nel corso della sua lunga esistenza, alla soluzione della Questione romana, ebbe la gioia di assistere un anno prima della morte allo storico avvenimento dei Patti Lateranensi.

Bini.: P. Dalia Torre, Lettere inedite di meas. V. V. al generale E. Kanzler (1870-71), in Riv. di storia della Chiesa in Italia, I (1947), pp. 431-43.

Mario de Camillis
VAN ROSSUM, WILLEM. - Cardinale, n. a Zwolle (Olanda) il 3 sett. 1874, m. a Maastricht (Olanda) il 30 ag. 1932.

Entrato nel 1873 a Ruremonda tra i Redentoristi e ordinato sacerdote nel 1878 , fu nominato insegnante di teologia dogmatica a Ruremonda e nel Collegio di Wittem, di cui divenne successivamente prefetto degli studi (1886) e superiore (1893). Chiamato a Roma nel 1900, fu nominato consultore della Congr. del S. Uffizio e nel 1904 fu tra i primi membri della Commissione pontificia per la codificazione del diritto canonico. Consultore generale della sua Congregazione (1909), fu dal b. Pio X creato cardinale nel 1911. Dopo aver ricoperto l'ufficio di penitenziere maggiore (1915) fu chiamato da Benedetto XV all'ufficio di prefetto della Congr. "de Propaganda Fide" e dallo stesso Pontefice ricevette la consacrazione episcopale.

Fu uno dei principali collaboratori di Pio XI nella sua vasta opera a favore delle missioni ed ebbe grande parte nell'Esposizione Missionaria Vaticana nell'anno santo 1925, nell'edificazione del nuovo Collegio urbano "de Propaganda Fide", nell'elezione dei primi vescovi cinesi e del primo vescovo giapponese e nell'erezione di numerosi vicariati e prefetture apostoliche; fu inoltre legato a latere del b. Pio X nel Congresso Eucaristico internazionale di Vienna (1912) e di Pio XI in quello di Amsterdam (1924).

Cultore insigne di studi teologici, pubblicò numerosi scritti tra i quali si ricordano: Dissertatio S. Alphonsi de praedestinatione D. N. J. Christi (Roma 1896), Commentarius de Iudicio Sacramentali (Roma
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(per carissia della Curia Generalizia des PP. Redentoristi)

Van Rossum, Willem - Ritratto.

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1897); Alphonsus Maria de Ligorio et Immaculata Conceptio B. M. V. (Roma 1904); De essentia Sacramenti Ordinis (Friburgo 1914, 2 ed. 1931); Aan mijne Katholiehe landgenooten (Butterdam 1923).

BibL.: M. de Meulemeester, Bibliogr. génćr. des écrivains rédeuptoriens, II, Lovanio 1939, pp. 444-47; III, ivi, pp. 402-403; anno., v. v. in Enc. Eur. Am., IX, Appendice, Madrid 1933.

VANVITELLI, Luigi. - Architetto, n. a Napoli il 26 maggio 1700, m. a Caserta il 10 marzo 1773. Figlio del pittore vedutista olandese Gaspare Van Vittel fu da questi avviato allo studio del disegno; fu quindi scolaro di Filippo Juvara (v.), compagno di studi prima, di lavoro poi, di Nicola Salvi.

Tra le opere del V. si possono ricordare utilmante le seguenti : Roma : prolungamento della facciata del Pa lazzo Odescalchi, opera del Barnini; Ancona: il Lazzeretto (1734), l'arco Clementino, la chiesa del Gesù (1746), la cappella delle reliquie in S. Ciriaco; Siena: progetto per la sistemazione e trasformazione della chiesa di S. Domenico; Parugia : progtito per la chiesa e convento degli Olivetani; Macerata: progetto per la chiesa della Misericordia; Loreto : completamento del campanile della Basilica, ecc. Ma la maggiore misura di sé il V. la dettca Roma ed a Caserta. A Roma infatti trasformò con intelligenza e senso mirabile degli spazi alcune grandi aule delle Terme di Diocleziano nella grandiosa basilica di S. Maria agli Angeli, Lvoro già iniziato da Michlangelo, e dette i disegni e guidò la costruzione del convento degli Agostiniani (1746); a Caserta costruil la Reggia. E questa una delle maggiori imprese architettoniche italiane del sec. xvin; essa fu commissionata al V. da Carlo III di Borbone nel 1751 ed è costituita da un complesso di fabbriche e giardini che nelle intenzioni del monarca doveva gareggiare con la famosissima Versaglia. Ma da quell'esempio francese l'opera del V. chiaramente si diffarenziava par un senso ben diverso dei valori architettonici e del gusto scenografico, nel V. contenutissimo, tanto che s'è anche parlato, sebbene impropriamente, di forme che preludono al neoclassico. Tra le altre opere napolztane del V. si ricordano la chiesa della S.ma Annunziata, la sistemazione del Foro Carolino, il Palazzo d'Angiò e la villa del principe di Campolieto a Resina.

Il V., procedendo sulla via indicatagli dallo Juvara ma operando con accenti propri, è uno degli esponenti più significativi di quel gusto architettonico tipico della metà del sec. xvin che si può definire neocinquecentista. Un gusto nel quale, reagendo all'indiai ed agli artisti del barocco e del rococò, alcuni degli architetti più aggiornati e moderni d'allora mostrarono volersi rifare agli esempi del Vignola e dei più austeri cinquecentisti, e ciò in armonia con le idee che già da tempo andavano esprim:n-lo, sulle orme dei Belloni, teorici e filosofi. - Vedi tav. XCIII.

BibL. : L. Serra, Le fabbriche di L. P. in Ancona, in Dedalo, 10 (1929), pp. 98-110; G. Chierici, v. v. in Enc. Ital., XXXIX, p. 980; id., La Reggia di Caserta, Roma 1937.

Emilio Lavagnino
VARANO, Alfonso. - Scrittore, n. a Ferrara il 13 dic. 1703 , ivi m. il 18 giugno 1788.

Discepolo dell'ab. Tagliazucchi nel Collegio modenese dei Nobili si dedicò agli studi letterari e alla poesia, nella quale perseguì chiari intenti morali in una visione cristiana della storia. Nelle Rime imitò ora il Petrarca ora il Berni, nelle Egloghe Virgilio e Teocrito, ma nelle Visioni, dodici cantiche in terza rima, si ispirò alla Bibbia e alla Commedia dantesca riproponendo modernamente questioni teologiche e filosofiche e celebrò la grandezza dei Misteri cristiani contro il Voltaire, che aveva negato la possibilità di viva poesia al cristianesimo. Per il teatro scrisse: Demetrio; Sueba regina di Ginge e di Taniorre; Apnese martire del Giappone; ed il Giovanni di Giscola sulla distruzione di Gerusalemme, che dedicò a Benedetto XIV.

In contrasto col Bettinelli costonne il valore poetico della Divina Commedia; ammirato dal Monti, ne anticipò il gusto letterario per le visioni; ma nel complesso l'uomo e la nobiltà degli ideali superano di molto il poeta.

Bibl.: edd. : Opere scelte in poesia, Milano 1818; Visioni, Torino 1886. Studi: P. Pompenti, Dalle poesie di A. V., note critiche, Feltre 1901; L. Cambini, A. V. poeta di visioni, Ferrara 1904 (con bibl.).

Enzo Navarra
VARANO, Battista da, beata. - Mistica dell'Ordine di S. Chiara, al secolo Camilla, n. a Camerino il 9 apr. 1458 da Giulio Cesare, signore di detta città, m. ivi il 31 maggio 1524 o 1527.

Avendo sentito predicare il b. Marco da Montegallo (1468), si affezionò alla meditazione della Passione di Gesù e si sforzò di viverla in spirito di penitenza. Vinta l'opposizione dei genitori, il 14 nov. 1481 entrò tra le Clarisse di Urbino; nel 1484 fondò in patria un monastero e poi un altro a Fermo. Indi, a Camerino, fu eletta badessa. Sostenne alacremente infermità, tentazioni, minacce ed altri mali, sotto la guida dei bb. Pietro da Molliano e Marco da Montegallo. Perdonò sempre, e pregò per gli empi uccisori di suo padre e di due suoi fratelli, trucidati in una rivolta sollevata da Cesare Borgia (1502). Riposa nella chiesa delle Clarisse di Camerino. Il suo culto fu approvato da Gregorio XVI. il 7 apr. 1843.

Ebbe una compiuta formazione umanistica e lasciò, tra altri, i seguenti scritti: Autobiografia spirituale (1491); Trattato dei dolori mentali di Gesù Cristo Nostro Signore nella sua Passione (Napoli 1493, Milano 1515, attribuito nel 1593 al p. Scupoli [v.]); Relazione sulla morte del b. Pietro da Molliano (1760); Istruzioni al suo descepolo p. Antonio Spagna; Esortazione che ebbe dal Signore quando era ancora nel secolo dopo la ferma risoluzione di abbracciare la vita religiosa; La vita spirituale (ripubblic to con introduzione da M. Sticco, Milano 1944); poesie; lettere.

BibL.: opere: M. Santoni, Opere spirit. della b. B. V. dei signori di Camerino... insieme riunite e corrette sopra gli antichi codici a perna e a stampa, Camerino 1894. Biografia: P. V. da Porto S. Giorgio, Vita della b. V., principessa di Camerino... aggiunte le operette spirit. della medesima, Bologna 1874: A. M. Marini, Vita della b. B. V., Camerino 1882; Leone da Chry, L'aurrola serafica, II, Quaracchi 1898, pp. 416-60; D. Politi, Un'asceta del Rinascimento. La b. B. V., Firenze 1915; Venanzio della Virgiliana, Vita della b. B. V., principessa di Camerino, Milano 1926 (a p. 29 c'ć una larga Appendice critica, con bibl. sull'edito e sull'inodito).

Felice da Maretto
VARCIII, Benedetto. - Storico, n. a Firenze il 19 marzo 1503, m. ivi il 18 dic. 1565 . A Pisa compì gli studi di giurisprudenza e, tornato dopo vari anni a Firenze, fu accolto dal duca Cosimo I de' Medici nella sua corte.

Varia fu l'attività del V.; tradusse dai classici, compose sonetti di imitazione petrarchesca e di essi notevoli i pastorali e gli spirituali. Tra le orazioni commemorative famosa quella in morte di Michelangelo. Ma su gli altri suoi scritti in prevalenza umanistici, poetici e letterari, si eleva la Storia Fiorentina, in 16 ll., che tratta gli avvenimenti dal 1527 al 1538. La storia del V., necessariamente ristretta ad un ambito particolaristico, fu variamente giudicata; apparsa ad alcuni opera d'adulazione verso il casato di Cosimo de' Medici (dati gli sfavorevoli giudizi su Clemente VII e il duca Alessandro), ad altri obiettiva espressione di una linea indipendente di giudizio.

L'intendimento del V. fu quello di narrare con a diligenza e verità e gli avvenimenti. Lo storico è oculato nella scelta delle fonti, anche se lo stile appaia diluito e prolisso. Altra sua opera importante è L'Ercolano sotto forma di dialogo, in cui si riafferma la fiorentinita del linguaggio italiano; ricca di raffronti e richiami eruditi.

Bibl.: edd., La Storia fiorent. e l'Ercolano, 7 voll., Milano 1803-1804; Opera, 2 voll., Trieste 1858-59. Studi: G. Manacorda, B. V., Pisa 1903; M. Lupe Gentile, Sulle fonti della storicae, fiorent. di B. V., Sarzana 1906; E. Fueter, Stor. della storicae. moderna, trad. it., Napoli 1944, pp. 107-109.

Lanfranco Fiore
VARDAPET. - Scritto anche "vartapet" o "vartaped ", è titolo ecclesiastico della Chiesa armena, comportante un ufficio e anche una certa dignità, inizialmente riservato agli ieromonaci, che costituivano l'unica classe del clero celibe.

Nel corso della storia il titolo fu accessibile pure al clero secolare vedovo e dal sec. xvir al clero seco-

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lare celibe formato nei seminari dell'Occidente. L'inizio del titolo risalirebbe al sec. v. Il primo v. serebbe stato lo ieromonaco s. Mesrop.

L'ufficio del v. è : a) la predicazione della parola di Dio; b) l'insegnamento sacro negli istituti di formazione ecclesiastica; c) l'assistenza dottrinale ai vescovi residenziali; d) l'esercizio del potere absolvendi et ligandi in libro interno sacramentale ed estrasacramentale. Il conferimento di tale titolo si fa dai v. 'maestri, dopo un lungo tirocinio di studi sacri e secondo una certa cerimonia.

Si può affermare qualche analogia iniziale tra i v. armeni ed i Canonici Kegolari della disciplina latina, ma che poi si sono sviluppati diversamente.

BibL.: G. Amaduni. Monachismo, in Cod. Can. Or., Fonti, $2^{2}$ serie, fasc. xil, Venezia 1940, pp. 77-124. Garabed Amaduni

VARGAS, Alfonso (Toletanus). - Filosofo e teologo agostiniano, n. a Toledo, verso il 1300 , m. a Siviglia il 26 dic. 1366.

A Parigi commentò le Sentenze tra il 1343-45. Nel 1353 fu nominato vescovo di Badajoz, il 24 ott. 1354 trasferito a Osma e il 18 giugno 1361 alla metropolitana di Siviglia. Era vissuto quasi sempre in Italia, come collaboratore del card. Albornoz nel governo dello Stato pontificio. Il 18 nov. 1362 era certamente a Siviglia, dove si dedicò con zelo alla conversione dei maometrani. È uno dei più famosi scolastici del sec. xiv, della scuola di Egidio Romano, e segue da vicino Tommaso di Strasburgo, che probabilmente fu suo maestro a Parigi. Benché di tendenze eclettiche, V. si mostra avversario deciso del nominalismo. La sua Lectura sul 1. I delle Sentenze (Venezia 1490) è una guida sicura per conoscere le correnti dottrinali della scolastica.

Scrisse : Quaestiones in tres libros de anima (Firenze 1477); De potentiis animae (non ancora identificato, ma che figura nel catalogo di Ambrogio da Cori); Tractatus contra indaeos, ricordato da Giacomo Pérez di Valencia (cf. Opere, Venezia 1586, p. 1260). Altri aggiungono Commentaria in II-IV Sent., ma non se ne conoscono manoscritti.

BibL.: G. de Santiago Vela, Ensayo de una biblioteca iberoamericana de la Orden de i. Agustín, VIII, Madrid 1922, pp. 645 650; J. Kürzinger, A. V. Toletanus und seine tbesilog. Einleitungslehre, Münster in V. 1930; A. Lang, Die Wege der Glaubensbegründung, ivi 1931, pp. 132-36; E. Filippini, Il card. Albornoz, Bologna 1933.

David Gutiérrez
VARGAS Y MEXIA; Francisco. - Giurista e diplomatico, n. a Madrid o Toledo sul finire del sec. xv ( 1484 ?), m. nel 1566 nel monastero dei Girolamini di Cisla presso Toledo.

Fiscale del Consiglio di Castiglia, fu a fianco dell'ambasciatore spagnolo Mendoza al Concilio di Trento nell'autunno 1545 e vi rimase anche dopo il trasferimento a Bologna; il 16 genn. 1548 presentò al Concilio la celebre protesta di Carlo V. Ritornò a Trento nel secondo periodo del Concilio (1551) e fu poi ambasciatore spagnolo a Venezia dal 1552 al sett. 1558. Da Anversa Filippo II lo inviò ambasciatore a Roma, dove giunse il 25 sett. 1559. Uomo veramente dotto ed amante sincero della fede e della riforma, zelante per gli interessi del suo Re, fu però ambasciatore litigioso, ostinato e privo dei necessari riguardi, come mostrò durante il Conclave, interferendo sugli elettori; senza il suo compiacimento fu eletto Pio IV. Favorevole ai Carafa, fu poi in contrasto aperto con il Pontefice che voleva il suo richiamo; ma Filippo II lo mantenne a Roma come persona esperta nelle cose del Concilio. Lasciò Roma il 12 ott. 1563, passò a Barcellona e si ritirò a vita privata.

BibL. : edd. : De episcoporum iurisdict. et de Pont. max. auctoritate, Roma 1563; F. Vargas, Lettres et mèn. traduits de l'espagord, ecc., Amsterdam 1699; Conc. Trid. Epist., II (Concilium Trid., XI), Friburgo in Br. 1937, pp. xxx-xxxv e passim; Sententiae de refermat. gener. (18 nov. 1551), in Conc. Trid. Tract., II, I (Concilium Trid., XIII), ivi 1938, pp. 178-82. Studi : Pastor, VII, pp. 27 sgg., 237, 521 sgg.; I. Rogger, Le Nazioni al Conc. di Trento, Roma 1952, v. indice.

Pin Paschini
VARISCO, BERNARDINO. - Filosofo spiritualista, n. a Chiari (Brescia) il 20 aprile 1850 e quivi m. il 21 ott. 1933.

La sua fama cominciò col premio di filosofia dei Lincei (1900) che lo portò nel 1905 dall'insegnamento delle Scuole inferiori alla cattedra di filosofia dell'Università di Roma che tenne fino al 1925.

Pensatore austero e solitario, il V. ha sviluppato il proprio pensiero con rigorosa continuità passando da una prima fase d'ispirazione positivista ad una filosofia critica che infine si è sforzata di chiatirsi come uno spiritualismo cristiano dentro i principi fondamentali del pensiero moderno. L'originalità della evoluzione del V. è da una parte nell'insoddisfazione della posizione che volta a volta egli sta attraversando e la conseguente esigenza critica ch'egli viene elaborando par superarla (positivismo, idealismo) e dall'altra nella persistenza e approfondimento di alcune istanze fondamentali (la pluralità dei soggetti, la sopravvivenza personale, la fondazione della coscienza morale, la personalità di Dio) ch'egli intende portare alla piena consapevolezza critica. Il nucleo teoretico di questa tensione si è venuto sempre più chiarendo attorno al rapporto fra i due piani della coscienza ch'egli ha indicato come "pensiero vissuto" e "pensiero logico ". Il pensiero vissuto è dato dall'attività dei soggetti singoli in cui si manifesta empiricamente il pensiero logico : l'empiricità del pensiero vissuto è data da tutto il complesso di funzioni di elaborazione dell'esperienza, dalle sensazioni elementari fino alle più complicate sintesi percettive, che condizionano l'apparire del pensiero logico in varia misura a seconda della diversita degli oggetti. I fattori principali che operano nel pensiero vissuto sono per il V. il sentimento, l'interesse, l'educazione, la cultura, il linguaggio: l'elemento più vissuto del pensiero vissuto è il "sentimento ", e qui si paless nel V. l'evidente influsso del Rosmini. Gli altri fattori, e soprattutto l'interesse e il linguaggio, condizionano la "trascendenza" del pensiero stesso, che perciò si presenta come un "fare". Il "pensiero logico" è il pensiero universale e necessario il quale, secondo il V., non può derivare che da una coscienza "numericamente unica": cioè se la "materia" (pensiero vissuto) può essere attribuita ai soggetti singoli, non cosi la "forma" come elemento costitutivo essenziale. V. precisa : l'uomo, in quanto il suo pensiero ha il carattere di universalità necessaria, non è più quel tale soggetto singolo (empirico), ma è sottoposto ad un'attività unica e fondamentale, lo Spirito o l'Attività in maiuscolo.

L'ultimo pensiero di V. è tutto proteso nell'identificazione di tale Spirito o Attività universale col Dio personale del Cristianesimo (spec. nel postumo Dall'uomo a Dio). Poiché non è possibile attività di pensiero senza la comunicazione fra i soggetti singoli; ma questa non può essere garantita dai singoli perché "dimenticano" (dottrine della subcoscienza): Dio invece non dimentica perché la coscienza divina è creatrice ed ha quindi tutto e sempre presente. Perciò quando diciamo: "l'uomo dimentica "indichiamo il passaggio dalla coscienza alla subcoscienza del singolo; quando diciamo "l'uomo ricorda" significa che riappare nella coscienza divina in cui era sempre attualmente presente con tutta le sue determinazioni. In conclusione : ogni singolo, in quanto creatore dell'esperienza, è soggetto ad un'intrinseca "necessità " non riducibile alla sua unità empirica; quindi non è creatore della propria esperienza che dev'essere un Pensiero autosufficiente, il creatore e il soggetto dell'esperienza umana totale. Tale Pensiero che non ha bisogno d'altro, e di cui tutto il resto ha bisogno, deve essere pienamente consapevole e ciò prova che la coscienza e il sapere sono in ultimo unum et idem (cf. Dall'uomo a Dio, p. 276 sgg.).

Il Pensiero assoluto è Dio, perché non può risolversi nella totalità del pensiero umano che, come tale, manca di unità e quindi di universalità e di valore. Di qui il V. pensava di essere giunto ad una fondazione critica del teismo cristiano. Infatti se è vero che il pensiero dell'uomo implica, cioè sottintende, il pensiero divino, non s'identifica però con esso, ma ne è piuttosto una formazione reale; cioè il pensare umano in parte è opera del singolo (pensiero vissuto), in parte rimanda al Pensiero Totale (pensiero logico). Ma allora, conclude il V., non

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è ammissibile che l'uomo tragga da Dio soltanto il suo pensiero e cosi resta dimostrata la trascendenza creatrice di Dio perché la coscienza del Creatore non si risolve nella coscienza dei singoli, come viceversa ciascuna di queste non si risolve in quella.

BibL.: opere principi: Scienza e opinioni. Roma 1901: La mie opinioni, Roma-Milano 1903: Introduzione alla filosofia naturale, Roma 1903: Studi di filosofia naturale, ivi 1903: Forza ed energia, Pavia 1904: La conoscenza, ivi 1904: I mat. simi problemi, Milano 1910. $2^{\circ}$ ed. ivi 1914: Comuni te stesso, ivi 1912: Discorsi politici, Roma 1926: Sommario di filosofia, ivi 1928: Linee di filosofia critica, 2 ed. ivi 1931: Dall'uomo a Dio, a cura di E. Castelli e G. Alliney, Padova 1939: Il pensiero vissuto, a cura di E. Castelli, Roma 1940: La scuola per la vela, $3^{\circ}$ ed., Firenze 1941. Studi: autobiografia in Die Philosophie d. Gegenwart in Selbstdarst., VI, Lipsia 1927; P. Carabellese, s. v. in Zon. Ital., XXXIV, p. 1008 sg.: A. Levi, Il pensiero filos. di B. V., in Riv. trim. di studi filos. e vela, 1920 (con bibl.); E. Castelli, Il problema teolog. in B. V., in Scritti filosofici per le anorance nusion. a B. V. nel LXXV anno di esd. Firenze 1923, pp. 121-42; A. Passaro, Verità e valore nel pensiero filos. di B. V., ibid., pp. 253268; E. De Negri, La metafisica di B. V., Firenze 1929: G. Milnce, La filos. di B. V., Roma 1934: id., B. V., Milano 1943: C. Librizei, La filos. di B. V., Catania 1936: id., Il pensiero di B. V., Padova 1942: V. Kuiper, Lo sforzo verso la trascendenza, Roma 1940: C. Fabro, Percez. e pensiero, Milano 1941, pp. 253-71: M. F. Sciacca, Il secolo XX, parte 1', ivi 1942, pp. 241-66; P. C. Drago, La filos. di B. V., Firenze 1944: G. Calogero, La filos. di B. V., Messina 1930.

VARMONDO (Veremondo, Warmundus), beato. - Vescovo d'Ivrea dal 969 ca. ai primi decenni del sec. xi.

Eletto alla sede eprcediese dall'imperatore Ottone I (cf. Allucutio, in Provana [v. bibl.], pp. 340-41), partecipò al Sinodo di Milano del sett.-ott. 969. Ligio alla casa di Sassonia, ebbe da questa protezione e difesa in occasione della sua energica azione contro le violenze e le pretese di Arduino (v.) che scomunicò per ben due volte tra il 997 e il 999 (testi in Provana, pp. 334-41). Ottenne per la sua chiesa, da Ottone III, l'immunità sulla città di Ivrea e tre miglia intorno e la cessione delle corti di Romano e Fiorano ( 9 luglio 1000 : Provana, pp. 354-55) e garantì la libera esistenza dell'abbazia di Fruttuaria, decreto (testamentum) non anteriore al roo6, sottoscritto da vari altri vescovi e sanzionato, il 3 genn. 1013, da Benedetto VIII (cf. P. F. Kehr, Italia Pontificia, VI, II, Berlino 1912, p. 150). Benzone d'Alba (v.) ricorda l'«actas aurea» per le belle arti sotto V. (Ad Heioricum IV imp. lib. VII, ed. G. H. Pertz, in MGH. Scriptores, XI, p. 637) che fu poeta e mecenate : costrui la Cattedrale, dette impulso alla scuola vescovile e allo scrittorio di cui sono rimasti preziosi monoscritti, tra i quali il noto Sacramentario, un Salterio, un benedizionario, con il testo della scomunica di Arduino, ecc., trascritti in bella scrittura carolina e riccamente decorati, recanti numerosi diatici composti da V. L'anno della morte non è noto: si è proposto il 1002, ma sembra più attendibile metterlo tra il 1010 e il 1014. Il suo culto fu confermato da Pio IX, il 17 sett. 1897. Festa il 9 ag.

BibL.: L. G. Provana, Studi crit. sovra la stor. d'Italia ai tempi del re Ardoino, Torino 1844 (per le fonti); [L. Moreno], Vita di s. V. Arboio, vers. d'Ivrea nel sec. X, Ivrea 1898 (non sempre attendibile); F. Savio, Gli antichi vese. d'Italia. Il Piemonte, Torino 1898, pp. 190-94; La Lombardia, I, Firenze 1913, pp. 371-72: cf. inoltre gli autori citati alla voce ivrea : Gabotto (Eparadientia, pp. 19-29); Boggio, pp. 93-125; Benedetto, pp. 2225; Magnani, con bibl. fino al 1034.
A. Pietro Frutaa

VARONES APOSTOLICI. - Secondo una leggenda apparsa per la prima volta verso la fine del sec. viri, sono: Torquato, Tesifonte, Indalecio, Secondo, Eufrasio, Cecilio ed Esichio, che sarebbero
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(let. Perceca, Ivrea)
Varmondo, beato - Sermone di V. al popolo contro Ardoino, benedici suo fratello e Eurardo, personaggio non altrimenti noto, in occasione, come sembra, della $2^{\circ}$ scomunica (907-99). Il testo, conservato nel Liber benedictionum per talius omni circulum, fatto eseguire da V., è stato pubblicato da L. G. Provana, Studi critici sopra la storia d'Italia ai tempi del Re Ardoino, Torino 1844, pp. 340-41 - Ivrea, Archivio capitolare.
stati consacrati vescovi dagli apostoli Pietro e Paolo ed inviati in Spagna per predicarvi il Vangelo.

In seguito si sarebbero sparsi in varie città dove operarono molte conversioni. La leggenda è evidentemente inaccettabile; tuttavia i loro nomi si incontrano in antichi calendari o raccolte di reliquie. Secondo il Deleluşe sarebbero autentici vescovi delle varie città alle quali sono singolarmente attribuiti, vissuti in età incerta ma certamente non apostolica. Sono commemorati il 15 maggio.

BibL.: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 440-43; Z. Garcia-Villada, Hist. eclesiást. de España, I, Madrid 1929, pp. 147168; Martyr. Romanum, p. 89 sg.: I. Vives, Santoral visigodo en calendarios e inscripciones, in Anal. sacra Tarrax., 14 (1941), pp. 42-50; id., La Vita Torquati et comitum s, ibid., 20 (1947), pp. 223-50; id., Las actas de los V. A., in Miscell. Liturg. in bon. L. C. Mahlberg, I, Roma 1948, pp. 25-45. Agostino Amore

VARSAVIA (Warszawa), arcidiocesi di. - Arcidiocesi e città capitale della Polonia. Ha una superficie di 12.400 kmq ., con una popolazione di 1.990 .000 ab., dei quali 1.652 .000 cattolici, distribuiti in 297 parrocchie, servite da 481 sacerdoti diocesani e 199 regolari; ha due seminari, maggiore e minore, 30 comunità religiose maschili e 124 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 443).

La diocesi fu creata dal papa Pio VI il 15 dic. 1798, per amembramento della diocesi di Poseni; primo vescovo fu mons. G. Boneza Miaskouski (m. nel 1804). Lo stesso Pontefice, in seguito al Concordato con l'imperatore Alessandro I, elevava la diocesi a metropolitana con le bolle. Militantis Ecclesiae dell'11 marzo 1817 ed Ex imposita nobis del 30 giugno 1818. Primo arcivescovo fu mons. Fr. Skaebek Malczeuski; il papa Pio VII conferì poi all'Ordinario, con il breve Romani Pontifices del 6 ott. 1818, il titolo di Primas regni Poloniae. L'attuale arcivescovo card. St. Wyszydiski ha unita ad personam * la sede arcivescovile di Gnesna.

Chiese notevoli: S. Giovanni Battista del 1392-98, dal 1402 collegiata, dal 1798 cattedrale, con 9 cappelle di valore storico e vari monumenti; N. Signora in Nuova Città del 1409, chiesa e chiostro dei Bernardini del sec. xv, ricostruita nel 1533 e 1660 , dove sono le reliquie del b. Ladyslaw x Gielniowa, patrono di Polonia e di Lituania (v. sANDOSIRIA); S. Croce del 1696: con vari monumenti e tombe di personaggi; S. Giacinto del 1604-38;

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(Ist. Felici)
Varsavia. arcidiocesi di - Il card. Stefano Wyszynski, arcivescovo di Crocena e V., destituito e internato dal Governo comunista di Polonia, il 26 sett. 1953.
S. Spirito del sec. xv; S. Antonio del 1623-53; N. S. della Mercede (dei Gesuiti) del 1609-26; chiesa della Trasfigurazione di N. S. del 1684-92 in memoria della vittoria di Jan Sobieski a Vienna ( 1683 ).

V. dal 1340 fu capitale del Ducato di Masovia e dal 1596 capitale di PoIonia. Il Palazzo reale fu costruito nel 1603-1604 e incendiato nel 1939. La Città Vecchia dei secc. xv-xviII, come pure vari palazzi, furono distrutti durante l'insurrezione di Varsavia nel 1944. L'Università fu fondata nel 1816. A Rostków presso Przasnyaz nacque s. Stanislao Kostka (v.) e presso V. p. Massimiliano Kolb: (1894-1941), che mori eroicamente nel campo di concentramento di Oświęcim; questi fondò nel 1927-28 la Città dell'Immacolata (Niepokalanów), ripetendo la sua fondazione in Giappone nel 1930-36. E in corso il suo processo di beatificazione.

Il papa Pio XI con lettera apostolica del 23 ag. 1923 elevò a titolo e dignità di Basilica minore la nuova chiesa dedicata al S. Cuore di Gesù, situata nel suburbio della città (AAS, 15 [1923], pp. 583-84). Per la storia e l'artz: v. anchi: polonia. - Vedi tav. XCIV.

Brbl.: A. Theiner, V'stera suonam. Poloniae et Lithuaniae, Roma 1860, I, 8, 10, 287; II, 42, 44, 174, 437-38; III, 510 , 561, 684; J. Dlugona, Opera omnia. Cracovia 1863-87, I, 493-94, II, 23, 45, III, 1-2, 300-302, IV, 232-35, 364-65; A. Bielowski, Monum. Pol. Histor., Leopoli 1872-93, I, 407, 926-30, III. 231, 267, VI, 620-27; Codex diplom. Pol., Varsavia 1847, I, 193-95, 244-48, II, 442-46; Codex diplom. Maioris Pol., Poznan 1877, I, 559-60, 567, II, 139-41, III, 195, V, 82-83, 282-84. 293-94; Codex diplom. et commemorat. Musouiae generalis, Varsavia 1919; M. Ott, Warsaw, in Cath. Enc., XV, pp. 555-57; T. Glemma, Warschau, in LThK, X, coll. 755-57; W. Sobieski, Hist. de Pologne, Parigi 1934; A. Ricciardi, L'Eroe di Ossovien. Padre Massim. Kolbe dei Frati Min. Conv., Roma 1947.

Adam Macielinski
VARTAN (Vardan), santo, detto il Grande. Principe Mamikonio, m. nel 45 I .

Governò l'Armenia dal 415 al 418 e poi, vinto dall'imperatore persiano Bahram, ottenne che l'Armenia fosse governata dal principe Ardaš; questi però nel 428 fu sostituito da un amministratore persiano. V., eletto capo dell'esercito, si ribellò perché i Persiani volevano costringere gli Armeni ad abbracciare il mazdeismo. V. vinse in una battaglia epica che fece di lui l'eroe nazionale. Più tardi però cadde sul campo presso Teghmut. V. è venerato come santo dagli Armeni : festa il 7 ag.

Brbl.: F. Tournebize, Hist. polit. et relig. de l'Arménie, Parigi s. a., pp. 517-31. Ignazio Ortiz de Urbina

VARUNA. - V. è il dio del cielo sidereo, che presiede al risà, l'« ordine» tanto morale che cosmico.

Egli pose il sole nel cielo, l'intelletto nei cuori, il latte nelle vacche, e fece nascere i fiumi che, in virtù della sua magica potenza, si versano nell'unico mare senza riempirlo. Dalla sua altissima sede tutto vede e spia l'innisciente; il sole gli serve da occhio. Custode dell'ordine morale, egli scopre e punisce le colpe più segrete, e però il peccatore pentito implora: «Scivgli da noi il peccato commesso», che è concepito come un laccio col quale V. avvince il colpevole e lo punisce con la malattia e con la morte. Nel maggior numero d'ioni rigvedici (v. vEDA) V. è invocato con Mitra, dio solare, al quale vengono attribuite le stesse caratteristiche. Ai due dèi associati si
chiede spesso il dono della pioggu: "Bagnateci, o sovrani, col latte del cielo! " (Bgv., V, 63. 5).

Brbl.: H. Oldenberg, La religion du Véda, trad. da V. Henry, Parigi 1903.

Ferdinando Belloni Filipp
VASARI, Giorgio. - Pittore, architetto e scrittore, n. il 27 luglio 151 in Arezzo, m. il 27 giugno 1574 in Firenze.

Avendo dimostrato disposizione al disegno, ebbe, durante lo studio delle lingue classiche, i primi insegnamenti artistici dal celebre pittore di vetrate Guglielmo de Marcillat, francese fattosi aretino di elezione, e quindi in Firenze da Michelangelo. Morto suo padre nel 1527 , il V., spinto dal bisogno e dal proposito di mantenere la sua famiglia, si diede a compiere opere di pittura in Arezzo e nel suo contado. Ma, per la sua giovane età e per la sua inesperienza artistica, non riuscendo nel suo intento, dovette mettersi all'arte dell'oreficeria presso il fiorentino Vittorio Ghiberti, passando poi nelle botteghe di altri orafi di Pisa e di Arezzo, pur seguitando a compiere opere minori di pittura. Risocito a farsi assumere, nel 1532, nella corte dello splendido card. Ippolito dei Medici, il V. poté in Roma dedicarsi completamente allo studio ed all'esercizio della pittura, continuandoli poi in Firenze, ove era passato ai servigi del duca Alessandro dei Medici. Rivelato il suo talento anche in opere di decorazione e di architettura e nell'ideazione ed esecuzione di grandi complessi ornamentali posticci - importante quello fatto nell'occasione dell'andata a Firenze di Carlo V (1536) - dopo l'assassinio del suo protettore ( 6 genn. 1537), il V., ormai fattasi una propria maniera pittorica, esplicò la sua attività artistica in Firenze, in Arezzo, in Roma ed in altre città italiane.

Chiamato, nel 1541, da Pietro Aretino in Venezia per eseguirvi l'apparato per la sua commedia La Ta. lanta creò con quello un esempio di vera e propria e grande scenografia. Dopo aver compiuto in quella città ritratti ed opere varie, fra cui notevole la decorazione del Palazzo Cornaro, il V. si trasferì in Napoli attendendosi alla decorazione del grande refettorio e della chiesa del convento di Monteoliveto, a quella di S. Giovanni in Carbonara ed a numerosi lavori per altri committenti. Tornato in Roma nel 1546, per incarico del card. Farnese, esegui in soli cento giorni la completa decorazione della sala maggiore del Palazzo della Cancelleria, che venne ad essere il primo di quei cicli pittorici, compiuti utilizzando e coordinando l'opera di numerosi allievi ed aiuti, in cui il V. si specializzò. E fu in quel periodo di lavoro e di permanenza in Roma che, partecipando insieme agli umanisti più famosi del tempo, alle riunioni serali nella corte del card. Farnese, nacque nel V. l'idea della composizione delle Vite degli orrefici che, con l'aiuto di dotti amici, poté scrivere quindi e far stampare nel 1550 nella tipografia del Torrentino in Firenze; città che doveva diventare il suo luogo di residenza, pur dovendosene periodicamente allontanare per compiare altri lavori in Rimini, Ravenna, Bologna ed Arezzo, ove, nel 1548 , iniziò la decorazione della bella casa che vi si era fatta costruire, ma che egli abitò solo nei periodi delle sue rare, ma operose vacanze. Chiamato in Roma da Giulio III, il V. attese ai lavori della cappella della di lui famiglia in S. Pietro in Montorio, ai disegni di Villa Giulia (1570-53) ed alla fattura di altre opere per committenti romani.

Nel 1554 il V. passò ai servigi del duca di Toscana Cosimo I de' Medici, che, trovando in lui l'uomo che, con celerità, ed anche con grandiosità, poteva ideare ed eseguire le opere di architettura, d'ingegneria e di pittura con cui doveva abbellire i suoi palazzi, Firenze ed altri luoghi del suo Ducato, lo nominò soprastante a tutti i lavori che si compivano per suo ordine. Fattasi una solida posizione finanziaria ed acquistata maggior fama, il V. continuò a sviluppare sempre più intensamente una molteplice, e quasi incredibile, attività (Michelangiolo ebbe a dire: « Giorgio da solo opera per più di mille ») attendendo alla fattura di quadri che gli venivano commessi da ogni parte, facendo progetti per grandiosi edifici ed opere, come il Palazzo degli Uffizi, suo capola-

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voro architettonico, e per la trasformazione di Palazzo Vecchio, in cui creò i quartieri medicei ed il Salone dei cinquecento - da lui personalmente decorati - che vennero a rappresentare uno dei complessi interni più importanti e più monumentali d'Italia. Nel contempo forniva senza interruzione disegni per altre costruzioni in Toscana, per i tessuti delle arazzerie medicee e per ogni altro genere di attività artigiana, attendendo anche, con l'aiuto dell'eredito fiorentino Vincenzo Borghini, alla laboriosa e difficile preparazione della seconda edizione delle Fite, fatta poi nel 1568 dalla tipografia fiorentina dei Giunti.

Nel 1565 , nell'occasione del matrimonio del principe Francesco dei Medici, ideò, curandone poi l'esecuzione, alla quale collaborò tutta la massa degli artisti fiorentini, il festoso e colossale apparato della città di Firenze, che fu allora, ed anche in seguito, considerato come un'opera, nel genere, senza riscontri. Nel 1570 il V. eseguil in Roma, per incarico di Pio V, varie pitture nel Palazzo Vaticano e, nel 1572 , vi dette compimento alla decorazione della Sala Regia. Rimanziando ad andare in Spagna, dove cra stato invitato a recarsi da Filippo II per progettarvi ed eseguirvi lavori di architettura e pittura, egli rimase a Firenze per dedicarsi alla decorazione della cupola di S. Maria del Fiore. Ma non poté eseguire altro che la parte inferiore essendo stato colpito da una grave malattia che causò la sua morte ( 27 giugno 1674). Portato dal suo temperamento, ma anche da un eccessivo desiderio di guadagno, ad operare ininterrottamente e con fretta eccessiva, il V. contribuì con la sua produzione pittorica - fra cui eccellono solo poche opere da lui condotte per sua personale soddisfazione - al progredire ed affermarsi del manierismo. Geniale, ed anche grandioso, nelle opere di carattere decorativo, il V. si distinse specialmente per le sue creazioni architettoniche fra cui le migliori e più importanti sono il Palazzo e la chiesa dei Cavalieri di S. Stefano in Pisa, la cupola della chiesa dell'Umitta in Pistoia, il Palazzo degli Uffizi in Firenze e la chiesa della Badia e le logge della Piazza Grande in Arezzo. Ed il V. ebbe il vanto, specie nella sua qualità ed attività di architetto della corte medicea, di dare un potente indirizzo artistico e mirabili e nuovi aspetti estetici e monumentali alla stessa Firenze. Ma fama maggiore ed immortale deriva al V. dalle sue Vite degli artefici che sono da considerarsi una delle opere più originali ed importanti della letteratura di ogni tempo ed il pilastro fondamentale di una nuova scienza: la storia dell'arte. - Vedi tav. XCV.

BibL.: edd.: Le Vite degli artefici, Firenze 1550; 2* ed. ivi 1568; I ragionamenti del signor G. V. aretino sopra le invenzioni da lui dipinte in Firenze nel palazzo delle loro Altezze Serenissime, postumo, ivi 1588; Le Vite, ragionamenti e lettere di G. V., a cura di G. Milanesi, 6 voll., ivi 1878-82. Studi: C. Guasti, G. V., ivi 1885; W. v. Obernitz, Vazaris allgem. Kunstanschauungen auf dem Gebiete der Malerei, Strasburgo 1897; U. Soni Bertinelli, G. V. scrittore, Pisa 1905; W. Kallab, Vazari's studies, ivi 1905; W. R. Carden, The life of G. V., Londra 1910; G. F. Gomurtini, Descrizione delle opere di G. V. in Arezzo, Arezzo 1911; A. Salney-J. A. Churchill, Bibliografia vasariana, Firenze 1912; A. Lorenzoni, Corteggio artistico inedito, ivi 1913; A. Del Vita, Le vicordanze di G. V., Arezzo 1927; K. D. Frey, Der literarischer Nachlass G. V.s, 2 voll., Monaco 1923-30; C. L. Raughianti, G. V., in Rend. dell' Acc. dei Lincei, Classe di scienze mov., $1^{*}$ serie, 9 (1933); Venturi, IX, vi; A. Del Vita, Lo sobaldone di G. V., Arezzo 1938; H. W. Frey, Neue Briefe von G. V., Burg b. M. 1940; H. W. Frey-A. Del Vita, Il carteggio di G. V. dal 1563 al 1563 , Arezzo 1941; "Vasari», rivista diretta da A. Del Vita, 14 voll. (1927-43); vi sono pubbl. i docum. dell'Arch. vasariano, studi, articoli e notizie riguardanti il V.; C. L. Raughianti, Le Vite, Milano 1948; vari autori, Studi vasariani, Firenze 1952 (testo delle comunicazioni tenute al Convegno Vasariano in Firenze nel 1950).

Alessandro Del Vita

## VASSALLETTO: v. COSMATI.

VASSALLO. - Termine giuridico medievale che indica l'uomo libero di bassa condizione sociale che si metteva al servizio feudale di un potente che diventa il suo dominus o senior (signore).

L'origine del termine v. è stata ritrovata nel celtico gwass da cui gwassal ( $=$ servo); il termine latino corrispondente è puer od homo. Il rapporto stabilito tra v. e si-
gnore era detto "vassallaggio " o "commendazione"; accettare tale legame si diceva in vassalatico se commendare o semplicemente se commendare; l'atto con cui si stabiliva il rapporto vassallatico era detto "omaggio". Il vassallaggio era personale e vitalizio e non si poteva sciogliere senza il consenso delle due parti; il signore doveva provvedere di vitto, vestiario, protezione il v.; questi era tenuto all'ossequio, all'obbedienza, ai vari servizi che erano compatibili con la sua qualità di uomo libero. Il vassallaggio compare presso i Franchi nel sec. viii ed è sostituzione ed ampliamento dell'antrustionato della monarchia merovingica, ereditandone gli obblighi della fedeltà in guerra. Presso i Longobardi si hanno i "gasindi " con analoghi obblighi; presso gli Anglosassoni i "thegni ". Il vassallaggio franco dal sec. IX. col diffondersi in tutti i paesi sottoposti all'influsso carolingio, acquistava un carattere nuovo grazie all'unione con l'istitut