è nel suo apparato esteriore con le caratteristiche di organismo statuale, è di fatto pur sempre uno Stato dai due contraenti voluto e riconosciuto per gli speciali fini e con le modalità di cui al .... Trattato, cioè con determinati attributi e finalità, che non solo toccano direttamente la sua essenza e struttura costituzionale, ma che questo loro valore e rilievo giuridico esplicano anche nei riguardi della sua personalità stessa e del suo modo d'essere internazionale. Costituendo infatti altrettanti presupposti del suo riconoscimento da parte dell'Italia, essi hanno finito per assurgere a essenziali qualifiche della sua stessa personalità internazionale nei confronti per lo meno dello Stato italiano, una cui qualunque variazione importerebbe senz'altro l'estinzione dello Stato come soggetto di diritti nell'ordine internazionale, anzi, secondo l'autorevole opinione di alcuni giuspubblicisti, farebbe riacquistare ipso rore allo Stato italiano la sovranità sulla particella di territorio e di popolazione cui ha rinunciato. Il che ha come effetto di fare dello S. C. V. l'esempio veramente unico e singolarissimo di uno Stato avente di necessità una fisionomia, un funzionamento e una finalità prestabiliti, fissi ed immutabili, e per il quale, quindi, l'avere una determinata configurazione e attività costituzionale interna è condizione giuridicamente rilevante, anzi vero presupposto essenziale della sua possibilità di esistenza e sussistenza nell'ordine stesso dei rapporti internazionali.
Altra caratteristica, poi, non altrettanto singolare, ma non per questo meno degna di rilievo, è la sua figura giuridica di Stato neutralizzato. Essa trova la sua base nel disposto dell'art. 24, comma ultimo del Trattato; la Città del Vaticano sarà sempre considerata territorio neutrale ed inviolabile; ed ha per effetto che lo S. C. V. resta cosi astratto erga omnes da un impegno preventivo, perpetuo e assoluto di neutralità, in virtù del quale è obbligato a non avere altre relazioni internazionali all'infuori di quelle di pace, e quindi non solo a non partecipare a guerre tra gli Stati, ma anche ad astenersi da atti che possano condurre a tale partecipazione (alleanze offensive e difensive; unioni politiche con altri Stati non neutralizzati, ecc.), salvo naturalmente restando il suo integrale diritto di difesa contro eventuali aggressioni.
Come già inoltre si è accennato, lo S. C. V., avendo il proprio territorio completamente circondato da quello di un altro Stato, l'Italia, assume nei suoi confronti il carattere enclave, con il conseguente obbligo ipso rure dell'Italia di assicurare sia ad esso, sia ai terzi Stati, indipendentemente da ogni impegno convenzionale pattuito, la reciproca libertà piena ed assoluta di comunicazioni. Senonché, nei riguardi particolari dei rapporti tra S. C. V. e Italia, tale obbligo viene a perdere molto del
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suo interesse pratico, in quanto nel Trattato stesso si trova già formalmente delimitata e prestabilita tutta una serie di obblighi convenzionali assunti dallo Stato italiano nei confronti di quello vaticano e diretti appunto a consentirgli e assicurargli il libero collegamento e l'autonoma libertà di comunicazione con gli altri Stati, sia per quanto riguarda i servizi telegrafici, radiotelegrafici, telefonici, radiotelefonici e postali e la circolazione dei suoi veicoli (art. 6), sia anche per quanto attiene i suoi agenti e le sue relazioni diplomatiche (artt. 12 e 19). In pratica, pertanto, questa sua figura di enclave avrebbe un'effettiva rilevanza giuridica solo nel fatto che i terzi Stati, pur essendo rimasti estranei a tali rapporti convenuti fra le due Parti contraenti, avrebbero ugualmente diritto di esigere dall'Italia l'osservanza di essi nei loro confronti, per lo meno antro i limiti profluenti da questa situazione particolare che presenta lo S. C. V.
L'ultima caratteristica, infine, ad esso propria sotto l'aspetto internazionale, è quella derivante dal singolarissimo rapporto che necessariamente lo avvince alla Chiesa cattolica. Per quanto si tratti in realtà di una questione che più che lo S. C. V. riflette la S. Sede e si riallaccia direttamente al problema della sua posizione giuridica attuale nell'ordine internazionale, interessa qui osservare nei riguardi particolari dello S. C. V. che esso viene a presentarsi nell'ordine internazionale come un organismo statuale, se non addirittura fuso, certo intimamente collegato e avvinto ad un altro organismo, la Chiesa cattolica, esso pure soggetto di diritto internazionale o per lo meno ordinamento giuridico primario, ma avente d'altra parte essenza e caratteri del tutto diversi e antitetici, cioè con una natura per definizione extrastatuale e con un'attività e finalità esclusivamente spirituali, religiose e universalj, anziché temporali, politiche e territoriali. Esso si presenta, infatti, congiunto alla Chiesa sia con uno strettissimo vincolo di unione stabile, perpetua e indissolubile, che si esplica nella comunanza necessaria del soggetto sovrano, la S. Sede; sia al tempo stesso con una condizione di dipendenza intima e immutabile, che si manifesta nella diretta subordinazione dei suoi interessi e delle sue finalità statuali agli interessi e alle finalità extrastatuali di quello e che è tale da farne prima e anzitutto un semplice strumento al suo servizio. E questa, forse, per lo meno sotto l'aspetto internazionale, la massima e più grave anomalia che offre lo S. C. V.; anomalia che, aggiunta a tutte quelle altre caratteristiche d'eccezione che esso presenta nel suo processo di formazione, nella sua struttura e funzionamento costituzionale interno e nella sua fisionomia e attività internazionale, vale a fare veramente di esso un onicono nella vita politica e giuridica dei popoli.
Brm...: D. Ansilotti, La condizione giuridica internazionale della S. Sede in seguito agli accordi del Laterano, in Riv. di dir. internaz., 21 (1920), pp. 163 sgg.; A. C. Irmolo, Carattere dello Stato della Città del Vaticano, ibid., p. 188 sgg.; F. Ruffini, Lo Stato della Città del Vaticano (considerazioni critiche), in Atti della R. Accad. delle scienze di Torino, 66 (1930), p. 469 sgg.; D. Donati, La Città del Vaticano nella teoria generale dello Stato, Padova 1930; R. Jarrige, La condition internationale au SaintSiège avant et après les Accords du Latran, Parigi 1930; M. Brocci, Italia, S. Sede e Città del Vaticano, Padova 1931; A. Fiala, La questione romana nella storia e nel diritto da Canour al Trattato del Laterano, ivi 1931; F. Cammso, Ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano, Firenze 1932; P. A. D'Avach, La qualifica giuridica della S. Sede nella stipulazione del Trattato Lateranense, in Riv. di dir. internaz., 27 (1935), p. 83 sgg.; id., Lo Stato della Città del Vaticano come figura giuridica di Stato terocratico, in Annali Univ. di Ferrara, 1 (1936), p. 7 sgg.; id., Chiesa, S. Sede e Città del Vaticano nel ius publicum ecclesiasticum, Firenze 1936.
Pietro Agostino D'Avack
## III. Zona archeologica e Basilica.
I. La zona vaticana. - I confini della zona vaticana sono ben delineati dalle mura di cinta erette dal papa Leone IV $(846-52)$, onde fu detta città Leonina (v. sotto).
La denominazione "Vaticanum" come l'altra vicina Ianiculum sembrano designare località etrusche dipendenti da Veio. Secondo l'ipotesi di B. G. Niebuhr (Römische Geschichte, I, 2*ed., Berlino 1827, p. 299) in questa zona sarebbe stato un pago (villaggio) di

Vaticano - Particolare della zona del Colle Vaticano nella pianta di Roma di Du Pèrarc-Lafréry, del 1877, riprodotta dal"esemplare esistente nel Museo Britannico.
nome Vaticum come Labicum o Vatica da cui sarebbe venuto l'aggettivo Vaticanus.
Plinio il Vecchio ricorda pure in questi luoghi un elce secolare a cui si attribuiva un potere magico e che aveva affissa al suo tronco una tabella di bronzo nella quale erano incise lettere etrusche (Nat. Hist., XVI, 237). «Mons Vaticanus» è adoperato da Orasio (Od., I, 20, 7) e da Damaso con riferimento al colle posto subito ad occidente della Basilica (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 92). Cicerone designa col plurale montes (De lege agraria, II, 35, 96) le alture tra le quali si aprono a sud-ovest le vallecole del Gelsomino e delle Fornaci e la valle detta dell'Inferno a nord. Queste località furono sfruttate dagli antichi per fabbriche di vasi vinari (cadi), di utensili per cucina (patellae) e dal periodo imperiale in poi per i laterizi (latares).
Anche la configurazione del terreno era la più varia e accidentata; infatti dal nord la collina più elevatn detta oggi monte Mario degradava verso sud formando la valle di separazione detta valle dell'Inferno, abbassandosi tra i 26 e i 28 metri sul livello del mare, per risalire poi con gli attuali giardini vaticani tra la quota 72 fino al massimo di $80,60 \mathrm{~m}$. nel punto più occidentale. Come si vede tuttora, il terreno dai Giardini degradava verso est, cioè verso la Basilica attuale (quota m. 30.07) fino a raggiungere la quota minima nel luogo dove è oggi l'obelisco in Piazza S. Pietro, quota $19,1 \mathrm{~m}$., dove il terreno vergine si trova a circa 9 m . sotto il livello attuale. Tornando a nord, sempre dalla valle dell'Inferno, più ad est, il terreno sale di nuovo fino all'altezza del cortile di S. Damaso (quota 38,80 m.) e il moderno palazzo pontificio per degradare verso la Cappella Sistina e l'attuale Basilica vaticana (quota 30,07 m.). Oltrepassata questa - oltre poi la valle del Gelsomino e delle Fornaci - risale verso sud in direzione dei due Collegi degli Agostiniani di S. Monica e di Propaganda Fide, Via delle Fornaci e S. Onofrio al Gianicolo e la Curia Generalizia della Compagnia di Gesù, per discendere di nuovo verso il Tevere. Forse il punto massimo di depressione veniva raggiunto nell'angolo sud della facciata odierna della Basilica perché, circa all'inizio del sec. xvir, per le sue fondazioni, l'architetto Carlo Maderno fu
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(da B. M. Apollon) Ghetti, A. Ferruo, E. Aosi, E. Kerschbaum, Esplorazioni sotto la contussone di S. Pietro in Vaticano, Vaticano - Pianta della zona esplorata della necropoli Vaticana. La precisa posizione della necropoli sotto l'attuale Basilica é indicata nella pianta della Basilica riprodotta alla v. PIETRO APOSTOLO, tav. A.
costretto ad abbassarsi a 135 palmi dal piano della scala della nuova Basilica, cioè a 33 m . di profondità e nello stesso tempo dalle indicazioni dell'archivista del Capitolo di S. Pietro, G. Grimaldi, si ricava che il lastricato di una strada romana passava vicino al Campo Santo Teutonico e al Palazzo del S. Uffizio a 50 palmi di profondità ( 11,15 m.), mentre il fondo valle raggiungeva palmi 90 , cio èm. 20.071. Anche il terreno occupato dall'Ager Vaticanus tra Monte Mario, il Tevere e il ponte Milvio ha mutato di quota, perché nel quartiere moderno dei ${ }^{\text {P }}$ vti, sono stati trovati ruderi a 4 m . sotto il piano Primo delle attuali trasformazioni per la piazza rio Ail, l'angolo della casa davanti al frontone del colonnato nord segnava il punto di massima depressione, essendo alla quota di m. 18,2, mentre la base dell'obelisco è a m. 19.1; il braccio destro del piano esterno della basilica è a m. 23; il punto dov'era la porta Ca valleggeri a m. 24; il piano del cortile di Belvedere a m. 27; piazza della Sagrestia sta ad est a 25 m .; ad ovest a m. 28; la soglia della porta principale della Basilica a m. 30,27 .
G. De Angelis D'Ossat mise in rilievo che l'attuale Basilica, la cluesa di S. Stefano, il palazzo del Governatore, il Seminario etiopico, la stazione ferroviaria, come pure le mura Vaticane, dove è il nuovo ingresso ai Musei Vaticani, poggiano sulle marne marine piuttosto profonde dette piacentine. Sopra le marne vaticane si stendono roccie permeabili e quindi le acque piovane, dopo aver attraversato queste dovevano spicciare subdolamente nelle alluvioni e nello scarico, rendendolo acquitrinoso, come avviene presentemente" (G. De Angelis D'Ossat, La geologia e le Cat. rom., II, Città del Vaticano 1938, Append.; id., Carta geologica della città del Vaticano, dalle Memorie Pont. accad. Scienze Niovi Lincei, $2^{\text {a }}$ serie, 17 (1933), pp. 43-74; $3^{\text {a }}$ serie, 1 (1934), pp. 136; 2 (1935), pp. 1-50.
Nell'incontro tra il Palazzo del S. Ufficio e l'angolo meridionale della basilica si ha la maggiore profondita della valle, di quella "Vallis vaticana" ricordata da Tacito per il Circo di Osio detto poi anche di Nerone (Ann., XIV, 14). A sud-est dei montes si estendeva l'ager acquitrinoso "infamibus Vaticanis locis" infestato dalla malaria che durante l'estate del 69 decimò i soldati di Virellio (Tacito, Hist., II, 93). Agrippina seniore dovette bonificare il terreno e modificarne forse la configurazione quando vi fece i giardini che mediante un portico giungevano al Tevere. Il figlio Caligola ricevette in questi giardini nel 39 d. C. legati d'Israele. Fin da allora le comunicazioni tra la zona vaticana e il Circo Flaminio dovevano essere assicurate mediante il ponte sul Tevere di fronte all'attuale ospedale di S. Spirito, detto Neroniano in documenti del sec. xir e localizzato " ad Sassiam ", ma fuori uso perché "ruptus" (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, Roma 1947, pp. 26, 84); i ruderi ne sono visibili quando il Tevere è in magra. Solo nel 134 d. C. si ebbe, più a monte, il ponte Elio o d'Adria-
no. Si è creduto di riconoscere in alcuni ruderi gli avanzi del palatium della villa di Caligola. Si riscontra dal sec. xi "Palatiolum", denominazione par quella parte del contrafforte del Gianicolo che discende verso S. Pietro con la chiesa di S. Maria in Palazzolo, indicata da G. Grimaldi "in monte S. Michaelis" e distrutta quando si fece la vigna dei Cesi o dei Vercelli (C. Huelsen, Le chiese di Roma, Firenze 1927, pp. 352-53). Caligola costrui il circo, e Svetonio ricorda che l'Imperatore "circenses frequenter.... in vaticano commisit" (Claud., 21). Egli aveva fatto venire da Eliopoli l'obelisco ad ornamento del circo (Plinio, Nat. Hist., XVI, 201; XXVI, 74; per l'iscrizione: CIL, VI, 31191). Quanto all'ubicazioni del circo, "clausus valle vaticana" (Tacito, Ann., XIV, 14) va ricercata nella depressione tra la curia generalizia degli Agostiniani e il portico meridionale del Bernini. I cataloghi regionali dell'età costantiniana non nominano più il circo; perché per costruire la basilica vaticana gli architetti scelsero una quota di circa 6 m . più in alto dal piano in cui si trovava la fila meridionale dei sepolcri romani, i quali stavano "presso il circo". Questo perciò non fu più visibile dal momento che il terreno a valle dovette essere colmato. Nei giardini vaticani fu immolata da Nerone la multitudo ingens dei protomartiri romani attestata da Tacito (Ann., XV, 44). Oltre ai giardini di Agrippina, di Nerone, dei Domizi, sono ricordati anche altri giardini. Plinio il Giovane ricorda (Ep., IV, 2, 5) che nel Vaticano si trovavano anche i giardini di Aquilio Regolo, che con le sue delazioni condusse a morte molti cittadini romani al tempo di Nerone e poi in quello di Domiziano. Marziale si vanta del suo piccolo giardino nel V. da cui godeva un'ottima veduta panoramica della città (Epigr., IV, 64). Nel sec. iv d. C. il senatore Aurelio Simmaco cercava un po' di tranquillità allontanandosi dai rumori della città nella sua villa nel Vaticano (Ep., VI, 58, 1; VII, 21). Il terreno però, a giudizio di Cicerone doveva essere tutt'altro che fertile (De lege agraria, II, 96). Marziale non fa che ripetere quanto fosse cattivo il vino che producevano le vigne del Vaticano: "Se bevi il vino del Vaticano, tu bevi il veleno; se ti piace l'aceto bevi il vino del Vaticano, il vino del Vaticano è perfido!". Invece Aulo Gellio ricorda con piacere il piccolo orto e frutteto posseduto in Vaticano dal suo amico, il poeta Giulio Paolo, che lo invitava spesso a gustare insalata e frutti!
Nel 59 d. C. Nerone tolse di mezzo, mediante medici compiacenti, la ricca zia paterna Domizia Lepida e si impossessò dei suoi giardini situati sulla destra del Tevere, almeno fino all'attuale Palazzo di Giustizia, dove fu trovato un condotto d'acqua in piombo col nome di Passieno Crispo, marito di Domizia Lepida. Secondo Lanciani gli horti e giardini di Nerone sarebbero stati costituiti dall'unione dei giardini di Agrippina con quelli di Domizia Lepida. Invece secondo Huelsen la proprietaria dei giardini detti di Domizia sarebbe stata Domizia Longina, moglie dell'imperatore Domiziano, perché nel mau-
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soleo di Adriano venne scoperta una base con iscrizione in suo onore. Certo è che il luogo su cui Adriano costrui il suo mausoleo apparteneva allora al fisco imperiale.
Nel 1886, a ca. 500 m . a nord del bastione settentrionale di Castel S. Angelo, fu trovato un gruppo di sontuose stanze e una piscina, costruite con straordinaria perfezione, che R. Lanciani attribuil all'epoca di Nerone; ma tutti i vani erano stati in seguito riempiti fino all'altezza di m. i.So con scheletri umani; si trattava di un'epidemia di guerrieri, perchè va ricordato che dal tempo dell'assedio gotico (537) il mausoleo d'Adriano era stato adibito a fortezza e percio chiamato castello, poi Castel S. Angelo.
Del resto la "gens Domitia" può essere ritornata proprietaria dei suoi beni dopo la morte di Nerone; certo è che i Domizii ebbero vastissime proprictà nella zona del Vaticano sotto l'impero dei Flavi, specialmente con le fabbriche di mattoni nella valle detta dell'Inferno tra la seconda metà del sec. i d. C. e la prima metà del sec. it, quantunque molti dei loro beni fossero stati incamerati ancora una volta dal fisco imperiale sotto Domiziano. Sono poi ben note, dai marchi di fabbrica dei mattoni, le proprietà di Domizia Lucilla moglie di P. Calvisio Tullo nell'anno rog e quelle di Domizia Lucilla, moglie di Annio Vero.
Le vie della regione vaticana furono la Cornelia, l'Aurelia nuova e la Trionfale. La prima, di probabile origine censoria, forse la più antica, assicurava la comunicazione con le fornaci e le fabbriche di laterizi; la seconda si univa alla "Punta" con l'Aurelia vetus che saliva dall'attuale Piazza S. Crisogono al Gianicolo e che era grande arteria verso il Tirreno; la 'Trionfale saliva al Monte Mario.
Certo la Cornelia e l'Aurelia al tempo di Vespasiano ( 69 -79 d. C.) ebbero uno stesso curatore (R. Cagnat, in Comptes rendus de l'Ac. des Inscr. et belles lettres, 1921, p. 225); al tempo di Antonino Pio (138-61) si ebbe un solo curatore per le due Aurelie, la Cornelia e la Trionfale.
Non si può tracciare nella zona del V. il percorso delle tre vie. Resti d'una via romana vennero in luce lungo il Borgo S. Spirito (A. Canezza, Pio Istituto di S. Spirito e Ospedali riuniti, Roma 1933, p. 11). Una via a valle è oggi indicata dall'orientamento costante a sud della porta di ingresso alle celle sepolcrali rinvenute sotto la basilica; via che doveva avere a valle il circo e a monte la nceropoli e proseguire fino al sommo del colle. Nel periodo successivo alla costruzione della Basilica costantiniana si trovano due strade, l'una a valle e l'altra a monte, indicate ancora nelle piente di L. Sufalini del 1551 e del Du-Pérac-Lafréry del 1577. A monte della Basilica una via dava accesso alle chiese di S. Vincenzo, SS. Sergio e Bacco, al monastero dei SS. Giovanni e Paolo e giungeva anch'essa alla "posterula" detta Porta Pertusa, nelle mura di Leone IV. Il percorso della via romana attraversante la Basilica e adiacente al sepolcro di s. Pietro, seguito da R. Lanciani nella sua Forma Urbis, accettato dai successivi topografi, è stato dimostrato inesistente dalle recenti esplorazioni. Due altre vie secondarie sono antiche: il prolungamento della via Septimiana verso nord-ovest e l'attuale via delle Fornaci, che dall'Aurelia vetus proseguiva verso nord, verso ciod la medievale via o ruga Francigena o via Sacrata [cf. A. Elter, Vaticanum, in Rheinisches Museum, 48 [1891], pp. 112-38; G. Lugli, Il V. nell'età classica, in Vaticano, a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946, pp. 3-22).
II. Sepulchro vaticano. - La consuetudine di disporre i sepolcri lungo le vie romane subito al di fuori della città spiega il fatto del grande numero di tombe su tutta la zona del Vaticano, in prossimità delle tre strade principali che la percorrevano cioè l'Aurelia nuova, la Cornelia e la Trionfale, oltre a quelle minori che la inrersecavano da sud a nord. A poca distanza e ad ovest del mausoleo di Adriano, cioè all'incrocio del Borgo Nuovo col vicolo della Traspontina, sorse un grandioso sepolcro a forma di piramide, ancora indicato nella pianta di L. Bufalini del 1551; ma fatto demolire già da Alessando VI, fin dal 1499, per la nuova strada che prese dal papa il nome di via Alessandrina, poi Borgo nuovo. Il monumento in calcestruzzo, con ca. 30 m . di lato e altrettanto alto, all'esterno era rivestito di grandi lastre
di marmo tolte dal papa Dono (676-78) per lastricare l'atrio di S. Pietro (Lib. Pont., I, p. 348). Nel medioevo il monumento aveva ricevuto le più strane denominazioni: "meta o memoria Romuli; "sepulchrum Romuli "; "pyramis Romuli ", "Scipionis sepulchrum ", " sepulchrum Aepulonum ". E ricordato nella bolla di Leone IX del 21 marzo 1053 (L. Schiaparelli, in Arch. Soc. rom. di storia patria, 24 [1901], p. 472), nelle varie edizioni dei Mirabilia, nel Liber Politicus di Benedetto Canonica e da Pietro Mallio (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, pp. 45, 163, 212, 218, 431). Un elenco delle riproduzioni della cosiddetta "meta Romuli" fu edita da B. M. Peebles (La meta Romuli e una lettera di M. Fermo, in Rendiconti delle Pont. accad. rom. di arch., $3^{2}$ serie, 12 [1936], pp. 21-63). I migliori disegni sono quelli del cod. Vat. Urb. lat. 277 dell'anno 1472 e del cod. Escuridense ms. 28, II, 12 dell'anno 1490. Un altro sepolcro monumentale era di forma circolare; nel sec. xv raggiungeva ancora l'altezza del mausoleo di Adriano, era rivestito di marmo e aveva assunto varie denominazioni: Terebionas, Tiburtinus Neronia, obeliscus Neronis; alcuni documenti apocrifi, quali la Passio Petri et Pauli e lo pseudo Marcello, indicavano la tomba di s. Pietro presso un albero detto Terebinto (Acta Apostolorum Apocrypha, ed. R.A. Lipsius, I, Lipsia 1891, pp. 172, 216); la denominazione Tiburtinus deriva dal "lapis Tiburtinus" di cui era rivestito (R. Valentini - G. Zucchetti, op. cit., III, 1945, pp. 45, 212, 218, 431). Venne demolito anche prima del 1499; nel fondare la casa del Pellegrino, all'inizio di via della Conciliazione, sono state ritrovate a nord-ovest della piramide le fondazioni di questo grande sepolcro circolare che in qualche documento medievale venne anche detto "meta Remi". Oltre questi grandi monumenti sepolcrali furono trovate in detta zona iscrizioni di "agitatores circenses" (CIL, VI, 10048, 10052-53) e di celebri cavalli vincitori di corse, del tempo di Domiziano, di Traiano e di Antonino Pio (B. Borsari, in Bull. arch. com., 40 [1912], p. 177 sgg.). Nel 1936, a 36 m . ad oriente dell'obelisco, sul suo asse, si rinvenne il cippo sepolcrale posto da una Sextia Prisca al suo patrono L. Sextio Porbito (Explorazioni, cit., I, p. 18 e fig. 5). Nello stesso luogo apparve il fianco est d'un monumento sepolcrale e si constatò che il livello romano era a 9 m . di profondità. In Piazza S. Pietro nel fondare la testata del portico meridionale del Bernini ( $1656-67$ ) furono trovati sarcofagi e l'ingresso d'un monumento con un bassorilievo (P. Santi Bartoli, Memorie di varie escavazioni fatte in Roma, in C. Foa, Miscellanea filologica, critica e antiquaria, Roma 1825, p. 236, n. 56). Durante i lavori per la costruzione dell'attuale edificio dell'Annona vaticana, nell'estate 1930, tornò in luce un sepolcreto romano costituito da piccole celle per il doppio rito dell'inumazione e cremazione, sepolcri a cassa in terra cotta, semplici tombe a cappuccino; pur avendo subito devastazioni $v b$ antiquo, il materiale epigrafico e decorativo permise di datare il sepolcreto alla fine del sec. i e alla seconda metà del sec. ir. Imponente è poi il sepolcreto romano tornato in luce tra gli anni 1887-1908 tra i bastioni del Belvedere e i Giardini Vaticani, presso l'ingresso odierno dei Musei vaticani e le vie Leone IV, Famagosta e Sebastiano Veniero. Si tratta d'un complesso di celle sepolcrali in opera reticolata e in laterizio costruite lungo la Via Trionfale che in quel punto correva a m. 7,50 più in basso dell'attuale livello stradale. Tra le tombe una delle più note è quella di quel calzolaio che aveva il suo negozio a Porta Fontinale alla fine del sec. II e il cui espressivo ritratto si ammira oggi nel Museo Capitolino; il sepolcro di un poeta discendente da un liberto dell'imperatore Claudio, di un nativo della Caria, e poi liberti, pochi imperiali, molti degli Emilii, degli Asinii, degli Hirtii, dei Lucani, dei Terentii, dei Valerii (Bull. arch. com., 1887, pp. 52-56; 1890, p. 332; 1891, pp. 7976; 1906, pp. 321-26). Pure nell'anno 1930 un cubicolo col doppio rito della cremazione e inumazione si identifich lungo la nuova strada per i Giardini presso la fontana detta della Galera. Di sepolcri pagani venuti in luce per la costruzione della nuova basilica lasciarono notizie Maffeo Vegio, T. Alfarano e G. Grimaldi. Quando,
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(fot. dello Brc. Fabbrica)
Vaticano - Particolare della facciata del Mausoleo F dei Cetenni. Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.
sotto Niccolò V, si iniziò la costruzione dell'abside della nuova basilica Maffeo Vegio riconobbe un "insignia locus sepulturae gentilium causa fabricatus, continens etiam urnulas more eorum cineribus plenas" (G. B. De Rossi, Inser. Chr., II, Roma 1888, p. 349, 8). Tiberio Alfarano scrive che volendosi rifondare il campanile nell'anno 1574 fu trovata una cella sepolcrale grande come una cappella con le pareti dipinte e con sepolcri nelle pareti sia per corpi interi che per urne cinerarie. Ricorda pure una serie di sarcofagi e tra questi uno con la rappresentazione di Bacco, che fu portato nel Palazzo Vaticano, osservando però che un altro sarcofago simile si era ritrovato a suo tempo in Piazza S. Pietro. Finalmente lo stesso autore segnala un'altra serie di bellissimi mausolei sotto l'antica cappella del coro e sotto l'antica sacrestia (De Basilica Vaticana, ed. Cerrati, Roma 1914, p. 151). Nello scavo eseguito nel 1586 per estrarre la base dell'obelisco si rinvenne un'epigrafe che ricordava i familiari di Antonia di Druso (CIL, VI, 14897). L'architetto Flaminio Vacca nelle sue memorie scrisse che nel 1594 aveva veduto scoprire nell'atrio di S. Pietro molti sarcofagi nei quali erano scolpiti uomini in toga con libri in mano o con ghirlande in testa che egli ritenne filosofi o poeti. G. Grimaldi riporta come rinvenuta nel 1612 sotto l'atrio di S. Pietro l'iscrizione di Claudine Hermionis Archimimae; i suoi eredi dichiararono che essa fu la più grande del tempo suo; forse fu una israelita per l'espressione iniziale "dormitioni" (CIL, VI, 10106); oggi è nella Galleria Lapidaria al Vaticano.
Nello stesso atrio di S. Pietro fu trovato il cippo posto ad un liberto imperiale Tiberio Claudio Severiano (CIL, 15263); l'epigrafe di un M. Manneius Hermes e sua moglie Manneia Charesteni (CIL, 21998); l'iscrizione di Cornelia Irene al padre Gaio Cornelio Cereale (CIL, VI, 16174); quella di Gessia Adiecta al marito novantaduenne P. Ragonio Epaphrodito (CIL, VI, 25354); quella dei coniugi Flavius Zosimus e di Minucia Successa (CIL, VI, 1858). Sempre dalle stesse fondazioni vennero estratte le epigrafi funerarie di un tale Verus alla moglie Iulia
Pudentilla (CIL, VI, 20648 a) e di un M. Aurelius Eutyches con la moglie Aurelia Appia. Nelle fondazioni della nuova cappella del coro si trovò nel r6ir un'iscrizione dedicata a Q. Erennio Etrusco Decio Cesare dagli argentieri e dagli "exceptores vini", e l'epitaffio di un M. Ragonius Blasius e famiglia, ora a Parigi (CIL, VI, 25338). Da due relazioni del canonico Ugo Ubaldini pubblicate da M. Armellini (Le chiese di Roma, $2^{\mathrm{a}}$ ed., 1891, pp. 700-18) e H. Lietzmann (Petrus und Paulus in Rom, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Berlino 1927, pp. 305-10) si apprende che nel 1626, quando si gettarono dal Bernini le fondazioni per il baldacchino, si rinvennero i due mausolei R e S. la statua di Fl. Agricola di Tivoli e relativa iscrizione metrica (CIL, VI, 34182) e monete di Commodo, Faustina, Galliene e Salonina. Da uno di questi due mausolei fin dal 1592 si era estratta l'iscrizione del celebre giuocatore di palla Ursus, idolo dei tifoni romani del sec. II d. C. (CIL, VI, 9797). Nei lavori di Paolo V per la confessione si trovò un sarcofago menzionante due "clarissimse feminae": Mesia Titiana e Pomponis Fadiola (CIL, VI, 31600). Un sarcofago grandioso a forma di vasca con scene dionisiache si rinvenne nel 1776 nelle fondazioni per la nuova sacrestia della Basilica vaticana. A sud di essa erano situati due grandi monumenti a pianta centrale. Il primo ad oriente ebbe una circonferenza esterna di ca. 1 io m . Il papa Simmaco lo trasformò in basilica di S. Andrea che arricchì e vi eresse gli oratori dei SS. Tommaso, Cassiano, Proto e Giacinto, Apollinare, Sossio (Lib. pont., I, pp. 261, 265-66, nn. 17-19). La descrizione della basilica del sec. viII vi aggiunge gli oratori di S. Lorenzo e di S. Vito (G. B. De Rossi, Inser. Christ., II, Roma 1888, pp. 207, 222 sgg.; 246, 257; A. Silvagni, op. cit., nn. 4106-10). Al tempo di Pietro Mallio si chiamava "vestiarium Neronis" (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, p. 396). Per rimuovere l'obelisco nel 1586 fu dovuta fare una larga breccia nel giro esterno dell'edificio che venne demolito nel 1776 quando Pio VI eresse la nuova sagrestia su disegno dell'architetto Marchionni. Nella demolizione apparve una muratura stimata da G. Marini della prima metà del sec. in (Atti e monumenti dei fratelli Areali, Roma 1795, p. 265). Un recente tasto esplorativo confermò il suo giudizio e si constatò che l'edificio fu costruito ad un livello di sette metri più basso del piano della Basilica Costantiniana. Anzi G. B. De Rossi sospettò che anche l'altro edificio a pianta centrale ad occidente possa essere una costruzione anteriore alla Basilica Costantiniana (Bull. arch. crist., $3^{\mathrm{a}}$ serie, 3 [1878], p. 145). Detto edificio ad occidente servi di sepoltura alla fine del sec. Iv a Maria moglie di Onorio, a Teodosio II ecc. Nel marzo 483 Cecina Basilio prefetto del preterio e patrizio vi riunì il senato e il clero romano (Lib. Pont., I, p. 254, n. 16). Il papa Stefano II ( $752-57$ ) lo trasformò in basilica di S. Petronilla (Lib. Pont., I, pp. 455, 461, n. 6a) dove Paolo I nel 757 trasportò le reliquie della martire (op. cit., I, p. 464). Nel 1077 vi fu sepolta Agnese vedova dell'imp. Enrico III. Nelle descrizioni dei Mirabilio fu identificato per il "templum Apollinis»; Luigi XI lo fece restaurare e venne da allora indicato come cappella dei re di Francia; il card. de Villiers de la Groslaye lo scelse per suo sepolcro e vi pose la Pietà di Michelangelo. I sepolcri vennero profanati nel 1519. Il sarcofago con le reliquie di s. Petronilla fu traslato nel 1574 nella nuova Basilica Vaticana. Nell'estate del 1950 una tomba a inumazione a tegole fu trovata sul colle Vaticano nelle fondazioni per l'ampliamento della stazione radioricevente. Il marchio di fabbrica di un mattone apparteneva all'inizio del sec. II d. C. Nella primavera 1953 per lavori al Seminario minore vaticano tornò in luce un sepolcro a "forma".
III. Gli scavi sotto la Basilica (1941-49). - Il sepolcreto romano tornato in luce nell'abbassare la quota delle Grotte Vaticane risulta composto di due file di celle o cubicoli sepolcrali, tutti con il loro ingresso disposto verso sud. La prima fila a sud è posteriore alla seconda a nord disposte con le pareti di fondo contro la collina, e mentre in questa fila i monumenti si succedono ininterrottamente, fino a combaciare la parete sinistra di quello
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ad est col seguente ad ovest; nella prima fila a sud si dovette lasciarc un passaggio (ambitus) per permettere l'accesso alle tombe a nord, superando un notevole dislivello.
L'asse del sepolcrcto romano non è uguale a quello scelto per la Basilica Costantiniana, ma obliqua verso sud-ovest. Il sepolcreto ebbe la maggior parte delle vòlte distrutte dagli architetti costantiniani, perché queste superavano la quota prescelta per il pavimento della Basilica, e tutto venne completamente riempito con materiale di scarico. Il primo mausoleo della fila a sud, Z, ebbe la parete di ingresso e parte dei due fianchi demoliti dagli arclistrtii costantiniani per costruire il grande muro di fondazione meridionale della navata centrale, come purc ebbe distrutta la vôlta. In origine era composto di quattro grandi arcosoli a inumazione sovrapposti due a due nelle tre pareti, che furono decorati con intincaco a fondo rosso, ravvivato da ghirlande di fiori e da animali; sotto la finestra al centro della parete di fondo è una divinità egizia di profilo verso sinistra sostenente con la destra un'asta mentre nella sinistra stringe il caratteristico ankh. Un'alta fascia stringe ai fianchi la stoffa dell'abito in azzurro turchese a ricami geometrici in verde e bianco.
In uno degli arcosoli superiori della parete di fronte a sinistra venne immesso un fastoso sarcofago di marmo greco che nel coperchio offre una danza bacchica e un Sileno sopra un asino procedente verso un'ara cilindrica per il sacrificio d'un capro e l'offerta dell'incenso. Il fronte del sacofago presenta il trionfo di Dioniso sul carro trainato da un Satiro, preceduto da un gruppo di Manadi e di Satiri con Pane e Sileno avanzanti verso l'isola di Nasso al ritrovamento di Arianna addormentata. Il sarcofago è in perfetto stato di conservazione. Nella stessa parete a destra un sarcofago in terra cotta fu decorato all'esterno con una lastra marmorea scolpita con ippocampi e strigili. Un arcosolio della parete destra ricovette un sarcofago che ha nel centro la rappresentazione di Dioniso, coperto da una pelle di cervo col tisso e con il cantaro col quale dà da bere alla pantera; a destra un satiro che stringe un otre e sorregge Dioniso bambino; a sinistra Dioniso coronato di pampini. La colla nell'ultimo periodo (ca. la $2^{\mathrm{a}}$ metà del sec. III) accolse nell'arcosolio superstite in basso della parete sinistra una tomba cristiana, come dimostra l'epigrafe dipinta dentro una cartella assata, dove a lettere rosse sull'intonaco bianco si ricorda la deposizione di una defunta accompagnata dai simboli della colomba e della palma. Ciò dimostra che questo monumento era passato in eredità a cristiani o che gli stessi componenti della famiglia si erano convertiti. Ma, come si vedrà, non è l'unico esempio di cristiani deposti in monumenti in origine pagani.
Più ad est un piccolo passaggio in leggera ascesa immette, come si vedrà, alla fila settentrionale dei monumenti sepolcrali e subito si vede erigersi a destra, nella sua muratura di accurata cortina di mattoni con interstizi rilevati da un filo di calce, un altro mausoleo, integro nel fianco esterno di ovest fino alla sua lesena angolare col capitello. La parete esterna della sua fasciata è pure integra ad ovest e in un riquadro è incastrato un musaico policromo a piccole tessere rappresentante il combattimento delle amazzoni. L'interno a fondo rosso è diviso da una serie di doppi e ampi arcosoli sovrapposti; la decorazione nelle zone inferiori offre satiri, pavoni affrontati, anitre natanti, mostri marini. Nereidi, cesti e ghirlande di fiori; nelle zone superiori sono rappresentate scene mitiche e tra queste torna il mito di Arianna; nei pilastri divisori sono sileni nimbati. Il pavimento era lastricato con marmi policromi costituenti la tipica decorazione a "opus sectile ". L'ambiente fu occupato da due sarcofagi: il primo, molto grande, fu rinvenuto col coperchio spezzato nel quale erano rappresentati i ritratti dei due defunti e nel centro il cartello con l'iscrizione: «Q. Marcius Hermes sibi et Marciae Thra-

(ha. delta fere. Fotorica)
Vaticano - Decorazione pittorica del Mausoleo F dei Catenni. Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.
sonidi dignissimae coniugi vivis posuit $\%$. I due coniugi furono dunque due liberti della notissima famiglia romana Marcia; il cognome Hermes tradisce la sua origine non romana, confermata dal ritratto che lo mostra con capelli ricci, corta barba e naso caratteristico; sua moglie Marcia Trasonide ha i capelli divisi in due che lasciano libere le orecchie dalle quali pendono grossi orecchini, pettinatura secondo la moda della prima metà del sec. itI d. C.; Marcia stringe con la destra una melagrana. frutto sacro a Proserpina. I due ritratti vennero eseguiti dopo che il sarcofago era stato scolpito ed erano gia stati abbozzati in precedenza i due busti; fu solo dopo l'acquisto che i ritratti vengero rifiniti.
La cassa del sarcofago è divisa in cinque scomparti, due sono i soliti campi strigilati; nell'angolo sinistro una giovane suona il doppio flauto, nel centro sta una edicola posta tra due colonne scanalate con capitelli corinai e terminante con un arco, decorato da ippocampi e maschere sceniche; il campo è occupato da Dioniso che stringe nella sinistra un "cantharus" e nella destra il tisso; da sotto il braccio destro si protende un satiro; a sinistra ai piedi della divinità un piccolo fauno cavalca una pantera, nello sfondo i tralci di una vite si alzano fino a coronare con i lori pampini il capo della divinità. Nell'angolo destro del sarcofago un robusto satiro danza sorreggendo il piccolo Dionisio. Nei due fianchi due grifi alati stanno a protezione dei defunti. E noto che un sarcofago con scene bacchiche venne trovato nel 1772 nel costruire la nuova Sacrestia di S. Pietro al tempo di Pio VI ed ora sta nel Museo vaticano.
Il secondo sarcofago contiene nel coperchio l'iscrizione "Marcia Urbica alla carissima sorella Marcia Felicitas " tra i quattro geni delle stagioni e nella cassa nel centro il busto della defunta con la caratteristica pettinatura che era di moda al tempo di Otacilia Severo moglie dell'imperatore Filippo, poi due campi strigilati e ai due angoli i due Dioscuri Castore e Polluce col caratteristico "pileus"; essi con una mano sorreggono l'asta e con l'altra la briglia del cavallo. A oriente del Mausoleo si è trovato un altro mausoleo X, le cui pareti interne hanno due ordini di arcosoli in cui erano dipinte scene analoghe a quelle del precedente mausoleo I, ad es., la caratteristica rappresentazione del rinvenimento di Arianna. Nella parete di fondo incontro all'ingresso si rinvennero gli avunai di una decorazione a musaico multicolore. La parete d'ingresso disposta a sud, come negli altri monumenti, venne distrutta dalla fondazione di uno dei pilastri costruiti nel sec. xVI per sostenere il pavimento della nuova Basilica. La piccola parte superstite presenta nicchie per olle cinerarie.
I mausolei della seconda fila sono disposti più in alto dei precedenti contro la collina, tutti con l'ingresso verso sud lungo un piccolo viottolo o iter che va da est verso ovest. Mentre nella fila precedente c'era spazio li-
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(Int. della Rro. Fabbrica)
Vaticano - Titulus posto sulla fronte del Mausoleo A dei Popili con l'indicazione topografica "in Vatic(ano) ad circum (righe 6-7) - Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.
bero tra un mausoleo e l'altro, in questa seconda fila i monumenti sono addossati l'uno all'altro senza interruzione: la parete di fondo è contro il colle e dietro, nei saggi esplorativi compiuti dagli architetti della Fabbrica, si è trovato il terreno vergine. Parecchi di essi presentano scale disposte verso est che immettevano o ad una camera superiore o permettevano di discendere dalla collina direttamente; in tal caso si dovrà supporre una strada a nord parallela all'andamento dei mausolei stessi da est ad ovest.
Il monumento sepolcrale più ad oriente, A, cioè verso la Piazza S. Pietro, non si è potuto sterrare perché situato sotto il prolungamento della Basilica costruito dal Maderno tra il 1606-15, il quale invece di continuare il sistema di sostenere il pavimento della nuova Basilica mediante pilastri e vòtte preferì di riempire con materiale di scarico la differenza di livello. Gli architetti della Fabbrica perciò limitarono la ricerca archeologica alla sola parete frontale del mausoleo, mettendo in luce la sua facciata, dove al di sopra della porta si è rinvenuta ancora al suo posto l'iscrizione originaria. I suoi eredi anzi trascrissero senz'altro quella parte del testamento di Popilius Heracla che si riferiva al monumento sepolcrale : «Ex codicillia triplicibus Popili(i) / Heraclae C. Popilius Heracla heredib(us) salut(em) / Vos heredes mei rogo iubeoque / fideique vestrae committo uti / monumentum mihi faciatis in Vatic(ano) / ad circum iuxta monumentum Ulpi / Narcissi ex VI. N. In quam rem / numerabit Novia Trophime III N. / et coheres eius III N. ibique reliquias / meae et Fadiae Maximae uxoris meae si quid ei humanitus acciderit poni volo. / Cuius monumenti ius lego libertis liberta / busq(ue) meis et quos testamento manumisero / sive quem in statu libertatis reliqui, et hoc amplius / Noviae Trophime libertis libertabusq(ue) eius / posterisque supra scriptorum. Et itum aditum am / bitum sacrificique faciendi causa ad id nonu / (men)tum uti ei liceat».
C. Popilio Heracla incarica Novia Trofime e il suo coerede di costruirgli un monumento in Vatic(ano) ad circum iuxta monumentum Ulpi Narcissi »; cioè in Vaticano presso il circo. Dunque il circo va ricercato non nell'ambito del sepolcreto ma nelle sue vicinanze, e poiché tutte le celle sepolcrali hanno la facciata orientata a mezzogiorno, il che fa supporre una immediata via di accesso, dovrà concludersi che tra il sepolcreto e il circo doveva correre una strada, probabilmente l'Aurelia nuova.
Ad ovest del mausoleo di Popilius Heracla aderisce un altro monumento $\mathrm{B}^{1}$-B che somiglia nella sua disposizione architettonica ad un gruppo di quelli scoperti nel sepolcreto romano dell'Isola Sacra; e cioè composto di una prima parte all'aperto $\mathrm{B}^{1}$, con nicchie per olle nelle pareti laterali; in un secondo tempo sulla destra si aggiunse una scala in muratura. Incontro all'ingresso si
apriva poi la cella a vòlta, B, la quale presentò al momento della scoperta le evidenti tracce di una duplice decorazione pittorica; la più antica a ghirlande, dischi multicolori intrecciati, gazzelle, uccelli, vasi e cesti di fiori; al centro Helios sul carro (v. Nisano); nei quattro angoli le personificazioni delle quattro stagioni; a questo periodo appartengono le olle cinerarie disposte nelle nicchie, in un secondo tempo invece la decorazione divenne più pesante e rozza con pavoni, uccelli e imitazione di marmi venati e policromi; di questo periodo sono le tombe a inumazione e tra queste in una cassa fittile fu deposta Fannia Redenta, come si apprende dall'iscrizione incisa sopra una base riadoparata: "d(is) m(anibus) / Fanniae Redempta / e quae visit ann(is) XX / mens(ibus) V (dieb(us) VI / i Aureli(us) Aug(ustorum duorum) lib(ertus) Her / mes coniugi in / comparabili cum / qua visit ann(is) XX / XXII ». Il pavimento a musaico a tessere bianche e nere mostra due colombe affrontate ad un vaso. La duplice decorazione e l'iscrizione di «Fannia Redempta» il cui marito Aurelio Ermete fu liberto di Diocleziano e Massimiano, dimostrano che il monumento, di poco posteriore a quello di Popilius Heracla, cioè dalla metà del sec. it d. C., fu in uso fino all'età costantiniana.
Incontro al mausoleo è un piccolo sarcofago per un bambino vissuto solo undici mesi e dieci giorni, come si legge sul bordo superiore del sarcofago stesso che sul fronte è decorato con tre putti sorreggenti un fustone di frutti e fiori; nei due fianchi sono scolpiti da un lato il padre e dall'altro la madre in atto di dolore.
Il mausoleo seguente ad ovest, C, presenta ancora al posto l'iscrizione al disopra della porta; da essa si apprende che fu fatto costruire da un liberto della nota famiglia romana "Tullia»; "L. Tullius Zethus facct sibi et / Tulliae Athenauii coniugi bene / merenti et Tulliae Secundae et / Tullio Athenaeo filiis libertis libertabusque ". L'interno fu in origine a vòlta con stucchi policromi di cui resta qualche avanzo; il pavimento era a musaico a tessere bianche e nere; nella parete di fondo, nei resti della decorazione, si distingue la figura di un auriga della fazione verde con la palma della vittoria; ivi pure erano due cippi appartenenti a Tullia Secunda e a Tullius Athenacus, i due figli del proprietario; in più vi furono immessi cinque sarcofagi ripieni di ossa al momento della demolizione del sepolcreto. Uno dei sarcofagi fu posto ad una tale "Lucia Alcestia Hedonis" dal marito "M. Ulpius Pusinnio" che a sua volta aveva seppellito in un altro sarcofago il figlio "Marcus Ulpius Pusinnio Cuprianus"; in un terzo sarcofago sotto il busto del defunto è il combattimento di due galli.
Più semplice è il mausoleo D; esso è in opera reticolata, come il mausoleo B detto della Fannia, è composto di due parti, cioè di un vestibolo all'aperto cielo e di una cella con nicchie e urne cinerarie. Dalle iscrizioni ivi esistenti con palme sembra che alcuni defunti siano stati aurighi del circo.
Più ricco invece si presenta il seguente mausoleo E che chiameremo degli Aelii. L'esterno offre una muratura accurata a mattoni con decorazione pure in laterizio con cornici intagliate policrome e con finestre a timpano dello stesso tipo caratteristico di alcuni dell'Isola Sacra. L'interno aveva pavimento a musaico, decorazione a stucchi policromi nelle pareti e nella vòlta, con nicchie fiancheggiate da colonnine pure in stucco; nella parete ad ovest in alto sono dipinti due pavoni affrontati ad un vaso; nella parete destra fu costruita una scala. I sepolcri a grandi arcosoli in basso furono per il rito dell'inumazione. Tra le iscrizioni ancora a posto si ricorda quella che dice: "T. Aelio Aug(usti) lib(erta) Tyranno qui fuit a commentariis prov(inciae) Belgicae». Titus Aelius Tyrannus fu liberto di Titus Aelius Hadrianus Antoninus Pius, il quale fu imperatore dall'anno 138 al 161; durante questo periodo, se non prima, mori ad Aelius Tyrannus il figlio ventunenne, come attesta l'iscrizione sul suo sepolcro in cui si legge: " Urbano Aug(usti) verulae) adiutori tabulari rationis patrimoni... Tyrannus Aug(ustus) lib(ertus) et Aelia Urbana parentes». Una terza iscrizione ricorda la madre di "Ty-
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rannus» di nome "Aclia Urbana»: «D. M. S. Acliae Urbanae matri karissimae Tyrannus filius». Nell'interno di questo monumento si rinvennero due pregevoli urne cinerarie in alabastro, di cui una con testa di Gorgone.
Assai ampio è il mausoleo seguente, F, che fu il primo ad apparire nei lavori di abbassamento di livello. L'esterno a cortina di mattoni si erge intatto fino alla cornice di coronamento per m. 4,80 di altezza dal piano romano primitivo; aveva finestre decorate con intagli di terra cotta e con due rilievi; a destra una prospetto arcchitettonico in scorcio con fuga di colonne e soffitto a cassettoni; raro esempio di scorcio che si troverà poi nel codice di Virgilio della Biblioteca Vaticana; a sinistra una pernice. L'interno presenta nella parete di fondo una nicchia absidata tra due colonnine in stucco con la scena di Venere sorgente dalle acque, sorretta da due tritoni. Nelle pareti laterali in basso su ampi arcosoli insistono le nicchie per olle cineraric separate da colonnine in stucco; nella parte superiore della parete sinistra è un paesaggio con un toro e un ariete. Il soffitto distrutto per la costruzione della Basilica era a vòlta a cassettoni in stucco e pittura policroma. Nelle nicchie alcune urne in marmo, ben decorate con festoni, teste di arieti, uccelli. Le iscrizioni in esse incise dànno, in un ricco cippo: «M(arco) Caetenniù Antigono et Tulliae Secundae coniugi eius; d(is) M(anibus) / M(arci) Caetenni Ganymedis / vixit ann(is) XXXVII / M(arcus) Caetennius Secundus / colliberto suo»; poi «d(is) m(anibus) / M(arco) Caetennio Tertio fecit M(arcus) Caetennius / Chilo coliberto santissimo»; «d(is) m(anibus) / M(arco) Caetennio Cluy / seroti M(arcus) Caeten/nius Antigonus / Iun(ior) patrono Mone)m(erenti) / f fecit) »; d(is) m(anibus) Caetenniae Proclae / coniugi carissimae / que vix(it) ann(os) XX / M(arcus) Aurelius Filetus / benemerenti titulu posuit». In un secondo periodo vennero praticati nella parete di fondo sepolcri per cadaveri interi : il primo per un Lucius Tullius Hermadion; il secondo, ancora più tardo, e con una iscrizione di sapore cristiano: «Siricius / annorum XXV / mesorum V / uxor fecit virgi/nio suo cum quo / bene vicsit a(nnis) VIIII ». Nel pavimento poi si conserva ancora un sepolcro chiuso da una grande lastra marmorea sulla quale si legge: «mire ispecio et castitati eius Aemiliae Gorgoniae quae vixit ann(is) XXVIII mes II d(iebus) XXVIII Dormias in pace coniugi dulcissime fecit». Sotto sono incise due colondee affrontate col ramoscello d'ulivo. A sinistra dell'epigrafe è rappresentata la defunta «anima dulcis Gorgonia» mentre attinge acqua, simbolo dell'eterno refrigerio. Le espressioni dell'iscrizione e i simboli attestano chiaramente la fede cristiana della defunta. Dunque anche in questo monumento, in origine pagano, furono poi sepolti cristiani : quasi certo un Siricius; inchibbiamente Aemilia Gorgonia. Contro la porta esterna del mausoleo dei Caetennii era addossato un sarcofago in marmo greco con due figure scolpite negli angoli, mentre nel centro del coperchio e del sarcofago stesso si leggeva: «d(is) m(anibus) Ostoriae Che / lidonis c(larissimae) f(eminae) Ostorii Eu