o dei Caetennii era addossato un sarcofago in marmo greco con due figure scolpite negli angoli, mentre nel centro del coperchio e del sarcofago stesso si leggeva: «d(is) m(anibus) Ostoriae Che / lidonis c(larissimae) f(eminae) Ostorii Euho/diani consulis / designati / filiae in / compara / bilis castita/tis et amoris / erga maritum / exempli femi/nae Vib(ius) Iolaus / a memoria imp(eratoris) Augusti / uxori». Il sarcofago venne aperto e fu trovato il cadavere di Hostoria Chelidone (Rondine) ancora imbalsamato, deposto sopra un sottile stato di calce idrovora; era avvolto in stoffa di porpora e ricoperto dal capo ai piedi da un tenue velo d'oro. Al braccio sinistro la defunta portava un bracciale in oro giallo a tutto tondo, un po' consunto dall'uso ma del peso di 75 gr . d'oro con tre facce decorate a sbalzo con crocette, figurine e piccole maschere, prezioso saggio di oreficeria di tipo siríaco.
Aderenre al mausoleo dei Caetenni fu costruito un piccolo monumento a vòlta, G, con una decorazione a cerchietti che ricorda quella del periodo più antico del mausoleo detto di Fannia Redempta. Caratteristico il fatto che le nicchie contenenti le olle con le ceneri vennero in seguito richiuse in muratura e questa poi intonacata e decorata.
Il più sontuoso dei mausolei è certamente quello H di una famiglia di liberti, cioè di quella nota «gene» romana dei Valerii che ebbe il suo palazzo sul Celio. Il
monumento si apre sopra uno spiazzo all'aperto in muratura a mattoni con nicchie per urne cinerarie. Di fronte si erge elegante la parete d'ingresso del monumento, in perfetta muratura a mattoni, divisa da lesene sostenute da basi attiche. Sopra la porta è situata l'iscrizione in marmo che dice: "C(aius) Valerius Herma fecit et / Flaviae T(iti) F(iliae) Olympiadi coniugi et / Valeriae Maximae filiae et C. Valerio / Olympiano filio et suis et libertis libertabusque posterisq(ue) eorum». Riadoperata in una tomba presso il sepolcro dell'Apostolo si rinvenne l'epigrafe: "d(is) m(anibus) / C(aius) Valerius Herma dum / vivo mihi feci et / Flaviae T(iti) f(iliae) Olympiadi coniugi». Tale iscrizione fu certo asportata al momento della costruzione della Basilica Costantiniana e del riempimento di questo mausoleo. L'interno del monumento è tutto intonacato in bianco, con le pareti occupate nelle zone superiori da nicchie alternate di forma e separate da ermule terminanti con teste maschili, con capelli lunghi, occhi profondamente incavati, corta barba e baffi spioventi, di tipo dacico; nell'interno le nicchie erano tutte finemente decorate, le piccole con menadi e satiri danzanti, le grandi con figurazioni maschili in toga o femminili in palla disposte su piccole basi, con calette superiori occupate dall'occorrente per scrivere, dal necessario per la tostetta femminile, da personificazioni della terra e di divinità acquatiche. Anche in fondo a destra, dove si apre un piccolo vano nel quale venne praticata una scala che saliva supcriormente, continua nelle nicchie la decorazione in stucco; in quella grande centrale è rappresentata la personificazione di Hypnos (il sonno) con ali da pipistrello, mentre nella calotta superiore due pottini pure con ali da pipistrelli scherzano con una cornucopia colma di steli di papaveri. Il figlio del proprietario il cui ritratto è in stucco dorato venne sepolto in un arcosolio in basso chiuso da una lastra di marmo con l'iscrizione seguente : «d(is) m(anibus) C(aio) Valerio Olympiano qui vixit annis III menses V dies XIII/ C(aius) Valerius Herma pater». Un'altra iscrizione marmorea ancora al suo posto ricorda un permesso di sepoltura concesso da Caius Valerius Herma. Nella nicchia centrale di questo mausoleo il p. Ferrua indich tracciate a carbone due rosse teste, una sotte l'altra, in una delle quali lesse PETRV (Il sepolcro di s. Pietro d di certo nella Basilica Vaticana, in Massaggero del 16 genn. 1952). Nell'ott. 1952 la prof. M. Guarducci ha ritenuto di poter leggere "Petrus rogs T XS HTS pro sanc(t)is hom(ini)bus Chrestianis (ad) co(r)pus tuum sep(ultis)». Ma le fotografie, sia a luce normale che a raggi ultravioletti e infrarossi, sia a luci monocromatiche, non permettono di leggere con sicurezza l'integrazione proposta. E, sopra, l'immagine, ritenuta dal p. Ferrua per quella di Paolo, fu identificata dalla Guarducci per G. Cristo. Nell'interno del monumento prima del rinterro furono riuniti alcuni sarcofagi, tra questi notevole quello con coperchio rappresentante il ritorno dalla caccia; il cartello con l'iscrizione e un busto col volto solo abbozzato. L'iscrizione incisa nel cartello e con l'ultima riga sul bordo superiore della cassa dice: «D(is) M(anibus) Valerinus Vasafulus vixit annis XXXI m(ennibus) IIII d(iebus) X h(oris) III Valeria Florentis coius fecit marito suo anime benemerenti d(e)p(ositio) eius idus a(e)pt(e)m(breu)». L'espressione «anime benemerenti» e l'indicazione della depositiou lo fanno supporre cristiano. Nella cassa riparata dagli antichi stessi e forse quindi riadoperata è la nota scena della caccia alle fiore.
L'ultimo monumento della serie fu scavato nell'anno 1946; esso si trova più o meno sotto il luogo dove sorge l'arco trionfale della Basilica Costantiniana, tra i due pilastri orientali della cupola michelangioleuca. Questo monumento fu eretto prima dei due che poi gli si addossarono, a oriente quello dei Valerii, a occidente l'altro dei Caetenni; ma la sua facciata fu demolita all'epoca costantiniana e sostituita da un muro esotinuo senza porta, più spesso e sporgente di quello primitivo. La vòlta venne pure in gran parte distrutta per il riempimento costantiniano; quanto ne resta mostra scomparti policromi con cornici in stucco; ma si scorgono avansi di una decorazione più antica che dovette essere anche nelle pareti e
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nel pavimento primitivo. Le sue pareti laterali contennero un grande arcosolio in basso per l'inumazione e sopra nicchie per le olle; più in alto a destra è dipinta una grossa anitra e a sinistra un pavone tra rose e viole. Nella parete di fondo in alto due cigni afferrano due fili di perle pendenti da un candelabro centrale; sotto è una grande nicchia absidata con conchiglia centrale e colonnine laterali in stucco, a destra e a sinistra due affreschi si riferiscono al mito di Alcesti e Admeto; a sinistra Admeto conforta la sua sposa Alcesti pronta a sacrificarsi per lui; a destra Ercole porta via Alcesti dall'Ade. Al disotto sono altre due nicchie per olle. Nel pavimento, in leggera ascesa da sud a nord, è conservata in gran parte la decorazione in musaico, in nero sul fondo bianco con il ratto di Proserpina e Mercurio Psicopompo.
Sempre più ad ovest dei mausolei finora descritti si presenta subito un altro mausoleo, L, che utilizza la parete del precedente monumento ad est, ma è anteriore a quello che lo segue ad ovest. Esso appartiene alla gens Caetennia, già nota come mostra l'iscrizione rinvenuta sulla parete esterna ancora a posto: «D. M. Caetenniae Hygiae quae visit ann. XXI d. XIII M. Caetennius Hymmus filiae pientissimae et M. Caetennius Proculus sorori karissimae fecerunt et sibi et libertis libertabusque suis posterisque eorum. H(oc) m(onumentum) h(eredem) n(on) s(equetur). H(uic) m(onumento) d(olus) m(alus) a(besto) ". L'iscrizione è inquadrata in una cornice in laterizio sormontata da un'ascia a destra, a sinistra, sempre in opera laterizia, è disposta un'anfora. Il paramento esterno è a mattoni arrotati con una cornice superiore in laterizio; nei due stipiti è la delimitazione del «locus religiosus», cioè XIIII piedi «in fronte» e XIX «in agro». Le lettere dell'epigrafe e la struttura permettono ascrivere il mausoleo verso la fine del sec. II d. C. L'interno, esaminato solo ad ovest, presentava la caratteristica decorazione divisa in tre scomparti, come il precedente mausoleo dei Caetenni, cioè arcosolio in basso e nicchie absidate per olle superiormente; nello scomparto superiore, nella muratura spezzata, apparve in un mattone la marca di fabbrica con i nomi dei consoli dell'anno 142 d. C. (CIL, XV, 1065). Il mausoleo venne occupato da nord a sud da un grosso muro d'imbrigliamento a blocchi di tufo nel momento della costruzione della Basilica Costantiniana. Ivi pure si incontrò un grosso muro del principio del sec. xvir composto a gettata con tufi, mattoni e una quantita di marmi spezzati. Tiberio Alfarano narra che nell'anno 1574, nel fare le fondazioni per un piccolo portico davanti all'altare maggiore, si rinvenne una sepoltura tutta di musaico con figure che parevano cavalli e che alla finestra di detto sepolcro era posta la seguente iscrizione: «D. M. Iulio Tarpeiano visit ann. I mes. VIIII diebus XXVII Iulia Palatina et Maximus parentes fec(erunt) lib(ertis) libert(abus) posterisq(ue) eorum. H(oc) m(onumentum) h(eredem) n(on) s(equetur) n (CIL, VI, 20293).
Il piccolo mausoleo M venne costruito in una ristretta area arretrata rimasta tra il monumento L dei Caetenni ad est, e quello seguente N degli Ebuzi, usufruendo anzi dai muri laterali preesistenti. Per lo stesso mezzo col quale T. Alfarano vide questo monumento, vi si penetrò durante i recenti lavori di esplorazione, cioè attraverso lo stesso foro nella vòlta. Il monumento M fu in origine a cremazione, come attestano le olle cinerarie rinvenute dietro l'intonaco della parete di fondo. In un secondo tempo però si cambiò il rito di sepoltura e nel pavimento vennero aperti sepolcri a inumazione, che dalle scene rappresentate nelle pareti appartennero probabilmente a cristiani per i soggetti ivi rappresentati in musaico. La decorazione in musaico posa sopra un letto di stucco di ca. 3 cm . di spessore, sul quale rapidamente venne abbozzato dall'artista il soggetto da comporre. Le tessere in smalto sono di differente modulo e presentano una limitata gamma coloristica costituita da giallo, rosso, verde con varie gradazioni, poco celeste, nero e solo qualche tessera in oro. Nella vòlta sul fondo giallo si intrecciano i tralci della vite partenti dai quattro angoli : in mezzo, sul carro tirato da quattro ardenti cavalli (due distrutti) ata Helios (il sole), col nimbo radiato; è il sim-
bolo di Gesù-Sole (Fr. Dölger, Sol Solutis, Gebet und Gesang in christlichen Altertum. Münster 1925, pp. 371373). La parete di fondo conserva solo lo stucco con le impronte delle tessere cadute; si discarne la scena del pescatore: un pesce ha abboccato all'uno mentre un secondo pesce fugge. E la scena simbolica a cui allude Clemente Alessandrino nel suo Inno a Cristo (Pedagogo, nn. 23-29); la stessa scena è nota nel sarcofago di La Gayolle in Francia e negli affreschi cimiteriali romani di S. Callisto e di Domitilla. Ad est qualche tessera e le impronte fanno chiaramente apparire la rappresentazione del profeta Giona gettato dalla neve e inghiottito dal mostro marino. A sinistra si distinguono le tracce del Buon Pastore con una pecora sulle spalle e del muso di una pecora in basso. L'importanza di questi musaici consiste soprattutto nel fatto che essendo certo precostantiniani sono i più antichi finora conosciuti a Roma, anteriori, ad es., a quelli rinvenuti dal p. Marchi nel cimitero di Bassilla sulla Salaria Vetere o degli altri in Priscilla.
Ad oriente, un po' a sud, è il mausoleo degli Ebuzi, N, di cui è visibile solo la facciata che conserva dentro una cornice in mattoni l'iscrizione originale: "d(is) M(anibus) M. Aebutius Clarito fecit sibi et libertis libertabusque suis posterisque eorum d(is) M(anibus) C. Clodi Romani q(ui) vis(i)l a(nnos) XIX, m(ensem) r, d(ios) XXI. L. Volusius Successus et Volusia Megiste filio dulcissimo emerunt in parte dimidia, et sibi posterisq(ue) suis lib(ertis) lib(ertabus) q(uae) p(osterisque) eorum h(uic) m(onumento) d(olus) m(alus) a(besto) ". Il monumento di poco posteriore a quello di Cetennia Hygia fatto da Marcus Aebutius Clarito servi per C. Clodio Romano, per Lucio Volusio Successo e per Volusia Megiste. Sempre ad ovest e sotto il lato meridionale della confessione scoperta di Paolo V è il mausoleo O, composto da una specie di recinto rettangolare all'aperto, parte in opera reticolata, e da una cella coperta. Sullo parete d'ingresso ancora a posto è l'iscrizione seguente che dai caratteri può risalire alla metà incirca del sec. II d. C.: «T. Matuccio Pallanti patrono optimo fecerunt Matucci (duo) Entinus et Zmaragdus linteari et sibi liberisque suis posterisque eorum et libertis libertabusque suis ". La muratura esterna è accuratissima con mattoni arrotati. A nord-est del recinto c'è una scala. L'interno del mausoleo ebbe il pavimento a mattoni. La vòlta invece venne demolita fin dall'età costantiniana. Le pareti furono decorate a intonaco con specchi gialli e porpora, in cui si aprivano le nicchie per le olle. Parte del mausoleo da nord verso sud venne poi occupato da costruzioni in muratura per sepolcri costruiti a basilica ultimata; alcune tombe in alto erano disposte a pochissimo spazio dalla base della statua di Pio VI, esistente nel centro della confessione. E evidente che tutto lo spazio immediatamente vicino al sepolcro di s. Pietro venne conteso per sepoltura a basilica ultimata. La scala all'angolo del mausoleo è contemporanea ad esso; nel sottoscale fu poi immesso un sepolcro a inumazione; ma la scala stessa venne troncata dai sepolcri praticati dal pavimento della Basilica; tra i frammenti marmorei rinvenuti si estrasse un titoletto della fine del sec. II, in cui si legge : «d(is) M(anibus) / T. Ma(t)uccio Demetrico q(u)i vis. ann. / XXIIII (men...) T. Ma(tucciu (S Herm)s/iscus co(lliber)tu(s) ".
Il mausoleo dei Matucci è come l'altro degli Ebuzi, nella fila più a nord; invece a sud dei Matucci vengono due monumenti contigui l'uno all'altro da est ad ovest, V e T.; essi vennero costruiti insieme e presentano molti caratteri comuni, non solo nella muratura ma anche nella distribuzione interna e nella decorazione. L'esterno dei due monumenti è a mattoni; i muri di fondo verso nord si appoggiano al muro di recinto dei Matucci, dimostrando di essere posteriori. La decorazione interna è distribuita allo stesso modo: cioè decorazione a uccelli, pavoni, galli; in U è effigiato un genio con testa nimbata e stella sulla fronte, che cavalca stringendo una fiaccola (lucifero). L'altro monumento T è detto di Trebeliana perché nell'interno della parete d'ingresso a sinistra è un'urna cineraria marmorea con l'iscrizione: «d(is) M(anibus) Trebelienae Flaccillae, Valeria Taecina metri dulcissim(ae) fecit n. La madre Valeria Taecina fu dello stesso
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(da Esplorazioni tolto la confessione di S. Pictro in Vaticano, I. Città del Vaticano, p. 113, fig. 163).
Vaticano - Pienta della Basilica Vaticana costantiniana con le parti di essa ritrovate durante i recenti scavi.
gruppo della famiglia diValerius Hermas. Tra le ceneri di una urna si è rinvenuta una moneta della prima età costantiniana.
Il mausoleo R fu in parte tagliato alla fine del sec. vi dalle fondazioni del muro interno della confessione semianulare; fu poi visto e in parte esplorato nel 1626 come l'adiacente mausoleo S quando allora furono gettate le fondazioni per le due colonne meridionali del baldacchino in bronzo di G. L. Bernini. Di tali ritrovamenti si hanno due relazioni del canonico Ugo Ubaldini, una in latino e l'altra in italiano (M. Armellini, Le chiese di Roma, $2^{2}$ ed., Roma 1891, pp. 700-18; H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom, $2^{2}$ ed., Berlino 1927, pp. 305-12). Il mausoleo S (ca. metà del sec. it) ebbe la porta demolita dai lavori di fondazione costantiniani e rimurata; l'interno fu adibito contemporaneamente per l'inumazione in basso (con arcosoli) e per le urne cinerarie in alto; anzi una parte della zona superiore ad ovest venne trasformata, in un secondo tempo, per sepolcri a inumazione : furono rinvenuti tre sarcofagi : nel primo era rappresentato il defunto quale Meleagro con Atalanta; sul coperchio delfini; contonne i corpi di un bambino e di una persona adulta, presso la quale si rinvennero un argento di Domiziano, sei bronzi di Marco Aurelio e Commado e un bronzo di Settimio Severo; il secondo sarcofago a strigili, alle testate ha due figure femminili, l'una in atto di suonare la lira, l'altra intenta allo studio. Il terzo sarcofago era per bambino. Nei lavori di fondazione, iniziati il 29 giugno 1626, vennero trovati subito sarcofagi e sepolcri a lastre di marmo; sotto un arcosolio si rinvenne una fossa profonda ca. m. 1.50 dal pavimento; tra le ceneri si raccolsero una moneta di Massimiano e una di Salonina moglie di Gallieno. In epoca posteriore tra T ed S fu immesso un sarcofago in travertino. I corpi allora rinvenuti furono collocati in un polìandro, cui fu posta una lamina plumbea con l'iscrizione: "Corpora santor(um) (p)rope sepulcrum S. Petri reperta cu(m) fundamenta effoderentur aeneis col(um)nis ab Urbano VIII super hoc forni(ce) erect(i)s hic (s)imul col. lec(t)a et re(po)sita a. 1626 2(8) iul(i)i». Altre lamine furono poste negli altri poliandri; quella del poliandro di nord est portava la data del 1626 , 17 augusti : e quella dei poliandri ad ovest del 1626, 12 septembris.
Ad ovest di S. è il mausoleo R, la cui facciata però
andò demolita dalla fondazione dell'abside costantiniana della Basilica; l'interno fu rovinato per l'immissione di sepolcri dal pavimento della Basilica, nella parete di fondo restano vestigia di nicchie e parte di una colonna scannellata; vi fu immesso un sarcofago con le immagini di s. Pietro e s. Paolo agli angoli (v. cimitero cristiano). Al di sotto del pavimento venne praticata una serie di tombe a inumazione fino a m. 2.10 di profondità. Su questo vano insisteva il pilastro di fondazione della colonna sudovest del baldacchino berniniano; per cui gli architetti della fabbrica riempirono il vano con quattromila mattoni. Ad un livello superiore, a nord di R, si rinvenne il vano R ${ }^{1}$ le cui strutture interne furono demolite dalla confessione di Clemente VIII; situato a soli 20 cm . sopra il suo pavimento composto di una gettata di opus signinum, il suo ingresso guardava l'oriente, si ritiene sia stato il solarium di R. Tra R e S fu dovuto lasciare uno spazio libero, perché vi era un ambitus per salire all'area all'aperto costituita a nord della tomba apostolica; era dunque una servitù costituita, a somiglianza della scala a sinistra del Mausoleo O dei Matucci. Il luogo restò all'aperto, e sopra la porta di accesso è rimasta traccia del piccolo tetto di protezione della porta stessa, mentre sulla parete esterna occidentale di S vennero praticati sedili (cf. A. Ferrus, Nelle grotte di S. Pietro, in Civ. Cult., 1941, III, pp. 358-65 sgg., 424-33 sgg.; id., Nuove scoperte sotto S. Pietro, ibid., 1942, iv, pp. 73-86, 228-41; id., Lavori e scoperte nelle grotte di S. Pietro, in Bull. della Commis. Archeol., 70 [1942], pp. 95-106; id., Un mausoleo della necropoli scoperto sotto S. Pietro, in Atti della Pont. Accad. rom. di Arch., $3^{2}$ serie, Rendiconti, 23-24 [1947-49], pp. 217-29; O. Perler, Die Mosaiken der Iuliergruft in Vatihan, Friburgo 1953).
IV. La Basilica di Costantino. - L'origine costantiniana della Basilica costruita sulla tomba di s. Pietro (tutta la questione del sepolcro dell'Apostolo è trattata alla v. PIETRO) è stabilita, dice il Duchesne, non tanto dalle notizie del Liber Pontificalis, nella biografia di Silvestro (I, p. 124), quanto dai monumenti stessi come dalla citata iscrizione niellata sulla croce d'oro posta da Costantino ed Elena e perciò non posteriore al 337 (A. Silvagni, Inscriptiones christionae urbis Romae septimo saec. antiquiores, II, Roma 1935, n. 4093). Si tenga però presente la recentissima osservazione di P. Franchi de' Cavalieri circa la data assai incerta della morte di s. Elena, che non si può ritenere avvenuta negli ultimi anni di Costantino (Constantiniana [Studi e testi, 171], Città del Vaticano 1953, p. 164). Inoltre nella copertura della Basilica furono messe in opera tegole col marchio di fabbrica "D(ominus) N(oster) Constantinus Aug(ustus) " (G. B. De Rossi, Instr. Chr., II, Roma 1888, p. 230). Nel 1882 A. Frothingham pubblicò uno studio sul musaico del sec. Iv posto nell'arco trionfale, distrutto nel 1325, dove era rappresentato l'imperatore Costantino in atto di offrire al Salvatore la basilica (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., $4^{2}$ serie, 6 [1882], p. 80 sg.); a lettere d'oro vi si leggeva l'iscrizione "Quod, duce te, mundus surrexit in astra triumphans, hanc Constantinus victor tibi condidit aulam" (A. Silvagni, op.cit., n. 4092). Alcuni hanno voluto vedere nel duce Cristo, ma il De Rossi e il Wilpert ritengono che il duce sia Pietro.
Una seconda iscrizione, che non è posteriore all'anno 350, era disposto nell'abside e trascritta nella silloge epigrafica di Einsiedeln: "Iustitiae sedes fidei domus aula pudoris / haec est quam cernis pietas quam possidet omnis / quae patris et filii virtutibus inciyta gaudet auctoremque suum genitorem laudibus sequat" (ibid., n. 4094). In essa venivano magnificati i meriti dell'imperatore Costantino e di suo figlio Costante che aveva condotto a termine l'edificio. G. Wilpert ritenne che anche l'epigramma trascritto dalle sillogi epigrafiche "in fronte basilicae Vaticanae "o "in imagine Constantini " con allusione alla guarigione da una lunga malattia fosse d'età constantiniana, contro le opinioni di L. Duchesne (Lib. Pont., I, p. cxili) e di T. Mommsen (Lib. Pont., p. xxxit, 6). Il Wilpert vide nell'immagine vaticana di Costantino la prima della serie di quelle da lui ordinate, come nelle sue monete d'oro e nel dipinto all'ingresso della sua reggia a Costantinopoli (La fede nella Chiesa nascente, Cit-
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tà del Vaticano 1938 pp. 205-207), Giustamente H. Grisar (Analecta romana, I, Roma 1899, p. 117) e A. Silvagni (op. cit., n. 4123) ritengono l'iscrizione assai posteriore, quando cioè era sorta già la leggenda costantiniana. Inoltre nell'abside si ammirava il musaico rappresentante il Salvatore assiso in trono che consegna la legge a Pietro; dall'altra parte s. Paolo. Questa scena ha costituito il prototipo per tutte le altre che si trovano ripetute anche nei sarcofagi. Nella parte inferiore il musaico rappresentava l'etimasia o preparazione del trono divino per il giudizio; nel centro l'agnello con i quattro fiumi del paradiso e dodici pecore, sei uscenti dalla città di Gerusalemme, rappresentanti la Chiesa uscita del popolo di Israele, sei dalla città di Betlemme, la Chiesa delle genti. Il musaico fu restaurato una prima volta dal papa Severino nell'anno 640 (Lib. pont., I, p. 329); una seconda volta da Innocenzo III (1198-1216) che vi aggiunse la sua immagine e la figura della Chiesa romana; fu distrutto insieme con l'abside nell'anno 1592.
Per tornare alla documentazione della Basilica constantiniana occorre aggiungere che nel 1607 nelle fondazioni del portico si rinvenne una medaglia d'oro che aveva da una parte l'effige di s. Pietro e dall'altra una crocetta con Costantino ed Elena indicati dai loro nomi. Varie sono le opinioni degli studiosi circa la data della costruzione della Basilica costantiniana. Nel sec. xviII G. Poleni ritenne più probabile per l'inizio della Basilica Costantiniana la data del 326, come quella dei vicennali Costantiniani (Memorie istoriche della gran cupola del Tempio Vaticano, Padova 1748). N.-M. Denis Boulet propose di porre l'inizio della costruzione della basilica tra gli anni 325-29 e la fine al 25 dic. 333 [A
des fouilles de St-Pierre, in Recherches de science , 34 [1947], pp. 385-406). Von Schönebeck pre-
per l'inizio dei lavori la data del 326 cioè quella dei vicennali di Costantino (Beiträge zur Religionspolitih des Maxentius u. Costantin, in Klio, Supplem., 30 [1930], p. 89) mentre W. Sexton propose il 333 , anno in cui furono cristiani tanto il prefetto dell'Urbe che i due consoli (Revue d'hist. des Religions, 1945 e Hypothèse sur la date de la basilique constantinienne de St-Pierre de Rome, in Cahiers archéologiques, 2 [1947], pp. 153-59). A. Piganiol seguì l'opinione di Poleni e di A. Alföldi per l'inizio della Basilica Vaticana al 326 (L'état actuel de la question constantinienne, in Historia, I [1950], pp. 8296). Il p. E. Kirschbaum mise in rilievo che nel 336, data della Depositio martyrum, la festa del 29 giugno si celebrava per s. Pietro "in Catacumbas", poiché la basilica era in piena costruzione in quell'anno ed essa non poté essere compiuta prima del 350 (Petri in Catacumbas, in Misc. lit. in honorem L. C. Mohlberg, I, Romi 1948, pp. 221-29). Un'ipotesi sul periodo di durata della costruzione della basilica fu emessa nel 1950 da E. Josi (Rend. Pont. Accad. Rom. di Arch., 2526 [1949-51], p. 4 e Comptes rendus de l'Acad des Inscr. et belles lettres, 1950, p. 434 sgg.), accettata da J. Carcopino (Revue des deux mondes, 15 ott. 1952; Etudes d'hist. chrét., Parigi 1953, p. 129). Tale ipotesi era sorta in seguito all'osservazione che nell'ara proveniente dal "Phrygianum", oggi nel museo del Laterano, studiata da O. Marucchi e da altri (v. bibliografia relativa in Esplorazioni, cit., p. 14 sgg.) si dichiarava che i sacrifici erano stati dovuti interrompere per 28 anni, e che pertanto questa interruzione poteva essere stata causata dalla costruzione della basilica. Occorre però tener presente che l'ubicazione esatta del "Phrygianum" non si conosce e che d'altra parte esso continuò ad esistere almeno fino al 390 , come è attestato dall'ara n. 503 di tale anno. La data d'interruzione, almeno dalle ore giunte fino a noi, l'olovrebbe fissarsi tra gli anni 319 (CIL, VI, 508) e il 350 (CIL, VI, 598), quindi si potrebbe immaginare che i lavori siano cominciati ca. quel tempo e terminati ca. il 350; l'iscrizione dell'abside ricorda infatti il figlio di Costantino che continuò l'impresa paterna. Si ha poi che nel Natale 353 il papa Liberio dette il velo in S. Pietro a Marcellina sorella di s. Ambrogio (Ambrogio, De Virginitate, III, I: PL 16, 231). Recentemente P. Franchi de' Cavalieri accetta con un forse la data del 333 per
l'inizio dei lavori e ne pone la fine molto tempo dopo la morte di Costantino (Constantiniana [Studi e testi, 171], Città del Vaticano 1953, pp. 119-20).
Dal piano stradale, mediante 35 gradini si saliva ad un ampio piazzale lastricato di marmi che immetteva, per mezzo di tre porte di bronzo, all'atrio composto da un quadriportico sostenuto da 46 colonne, lungo m. 62 e largo m. 56 . Nel mezzo del quadrato centrale disposto a giardino, donde la qualifica di Paradiso dato all'atrio, sorgeva il canthorus o fontana per le abluzioni. In seguito il papa Simmaco (489-514) decorò l'atrio con musaici. Nel medioevo poi esso fu abbellito con una serie di 12 affreschi rappresentanti la vita degli apostoli Pietro e Paolo. Secondo M. Cerrati essi non erano anteriori al 1258, cioè all'epoca di Alessandro IV. Dal portico si penetrava nella Basilica mediante cinque porte, delle quali tre immettevano nella navata centrale e le altre due nelle laterali. La porta di mezzo fu detta mediana, regia o scgentes per le lastre di argento di cui l'avevano rivestita prima Onorio I (625-38; Lib. Pont., I, p. 323) e poi Leone IV (847-55; Lib. Pont., II, p. 127); Eugenio IV nel 1445 vi pose quella in bronzo smaltato e dorato fusa dal Filarete che poi Paolo V fece adattare nel 1619 alla porta centrale della nuova Basilica (riprod. nel vol. V, p. 85). A destra della porta principale veniva la porta detta "romana" perché di solito usata dai romani, a differenza dell'altra più a nord detta "guidonea" dalle guide che vi conducevano i pellegrini. A sinistra della porta principale la porta seguente si diceva "ravenniana" perché di li entravano coloro che abitavano oltre il Te vere, i Toscani e Transpadani. L'ultima porta a sud era detta "un giudizio" perché di li si facevano passare i morti. L'interno della Basilica costantiniana era costituito da un'area rettangolare divisa nel senso longitudinale da quattro file di 22 colonne, formando così cinque navate: quella centrale aveva una larghezza di ca. 24 m .; le sue colonne avevano un'altezza di m. 9 con basi, capitelli corinzi e architravi; su di essi si ergeva un muro che giungeva all'altezza di m. 40 per sostenere il tetto; nelle pareti si aprivano undici finestre che illuminavano la basilica. I due alti muri della nave centrale ebbero una prima decorazione al tempo del papa Liberio (352366) che vi fece dipingere i medaglioni (immagini eliterate) con i ritratti da s. Pietro a Liberio stesso che portava il rumbo quadrato perché vivente. Questa serie dei ritratti dei vescovi di Roma, imitata in antico a Napoli, è la più antica di tutte, perché i medaglioni originali dell'antica basilica di S. Paolo sono d'un secolo posteriori. In S. Pietro Niccolò III (1277-80) aggiunse una seconda serie. Al di sopra dei medaglioni le pareti erano divise in tre scompartimenti; in quello superiore, tra le finestre, erano rappresentati i Patriarchi, i Profeti e gli Apostoli; le loro immagini misuravano 4 m . di altezza. Nei due scompartimenti inferiori vi erano 46 scene per lato di episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento: a destra 45 scene dalla creazione del mondo si passaggio del Mare Rosso, a sinistra altre 46 dall'Annunciazione alla Pentecoste. Le pitture furono restaurate al tempo di Gregorio IV (827-44); rifatte sotto papa Formoso (891-94), restaurate più volte in seguito, anche da P. Cavallini e da Giotto, secondo il Vasari. Le quattro navi minori erano larghe ca.: 9 m .; le colonne che le dividevano erano alte 6 m . e su di esse poggiavano archi e tutto sesto che nelle due navi interne raggiungevano m. 18, 50 di altezza, mentre le navi esterne erano alte m. 14. Le cinque navate terminavano verso l'abside con archi che immeritevano nella nave traversa o transetto, che misurava 18 m . di larghezza. L'arco al termine della navata centrale era sostenuto da due grandi colonne ed era rivestito dalla decorazione a musaico di cui già si è parlato. Gregorio di Tours segnala il numero straordinario di 100 colonne della Basilica Vaticana; il numero è esatto, come ha messo in rilievo B. Krautheimes, in The Art Bulletin, 31 [1949], pp. 211-13. Infatti le cinque navate erano divise da quattro file di 22 colonne ciascuna formando così 88 colonne, 8 erano le colonne nel transetto quindi 96 e 4 quelle in porfido che sostenevano il ciborio, complessivamente 100. Per le colonne del transetto basta vedere il disegno del van
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(dn H. Egger, Bünische Vedalra, I, Tieman 1922, ter. 20)
(dn H. Egger, Bünische Vedalra, 1. Tieman 1922, ter. 21)
In alto a sinistra: BASILICA DI S. PIETRO. Muro divanente di Pardo III per apparen la nuova dalla vecchia programma. Disegno di G. Grimaldi - Bibliomeo Ver., cod. Buro. int. 2031. I. 119. In alto a destra: ATRIO E FACCIATA dell'eroia basilica di S. Pietro (sec. 41er-44f), disegno di D. Tannilè (primi sec. 104), conservato nell' Abate Grimaldi. Il prospetto della facciata del sec. 10 è riprodotto alla voce ORIGGIOIO I - Archivio con di S. Pietro. In basso a sinistra: BASILICA DI S. PIETRO. Progetto della fabbrica del Bormioio. Disegno di Martino von Hennekenck (sec. 104). In basso a diano: FOLZZA S. PIETRO con l'addetto per la processione del Corpus Domini. L'uso di mettere una tenda sul percorso di tale processione risale a Pardo IV (1939-59). Sulla facciata a sinistra si vede il campanile del Bernini, demolito perché pericoloso. Dipinto di Jacob Iriakat von
Swanenburg (1842-46) - Roma, Collezione Hertziana.
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(fol. R. Sansaiol)

(fol. R. Sansaiol)
In alto: FIANCO SUD DELLA BASILICA DI S. PIETRO. Trasporto dell'obelisco per opera di Domenico Fontana ( 30 apr. - 10 setr. 1586) in seguito all'ordine dato da Sisto V. Affresco della seconda "Sala Sistina", eseguito sotto la direzione di Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1588-89) Biblioteca Vaticana. In basso: PIAZZA E BASILICA DI S. PIETRO con l'obelisco fatto trasportare da Sisto V. Riquadro del "Salone Sistino". Affresco eseguito sotto la direzione di Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1588-89) - Biblioteca Vaticana.
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# VATICANO
In alto a sinistra: PROGETTO DI MICHELANGELO per la basilica e la piazza di S. Pietro. Affresco della seconda «Sala Scolosa», eseguito sotto la direzione di Giovanni Gozza e Cesare Nebbia (1589-89) -Bildimena Vaticano. In alto a destra: LA CLIPOLA vista dai Giardini Vaticani. In basso a sinistra: LA PIAZZA DI S. PIETRO, eseguito da G. L. Bernini dal 1656 al 1666. La fontana è del Madroni, ma sistemata dal Bernini. In basso a destra: PARTE POSTERIORI della basilica di S. Pietro, con gli addici distratti in seguito alla sistemazione edilizia della Città del Vaticano, incensicolata nel 1929.
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In alto: FIANCO SUD DELLA BASILICA DI S. PIETRO. Trasporto dell'obelisco per opera di Domenico Fontana ( 30 apr. - 10 sett. 1586) in seguito all'ordine dato da Sisto V. Affresco della seconda "Sala Sistina", eseguito sotto la direzione di Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1580-89) Biblioteca Vaticana. In basso: PIAZZA E BASILICA DI S. PIETRO con l'obelisco fatto trasportare da Sisto V. Riquadro del "Salone Sistino", Affresco eseguito sotto la direzione di Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1580-89) - Biblioteca Vaticana.
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[^0]: In alto a sinistra: PROGETTO DI MICHELANGELO per la basilica e la piazza di S. Pietro. Allineato della seconda «Sala Santara», eseguito sotto la direzione di Giovanni Guerra e Cesare Malizia (1900-80) Biblioteca Vaticana. In alto a destra: LA CUPOLA vista dal Giardini Vaticani. In basso a sinistra: LA PIAZZA DI S. PIETRO, eseguito da G. L. Bernini dal 1858 al 1866. La fontana è del Madonne, ma sistemata dal Bernini. In basso a destra: PARTE POSTERIORE della basilica di S. Pietro, con gli edifici distrutti in seguito alla sistemazione edilizia della Città del Vaticano, incominciata nel 1929.
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A sinistra: VEDUTA AEREA DELLA PIAZZA E DELLA BASILICA DI S. PIETRO, dopo la benedizione pasquale "Urbi et Orbi, dellâ Pasqua del 1950. A destra: INTERNO DELLA TRIBUNA maggiore della basilica di S. Pietro durante una canonizzazione.
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Heemskerk, conservato nella biblioteca di Stoccolma ed edito dallo stesso Krautheimer. Il tetto è quello che subj più spesso restauri. I più antichi di cui si ha memoria furono quelli di Gregorio Magno (590-604), di Sergio I (688-701), di Adriano I (772-95) che fece venire le travi dai boschi di Spoleto; di Leone III (795-816), di Benedetto III (855-58), di Giovanni XXI (1276-77), Benedetto XII nel 1541, Gregorio XI nel 1372; e ancora di Pio II e di Sisto IV. Il Grimaldi misurò una trave d'abete calata nel 1605; essa era lunga 133 palmi, cioè oltre m. 20,50 . Il papa Damaso (366-84) dovette compiere una grandiosa opera di risanamento a monte della Basilica vaticana (v. più sotto: battistero). Dopo Damaso il primo papa di cui si conservi memoria di lavori compiuti al sepolcro di S. Pietro in Vaticano è Sisto III (432-40), il quale, secondo il biografo del sec. vi (Lib. Pont., I, p. 233), non solo adornò la Confessione - nome che appare per la prima volta - con diversi oggetti d'argento per un totale di 400 libbre, ma ottenne che l'imperatore Valentiniano III offrisse una composizione in oro tempestata di pietre preziose rappresentante il Salvatore coi dodici Apostoli e con la Gerusalemme celeste dalle dodici porte, soggetto analogo a quello offerto da alcuni sarcofagi cristiani scoperti in Vaticano, come quello ora al Museo del Louvre a Parigi. Lo stesso pontefice aveva ottenuto, sempre dall'imperatore Valentiniano, che rinnovasse il famoso ciborio o baldacchino d'argento dell'altare della Basilica Lateranense fatto da Costantino e asportato dai Vandali di Alarico. Forse gli stessi avevano danneggiato anche la Basilica vaticana e ciò spiegherebbe l'intervento di Sisto III presso Valentiniano per il sepolcro di Pietro in V. Il suo successore Leone I (440-61), dovette riparare i danni che il tremendo terremoto dell'anno 443 apportò alle due grandi basiliche del Vaticano e dell'Ostiense. Il Papa si era rivolto per il restauro della Basilica Ostiense a Galla Placidia, per la Basilica Vaticana ottenne l'aiuto del già prefetto e console ordinario Mariniano e della sua consorte Anastasia. E certo furono compiuti lavori anche sul sepolcro dell'Apostolo, perché il raccoglitore della silloge palatina trascrisse "in arca super corpus beati Petri" l'iscrizione di Rufo Vivenzio Gallo, di rango senatorio che in adempimento d'un voto aveva abbellito il sepolcro stesso (A. Silvagni, op. cit., n. 4125). Il Liber pontificalis si limita a scrivere che Leone I rinnovò dopo il terremoto - che viene chiamato fuoco divino - le basiliche del beato Pietro e del beato Paolo (I, p. 239). Se in questa Basilica Ostiense Leone I fu costretto a sostituire ben sedici colonne sulle quaranta della nave centrale e a rinnovare il retro, come attesta l'iscrizione commemorativa ancora conservata nel chiostro superiore, non indifferenti furono i danni nella Basilica vaticana, dove tra l'altro venne ridotta anche la decorazione in musaico della facciata costantiniana, come attesta un'iscrizione. Essa fu pure trascritta nella silloge palatina; vi si asserisce che l'ex prefetto ed ex console Mariniano, insieme con la sua nobile consorte Anastasia, in seguito alle istanze del papa Leone e per adempiere un voto fatto al beatissimo apostolo Pietro "fecero una fondazione per la facciata di S. Pietro" (A. Silvagni, op. cit., n. 4102). Infatti l'iscrizione fu copiata sulla fronte della facciata stessa presso il musaico dove era rappresentato Cristo in mezzo ai simboli dei quattro evangelisti. Più in basso fra le tre finestre erano rappresentati i ventiquattro seniori dell'Apocalisse disposti a gruppi di quattro. Il ${ }^{2}$ musaico venne poi restaurato al tempo di Sergio I (678-701), certo dopo il cosiddetto Concilio trullano dell'anno 1692 , perché, al posto dell'immagine di Cristo danneggiata, il Papa fece porre l'Agnello divino (Lib. Pont., I, ${ }^{1}$ p. 375). Un codice del sec. xi conservato nel noto collegio di Eton in Inghilterra, proveniente dalla celebre Abbazia di Farfa, contiene un disegno della facciata della Basilica Vaticana, con la rappresentazione dei musaici che la decoravano. Nella zona inferiore è disegnata la scena dei funerali di Gregorio Magno (H. Grisar, Analecta Romana, Roma 1899, tav. 10, riprodotta alla voce gregorio 1). Il musaico della facciata venne poi restaurato sotto Innocenzo III (1198-1216) ma senza subire alterazioni. Gregorio IX (1227-41) modificò la facciata; aprì in essa sei
grandi finestre trifore, tre più in alto e tre più in basso. Nel timpano fu aperta una finestra rotonda a rosone e in alto una croce marmorea, oggi nelle Grotte vaticane. Quanto alla decorazione musiva, in alto era il Salvatore in trono tra due personaggi, in cui alcuni riconoscono Mosè ed Elia, altri Pietro e Paolo; poi vi erano i simboli dei quattro evangelisti, più in basso tra le finestre quattro apostoli e sotto i ventiquattro seniori. Il papa Simmaco (498-514) restaurò il quadriportico e l'atrio di S. Pietro e fece l'oratorio di S. Andrea (Lib. Pont., I, pp. 261-62). Pelagio II (578-90) fece il pulpito nella basilica, come si leggeva nell'iscrizione dedicatoria che vi era incisa (G. B. De Rossi, Inscriptiones christ., II, pp. 21, 55). A Gregorio Magno si attribuisce la costruzione del presbiterio sopraelevato e la cripta semianulare, con relativo altare a blocco (Lib. pont., I, p. 312). L'altare del presbiterio sopraelevato fu rinvenuto nell'interno di quello di Callisto II. Esso aveva la sua fenestella disposta nel centro della parte occidentale (Explorazioni, cit., p. 173 sgg.). Onorio I costruì a sinistra all'inizio del portico una chiesa in onore del martire Apollinare di Ravenna (ibid., I, p. 323). Il papa Dono (676-78) rinnovò la pavimentazione dell'atrio propriamente detto o quadriportico. Giovanni VII ([v.], 705-707) costruì l'oratorio in onore della Madonna, splendente di marmi e di musaici e un documento di poco posteriore in chiama "Praesvpo"; fu demolito nel 1606 e disperso, l'iscrizione dedicatoria diceva "Alla beata madre di Dio fece il servo Giovanni indegno vescovo" (ibid., I, p. 385 ; G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 227). Gregorio III (731-41) ottenne dall'esarca (di Ravenna) Eutiche altre sei colonne vitinee che fece portare in S. Pietro e le dispuse tre a destra e tre a sinistra nel presbiterio davanti alla Confessione, vicino alle, altre sei antiche, dello stesso genere. Sopra alle dette colonne pose le travi rivestite di puro argento con le immagini da una parte del Salvatore e degli apostoli e dall'altra della Madonna e di Sante vergini e sopra ancora gigli e candelabri d'argento per un peso complessivo di 700 libbre (Lib. Pont., I, p. 417). Le colonne vitinee sono rappresentate in una pittura di Giulio Romano nelle stanze dette di Raffaello in Vaticano e nella sala del Cento giorni al Palazzo della Cancelleria. Il Cerrati ritiene che la rimozione delle colonne vitinee sia avvenuto circa l'anno 1544, sotto Paolo III, ma non è facile stabilire la data precisa di tale trasporto. Oggi otto delle colonne vitinee sono nelle leggie sopra le quattro grandi statue dei piloni della cupola; una è nella prima cappella a destra, cioè nella cappella dove si conserva la Pietà di Michelangelo, due ai lati dell'altare di S. Francesco nella cappella del S.mo Sacramento (J. B. Ward Perkins, The Shrine of St. Peter and twelve spiral Calamus, in Journal of Roman Studies, 1952, pp. 21-53). Stefano II (752-57) costruì la torre campanaria che rivestì in parte di lamine d'oro, in parte d'argento e vi pose tre campane per invitare il popolo agli uffici divini. Inoltre rinnovò il cantaro dell'atrio, circondato da otto colonne di porfido finemente istoriate e sorreggenti una cupola di bronzo dorato. Vicino alla basilica, oltre l'oratorio di S. Andrea nel luogo detto Mosileo, cioè mausoleo, adattò una chiesa in onore di s. Petronilla, per collocarne il corpo, e arricchì l'edificio con ornamenti e cesti argentei (Lib. Pont., I, pp. 454-55). Il fratello Paolo I (757-67) suo successore compì ivi la traslazione di s. Petronilla dal cimitero di Domitilla sulla Via Ardeatina (ibid., I, p. 464). Leone III (795-816) decorò il battistero ampliandolo in forma circolare, circondandolo di colonne di porfido, pose anche una colonna nel mezzo della vasca e sopra vi collocò un agnello d'argento da cui sgorgava l'acqua (ibid., II, p. 17) e fece molti altri lavori (ibid., pp. 14-17, 29-31). Pasquale I (817-24) costruì un grande oratorio in onore dei martiri Processo e Martiniano di cui aveva trasportato le reliquie dai loro sepolcri sulla Via Aurelia, deponendole in un sarcofago di porfido (ibid., II, p. 53). Gregorio IV (827-44) trasferì in S. Pietro le reliquie dei martiri Sebastiano, Tiburzio e Gorgonio (ibid., II, p. 74) e ne pose le reliquie sotto ciascuno dei tre altari secondari nell'oratorio da lui costruito per trasferirvi il corpo di s. Gregorio Magno, oratorio decorato di musaici ricordati da Gio-
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vanni Diacono (S. Gregorii M. Vita, IV, So: PL 75, 228); M. Andrieu ne ha indicata l'ubicazione esatta "ante novellum secretarium" (Le chapelle de St Grégoire dans l'ancienne basilique Vaticane, in Riv. Arch. crit., 13 [1936], pp. 6I-99). Gli altari di S. Sebastiano e di S. T. burzio sono ancora ricordati da Benedetto Canonico ca. il 1140 (Liber Censuum, ed. Fabro-Duchesne, II, p. 143). Sotto il pontificato di Sergio II (844-46) avvenne il saccheggio dei Saraceni, i quali non solo non risparmiarono la Basilica vaticana, ma profanarono lo stesso altore, come si legge nella biografia del suo successore papa Leone IV (847-55) il quale si prodigò in tutti i modi per riparare gli scempi perpetrati dai Saraceni; tutta la sua biografia è piena di donazioni offerte dal Pontefice in riparazione di quanto era stato trafugato (Lib. Pont., II, pp. ro6-109, 111-14, 116, 119, 121-23, 127-29, 153). Le notizie di restauri si fanno dopo il ix sec. sempre più scarse. Il card. Bosone nella vita di Innocenzo II (ibid., II, p. 380) ricorda come Pietro di Pietro Leone (Anacleto II) "tamquam sacrilegus predo " spogliò dei suoi tesori la Basilica vaticana, strappando persino il rivestimento prezioso del ciborio fatto da Leone IV (ibid., II, p. 121). Pietro Mallio attesta che Callisto II (1119-24) vedendo l'altare maggiore "nimia vetustate et lapidum percussionibus quodammodo violatum, optimis marmoribus vestit ed decoravit" e lo consacrò il 25 marzo 1123 (cod. Vat. lat. 6757, f. 15 in G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae, II, 1, Roma 1888, p. 233). Al ritorno dei papi da Avignone, Roma era ridotta in tanto squallore da non aver quasi più l'aspetto di una città; deserta era la città Leonina, in rovina erano le strade che conducevano alla Basilica vaticana, di cui lo stesso portico era cadente. Il papa Gregorio XI (137078), rientrando in Roma da Avignone il 17 genn. 1377, rimase atterrito nel veder lo squallore della città ridotta a non più di 20.000 abitanti; nel 1414 per la festa di s. Pietro il 29 giugno non fu possibile procurare una lampada da accendere davanti alla Confessione. Per avere un'idea di quello che con l'andar del tempo vi si era accumulato basta gettare uno sguardo alla pianta dell'antica basilica disegnata da Tiberio Alfarano (v.) canonico vaticano (1544-96). La pianta, eseguita nel 1571 (riprodotta al vol. I, tav. 64) è corredata da una descrizione che è fondamentale per lo studio dell'antico edificio, come hanno dimostrato G. B. De Rossi ed il Duchesne e più recentemente M. Cerrati che ne curò l'edizione critica (v. tav. fuori serie).
1V. Il Battistero. - La costruzione della imponente Basilica costantiniana aveva modificato il regime delle acque e queste avevano finito per invadere i tanti sepolcri che erano nel declivio del colle. Un epigramma del papa Damaso parla dei lavori da lui affidati al diacono Mercurio per captare nel colle Vaticano le vene d'acqua e utilizzarle per la fontana nell'atrio e il fonte battesimale (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 88-93). Che poi il battistero sia opera di Damaso è attestato da un altro epigramma dello stesso Papa: "antistes Christi composuit Damasus", tramandato dalla silloge di Lorach (A. Ferrua, ibid., pp. 93-94). Alla fine del sec. Iv il poeta Prudenzio celebra l'opera di Damaso (Peristephanon, XII, n. 31 sgg.; CSEL, 61, pp. 412-22). Tali versi vennero riferiti al battistero damasiano situato nella parte destra del transetto della Basilica, mentre invece, secondo la giusta osservazione del p. Ferrua (op. cit., p. 154), essi descrivono la sorgente scoperta dai lavori damasiani. Più tardi una conferma dei lavori di Damaso e del suo battistero si ha nei Gesta Liberii (PL 8, 1392 sgg. e Lib. pont., ed. Duchesne, I, p. ccxxit). A. Silvagni (op. cit., n. 4100) attribuisce al Battistero vaticano un carme in cui si ricordano lavori compiuti dai papi Bonifacio I e Celestino I (anni 422-32). Il papa Simmaco aggiunse al battistero tre oratori dedicati alla B. Croce, a S. Giovanni Battista e a S. Giovanni Evangelista, come quelli costruiti al Laterano dal papa Iloro, per lo sviluppo dei riti dell'iniziazione cristiana (Lib. Pont., I, pp. 261 e 266, nn. 20-22). Detti oratori, abbelliti dalle stesso Papa, sono ricordati nella descrizione della basilica del sec. viri e più tardi da P. Mallio e da
T. Alfarano (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., II, pp. 206, 227, 258 ).
Bial.: A. De Waal, Das Baptisterium des Papstes Damasus bei St. Peter, in Römische Quartalschrift, 16 (1902), p. 58 sgg; A. Ferrua, Dei primi battisteri parrocchiali e di quello di S. Pietro in particolare, in Civ. Catt., 1939, II, pp. 147-57.
VI. I SEMLERI DEI PAPI. - Come giustamente osserva il Duchesne, quando nel sec. vi furono scritte le biografie dei papi nel Liber pontificalis, si riteneva che i primi successori di Pietro fossero stati sepolti vicino alla tomba dell'Apostolo; ma allora non erano certo più visibili, data la costruzione della basilica costantiniana. Nel 1615 da alcuni si credette che fosse stato scoperto il sarcofago di Lino, perché nel copertizio insieme con altre lettere si trovò un LINUS; l'identificazione si mostrò molto inverosimile anche per la dizione latina, perché come è noto tutte le più antiche iscrizioni sepolcrali dei papi da Antero (236) a Gaio (296) sono in greco ad eccezione di quella di Cornelio ( 553 ). Il rev. dr. Ruysschaert della Biblioteca Vaticana nell'adunanza del 9 luglio 1953 della Società dei cultori dell'Archeologia cristiana in seguito allo studio della biografia di Anacleto nel Liber Pontificalis, in cui viene attribuita a questo papa l'erezione di un'area sepolcrale per i vescovi di Roma, propose di riconoscere nelle undici tombe rinvenute nel campo P. ad eccezione di 5 , i sepolcri degli undici successori di s. Pietro indicati nel Liber Pontificalis come deposti in V. presso il corpo di s. Pietro. Con Leone I si iniziò una nuova serie di papi deposti in S. Pietro; dopo di lui, durante cinque secoli, ca. settanta papi vi vennero sepolti in luoghi diversi. Infatti lo stesso Leone I venne deposto fuori della Basilica, presso la Sacristia; per cui nel suo carme sepolcrale è detto ianitor arcis (A. Silvagni op. cit., n. 4148). Ivi rimase per 227 anni sino al 688, quando Sergio I lo trasferì nel portico presso la facciata. Poiché la tomba era stata forse profanata dai Saraceni, Leone IV la portò nell'interno al lato meridionale della nave trasversa, presso una porta d'uscita. Presso il suo sepolcro Pasquale II trasportò i resti dei papi Leone II. III e IV che furono poi ritrovati nel 1580 da Gregorio XIII e rimossi da Paolo V nel 1607 e poi di nuovo nel 1715 collocati sotto l'attuale altare dedicato a Leone I decorato col rilievo di Alessandro Algardi (1602-54) rappresentante l'incontro tra