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e furono poi ritrovati nel 1580 da Gregorio XIII e rimossi da Paolo V nel 1607 e poi di nuovo nel 1715 collocati sotto l'attuale altare dedicato a Leone I decorato col rilievo di Alessandro Algardi (1602-54) rappresentante l'incontro tra Attila e Leone I. Papa Simplicio (468-83) fu deposto nel portico anteriore della Basilica come Gelasio (492-96), Anastasio II (496-98), di cui si conosce l'iscrizione sepolcrale metrica (ibid., n. 4149); Simmaco (498-514); Ormisda (514-23) sepolto nel pavimento del portico (ibid., n. 4150) e di cui pure fu trascritto il carme sepolcrale tra i poemi di Alcuno nel sec. Ix. Nel portico fu pure la tomba di Giovanni I (523-26); la sua iscrizione metrica ci è nota da un monoscritto della Biblioteca nazionale di Parigi (ibid., n. 4151); anche di Felice IV (526-30) ci è noto il testo (ibid., n. 4152), come del suo successore Bonifacio II (530-32) del quale si conserva un frammento del marmo nelle Grotte Vaticane (ibid., m. 4153), di Giovanni II (533-35) si conosce pure l'iscrizione (ibid., n. 4154). Sempre nel portico fu sepolto Agapito (535-36). Divonti alla Sacristia furono deposti Pelagio I (556-61) di cui le raccolte epigrafiche tramandarono il carme sepolcrale (ibid., n. 4155), Giovanni III (561-74) e Benedetto I (575-79). Nel portico sotto il pavimento fu la tomba di Pelagio II (579-90) e di Gregorio I ([v.] 590-604) il "console di Dio" del quale l'elogio marmoreo ricorda che inviò missionari per la conversione degli Angli (ibid., n. 4156). I suoi resti furono traslati poi da Gregorio IV (827-24) e questa traslazione è rappresentata nel codice di Eton, già ricordato. Di Sabiniano (604-606), sepolto davanti alla Sacristia, oltre l'intero testo conservato nelle raccolte epigrafiche si conserva un frammento nelle Grotte Vaticane (ibid., n. 4157). Di Bonifacio III (606607) pure è noto il testo del carme (ibid., n. 4158), come anche di Bonifacio IV (608-15; ibid., n. 4159), di Deusdedit (615-18; ibid., n. 4160), di Bonifacio V (619-25; ibid., n. 4161), di Onorio (625-38; ibid., n. 4162). Mancano invece i carmi di Severino (640) e di Giovanni IV (640-42) deposti sempre nel portico, come Teodoro

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PIANTA DELL'ANTICA BASILICA DI S. PIETRO inserita in quella a croce greca di Bramante-Michelangelo, disegnata da Tiberio Alfarano ( 1589 ), pubblicata a Roma nel 1590. L'originale del 1571, conservato nell'Archivio capitolare di S. Pietro, è riprodotto al vol. I, tav. 64 - Exemplare della Biblioteca Vaticana.

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(642-49) di cui si conosce solo l'inizio del carme; Eugenio I (654-57), Vitaliano (637-72), Adeodato (672-76), Dono (676-78), sepolti in Vaticano, di cui non conosciamo le iscrizioni; invece è conservata quella di Agatone ( 978 681: G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 52); manca quella di Leone II (682-83). Sono noti i carmi di Benedetto II (684-85: G.B. De Rossi, op. cit., II, p. 129), di Giovanni V (685-86: ibid.); è ignoto quello di Conone. La sepoltura di tanti popi nel portico fece dare a questo la denominazione di portico dei pontefici. Ma i sepolcri erano tanti che stavano addossati gli uni agli altri. Così Sergio I (687-701) volle mettere in evidenza la tomba di Leone Magno, nascosta in mezzo alle altre, come dice nell'iscrizione metrica, e la volle esporre alla pubblica venerazione (Lib. Pont., I, 373; G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 36 ).

Forse Sergio I rimosse anche le tombe di Simplicio, di Golasio I e di Simmaco perché la loro esistenza è ricordata ancora nel sec. xi.

Sergio I è ricordato come sepolto nel portico in Vaticano (Lib. Pont., I, p. 376) come Giovanni VI (701705: ibid., I, p. ccxix). Ma Giovanni VII (705-707) volle essere deposto nella basilica, presso il sontuoso altare da lui eretto alla Vergine (G. B. De Rossi, I mussiis ecc., Roma 1899, tav. 20). Di Sisinnio (708) e di Costantino (708-13) non sappiamo con esattezza l'ubicazione dei loro sepolcri in Vaticano. Gregorio III (731-41) fu sepolto a destra dell'altare maggiore e si conosce un solo verso del suo carme sepolcrale. Zaccaria (741-52) è indicato nel portico, ma si ritiene sia quello interno della Basilica; altrettanto deve dirsi per Stefano II (752-57). Il papa Paolo I (757-67) fu sepolto nell'oratorio di S. Maria detto «ad grada» presso i gradini, nell'atrio della Basilica; oratorio che egli aveva restaurato e abbellito con mussici. Anche Stefano III (768-72) fu sepolto in Vaticano, ma non sappiamo dove. Adriano I ([VII] 772-95) venne deposto nell'interno della basilica, presso il luogo dov'era stato traslato il corpo di Leone I. La sua lastra sepolcrale, in marmo nero delle cave di Sabié (Tours), contiene il carme che, come si ritiene, Carlomagno fece scrivere da Alcuino; oggi la lastra è murata nella parete sinistra dell'atrio della nuova basilica. Sempre nell'interno della Basilica fu pure la tomba di Leone III (795-816): (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, Roma 1888, p. 201). Nel sec. xir Pasquale II (1099-1118) trasportò il suo corpo insieme con quelli di Leone II e Leone IV dov'era il monumento di Leone I. Stefano IV (816-17) fu sepolto, sembra, davanti alla basilica, perché così è indicato nel sec. xir. Di Stefano IV (816-17) non si è conservata memoria della sua tomba, che fu nella basilica. Quanto al sepolcro del suo successore Pasquale I (817-24), il Duchesne ritiene che fosse nell'interno della basilica, in una delle due cappelle da lui fondate o in quella dedicata ai martiri Processo e Martiniano o l'altra dei SS. Sisto e Fabiano, cioè poco lontano dal cancello che conduceva nella cripta (Lib. Pont., II, p. 68). Non si ha notizia circa le sepolture di Eugenio II (824-27), di Vitaliano (827) e di Gregorio IV (827-44). La tomba di Sergio II (844-47) fu posto presso l'altare dei SS. Sisto e Fabiano e Pietro Mallio nel sec. xir ne tramandò il carme sepolcrale (G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 213). La tomba primitiva di Leone IV (847-55) è sconosciuta; essa fu riunita nel sec. xir dal papa Pasquale II a quella di Leone II. Benedetto III (855-58) fu sepolto presso la porta principale della basilica, come è accennato nel suo carme sepolcrale copiato da Pietro Mallio nel sec. xir (ibid., II, p. 214). Niccolò I (858-67) fu deposto poco lontano dal suo predecessore, vicino alla porta detta del Giudizio o dei Morti (A. Silvagni, op. cit., tav. 2, 7). Adriano II ([v.] 867-72) vicino alla Sacristia e Pietro Mallio ne ha tramandato il carme sepolcrale; come quello di Giovanni VIII (872-82) sepolto li presso (G. B. De Rossi, op. cit., II, 216; A. Silvagni, op. cit., II, p. 8). Marino (882-84) fu sepolto nel portico, tra la Porta Argentea e la Porta Romana; Pietro Mallio che ne copiò il carme ritenne che si trattasse d'un papa di nome Giovanni (G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 215). Nel portico fu pure la tomba di Stefano V (885-91) e il testo si conosce da Pietro Mallio (ibid., p. 214).
come quello del papa Bonifacio VI (896), di cui il Mallio ha conservato un solo verso (ibid., p. 215); Stefano VI (896-97) venne deposto dinanzi alla basilica; il suo carme sepolcrale, copiato da P. Mallio, fu composto per ordine di Sergio III (ibid., p. 215). Giovanni IX (898-900) fu deposto dinanzi alla chiesa, presso la porta delle Guide e il testo ci è conservato da P. Mallio (ibid., p. 216); Benedetto IV (900-903) venne deposto presso l'adito che andava a S. Gregorio de Polatio (ibid., p. 217); Pietro Mallio ha conservato il testo dell'iscrizione, mentre di quella di papa Cristoforo (903-904) trascrisse un solo verso (ibid., p. 217). Sergio III (904-11) ebbe sepoltura tra la Porta Argentea e la Porta Romana e Mallio conservò il testo del carme (ibid., p. 212), come di quello del suo successore Anastasio III (911-13) senza indicare il luogo della sepoltura (ibid., p. 217). Poi si ha un intervallo perché i papi vennero deposti al Laterano. Giovanni XIV (983-84) fu sepolto nel portico presso la porta del Giudizio e vicino alla tomba di Giovanni VIII. P. Mallio ci fa conoscere il testo del suo carme (ibid., p. 216). Vicino al papa Pelagio I fu deposto Gregorio V ([v.], 997-98), con carme sepolcrale che si conserva quasi intatto nelle Grotte Vaticane (A. Silvagni, op. cit., tav. 4, 1). Il suo sepolcro fu aperto nel 1607; i resti furono deposti in un sarcofago cristiano venuto fuori durante i lavori di prolungamento della basilica, che fu trasportato nelle Grotte Vaticane, dove può vedersi. Leone IX (1048-54) fu sepolto vicino alla porta detta Ravenniana in un sarcofago marmoreo (G. B. De Rossi, op. cit., II, pp. 214, 220). Di lui si conoscono due iscrizioni sepolcrali, delle quali una inserita nella vita di Guiberto di Toul. Il suo sepolcro fu ritrovato nel 1606. Eugenio III (1145-53) fu deposto sopra la tomba di Gregorio III nell'oratorio della Vergine, da questi costruito nella Basilica Vaticana (v. iscrizione alla v. orecchio III). Si conosce il testo del suo carme sepolcrale. Il suo successore Adriano IV (v.) volle esser deposto vicino (ibid., II, 201); per lui fu adoperato un grande sarcofago pagano in granito rosso egiziano, con bucrani, festoni e Gorgonezze. Il sarcofago fu trasportato nel 1606 nelle Grotte Vaticane. Gregorio IX (1227-41) fu sepolto in Vaticano, come Celestino IV (1241), ma dei loro sepolcri non si ha traccia. Niccolò III (12771280) fu deposto nella cappella da lui stesso eretta nella parte settentrionale della basilica, ora nelle Grotte Vaticane, in un sarcofago cristiano, scoperto nel sec. xvi durante i lavori per la nuova basilica: appartiene alla fine del sec. iv e rappresenta la consegna della legge a s. Pietro. Onorio IV (1283-87) fu sepolto presso Niccolò III, ma quando sotto Paolo III venne distrutta questa parte della basilica antica, questi fece trasportare il sepolcro in S. Maria in Aracodis sul Campidoglio, presso quelli dei genitori Luca Savelli e Vanna Aldobrandesca, utilizzando il sarcofago di questa e ponendovi per coperchio quello originario del Papa. Il monumento però fu, nel 1727, ridotto nello stato attuale. Bonifacio VIII (1294-1303) fu sepolto nella cappella da lui stesso fatta erigere da Arnolfo di Cambio, venuto espressamente a Roma e che costruì anche la tomba del Pontefice (riprod. al vol. II, tav. 109). La cappella fu demolita nel 1603 e allora, aperto il sepolcro, si riconobbe la figura imponente del Pontefice, con pallio, pianeta, mitra e anello con zaffiri. Il sarcofago fu trasportato nelle Grotte Vaticane, dove ora si conserva. Urbano VI (1378-89) fu sepolto a sinistra dell'abside. Per il suo sepolcro fu utilizzato un sarcofago romano del sec. III che sul fronte porta una scena nuziale; nella fronte opposta venne scolpito s. Pietro che consegna le chiavi a Urbano VI (v.). L'iscrizione metrica è nota solo da trascrizioni; l'originale è andato perduto, come il coperchio del sarcofago e le decorazioni. Perduta è anche ogni memoria della tomba di Bonifacio IX Tomacelli (1389-1404) che era a sinistra dell'abside, mentre di Innocenzo VII (1404-1406) il sepolcro, in origine nell'oratorio di S. Tommaso, oggi nelle Grotte Vaticane, contiene sul coperchio la lastra fatta eseguire dal papa Niccolò V. Eugenio IV (1431-47) venne deposto nella nave sinistra della basilica, presso l'arco trioriale. Rimosso il sepolcro nella costruzione della nuova basilica, fu trasportato nel chiostro della chiesa di S. Salvatore in Lauro, ma il carme sepolcrale è noto solo dalle

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copie. Del grandioso monumento sepolcrale di Niccolò V (1447-55), che in origine stava nella nave sinistra vicino alla porta della sacristia, resta nelle Grotte Vaticane il solo sarcofago col carme sepolcrale dettato da Pio II (riprod. al vol. VIII, tav. 116). Callisto III (1455-58) ebbe un bel monumento sepolcrale nella vecchia sacristia di S. Pietro, cioè nel primo dei mausolei rotondi, situati a fianco della basilica. Il monumento, opera di Antonio da Binasco, fu rimosso nel 1586 per il trasporto dell'obelisco; i resti del Papa posti nell'interno della basilica, dietro gli organi, vi rimasero insieme con quelli di Alessandro VI, fino al 1605 , quando furono trasportati nella nave sinistra in un nuovo monumento e nel 1610 in S. Maria in Monserrato, chiesa nazionale spagnola. Pio II (1458-64) fu sepolto nella seconda navata sinistra della basilica, vicino al tabernacolo di S. Andrea, da lui fatto costruire. Ma il corpo fu trasportato nel 1623 in S. Andrea della Valle. Grandioso era il monumento marmoreo di Paolo II (1464-71), opera di Giovanni Dalmata e di Mino da Fiesole, in origine situato presso la porta della vecchia sacrestia, vicino all'attuale pilone di S. Andrea; fu poi trasferito nella nave detta del Sudario; ma venne disfatto e disperso; gran parte dei pezzi furono portati nelle Grotte, poi nel Museo Petriano, ora di nuovo nelle Grotte (riprodotto al vol. IX, tav. 54). Sisto IV ([v.], 1471-84), ebbe il più artistico monumento dell'antica basilica nel tumulo bronzeo di Antonio Pollaiuolo. Stava nelle cappella del coro fatta costruire dallo stesso Sisto IV a sinistra dell'ultima navata meridionale della basilica. Mutò più volte di posto, ora è nelle Grotte Vaticane. Per Innocenzo VIII (1484-92) fuse il monumento lo stesso Pollaiuolo, situato presso il pilastro dell'arco trionfale, vicino all'oratorio di S. Lucia. Rimosso nel 1507 per la costruzione dei piloni della cupola, fu posto, modificato dalla disposizione originaria, nel secondo pilastro di sinistra della nuova basilica nel 1621, a cura del principe Alberico Cibo Malaspina, Alessandro VI (14921503), ebbe sepoltura nel mausoleo rotondo presso la Basilica Vaticana, come lo zio Callisto III, poi in S. Maria in Monserrato. Pio III (1503), fu sepolto nella nave sinistra della vecchia basilica, presso la Porta del Giudizio; fu trasferito in S. Andrea della Valle nel 1614. Giulio II (15031513) fu deposto nella cappella del coro di Sisto IV; la tomba fu profanata nel sacco di Roma del 1527. Il monumento erettogli da Michelangelo è in S. Pietro in Vincoli. Anche Leone X (1513-21), fu sepolto in S. Pietro presso l'antico altare di S. Abbondio, ma nel 1544 fu trasportato nella chiesa della Minerva, dove poi fu traslato anche Clemente VII (1534). I papi sepolti nella nuova Basilica di S. Pietro o nelle Grotte, da Paolo III (1539) e Pio XI (1939), hanno tutti sontuosi monumenti nella Basilica (cf. F. Gregorovius, Le tombe dei Papi, vers. it., $2^{\mathrm{a}}$ ed. riveduta e ampliata da Ch. Hülsen, Roma 1931; G. Turcio, La Basilica di S. Pietro, ivi 1946).
VII. Il cimitero cristiano. - La Basilica Costantiniana essendo basilica cimiteriale, al di sotto del suo pavimento ebbe un vero cimitero come nelle altre basiliche cimiteriali in catacumbas, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Agnese. Detto cimitero riapparve grazie ai lavori di abbassamento del livello delle Grotte Vaticane, ordinato dal papa Pio XII, subito al disotto del pavimento della basilica costantiniana. Esso risultò composto o di formae murate rivestite di tegole o di lastre marmoree a due o più piani coperte da tegoloni a doppio spiovente ovvero sarcofagi semplici o scolpiti, proprio come nel cimitero descritto da P. Styger sotto la basilica Apostolorum in catacumbas (Il monumento apostolico della Via Appia, in Dito della Pont. accad. rom. di arch., $2^{\mathrm{b}}$ serie, 13 [1918], p. 9 sgg.). Anche qui nei sarcofagi i cadaveri erano avvolti in lini e fasciati in bende incrociate, posando sopra un leggero strato di calce viva; si è pure rilevato lo stesso impiego di essenze balsamiche resinose. A. Bosio, riproducendo nella sua Roma sotterranea ben 29 tra sarcofagi o loro coperchi scolpiti, dichiara che essi «dalle rovine del Cimitero Vaticano (come reliquie di tanto naufragio patito) sono sopravanzati; oltre a quelli che in numero infinito altre volte si sono scoperti; et hoggidi ancora si vanno scoprendo»; di alcuni il Bosio indica con precisione gli anni del rinvenimento (1575, 1590, 1592, 1607; Roma sotterranea,

Roma 1632, p. 105). Ad ovest del sepolcro dell'Apostolo si rinvenne il sarcofago di Giunio Basso (v.) prefetto di Roma del 359; a nord del sepolcro fu trovata l'iscrizione di Ebentius avvocato consolare e governatore di Vienna, fedele ad Onorio contro l'usurpatore Costantino III, m. in Roma nel 407 (Explorazioni, cit., pp. 172, 192 e tav. 71; H. Marrou, L'épithaphe Vaticane du consulaire de Vienne Eventive, in Revue des études anciennes, 54 [1952], pp. 326-31). Dei sarcofagi rinvenuti al tempo del Bosio durante i lavori per la nuova Basilica, alcuni sono nel museo Cristiano Lateranense, alcuni al museo del Louvre a Parigi; nelle Grotte Vaticane sono quello di Giunio Basso, il già Lateranense 174 (riprod. al vol. VI, tav. 18) ed anche quelli rinvenuti nelle recenti esplorazioni, come il sarcofago postcostantiniano con i basti di due coniugi al centro e i due principi degli Apostoli alle estremità (Explorazioni, cit., pp. 81, 84 e tavv. 24 b, 27 b, 28); il sarcofago addossato al mausoleo degli Ebuzi con scene di Giona e dei tre fanciulli nel coperchio, e nella cassa il miracolo della fonte, l'annunzio della triplice negazione con il «signum Christi» (主) nel rotolo tenuto da G. Cristo, Mosè che riceve la legge, Daniele e il drago, la guarigione del cieco nato, l'orante tra i due Apostoli, la guarigione dell'emorresca, il sacrificio di Abramo, la cattura di s. Pietro che ha il rotolo con lo stesso主; la resurrezione di Lazzaro (Explorazioni, cit., p. 37. tav. 7); inoltre due sarcofagi con oranti, una con l'orante in un'obsidio; e i due principi degli Apostoli alle due estremità. Infine il prezioso coperchio di sarcofago di età costantiniana con la vendita di Giuseppe (v.) Ebreo e l'Epifania con la croce latina dietro la Madonna (riprod. alla v. croce; cf. L. De Bruyne, Importante coperchio di sarcofago crist. scoperto nelle Grotte Vaticane, in Riv. arch. crist., 21 [1944-45], pp. 249-80), il sarcofago degli Anicii, ecc. Le iscrizioni, rinvenute sia ai tempi del Bosio che posteriormente, sono state edite da A. Silvagni (Inscriptiones christianae, II, 2, Roma 1935). Da esse si può avere un'idea delle varie categorie di persone che vi furono sepolte. Nel 380 vi fu sepolto «un Eustojius v(ir) c(larissimus) » (ibid., n. 4166); nel 384 il praefectus urbi Valerio vi depose la moglie «clarissimae memoriae femina» (ibid., n. 4168); nel 452 vi fu sepolta una «Fabiaia c(larissima) f(emina) " (ibid., n. 4175); in uno degli anni 432, 437, 466 o 454 vi si depose una "Paula inl(ustris) fem(ina) " (ibid., n. 4176); una "Czecilia Furia c(larissima) f(emina) " morta il 10 genn. 414 (A. Ferrua, Lavori e scoperte, in Bull. comun. arch. Govern. di Roma, 1942, p. 96); nel 444 o nel 493 una "Mustila sp(ectabilis) f(emina) " (Silvagni, op. cit., n. 4178); nel 511 una Albina c(larissima) p(uella) " (ibid., n. 4182); nel 516 un "Titianus v(ir) s(pectabilis)» (ibid., n. 4183); nel 523 un "Petrus Romae ex tribunus voluptatum v(ir) sp(ectabilis) vicarius urbis " per concessione del papa Ormisda e al tempo di Trasmondo presposto della basilica (ibid., n. 4184); inoltre vi furono sepolti una "Gabinia Gaudentia h(onesta) f(emina) " (ibid., n. 4208); una "Porfotius c(larissima) f(emina) " (ibid., n. 4208 A). "Ad sanctum Petrum Apostolum ante regia in porticu columna secunda, quomodo intramus sinistra parte virorum " ebbero sepoltura "Lucillus et Ianuaria h(onesta) f(emina)" (ibid., n. 4213); e ancora nel portico fu posto un senatore (ibid., n. 4234). Nel 536 vi fu deposto un "Iohannia v(ir) h(onestus) olografus propine Isidor" (ibid., n. 4185); nel 577 un "Eugenius notarius" (ibid., n. 4187), un "Iohannis Alicensis " cioè di Salemi (ibid., n. 4179); una "Helpis dicta fui Sicula regionis alumnae" (ibid., n. 4209), una "Mala requiescet in somno pacis" nel 432, "accepta apus Deum" (ibid., n. 4173). Una "Baleria Latobia h(onesta) f(emina) " (ibid., n. 4226); un "Aelius Felicianus" si fece la sua "domus eternalis" (ibid., n. 4229). Nel 435 vi ebbe sepoltura un'Aurelia Gemina a cura di un diacono Felice (ibid., n. 4174); nel 563 un "Marcellus subdiaconus regionis sexta" per concessione del papa Giovanni III (ibid., 4186); inoltre Eutichete notario della Chiesa romana e un Pietro suddiacono "sancre ecclesiae romane regionis) primae" (ibid., n. 4202). Sepolture cristiane furono calate dalla basilica anche nei mausolei, ad es., in quello dei Matucci. Ivi nella parete di fondo e in quella

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di destra vennero praticate tre file di sepolcri fino quasi all'altezza della vòlta e tre grandi tombe a cappuccina di cui una fu veduta nel 1822 quando fu collocata la statua di Pio VI (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., $1^{2}$ serie, 2 [1864], p. 50, n. 4; cf. anche Esplorazioni, cit., pp. 52-53). Ceadwalla re del Wessex, venuto a Roma e battezzato col nome di Pietro nel 689 da Sergio I, morto pochi giorni dopo, fu sepolto nell'atrio della basilica (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, Roma 1888, p. 70, n. 4). Cosi pure nell'atrio di s. Pietro (n. 165, F nella pianta di T. Alfarano, a sinistra) fu deposto in un sarcofago di porbilo l'imperatore Ottone II m. il 7 dic. 983 (C. M. Kaufmann, Das Kaisergrab. in den Vatikanischen Grotten, Friburgo 1903; H. Grisar, Il sepolcro dell'Imperatore Ottone II nel paradiso dell'antica Basilica Vaticana, in Civ. Catt., 1904, 1, pp. 463-73). Cencio prefetto di Roma fu sepolto nell'atrio della basilica nel 1077 (II. Grisar, La tomba del prefetto nel Paradiso di S. Pietro, in Civ. Catt., 1904, II, pp. 202-203). In vari tempi molte tombe furono rinvenute dietro l'attuale basilica nella collina, fin dove sorge il palazzo del Governatorato; G. B. De Rossi a proposito di un'iscrizione del 352 (Silvagni, op. cit., n. 4201) attesta che essa fu rinvenuta \& ex uno subdialium sepolcrorum quorum quidem multa vestigia vidi s (Inscr. christ., Roma 1857-61, n. 112); dallo stesso luogo proviene la bella epigrafe dogmatica dell'anno 403 di un "Quintilianus homo Dei, confirmans Trinitatem, amans castitatem, respuens mundum (Silvagni, op. cit., n. 4202); il celebre cippo trovato nel 1841-42 che documenta il cimitero allaperto di Licinia con IXOYC ZONTON (posce dei viventi) e l'àncora tra due pesci ora nel Museo nazionale romano ([v. pesce], A. Marchi, Architettura delle arti primitive, Roma 1844, p. 70; Silvagni, op. cit., n. 4246); il copcrchio del sarcofago di Agapene rinvenuto nel 1843 (ibid., n. 4245); proveniente da una sforma* la grande lastra di una Tertulla rinvenuta nel 1845 ora al Laterano (parete XXII, 10; ibid., n. 4249); il frammento di coprctioo di sarcofago di un EPISC (opus) pure al Laterano (O. Marucchi, Monumenti del Museo Lateranense, Milano 1910, tav. 53; Fr. J. Dölger, ' $\mathrm{I} \times 9 \mathrm{u} \mathrm{c}$, I, p. 159; II, p. 573 , tav. 48, 2; Silvagni, op. cit., n. 4246); l'iscrizione rinvenuta nel 1841-42 di una Ursa con l'orante, ora al Laterano (O. Marucchi, op. cit., tav. 65, 9 ; Silvagni, n. 4251) e altre iscrizioni rinvenute nel 1842-45 (O. Marucchi, op. cit., tav. 63, 5, 65, 6; Silvagni, op. cit., n. 4252-55). Infine nel 1950 nelle fondazioni del nuovo edificio per la radio vaticana apparve una "forma" a cappuccina, attestante fin dove si spingeva nella collina l'area cimiteriale cristiana. Anche nel sepolcreto romano presso Porta Angelica fu scoperto un sarcofago cristiano con scene di Giona, oggi nella Gliptoteca Ny-Corbberg a Copenaghen (Wilpert, Sarcofagi, pp. 85, 90, tav. 59, 3).
VIII. Dotazioni, Amministrazione, Ufficiatura. Nella biografia di Silvestro si dà l'elenco dei beni assegnati da Costantino per il mantenimento della Basilica. Esso è stato certamente desunto dall'Archivio della Chiesa (Lib. pont., I, p. 177-78). A. Piganiol ha messo in rilievo che i possedimenti situati in Oriente dovettero essere stati concessi da Costantino dopo la vittoria su Licinio e l'unificazione dell'Impero. Uno dei documenti più preziosi per i diritti della Basilica Vaticana sui domini inalienabili a nullo nomine nec título e è quello inviato dai tre imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a Flavio Eleuterio "urbi praefecto" in uno degli anni 372, 379, 382 o 383 . Se ne conserva copia in una lastra marmorea venuta in luce nel pavimento del sacello del papa Giovanni VII (Silvagni, op. cit., n. 4099). Di un altro constitutum di Atalarico del tempo di Giovanni III (533-35) fu trovato copia davanti l'atrio della basilica (Cassiodoro, Variarum, IX, 15; Silvagni, op. cit., n. 4116 a).

La cura della basilica era affidata a un preposto, il quale doveva amministrarne le proprietà, curarne le rendite necessarie per il mantenimento dell'edificio, per l'illuminazione e per il culto. Si conosce l'iscrizione sepolcrale d'un preposto di nome Transmundus dell'anno 523 (G. B. De Rossi, Inscr. christ., I, n. 989). Alle sue dipendenze erano i mansionari, due dei quali, Teodoro e Aconzio, sono lodati da s. Gregorio Magno (Dialog., III, 23, 25).

Questo Papa adopera anche il termine custos e di custodes martyrum; nelle biografie di Silvestro e di Leone Magno son detti anche "cubicularii ex clero romano" (Lib. pont., I, pp. 171 e 239). Aumentarono di numero con l'andar del tempo e nel sec. x erano sessanta e si dividevano le varie cappelle della basilica costituendo altrettante scholae. Tra queste la più importante era la schola confessioni. Sono note le scholae di S. Maria in Beronica con l'oratorio di Giovanni VII nel 1018; dell'oratorio di Paolo I, di S. Petronilla, di S. Croce, (L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'archiv. cap. di S. Pietro, cit. sotto, nn. 8, 11, 14, 15), di S. Maria in Mediana, cioè dell'oratorio di Gregorio III (L. Allodi-G. Levi, Regestum Subiscense, Roma 1885, p. 138). Ma per gli abusi Gregorio VII le aboli (Lib. pont., II, p. 271). Al tempo di Gregorio III nel 732 erano sette e il Papa affido loro la cura dell'illuminazione dell'oratorio da lui fondato presso l'arco trionfale a sinistra della confessione, in onore del S.mo Salvatore e della B. Vergine (n. 38 della pianta di T. Alfarano). Il Papa tenne un sinodo nel quale si fissarono anche le orazioni, ora in quattro tavole marmoree viste ancora da Maffeo Vago e in utroque latere Sanctae Mariae in Cancellis a; i frammenti superstiti sono ora nelle S. Grotte (Silvagni, in Monumenta epigraphica cristiana, I, Città del Vaticano 1938, tav. 13). Una lastra marmorea pure nelle Grotte ha conservato copia di tre orazioni per l'anima del papa Gregorio III, m. il 28 nov. 741. Recentemente L. Eizenhofer ha edito un esauriente studio del testo dal punto di vista liturgico (Die Marmormessen Gregor III., in Ephemerides Liturgicae, 67 [1953], pp. 112-28). Il papa Leone IX stabili che il decimo delle offerte si devolvesse al mantenimento della basilica (L. Schiaparelli, op. cit., n. 19). Nel sec. XI al vescovo di Silva Candida per la sua ufficiatura in basilica durante la Settimana Santa andavano le oblasioni dei fedeli durante le sue funzioni (ibid., n. 19). Nel 1138 Innocenzo II concesse ai canonici la metà delle oblazioni lasciate agli orabiri di S. Maria "in turre", di S. Gregorio, di S. Giovanni e di S. Petronilla (Jaffé-Wattenbach, 4076, 4110, 4366). Eugenio III lasciò ai canonici la quarta parte di tutte le offerte, ad eccezione di quelle della cappella di S. Leone Magno (L. Fabre, Les offrandes dans la basilique Vaticane, in Mélanges d'arch. et d'hist., 14 [1894], p. 225 ; L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'archivio capiostare di S. Pietro in Vaticano, in Archivio della Soc. rom. di storia patria. 24 [1901], pp.393-496; 25 [1902], pp. 273-353).

L'ufficiatura papale aveva luogo fin dal sec. Iv il 22 febbr.: "Natale Petri de Cathedra ", il 29 giugno natale dei due apostoli Pietro e Paolo e il 25 dic. in Natale Domini. Papa Simplicio (468-83) assegnò ai presbiteri titolari della VI regione ecclesiastica (Campo Marzin, cioè di Lucina e Cecilia, Marco e Damaso) e a quelli della VII (Trastevere, cioè, Giulio, Crisogono, Callisto) il compito di prestare servizio ebdomadario "propter penitentes et baptismum" (Lit pont., I, p. 249). L. Duchesne ritenne che la celebrazione regolare della S. Messa nelle due basiliche cimiteriali del Vaticano e dell'Ostiense sia stata istituita da S. Gregorio (Lib. pont., I, p. 312; id., Vaticana XII, in Möl. d'arch. et d'hist., 34 [1915], p. 213). Al tempo di Pasquale I (817-24) per la festa dell'Apostolo si compiva la nocturna diligentia con la lavanda della confessione e l'apposizione d'un turibolo nel pozzetto immediatamente soprastante al sepolcro (Lib. pont., II, p. 33). M. Andrieu, pubblicando il testo di un "ordo qualiter diligentia agitur Roman in ecclesia sancti Petri ", ritenne l'archetipo di tale ordo molto anteriore al sec. IX (La cérémonie appellée diligentia au début du IXe siècle, in Revue des sciences religieuses, 1921, pp. 62-63). Nel sec. xII stazioni liturgiche papali erano quelle dei sabati dei Quattro Tempi, delle domeniche di Quinquagesima e della Passione, il lunedì dopo Pasqua, la seconda domenica dopo Pasqua, il 25 apr. per la Lituria maior, il giorno della dedica 18 nov. e il 22 febbr. Nel sec. XII si tenevano stazioni notturne: la Domenica Gaudete (terza d'Avvento), l'Epifania, l'Ascensione, la Pentecoste, il 29 giugno e l'ottava (6 luglio).
IX. Basilica et S. Vincenzo. - Nella descrizione della basilica del sec. viI è indicato in questo luogo il

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letto in cui era morto s. Gregorio (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 227); alla fine del sec. ix nella biografia di Stefano V (Lib. pont., II, p. 196) si parla di un oratorio di S. Gregorio con undici altari dove si conserva il suo letto. Solo nel sec. xit si trova la menzione della basilica di S. Vincenzo (diacono martire) che P. Mallio indica presso il lato nord del portico di S. Pietro (a a, nella pianta di T. Alfarano). E ricordata tra le chiese del Borgo da Cencio Camerario; orientata come la Basilica Vaticana: a tre navi divise da due file di nove colonne marmoree alte m. 4,40; nelle pareti erano tracce di antiche pitture forse rappresentanti episodi della vita di s. Vincenzo, ma rovinate dall'amidità (A. Severano, Memorie delle Sette chiese, Roma 1653, p. 67; F. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, ivi 1630, p. 353). Ebbe un Capitolo di cui Benedetto XI nel 1304 nominò amministratore il card. Matteo Orsini (Bull. Vat., t. III, app., p. 6). Il papa Niccolò V con bolla del 23 dic. 1549 soppresse il Capitolo devolvendone le rendite ai canonici di S. Pietro (Bullarium Vat., II, p. 132). La chiesa fu ridotta a deposito di vino, poi Paolo III la divise in due piani; quello superiore fu destinato ai tributi e ai censi percepiti dalla Camera apostolica il giorno di S. Pietro; le pareti furono affrescate con pitture rappresentanti i principi tributari della Chiesa romana e con un'iscrizione. Paolo V la fece abbattere nel 1611 e le colonne furono riadoperate nelle cappelle erette nel prolungamento del Maderno.
X. Editici Istronno a S. Pietro. - Ben presto intorno alla Basilica Vaticana sorsero degli alloggi ("accubita") sopra una specie di portico ("tignum "). Il papa Simmaco (498-514) fece costruire a destra e a sinistra della basilica due "episcopia", e a sinistra alloggi per i poveri (Lib. pont., I, pp. 262-63), che vennero restaurati dai papi Sergio (687-71; ibid., I, p. 575), Gregorio III (ibid., I, p. 420) e da Leone III (ibid., II, p. 27).

Nella biografia di Leone III si ricorda un triclinio maiore da lui costruito "iuxta ecclesiam beati Petri" magnificamente decorato e con abside maggiore rivestita di musaici, mentre le due minori splendevano di marmi e di pitture. Questa costruzione viene indicata "in Acoli" (Lib. pont., II, p. 8); termine che ritorna nella vita di Gregorio IV il quale "iuxta Acoli" fece un piccolo ospizio ben decorato di pitture "pro quietitudine pontificis", cioè per il riposo del papa dopo le funzioni del mattutino o dopo le Messe solenni (ibid., II, p. 143). Nell'edificio di Leone III fu ricevuto l'imperatore Ludovico II e il suo seguito da Leone IV (ibid., II, p. 154). Maffeo Vegio vide ancora al suo tempo le vestigia della due absidi minori mentre la maggiore esisteva ancora. L. Duchesne riconobbe la "domus Acoli" nel termine "domus Agulise" usato nel Liber Commun (ed. Fabre-Duchesne, I, p. 269) per indicare l'edificio dove il Papa con la sua corte veniva dal Laterano ad alloggiare per le solenni funzioni della vigilia in S. Pietro (ibid., II, p. 145). Vicino alla basilica, a sud, fu costruito un bagno per i pellegrini, dove al tempo delle diaconie erano condotti ogni giovedì i poveri. I Longobardi tagliarono nel 756 l'acquedotto "forma Sabbatiou" che venne riparato da Adriano I (Lib. pont., I, pp. 503, 506). Duchesne ritiene che il "palatium S. Petri" dove nel sec. ix risiedeva il "missus" imperiale, stava sul luogo della diaconia di S. Sergio, anzi non sarebbe stato che la trasformazione della diaconia stessa (Lib. pont., II, p. 43); sarebbe il "S. Sergius palatii Caruli" della lista di Cencio (C. Hülsen, Le chiese di Roma, p. 11, n. 63).
XI. Le Cenese filiali. - Le chiese filiali a S. Pietro nel secc. xI-xII furono: SS. Giovanni e Paolo, S. Martino, S. Stefano maggiore, S. Stefano minore, S. Salvatore in Terrione, S. Giustino in monte Saccorum, S. Pellegrino extra civitatem Leoninam, S. Maria in Palatiolo, S. Maria in Caterina, S. Maria in Turri (L. Schiaparelli, art. cit., in Arch. della Soc. rom. di St. Patria, 24 [1901], p. 477, n. 18; 25 [1902], p. 279, n. 37; p. 296 n. 471, p. 331, n. 70; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I Berlino 1906, pp. 139, 141-43).

Le filiali nel sec. xiv furono: S. Giacomo in Septignano, S. Leonardo, S. Maria in Saxia, S. Maria in Palatiolo, S. Maria e Caterina, S. Maria in Traspadina,
S. Michele, S. Lorenzo de Piscibus, S. Martinello, S. Maria de Virgariis, S. Gregorio de Cortina, S. Stefano de Ungaris, S. Salvatore de Ossibus, S. Zenone (Fr. Ehrle, Richerche, ecc., in Dissert. della P. Accad. rom. di arch., $2^{2}$ serie, X [1907], p. 40). S. Maria de Palatiolo, situata nel contrafforte del Gianicolo che si pretende verso S. Pietro, cioè dove è oggi il convento degli Agostiniani di S. Monica, è ricordata ancora nei cataloghi delle chiese di Roma, di Parigi, di Torino e del Signorili; poi scompare. G. Grimaldi la indica distrutta quando si edificò la villa Cesi o Vercelli (L. Schiaparelli, in Arch. soc. rom. st. patria, 25 [1903], p. 310). S. Gregorio de Cortina fu tra l'attuale obelisco e l'estremità occidentale del portico Berniniano nel lato sud; è ricordata dalla bolla di Innocenzo III del 13 ott. 1205 e di Gregorio IX del 1228. S. Maria de Vergariis o Virgariis : al principio della portica di S. Pietro presso il luogo dove era sorge l'obelisco, è ricordata nella bolla di Leone IX del 20 marzo 1053 (F. P. Kehr, Italia pontif., I, p. 146, n. 4); fu filiale di S. Pietro fin dalla bolla di Adriano IV del io febbr. 1058 (ibid., p. 542, n. 42). La denominazione di "virgarii" deriva dalle verghe di argento che erano le insegne dei cantori addetti a S. Pietro (P. Adinolfi, La portica di S. Pietro, pp. 126 sg.). La chiesa di S. Maria de Armonis era nel borgo di S. Pietro, al fianco orientale del palazzo del S. Uffizio nell'isola già esistente tra questo e il Collegio Agostiniano di S. Monica, a sud-est della Basilica Vaticana (Fr. Ehrle, op. cit., p. 32 sg.; Ch. Hülsen, Le Chiese di Roma nel medioevo, p. 313). S. Zenone fu soggetta al monastero di S. Martino con le bolle di Leone IV del 10 ag. 854 (L. Schiaparelli, op. cit., p. 432, n. 2) e di Leone IX del 31 marzo 1053 (op. cit., p. 467, n. 16). Era molto vicina a S. Salvatore in Terrione dove è ora il S. Uffizio e fu demolita dal card. Pucci per il suo Palazzo tra il 1513-31 (Fr. Ehrle, op. cit., p. 35).

Quattro furono gli oratori istituiti sotto i quattro portici che circondavano il giardino o paradiso della basilica. A sinistra S. Maria in turri, a destra nell'angolo S. Apollinare; davanti all'antica sacrestia S. Maria detta della Febbre, dove prima era l'oratorio di S. Gregorio presso la tomba di questo papa; S. Maria in Turri o in turribus, era all'ingresso del "paradisus" di S. Pietro, tra i due campanili, eretti da Stefano II e Adriano II; è per la prima volta ricordata nella bolla di Giovanni XIX del dic. 1026 (P. F. Kehr, Italia Pontificia, I, p. 139, n. 18; II, p. 26, n. 3); fu tra le filiali di S. Pietro (bolla di Innocenzo II del 23 maggio 1138); appare per l'ultima volta nella bolla di Innocenzo VI del 1355 (Bullarium Vaticanum, I, pp. 356); l'Alfarano nella sua pianta ne segna il luogo al n. 141. S. Apollinare : fu fondata da Onorio (625-38) e da lui arricchita di doni (Lib. Pont., I, p. 323). Era sul lato sinistro della Basilica. Fu demolita durante i lavori per la nuova facciata (J. A. F. Orbaan, Der Abbruch Alt-St. Peters 1805-13, in Jahrbuch der h. preuss. Kunstsammlungen, 39 [1919], Supplement, pp. 86-87, 105).

XII. I monasteri. - A servizio della Basilica sorsero intorno ad essa, ben presto, monasteri. Il più antico di essi è ricordato nella biografia di Leone I (440-61) nel Lib. pont. (I, p. 239); ed un'antica interpolazione ce ne dà la denominazione: dei SS. Giovanni e Paolo. Esso è ricordato ancora nei cataloghi di Torino delle chiese di Roma e del Signorili del tempo di Martino V, ma non più da Maffeo Vegio. Quando si costruì il lato nord del transetto se ne videro gli avanzi con rappresentazioni in musicio dei due martiri Giovanni e Paolo. Non si sa chi fondò il monastero di S. Martino; da qui parti al tempo di papa Agatone per l'Inghilterra l'«archicantor" di S. Pietro Giovanni per istruire i monaci di Benedetto Biscop alla salmodia romana (Lib. pont., I, p. 417; Beda: PL 94, 717). Il 10 ag. 854 Leone IV ne restaurò gli edifici e concesse al monastero le chiese delle quattro scholze e S. Zenone (L. Schiaparelli, op. cit., n. 2; è copia del sec. xII); il 21 marzo 1053 Leone IX confermò i privilegi (ibid., n. 16). Il monastero servì nel medioevo per la consacrazione dei vescovi e per la cerimonia della lavanda dei piedi il Giovedì Santo. Fu veduto demolire da Maffeo Vegio sotto Niccolò V; era ancora visibile allora una cappella con alcune celle, tra

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la curva dell'abside costantiniana e il muro occidentale del transetto, dove è oggi il pilastro detto della Veronica. Si sa che vi era una porta nel muro esterno della Basilica vicino alla cappella di S. Leone. Ivi verso la metà del sec. xv si conservava la statua in bronzo di S. Pietro trasportata sotto Paolo V a destra della navata centrale della Basilica (H. Grisur, Della statua in bronzo di s. Pietro apostolo nella Basilica Vaticana, in Analecta Romana, I, Roma 1899, p. 631 sgg.). Alla fine del sec. vi Galla, patrixia dell'aristocrazia romana, figlia del console Simmaco, visse in un monastero di S. Stefano, presso S. Pietro, che nell'viil e ix sec. fu spesso detto "cata Galla patricia ". Quel monastero, detto di S. Stefano maggiore, poi passò a monaci, perché nel 732 il papa Gregorio III stabili un regolamento per i tre monasteri « illic servientes" (Lib. Pont., I, pp. 417, 422). Esso fu dotato da Pasquale I (Jaffé-Wattenbach, 4293). La sua chiesa fu restaurata al tempo di Leone III; il monastero era cadente nel sec. xv, quando vi dimorò Maffeo Vegio; poi vi abitarono religiosi abissini donde il titolo di S. Stefano dei Mori; fu ancora restaurata la chiesa da Clemente XI nel 1706 e da Pio XI (G. Giovannoni, La chiesa vaticana di S. Stefano Maggiore, in Memorie della Pont. Accad. rom. di arch., 4 [1934]). Il papa Stefano III (752-55) aggiunse un quarto monastero detto di S. Stefano minore (Lib. Pont., I, p. 451). La chiesa al tempo di s. Pio V aveva preso il nome di "S. Stefano minore della natione degli Ungari ". Fu demolita per la costruzione della nuova Sacrestia; una lapide ne indica il luogo. Più tardi nacquero lotte fra i monasteri che furono riordinati e restaurati da Adriano I e da Leone III (Lib. Pont., I, p. 501 ; II, p. 28). Il monastero di S. Martino fu affidato al presbitero romano Pasquale, poi papa (817-24; Lib. Pont., II, pp. 52, 59); vi fu poi educato Leone IV (847-55) che lo restaurò e lo dotò (ibid., II, p. 133). Il monastero ebbe le tre scholae dei Franchi, dei Frisoni e dei Sassoni con le chiese di S. Salvatore, di S. Michele e di S. Maria ed edifici annessi, tra cui le chiese di S. Zenone, di S. Nicola, di S. Maria de Palatiolo, di S. Salvatore de Bordonia. Al monastero di S. Stefano maggiore appartennero nel sec. xi la chiesa e l'ospedale di S. Pellegrino e terreni tra la Valle dell'Inferno e le mura di Leone IV; la chiesa di S. Maria in Turri presso l'atrio della Basilica Vaticana e quella di S. Giustino a nord del portico con la schola dei Langobardi e relativo cimitero. Nel sec. x però non si trovano più monaci. Leone IX nominò un unico arciprete al quale sottomise tutti (Jaffé-Wattenbach, 4292-94). E noto nel 1083 il card. Bonussenior (Schiaparelli, op. cit., n. 102). Sotto Pasquale II in un atto del 1104 si menziona l'arciprete di S. Pietro assistito dai quattro rettori dei monasteri i quali ultimi si incontrano ancora in atti di Clemente III (P. Fr. Kehr, Italia Pontif., I, Berlino 1906, p. 146). A poco a poco però i monasteri furono abbandonati e si costrui (vi presso la Canonica eretta da Nicolò III (1277-80) sul lato sud della basilica, presso l'attuale (è nella pianta di Alfarano, tav. 2, ed. Cerrati); poi nel sec. xv, i canonici si dispersero in città (L. Duchesne, V., in Mél. d'arch. et d'hist., 34 [1914], p. 323).
XIII. Diaconie. - Intorno alla Basilica vaticana si ebbero cinque diaconie: la prima, dei SS. Sergio e Bacco, sembra anteriore a Gregorio III (731-41; Lib. pont., I, p. 420). Nel 1192 si chiamò S. Sergio «de palatio Caruli» cioè l'edificio abitato dai Carolingi nella venuta a Roma; dovette esser demolita nel sec. xim perché non figura nei cataloghi delle chiese di Roma. Era situata nel lato nord della basilica.

La seconda diaconia è quella di S. Maria in Caput Portici, ricordata nella biografia di papa Stefano II (752-57; Lib. pont., I, p. 441) dove egli fece uno xenodochio; è ricordata anche nelle biografie di Adriano I (ibid., I, p. 506) e di Leone III (ibid., II, p. 19); nel privilegio di Leone IV del 10 ag. 854 per il monastero di S. Martino è indicata "S. Maria in oratorio quae est in capo de portico" (L. Schiaparelli, in Arch., sec. rom. st. patria, 24 [1901], p. 432, n. 2; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 145, n. 1); fu detta anche "S. Maria Virgariorum in fine cortinae"; venne ab-
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(Ed. Ecc. Cult.)
Vaticano - Facciata della Chiesa di S. Stefano degli Abissini, dopo i restauri ordinati da Pio XI. Il portale, probabilmente riadattato, è del sec. xir.
battuta da Pio IV per ingrandire la piazza; si trovava presso a poco dove ora sorge l'obelisco (T. Alfarano, ed. M. Cerrati, cit. [Studi e testi, 46], Roma 1914, p. 23).

La terza diaconia è quella di S. Silvestro «uxta hospitale S. Gregorii», menzionata nelle biografie di Stefano II (Lib. pont., I, pp. 441, 456); è collegata con lo xenodochio detto di S. Gregorio nella vita di Adriano I (ibid., I, p. 506); ebbe doni da Leone III (ibid., II, p. 22). Dovette essere vicino a S. Maria "in caput portici"; fu anch'essa demolita sotto Pio IV.

La quarta diaconia, detta «In Hadrianum», cioè presso il mausoleo di Adriano, poco lontano dal ponte, nel sec. ix fu denominata di S. Maria Traspontina o in Traspadina e durò fino al sec. xv. L. Duchesne ritenne che il termine fosse derivato da una confraternita di persone venute d'oltre Po. La chiesa fu demolita sotto Pio IV. L'attuale S. Maria in Traspontina sorge più ad occidente.

La quinta diaconia è quella di S. Martino vicino alle due di "S. Maria in caput portici" e di S. Silvestro; e fu detta de curtina, tuxta porticum, de porticu nei cataloghi antichi delle chiese di Roma; "S. Martinelli de portico" in una bolla di Bonifacio IX del 6 apr. 1400; di S. Martino nel palazzo del priore di Roma perché divenuto l'oratorio del priorato dei cavalieri di S. Giovanni; scomparve nel sec. xvir.
XIV. Le «Scholae Pervorinorum». - Intorno alla Basilica sorsero speciali ospizi o scholae dove i pellegrini trovarono anche assistenza spirituale con clero della propria nazione. Se ne ha la prima menzione nella biografia del papa Sergio II, quando il 23 ag. 846 i Romani inviarono contro i Saraceni, a Porto "Suxi et Frisones et schola qui dicitur Francorum" (Lib. pont., II, p. 100). Leone III, al suo ritorno in Roma il 29 nov. 799 fu accolto al ponte Milvio dal clero, dal popolo romano e da tutte le "scholae peregrinorum, videlicet Francorum, Frisonorum, Saxonorum atque Langobardorum" (Lib. Pont., II, p. 6).

La più antica di queste scholae è la "schola Saxonum" cioè l'ospizio dei Sassoni, fondato dal re Ina del Wessex, secondo Matteo di Parigi, ca. il 727-30; mentre Guglielmo di Malmesbury l'attribuisce a Offa re di Mercia ca. il 794 (Gesta regum Anglorum, ed. W. Stubbs, I, Londra 1883, p. 109). Dalla zona del circo Neroniano fino al Tevere tutta la contrada assunse la denominazione di "Vicus Saxonum». Anche l'appellativo di Borgo (Borgo S. Spirito, S. Angelo, Vecchio, Nuovo) deriva dall'inglese "bourg". Sotto Pasquale I il burgus Saxonum fu devastato

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da un incendio (Lib. pont., II, p. 53) e più tardi sotto Leone IV. Centro della Schola Francorum fu la chiesa di S. Salvatore poi detta de Terrione, super Terrionem o iuxta Terriones, ricordata nelle bolle di Leone IX del 21 marzo 1053, di Adriano IV del 10 febbr. 1158 e di Urbano III del 13 giugno 1186. Venne restaurata da Niccolò V; fu in parte demolita dalla costruzione del palazzo del S. Uffizio. La schola Francorum si divise in due: il ramo germanico, con S. Maria dell'Anima e Campo Santo dei Tedeschi e Flamminghi, sec. xiv; il ramo francese in S. Luigi de' Francesi (P. La Croix, Mémorie historique sur les donations de France à Rome, Parigi 1868). Innocenzo VIII (1484-92) assegnò il luogo dell'antica schola a un corpo di guardie del corpo dette cavalleggeri o lancie spazzate, milites levis armaturae, fino all'occupazione napoleonica; ora oratorio di S. Pietro. Della Schola Langobardorum si attribuisce la fondazione ad Ansa moglie del re Desiderio prima del 774; infatti se ne ha un accenno nel suo epitafio dettato da Paolo Diacono (MGH, Scriptores rerum Langobard., p. 192). Il card. Erble riconobbe il luogo dove sorgeva la chiesa di S. Giustino, centro della schola. In un documento si legge che Carlomagno, il 22 dic. 797, avrebbe stabilito che la chiesa di S. Salvatore fosse ospizio dei pellegrini oltremontani e luogo di sepoltura per quelli che morissero a Roma; ma si tratta di un falso del sec. xi (cf. L. Schiaparelli, ort. cit., 24 [1901], pp. 426-32). Della Schola Frisonum sussisti: la chiesa oggi detta dei SS. Michale e Magno, in alto, sulla sinistra del colonnato del Bernini. In detta chiesa sono ancora i frammenti dell'epitafio di un tale «Hebi genere Frisonorum» del tempo di papa Giovanni XVIII 007-1009). La chiesa fu concessa il 4 genn. 1447 a meo Roverella arcivescovo di Ravenna che l'aveva restaurata. A queste quattro scholae, che decaddero dopo l'invasione saracena, si aggiunse più tardi quella degli Ungheresi fondata al principio del sec. xI dal re s. Stefano presso S. Stefano minore, detto anche de Agulia. La bolla di Benedetto X dell'8 maggio 1058 stabili che gli Ungheresi giunti a Roma "causa orationis aut legationis» dovevano prendere alloggio solo presso S. Stefano minore e che i beni degli Ungheresi deceduti a Roma dovevano essere devoluti all'ospizio (A. De Waal, La schola Francorum e l'ospizio Teutonico: al campo Santo, Roma 1897; id., Der Campo Santo der Deutschen zu Rom, Friburgo in Br. 1896; J. Zettinger, Die Berichte über Rompilger aus dem Frankenreich bis zum 7ahr 800, in Röm. Quartalschrift, Suppl., 11, Roma 1900; P. J. Block, Le antiche memorie dei Frisoni in Roma, in Bull. della Commissione archeol. comunale, 34 [1906], pp. 40-60; P. M. Baumgarten, Cartularium vetus Campi Santi Teutonicorum de Urbe, Roma 1908; W. Kroke, The national establishments of England in Medieval Rome, in Dublin Review, 23 [1918], pp. 94106, 705-17; M. Vaxx, Les fondations hospitalières flamandes à Rome du XVe au XVIIIe siècle, in Bulletin historique belge à Rome, I [1919], pp. 170-371; A. Gasquet, The history of the venerable English College at Rome, Londra 1920; Fr. Ehrle, L'oratorio di S. Pietro nel sito dell'antica scuola dei Franchi, Roma 1924; W. J. Moore, The Saxon pilgrims to Rome and the Schola Saxonum, Friburgo in Sv. 1939; G. J. Hoogewerff, Friesen, Franken en Saksen te Rome, in Mededeelingen van het Nederlandsch Historisch Institute te Rome, 15 [1947], p. 13 sgg.; F. Banfi, Santo Stefano degli Ungari. La chiesa e l'ospizio della nazione ungherese a Roma, in Capitolium, 27 [1952], pp. 27-39).
XV. Ospedali e ospizi. - S. Pellegrino: al tempo di Leone III (795-816) si ha l'« hospitale dominicum ad Naumachiam * con un oratorio dedicato a s. Pellegrino, primo vescovo di Auxerre; il detto Papa ricostruì ospedale e oratorio, dedicandolo a a. Pietro (Lib. Pont., II, pp. 25, 28). Pasquale I (917-24) riordinò ogni cosa e confidò l'amministrazione ai monaci da lui posti in S . Cecilia in Trasterere (ibid., II, p. 57). La chiesa rimase al di fuori della città Leonina sulla strada che conduceva alla porta Aurea o Viridaria, presso la Caserma degli Svizzeri (Fr. Ehrle, Ricerche su alcune antiche chiese del Borgo di S. Pietro, in Dissert. della Pont. accad. vom. di
archeol., $2^{\circ}$ serie, X, I [1907], p. 22 sgg.). Eugenio IV con bolla dell'anno 1446 adattò alcuni vecchi edifici tra il Campo Santo e l'obelisco per ospedale femminile; altri vennero adibiti da Niccolò V per le distribuzioni dell'elemosineria apostolica. Lo xenodochium di Stefano II (752-57), divenuto p