volume-12

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 edifici tra il Campo Santo e l'obelisco per ospedale femminile; altri vennero adibiti da Niccolò V per le distribuzioni dell'elemosineria apostolica. Lo xenodochium di Stefano II (752-57), divenuto poi ospedale di S. Gregorio, si trovava presso la diaconia di S. Silvestro e l'attuale obelisco, a sinistra di chi guarda la basilica. Fu distrutto sotto Pio IV (T. Alfarano, cit., ed. Cerrati, p. 23).
XVI. La città Leonina. - Fino dall'846 l'imperatore Lotario, subito dopo l'invasione saracena, in cui «ecclesia beati Petri hoc anno a paganis vastata est et direpta», aveva dato ordini «ut murus firmissimus circa uecclesiam beati Petri construitur» (MGH, Capitol., II, p. 66). Il Duchesne ritenne che la morte di papa Sergio II ne ritardasse l'esecuzione e che Leone IV abbia insistito presso l'Imperatore, mentre la prima idea viene assegnata a Leone III (Lib. pont., II, pp. 123, e 137, n. 46). I lavori dell'erezione delle mura vennero eseguiti con operai forniti dalle singole città vicine, dai monasteri e dalle «domus cultae» (v.). Due iscrizioni documentano i lavori compiuti dalle "militiae Capracorum" della domus culta omonima (Lib. pont., I, p. 518, n. 52) e dalla "militia Saltisina" (ibid., II, p. 137, n. 47). Esse sono incastrate nelle mura del corridoio di Borgo, sulla faccia esterna dell'arco sotto il quale passa la Via di Porta Angelica. Ma anche prigionieri saraceni vennero adibiti a tale costruzione (ibid., II, p. 119), cominciata nell'848 e terminata nell'852; però le tre iscrizioni poste sulle mura stesse sono anteriori al 6 apr. 850 . Data della morte di Lotario, esse infatti non menzionano il suo successore Ludovico II. Il Lib. pont. dà la descrizione della cerimonia solenne avvenuta il 27 giugno 852 , con la quale lo stesso Pontefice inaugurò con una processione il nuovo recinto e recitò tre orazioni sulle nuove mura; i testi delle tre orazioni sono inscriti nella sua biografia (Lib. Pont., II, p. 124). Le mura avevano una lunghezza di due miglia e mezzo ed erano munite di 48 torri. La parte più intatta è nei giardini vaticani con la torre della specola vaticana, che come quella presso il Casino di Pio IV fu detta spesso Torrione di S. Leone; la torre della specola ha 16 m . di diametro e mura di m. 4,50 alla base (oggi compresa nel complesso della stazione radio); l'altra, detta Torre Leonina, misura m. 12,80 di diametro e uguale spessore; il muro prosegue con orientazione ovestest. Il corridoio di Borgo è molto restaurato e modificato. Sopra ciascuna delle tre porte venne posta una iscrizione, il testo delle prime due venne trasmesso dalla silloge, da A. Silvagni assegnata a Poggio Bracciolini e datata al 1409 (Inscr. chr. urb. Rom., nuova serie, I, 1922, pp. xxxxxx). La terra epigrafe venne trascritta da Maffeo Vegio (G. B. De Rossi, Inscr. christ., Roma 1888, p. 347).

Di recente vennero in luce due frammenti marmorei che uniti dànno il lato estremo destro d'una epigrafe che fu almeno di 15 righe; accenna all'opera di Leone (s extracta Leonis s); a Roma ( $\left[^{2} \mathrm{R}\right]$ oma tibi tulerat ${ }^{2}$ ), al sangue dei Martiri (s [marty]rum sanguine cretus ${ }^{2}$ ). A. Prandi ha ritenuto possa trattarsi degli avanzi dell'epigrafe posta alla posterula Saxonum (A. Prandi, Un'iscrizione frammentaria di Leone IV recentemente scoperta, in Archivio della Soc. rom. di Storia patria, 74 [1941], pp. 149-59).

Bibl.: S. Pisle, Delle mura e porte del Vaticano fatte da S. Leone IV nel sec. IX ingrandite da seguenti Pontefici, Roma 1834; C. Quarenghi, Le mura di Roma, ivi 1880; R. Lanciani, The ruins and excavations of ancient Rome, $2^{\circ}$ ed., Boston 1908.
XVII. La nuova basilica. - Il nome di Niccolò V (1447-55) è legato al progetto della costruzione della nuova basilica, perché l'antica era ridotta in stato veramente rovinoso; l'edificio strapiombava. Leon Battista Alberti scrisse che il muro meridionale sporgeva all'infuori di 3 braccia (ca. m. 1.75). Una riprova si ha della testimonianza del Grimaldi, il quale assisté agli ultimi istanti della vecchia basilica e fu testimone della demolizione della parte orientale; egli calcolò che le pareti della nave centrale a sud avessero 5 palmi, cioè m. I.II di inclinazione, aggiungendo che le pitture che le decoravano non erano più visibili per la polvere che le copriva. Niccolò V nel 1452 dette incarico a Bernardo Rossellino di costruire più

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In alto a sinistra: L'ALTARE DELLA CATTEDRA con la cosiddetta «gloria», opera di G. L. Bernini (1658-66) - Basilica di S. Pietro. In alto a destra: MONUMENTO FUNEBRE DI GREGORIO XVI, sretto nel 1853, opera di Luigi Amici - Basilica di S. Pietro, Cappella Gregoriana. In basso: CANCELLATA in bronzo della cappella del Sacramento, eseguita su disegno di F. Borromini con lo stemma di Urbano VIII (ca. 1630) Basilica di S. Pietro.

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(fot. della Rev. Fabbrica di S. Pietro)
In alto: NUOVA SISTEMAZIONE DELLE GROTTE VATICANE inaugurata da Pio XII il 5 giugno 1950. Navata centrale, a destra tomba di Pio XI. In basso: NUOVA SISTEMAZIONE DELLE GROTTE VATICANE. Sala dei sarcofagi paleocristiani, al centro il sarcofago di Giunio Basso (359).

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(fot. B. Snoeziol)
(fot. Nuovi Vaticosi)
In alto a sinistra: ESTERNO DELLA CAPPELLA SISTINA con il cammino di ronda. Architettura di Giovannino de' Dolci (1480). In alto a destra: ARCO DELLE CAMPANE. Ingresso all'interno della Città del Vaticano a sinistra della basilica di S. Pietro. In basso a sinistra: PARTE CENTRALE DELLA FACCIATA DELLA BASILICA DI S. PIETRO, opera di Carlo Maderno (1607-14). Nel 1612, data incisa sulla facciata, era terminata la sola opera muraria. In basso a destra: SCALA DI BRAMANTE (primo decennio del sec. xvi), addossata al Palazzetto di Innocenzo VIII.

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(fut. R. Bounou)
In alto: ANGOLO DELLE MURA DELLA CITTA LEONINA con lo stemma di Paolo III (vili anno del pontificato, 1542-43). In basso: FACCIATA DEL PALAZZO DEL GOVERNATORATO DELLA CITTA DEL VATICANO, architetto Momo, inaugurato nel 1931.

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(da Sireolianca Francesco Ebris, II, Roma III, tav. 7)
Vaticano - Veduta della parte meridionale di S. Pietro in costruzione ( 1530 ca .). Anonimo, proprietà Th. Ashby, direttore Scuola Britannica, Roma.
ad occidente una nuova e grandiosa abside. Ma quando il papa mori i muri nuovi non avevano raggiunto che l'altezza di due metri. Nel 1452, nello scavare le fondazioni tornò, in luce il mausoleo degli Anicii; si rinvenne il sontuoso sarcofago di Anicio Probo, che servi poi per qualche tempo da battistero, ed ora è tornato sotto S. Pietro nelle Grotte; l'orudito Maffco Vegio copiò l'iscrizione in mussico posta ad Anicio dalla moglie Faltonia Proba, e altre (A. Silvagni, op. cit., 4219-22); il mausoleo era come una piccola basilica a tre navate ma tutto andò distrutto; però dai sepolcri violati si ricavò tanto oro che il Papa ne poté fare un calice e fare ricchi donativi agli operai che l'avevano trovato e consegnato. Il mausoleo risultò costruito al disopra d'un sepolcro pagano pieno di olle (urnette) contenenti le ossa bruciate. Paolo II nel 1470 fece continuare i lavori affidandoli all'architetto Giuliano da Sangallo; ma i lavori procedettero con estrema lentezza. Sisto IV fece erigere un nuevo ciborio nel 1479 , utilizzando le quattro colonne di porfido ivi esistenti. le quali o sono le stesse del tempo di Onorio III o meglio quelle dell'altare sopraelevato di Callisto II. Di queste quattro colonne, tolte poi dal Bernini, al tempo di Urbano VIII, due si trovano oggi all'altare dei SS. Simone e Giuda e due in quello dei martiri Processo e Martiniano. Il tabernacolo era intorno arricchito con quei bassorilievi opera di maestri romani che A. Venturi ritiene non indipendenti da Paolo di Mariano. I bassorilievi rappresentavano Cristo che consegna le chiavi a Pietro, Pietro che guarisce lo storpio, la caduta di Simon Mago, Pietro e Paolo usciti dal carcere, la Crocifissione di s. Pietro e la decollazione di s. Paolo.
XVIII. La nuova basilica. - Papa Giulio II, che nel marzo del 1505 aveva cercato di costruire presso la vecchia Basilica vaticana una cappella per erigervi il suo mausoleo, nell'apr. dello stesso anno volle riprendere i lavori secondo i progetti dei suoi predecessori Niccolò V e Paolo II, ma nell'estate venne nella determinazione di ricostruire la basilica su nuovi e più grandiosi disegni. Tra le due tendenze opposte quella urbinate-lombarda con Bramante e l'altra fiorentina con Giuliano da Sangallo, vinse la prima. Nella Galleria degli Uffizi di Firenze si conservano ca. 900 fogli contenenti studi e abbozzi per la nuova basilica di S. Pietro, molti di mano del Bramante stesso, altri opera dei suoi allievi, specialmente Baldassarre Peruzzi e Antonin da Sangallo. Il nuovo edificio doveva superare per magnificenza e grandezza tutte le altre chiese, come dirà lo stesso Giulio II nella sua bolla del 19 febbr. 1513. Bramante aveva dichia-
rato di voler mettere la cupola del Pantheon sopra le vòte del tempio della Pace, come si chiamava allora la basilica di Costantino nel Foro romano. La pianta della basilica a croce greca avrebbe occupato un'area di 24.000 mq ., mentre poi nell'esecuzione, Michelangelo si limitò a 14.500 mq . Contro l'ardito progetto del papa Giulio II sorsero opposizioni, come narra l'agostiniano Onofrio Fanninio (De rebus antiquis basilicas S. Petri); fecero il giro della città anche parecchie satire. Ma Giulio II non rimosse dalla sua determinazione, presa in seguito alle misere condizioni statiche del vecchio edificio minacciante rovina. Con un decreto del io nov. 1505 il Papa devolse una eredità per la costruzione della nuova basilica. Il 6 genn. 1506 scrisse al Re, ai vescovi e ai nobili d'Inghilterra e agli altri sovrani cristiani chiedendo il loro aiuto in si ardua impresa. La domenica in Albis 18 apr. del 1506 Giulio II discese per la posa della prima pietra a 25 piedi di profondità dal pavimento della vecchia basilica dove è oggi il pilone detto della Veronica. Sulla pietra in marmo bianco era incisa l'iscrizione: «Papa Giulio II della Liguria nell'anno 1506, terzo del suo pontificato, fece ricostruire questa basilica ridotta assai cadente». Vi si depose un vaso d'argilla portato dal celebre orefice Caradosso contenente due medaglie d'oro di 50 ducati e dieci di bronzo; nel dritto era effigiato Giulio II, nel rovescio il disegno della nuova basilica. Il Papa, al ritorno dal suo viaggio a Bologna, visito i lavori nei quali erano impiegati 2500 operai intenti a demolire la vecchia basilica, tanto che al Bramante fu dato il soprannome di Ruinante. Anzi il Bramante giunse a proporre al papa Giulio II di spostare la posizione della nuova basilica, trasportare il sepolcro di s. Pietro e disporre la facciata a sud, in modo di avere l'obelisco di Caligola dinanzi all'ingresso della basilica. Ma Giulio II si oppose risolutamente (cf. Pastor, III, p. 904). Il 16 apr. 1507 l'arciv. di Taranto E. Bruni pose la prima pietra agli altri tre piloni della cupola. Durante il pontificato di Giulio II risulta dai registri pontifici che furono spesi 70.653 ducati d'oro per costruire i quattro piloni. Per proteggere durante i lavori il presbiterio e la confessione, rimasti a cielo aperto in seguito alla demolizione, il Bramante costrui una fabbrica in muratura che li avviluppò completamente comprendendo anche l'abside verso ovest, e che si pretendeva ad est fino alla base della pergula esterna dove era la prima fila delle colonne vitinee. La costruzione posò direttamente sul pavimento della basilica costantiniana con basamenti in pietra albana (peperino) e con tre archi verso oriente, mentre a nord e a sud si aveva

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una sola apertura. Superiormente, sopra la trabeazione insistente sugli archi, correvano una cornice e l'attico con un muro che sosteneva il tetto, come si vede nei disegni di Martino van Heemskerk, databili tra il 1532 e il 1535 (B. M. Apollon) Ghetti, A. Ferrua, E. Josi, E. Kirschbaum, Esplorazioni ecc., cit., p. 205 agg. e figg. 153-61). Tale fabbrica venne demolita soltanto a cupola compiuta, insieme con l'antica abside costantiniana, cioè nel 1592. Il Bramante fece copiare ai suoi scalpellini, ampliandone le proporzioni, i capitelli corinzi del pronao del Pantheon; nel 1513 aveva già elevato i muri per il coro provvisorio, utilizzando le fondazioni di Niccolò V, mentre procedeva nella crocera meridionale per usufruire della rotonda esterna del mausoleo impariale allora detto rotonda di S. Petronilla o cappella dei re di Francia.

Ma a circa un anno dalla morte di Giulio II (21 febbr. 1513) segul quella del Bramante (11 apr. 1514). A lui, sotto Leone X, successero fra' Giocondo, Raffaello Sanzio e Giuliano da Sangallo. Fra' Giocondo morì poco dopo nel 1516; Giuliano da Sangallo parti per Firenze e Raffaello, rimasto solo, si fece coadiuvare da Antonio da Sangallo il Giovane. Si era nel frattempo deciso di abbandonare la pianta a croce greca del Bramante per passare alla croce latina; anzi si presentò perfino un progetto di mutare la disposizione con una basilica a tre navate divisa da pilastri; ma per la morte di Raffaello (1520) si ritornò alla croce greca per opera di Antonio da Sangallo, di Baldassarre Peruzzi e di Andrea Sansovino. Leone X aveva assegnato per i lavori 60 mila scudi annui i quali però furono devoluti per il consolidamento delle fondazioni e delle costruzioni già eseguite; i conti relativi andarono perduti nel sacco di Roma del 1527. Si conoscono soltanto i conti riassuntivi di lavori pagati tra il 1521 e il 1526 per circa 69.000 ducati ad un solo impresario, Giuliano Leno. La morte di Leone X (1521) e il sacco di Roma del 1527 arrestarono i lavori, che vennero ripresi invece con slancio soltanto con l'elezione di Paolo III, avvenuta nel 1534. Questi affidò la direzione ad Antonio da Sangallo che ritornò al progetto del Bramante, a croce greca e presentò al Papa un modello in legno. Il Sangallo nel 1538 costruì un muro di divisione tra la parte est dell'antica basilica, cioè l'undecimo intercolumnio, fino al punto cioè in cui sarebbe terminata la nuova Basilica a croce greca; in tal modo si poteva continuare durante i lavori ad ufficiare in questa prima parte, mentre il restante veniva adibito per il nuovo edificio (cf. Esplorazioni, cit., p. 207 agg. e figg. 162-67). Il Sangallo aveva associato all'impresa tutti i suoi parenti, costituendo così quella che il pittore del tempo Giorgio Vasari chiamò la "setta sangallesca" che tanto dette da fare poi a Michelangelo Buonarroti, chiamato dal Papa nel 1546, a 72 anni, ad assumere la direzione dei lavori. Michelangelo ottenne dal papa Paolo III di lavorare senza alcun compenso, ma solo per amore di Dio e per devozione a s. Pietro. Il breve di Paolo III del $1^{\circ}$ genn. 1547 conferì a Michelangelo il potere di murare, riformare e ampliare o restringere il progetto della Basilica, come meglio avrebbe creduto, lasciandogli piena libertà di scelta anche per quanto riguardava il personale. L'11 ott. 1549 Paolo III nominò a vita Michelangelo architetto della fabbrica. Michelangelo dette nuova vita ai lavori; le spese annue furono di ca. 30.000 ducati. Si calcola che dal $1^{\circ}$ genn. 1547 all'8 maggio 1551 si siano spesi 121.554 ducati. Ma dopo la morte di Paolo III (io nov. 1549) i lavori non continuarono con lo stesso ritmo. Sotto Giulio III (1551-55) i nemici di Michelangelo si rivolsero al papa contro il procedere dispotico di Michelangelo nei lavori. Invece Giulio III il 25 genn. 1552 confermò in pieno il motu proprio di Paolo III del 1549. Ma l'affievolirsi dei mezzi finanziari pontifici ebbe come conseguenza una diminuzione nell'attività costruttoria. Infatti mentre nei primi cinque mesi del 1551 si erano spesi 121.554 scudi, da questa data al 1554 se ne spesero la metà, tanto che Michelangelo era giunto alla determinazione di lasciare Roma per rientrare in Firenze, ma fu persuaso a restare da Paolo IV che il 24 giugno 1555 aveva confermato i privilegi per la Fabbrica di S. Pietro. Pio IV (1559-65) assegnò ogni mese sussidi per i lavori della Basilica Va-
ticana che visitò il 28 marzo 1561 (Pastor, VII, p. 615). Egli confermò quale direttore dei lavori Michelangelo e nell'apr. 1561 gli donò 200 scudi d'oro. Nominò come sostituto del grande architetto Francesco da Cortona, ma respinse tutte le accuse mosse contro Michelangelo da Nanni Iligio. Alla morte di Michelangelo ( 18 febbr. 1564) il tamburo della cupola era quasi terminato, ed era già stato condotto a termine, come mostra una stampa del tempo, il transetto sud e quasi compiuto quello a nord. Nell'ag. 1564 il papa Pio IV nominò Pirro Ligorio primo architetto di S. Pietro e nell'autunno dello stesso anno Giacomo Barozzi detto il Vignola quale secondo architetto. Ma tutti e due vennero licenziati l'anno seguente: il 28 apr. 1565 il Papa riun tutti i deputati per la fabbrica per discutere circa l'opera di voltare la cupola e si decise di chiedere il giudizio dei migliori architetti sia d'Italia che dell'estero. Anche il papa s. Pio V (1566-72) si preoccupò perché fossero terminati i lavori soprattutto per la vòta della cupola; e fece venire a Roma Giorgio Vasari nel 1567, ospitandolo in Vaticano e l'artista ai giorni di aver deciso Pio V a restare in tutto nei piani di Michelangelo. A capo degli architetti venne confermato il Vignola, prima solo, poi coadiuvato dal figlio Giacomo. Gregorio XIII (1572-85), in seguito alla morte del Vignola ( 7 luglio 1573), nominò a capo della fabbrica il suo disegnolo Giacomo della Porta e si adoperò perché si provvedessero i mezzi necessari specie per la costruzione della cappella detta Gregoriana par la quale il Papa erogò oltre 80.000 ducati. Molte scoperte di sarcofagi avvennero precisamente intorno agli anni 1575 e seguenti; nel 1580 il Papa trasferì dalla chiesa di S. Maria in Campo Marzio le reliquie di s. Gregorio di Nazianzo, nella cappella Gregoriana, terminata due anni prima. Da un allevio di Roma del 2 giugno 1584 si ricava che per chiudere la cupola il Papa aveva promesso al card. Farnese una offerta personale di roo.000 ducati. Da Napoli soltanto, tra il 1576-86 giunsero oblazioni per ca. 65.000 ducati.

Il papa Sisto V ( $1585-90$ ) riuscì con la sua indomita volontà ed energia a portare a termine la cupola superando ogni ostacolo. Giacomo Della Porta fu confermato a capo degli architetti; egli aveva già demolito il coro provvisorio del Bramante e costruito la nuova tribuna. Il 13 luglio 1588 si iniziarono i lavori per voltare la cupola. Sisto V volle essere informato giornalmente dell'andamento dei lavori e assegnò una somma di 1500 scudi alla settimana. Vi lavorarono 800 operai sia di giorno che di notte e mentre in Roma correva voce che l'impresa si sarebbe protratta almeno 10 anni e avrebbe richiesto non meno di un milione di ducati (Bonanni, Numismata templi Vaticani, Roma 1700, p. 76) il 21 maggio 1590 la vòtta della cupola era terminata e il 14 maggio fu posta l'ultima pietra (Avvisi di Roma del 12 e 19 maggio 1590) con una spesa di soli 200.000 ducati. Sisto V prima di morire ( 27 ag. 1590) poté così ammirare dal palazzo del Quirinale la gigantesca cupola librarsi nel cielo; mancavano solo la lanterna, la copertura esterna in piombo e la decorazione interna. La perfetta calotta sferica che costituisce la cupola interna risulta di m. 42,34 di diametro. L'impresa di Sisto V è eternata nell'iscrizione in musaico a lettere d'oro nella lanterna: «In gloria di San Pietro, Sisto V Pontefice Massimo nell'anno 1590 ".

Un'altra grandiosa opera di Sisto V fu il trasporto dell'obelisco di Caligola dal fianco meridionale della basilica al centro della Piazza S. Pietro. Già Niccolò V aveva avuto una tale idea. Quattro mesi dopo la elezione di Sisto V già si leggeva nell'Avaio di Roma del 24 ag. 1585 che in mezzo a Piazza S. Pietro era stato scelto un modello in legno dell'obelisco stesso. Sisto V affidò all'architetto Domenico Fontana trasporto e innalzamento. Il primo avvenne il 30 apr. 1586 e il secondo il 10 sett. con la spesa di 37.975 scudi sostenuta dal Papa stesso. Il papa Gregorio XIV (1590-91) fece completare la lanterna. Il suo successore Clemente VIII per la fabbrica di S. Pietro si servì di Giovanni Fontana, ma preferì Giacomo Della Porta, e, alla morte di questo (1602), lo sostituì con Carlo Maderno.

Dato il rialzamento di livello della Basilica nuova rispetto all'antica di ca. m. 3,20, non era possibile man-

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tenere la quota dell'antico presbiterio sopraelevato e troppo meschino appariva l'altare medievale di Callisto II del 1123. Quanto all'erezione del nuovo pavimento e alla conseguente costruzione di pilastri e volte di sostegno nell'ambito della navata centrale esso deve darsesi tra il 1575 e il 1592 . Infatti il pavimento nuovo è certo posteriore al 1574 , come risulta dalla descrizione dell'antica basilica di Tiberio Alfarano; inoltre esso non fu potuto compiere prima della demolizione delle protezione in muratura costruita dal Bramante. Forse cominciò dopo il 1574 e ciò spiega i numerosi sarcofagi che il Bosio descrive come scoperti nel 1575; ma occorre tener presente che lo stesso autore illustra anche sarcofagi rinvenuti nel 1592.

Appena creato papa, Clemente VIII (1592-1605) ordinò al Della Porta la demolizione della vecchia abside e dei muri di protezione del Bramante al presbiterio. Sorse così la necessità di erigere un nuovo altare papale. L'architetto sovrappose all'altare di Callisto II il nuovo altare utilizzandovi una mensa di marmo bianco di un solo pezzo estratta dal Foro di Nerva e lunga 20 palmi, larga 9. L'altare si erge su sette gradini a cui si accede dalla parte dell'abside. Durante i lavori si sparse la notizia raccolta da Francesco Maria Torrigio che l'architetto Della Porta avrebbe scoperto, attraverso una fenditura, l'altare anteriore a quello di Callisto II e che si presunse essere di Silvestro col sigillo di questo papa e la croce d'oro di Costantino ed Elena sovrapposta al sepolcro di s. Pietro. Il papa Clemente VIII avvertito sarebbe subito disceso insieme con i cardd. Bellarmino e Sfondrati e, dopo aver osservato tutto attraverso il piccolo foro, avrebbe fatto tutto rimurare in sua presenza. Ma come mise in evidenza il Cerrati, quella fenditura non poteva aver messo in evidenza che l'altare antico del presbiterio sopraelevato contenuto in quello di Callisto II; e il Della Porta, a sua volta, sovrappose il nuovo a quello di Callisto II. Lo stesso Clemente VIII per la prima volta vi celebrò solennemente la Messa il 26 giugno 1594, senza alcuna consacrazione, come mise in rilievo nel suo diario mons. Mucanzio, prefetto delle cerimonie pontificie. Ma, costruito il nuovo altare papale, era necessario adeguare anche la confessione semianulare, avendo tolto il presbiterio sopraelevato. Il Della Porta cominciò con abbassare il pavimento e rinvenne così nel 1597, presso il sepolcro di s. Pietro il grandioso sarcofago a due piani nel quale il 24 ag. dell'anno 359 era stato deposto il neofito Giunio Basso (v.) prefetto di Roma. La nuova confessione venne tracciata più ampia di quella precedente e la cappella adiacente al sepolcro venne abbellita di marmi policromi e stucchi dorati. Clemente VIII poi, per potersi recare indisturbato a pregare direttamente fino al sepolcro di s. Pietro, si fece costruire un passaggio sotterraneo che dal palazzo immetteva fino alla Confessione attraverso i sotterranei della Basilica. Il Papa inoltre ultimò la parte soprastante alla cupola; egli fece fondere nel 1592 la grandiosa palla di bronzo (nell'interno possono stare sedici persone, avendo m. 2,50 di diametro); essa fu fusa da Sebastiano Torrigiani; sopra di essa si erge la croce alta m. 3; la sua estremità superiore si trova a m. 136,57 dal pavimento della basilica. L'opera fu compiuta il 18 nov. 1593. Parimenti fu rivestita la cupola con lastre di piombo tenute insieme da sette costoloni di lamine di bronzo dorato. Clemente VIII affidò a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, la decorazione musiva dell'interno della cupola che invece i componenti la Fabbrica di S. Pietro avevano assegnato a Cristofano Roncalli. Il Cavalier d'Arpino si fece coadiuvare da una schiera di artisti, tra i quali Giovanni Vecchi e Cesare Nibbita, che composero i cartoni per i grandi musaiù dei quattro evangelisti nei pennacchi degli enormi pilastri alti m. 45; ogni medaglione ha un diametro di m. 8,50; la panna che ha in mano s. Matteo misura m. 2,50 di lunghezza. In complesso vi sono 96 figure, rappresentanti dal basso i Papi erpoltí fino allora nella Basilica; poi le grandi figure di Cristo, della Madonna, di s. Giovanni Battista, di s. Paolo e degli altri Apostoli; quindi gli Angeli con gli strumenti della Passione; più in alto ancora teste di cherubini, di angeli adoranti e di
serafini; nella sommità del lanternino l'Eterno Padre. I contemporanei definirono l'opera "un tempio posato sopra una chiesa". La decorazione però fu terminata sotto il successore di Clemente VIII.

Il papa Paolo V (1603-21) confermò, appena eletto, la congregazione cardinalizia costituita da Leone XI nel suo brevissimo pontificato per tutti i lavori relativi alla basilica di S. Pietro e nominò otto cardinali a farne parte. Bimasero gli stessi architetti Giovanni Fontana col nipote Carlo Maderno. La nuova Basilica era ancora divisa dalla prima parte della antica costantiniana dal muro divisorio fatto erigere da Paolo III nel 1538. Nel sett. 1605 cadde un grosso blocco di marmo presso l'altare della Madonna detta della Colonna, destando un grande spavento nei fedeli che assistevano alla Messa, ma tutti restarono illesi. Il cardinale arciprete Pallotta ne riferì nel Concistoro del 26 sett. 1605; il Papa, presa in esame la proposta della Congregazione dei Cardinali circa la demolizione della parte superstite della Basilica Costantiniana, l'approvò, disponendo in pari tempo che venissero conservati i monumenti sepolcrali e specialmente alcuni monumenti preziosi quali il ciborio per la reliquia detta della Veronica (v.), i musaiù di Gregorio XI, il tabernacolo di Giovanni VII. Di somma utilità fu la presenza dell'archivista del Capitolo di S. Pietro Giacomo Grimaldi, ai lavori di demolizione, durante i quali egli prese diligente inventario dei monumenti stessi. La demolizione si iniziò alla fine del sett. 1605, con il trasporto delle reliquie degli altari; il Papa nominò nel 1606 una commissione per provvedere alla conservazione dei monumenti dei papi. Paolo V fece invitare i più noti architetti a presentare progetti, se si dovessero seguire i piani di Bramante o Michelangelo e prolungare le navate. Si richiesero i pareri oltre che di Giovanni Fontana e Carlo Maderno anche di Flaminio Ponzio, Girolamo Rainaldi, Domenico Fontana, Giovanni Antonio Bosio, Niccolò Braconio, Ottavio Turriani, Gian Paolo Maggi, Paolo Rughesi e altri. Alcuni sostennero che si mantenesse il disegno a croce greca, altri stettero per l'ampliamento a croce latina, e tra questi Carlo Maderno con progetto che venne approvato da Paolo V, superando anche le difficoltà mosse dal card. Maffeo Barberini, poi Urbano VIII.

I lavori per il prolungamento vennero iniziati il giorno 8 marzo 1607; il 5 nov. successivo cominciarono le fondazioni per la nuova facciata e l'atrio; il Papa ordinò la conservazione del musaico di Giotto, detto della Navicella, che il card. Giacomo Gaetano Stefaneschi aveva fatto eseguire alla fine del sec. xili. I lavori procedettero così celermente che vi furono impiegati giorno e notte 700 operai; il 29 febbr. 1612 era terminata la facciata, lunga 115 metri, alta 46 metri nella quale si legge l'iscrizione: "In honorem Principis Apostolorum Paulus V Borghesius Romanus Pont. Mes. anno Domini 1612. Pont. VII ". Il 22 nov. 1614 era compiuta la vòta a cassettoni dell'atrio lungo 71 , largo 13 , alto 20 metri. Nel febbr. 1615 si iniziò la demolizione del muro divisorio di Paolo III e la Domenica delle Palme 12 apr. 1615 la Basilica apparve tutta intera all'ammirazione dei fedeli. Dalla porta all'abside la Basilica risultò lunga m. 186,88.

Intanto, a cominciare dal 1606 fino al 1617 il papa Paolo V fece trasportare nei sotterranei della Basilica i monumenti più importanti messi in salvo della vecchia Basilica e i sepolcri dei papi. Ma molte parti preziose andarono disperse non solo in chiese di Roma, ma anche fuori, come a Poli, a Firenze, ad Assisi, Cosi, ad es., il musaico con l'Adorazione dei Magi del tabernacolo di Giovanni VII finì in S. Maria in Cosmedin, un medaglione in musaico con un angelo della navicella di Giotto (v.), una croce in profilo, un bassorilievo e due rappresentazioni dei Principi degli Apostoli emigrarono a Boville Ernica; una immagine in musaico della Madonna mediatrice andò a S. Mares in Firenze, ecc. Paolo V inoltre fece costruire la confessione aperta davanti all'altare papale e decorò con marmi preziosi e statue in bronzo degli apostoli Pietro e Paolo (opere di Ambrogio Bonvicino), il fronte della confessione stessa, con una spesa complessiva di 12.000 scudi. La grande esedra, la doppia

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rampa di scale e l'opera di rivestimento di marmi preziosi commisti con bronzi fu opera del Maderno e del Ferrabosco. Anche durante questi lavori vennero trovati sotto al pavimento antichi sepolcri dei quali F. M. Torrigio dette una sommaria descrizione e il Drei ritrasse una stampa; si ritenne allora che si trattasse di sarcofagi degli antichi papi, per gli abiti pontificali che si credette di identificare. Fino dal 1618 Francesco Maria Torrigio, con pietà molto superiore alla scienza, compose una descrizione dei monumenti fatti disporre dal papa Paolo V nei sotterranei della Basilica, dando per il primo la denominazione di "Grotte Vecchie "a quella parte sotterranea ottenuta mediante le vòte di sostegno del pavimento nella nave centrale e chiamò "Grotte Nuove" la confessione sotterranea creata da Clemente VIII. Urbano VIII (1623-44) chiamò Gian Lorenzo Bernini ad erigere un baldacchino sull'altare maggiore della Basilica Vaticana. I lavori ebbero inizio il 19 giugno 1626 (v. sopra: sepolcreto romano).

Il bronzo acquistato a Venezia e a Livorno non fu sufficiente e, dietro consiglio dello stesso Bernini, Urbano VIII tolse dal Pantheon le travi di bronzo ancora esistenti nell'atrio. I Romani se ne dolsero e l'archiatra pontificio Giulio Marini fu l'autore dell'epigramma: "Quod non fecerunt Barbari fecerunt Barberini ". Vennero pure tolte le costolature in bronzo della cupola, sostituite con piombo. Ma il bronzo ricavato fu tanto che oltre al compimento del baldacchino di S. Pietro si fusero ben ottanta cannoni destinati a Castel S. Angelo. Le quattro colonne vitinec, in bronzo dorato, sul tipo di quelle costantiniane si elevano a 20 m . di altezza e sostengono un baldacchino pure in bronzo dorato a frange e nappe sormontato dalla croce che giunge a 28 m . di altezza; la severità dell'insieme è ravvivata da 4 giganteschi angeli, da putti e dagli stemmi del pontefice Urbano VIII. La fusione venne compiuta da Gregorio de Rossi sotto la diretta sorveglianza del Bernini. Ogni colonna, col suo cappello e la sua base, risultò del peso di 27.948 libbre; e il baldacchino nel suo insieme pesa 186.392 libbre.

Il lavoro iniziato nel 1626 fu inaugurato solennemente il 29 giugno 1633. Le spese assommarono a me. 000 scudi. Il Bernini ricevette 10.000 scudi e fin dalla morte dell'architetto Carlo Maderno ( 5 febbr. 1629) fu nominato architetto della Fabbrica di S. Pietro. Giustamente M. von Böhn, nella sua biografia del Bernini, definì la Confessione di S. Pietro, ricoperta dal baldacchino, "il centro spirituale della costruzione gigantesca" (Lorenzo Bernini, seine Zeit, sein Leben, sein Werk, Bielefeld 1912, p. 38 ).

Il Bernini ideò anche nel 1629 la decorazione dei grandi quattro pilastri della cupola prospicienti l'altare papale. Nel piano terreno, nelle quattro nicchie, furono poste le statue di Longino del Bernini stesso, di s. Elena di A. Bolgi, della Veronica di F. Mocchi e di s. Andrea di F. Duquesnoy. Al disopra delle nicchie innaide quattro legge utilizzando otto delle 12 colonne vitinee dell'antica Basilica. Nel 1637 iniziò anche la costruzione del campanile sul lato sinistro della facciata di Carlo Maderno; i lavori dovevano essere terminati per il Giubileo del 1630 , ma terminarono non appena nel primo piano cominciarono a manifestarsi lesioni nella costruzione e nel luglio 1641 la Congregazione della Fabbrica di S. Pietro ne decise la demolizione; la fallita impresa costò 112 mila scudi e una malattia al Bernini. A lui si devono ancora, però, sotto il pontificato di Innocenzo X (1644-55) i rivestimenti marmorei delle cappelle Gregoriana e Clementina e la sostituzione delle 32 colonne poste dal Maderno nelle navate minori con altrettante in marmo rosso di Cattanoilo. Tra i pilastri sono due ordini di nicchie, l'una sotto l'altra che assommano a 39, occupate ora da 39 statue rappresentanti fondatori o fondatrici di Ordini religiosi; la prima, s. Domenico, fu posta nel 1706 ed è opera di Le Gros, l'ultima, s. Luisa de Marillac, nel 1953.

I pilastri interni sostenenti gli archi e i contropilastri delle due navate minori furono da L. Bernini rivestiti di marmi policromi con 40 medaglioni ovali rappresentanti i primi papi, sostenuti da putti alati e con la co-
lomba che è nello stemma di Innocenzo X; nelle curve degli archi pose 28 allegorie delle virtù. Il Papa incaricò il Bernini del disegno per il pavimento della basilica. L'artista insigne costruì anche la colossale statua equestre di Costantino. Il successore di Innocenzo X. Alessandro VII (1655-67), il giorno stesso della sua esaltazione al pontificato, affidò al Bernini l'incarico di costruire i portici. E il Bernini immagato i due famosi portici a quattro file di colonne in travertino (284) e sull'attico 140 statue di martiri e confessori; le due braccia aperte, "a ricevere maternamente i cattolici per confermarli nella credenza, l'heretici per riunirli alla Chiesa e gli infedeli per illuminarli alla vera fede" (Cod. Chig. Vat., II II, 22).

La posa della prima pietra avvenne il 28 ag. 1657; la opera fu compiuta e inaugurata solennemente il 1666. L'ultima grandiosa opera del Bernini in S. Pietro è la maestosa cattedra in bronzo dorato in fondo all'abside della basilica sorretta da quattro dotteri della Chiesa. Il lavoro iniziato nel 1657 ebbe termine il 17 genn. 1666. Dalla grande finestra centrale una gloria di angeli in volo si librano intorno alla colomba luminosa dello Spirito Santo. Su quattro basi di marmo si ergono quattro colossi in bronzo dorato, due dottori della Chiesa latina (Agostino e Ambrogio) e due della Chiesa greca (Atanasio e Giovanni Crisostomo), e simboleggiare l'unità della Chiesa essi sorreggono la Cattedra di Pietro (v.), ispirata dallo Spirito Santo. La prima menzione della cattedra in quercia, con formella in avorio, non è anteriore al 1217 (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1867, p. 34 sgg.; id., Inser. christ., II, Roma 1888, pp. 226, 348 sgg.). L. Duchesne mise in rilievo che nel sec. xil Pietro Midlio, che scrisse per illustrare l'importanza della Basilica Vaticana contro i canonici del Laterano, non ne fa alcun accenno (Notes sur la topographie de Rome au moyen-íge, XI, in Mél. d'arch. et d'hist., 22 [1902], pp. 395-96, n. 5). Gli avori con le fatiche d'Ercole non sembrano più antichi del sec. IX. Il Duchesne ritenne che la cattedra non fosse situata nel sec. iv nel battistero vaticano. La cattedra al tempo di Maffao Vegio (Acta SS. Innii, VII, p. $74^{\circ}$ ) e di Pietro Sabino (G. B. De Rossi, Inser. christ., II, p. 411) era nella vecchia Basilica nella cappella di S. Andrea (indicata nel n. 15 nella pianta di T. Alfarano); sotto Giulio II fu portata nella rotonda di S. Andrea, nella cappella di S. Tommaso (pianta Alfarano, cit., n. 169); Paolo V la fece trasportare in quella di S. Apollinare (ibid., n. 168). Tra l'obelisco e i portici berniniani sono due fontane; in luogo di quella a destra posta dal Bernini ve ne era già un'altra dal tempo di Innocenzo VIII; quella a sinistra fu fatta porre da Clemente X nel 1670 ed è opera di C. Fontana. L'acqua proviene da Bracciano attraverso l'acquedotto di Traiano, restaurato più volte, specialmente da Paolo V e da Clemente X. - Vedi tavv. XCVI-CII.

Bibl. : I. Grimaldi, Instrumenta authentica translationum... cum multis memorii basil. (Vaticanae) demolitae: cod. Barb. lat. 7233: P. Ugonio, Hist. delle Stazioni di Roma, Roma 1388, pp. 85 sgg.; D. Fontana, Della trasportatione dell'obelisco V. et delle fabriche di N. S. Sisto V, ivi 1390; G. B. Costaguti senior, Architettura della basilica di S. Pietro in Vaticano, ivi 1620: $3^{\circ}$ ed., a cura di G. B. Costaguti iunior, ivi 1684; $3^{\circ}$ ed., a cura di M. Ferraboschi, ivi 1812; G. Severano, Memorie sacre delle Sette chiese di Roma, Roma 1630, pp. 1-292; T. M. Torrigio, Le sacre Grotte Vaticane, Viterbo 1618, Roma 1639; Ph. Bonanni, Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, $1^{\circ}$ ed., Roma 1690; $2^{\circ}$ ed. ivi 1713; C. Fontana, Templum Vaticanum et ipsius origo, ivi 1634: F. L. Dionisi, Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta aeneis tabulis incisa et commentariis illustrare, $1^{\circ}$ ed. ivi 1773; $2^{\circ}$ ed. ivi 1828; Appendix, a cura di E. Sarti e G. Settele, ivi 1840; S. Borgia, Vaticana Confusio Beati Petri Principis Apostolorum, ivi 1776; Ph. L. Dionysi, Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta, $2^{\circ}$ ed. ivi 1788; O. Panvinio, De rebus antiquis basilicae S. Petri, in A. Mai, Spicilegium Romanum, IX, ivi 1843, pp. 194-382; A Valentini, La patriarcale basilica Vaticana, ivi 1855; P. Adinolfi, La portica di S. Pietro, unita Roma nell'età di mezzo, ivi 1859; F. M. Mignanti, Storia della Sacrosanta patriarcale basilica Vaticana, Roma-Torino 1867; P. Leterouilly, Le Vaticase et la basilique de St-Pierre, Parigi 1882; E. Môntz e C. L. Frothingham, Il tesoro della basilica di S. Pietro in Vaticano del sec. XIII al XV, in Archivio dello Soc. rom. di St. patria, 6 (1883), pp. 1-137; H. Griser, Il prospetto dell'antica basilica Vaticana, in Analecta Romana, I, Roma 1899, pp. 463-

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PIANTA AL LIVELLO DEL TERRENO DEGLI EDIFICI VATICANI A NORD DELLA BASILICA
I differenti colori ne indicano le varie età di costruzione riferite ai pontificati

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pianta rettangolare, occupava lo spazio intorno al Cortile del Pappagallo, inserendosi, a sud, nei più antichi fabbricati di Innocenzo III, ai piedi della collina, e comunicando a sud-ovest, con una grande cappella sostituita, nel sec. xv, dalla Sistina. Era probabilmente difeso da torri angolari, e comprendeva inoltre un vasto giardino, o pomerium, chiuso in un recinto (al posto dell'attuale Cortile di Belvedere) come attesta la citata iscrizione capitolina.

Nei 168 anni decorrenti dalla morte di Niccolò III alla creazione di Niccolò V, e che abbracciano il lungo periodo dei papi di Avignone (1309-77), il V. non fu abitato dai pontefici se non di rado e saltuariamente, sicché non vi si fecero costruzioni importanti, ma solo lavori di adattamento e di restauro.

Niccolò V, Parentucelli (1447-55), non mosso da " vana brama di gloria - come ebbe a dire in punto di morte - "ma per accrescere l'autorità della Sede Apostolica", concepì un grandioso piano di riforma urbanistica (descritto da Giannozzo Manetti nella biografia di questo Papa), inteso a ricostruire, secondo il nuovo gusto della Rinascita, la Città Leonina, il V. e la basilica di S. Pietro. La morte troncò i suoi audaci disegni, forse presentati dal Manetti con qualche esagerazione. In V. Niccolò V fece abbattere e ricostruire dalle fondamenta l'ala a tramontana e quella a ponente dell'antica residenza di papa Orsini, salvo, nella prima, la parte corrispondente alle due sale sovrapposte dette dei Pontefici e di Costantino. Queste ultime conservarono, allora, i soffitti a travi (le finte vòtte attuali datano dal Cinquecento), mentre le altre, ossia le stanze a pianterreno (dov'ebbe sede la Biblioteca Vaticana da lui fondata), quelle del primo e del secondo piano, note poi coi nomi di Appartamento Borgia e Camere di Raffaello, sono coperte con vòtte a vela, all'uso fiorentino. Delle opere di fortificazione di cui questo Papa voleva recingere il V. rimangono tuttora i tratti est-ovest e nord-sud di una potente muraglia, che si dipartono dal massiccio torrione rotondo (presso alla Porta di S. Anna), detto, appunto, di Niccolò V. Furono suoi architetti Leon Battista Alberti, Bernardo Rossellino, Aristotele di Fioravante, Giacomo di Pietrasanta e Antonio di Francesco, insignito del titolo di architetto palatino fin dal 1447. Molti furono i pittori d'affresco e di vetrate da lui impiegati, ma le loro opere sono quasi tutte scomparse, eccetto le Storie dei ss. Stefano e Lorenzo, eseguite dal Beato Angelico (v.), fra il 1447 e il 1450 , nella Cappella parva superior. Gli affreschi dello stesso artista in quella del S.mo Sacramento, affiancata all'Aula prima (oggi tratto ovest della Sala Ducale), furono invece distrutti con tutto il sacello per l'allargamento della Scala detta del Maresciallo sotto Paolo III.

Gli immediati successori di Niccolò V, ossia Callisto III, Borgia (1455-58) e Pio II, Piccolomini ( $1458-$ 1464), non eseguirono opere notevoli in V., salvo, per quest'ultimo, una bella porta di comunicazione in marmo fra il Cortile del Maresciallo e quello del Pappagallo, tuttora in sito. Delle costruzioni di Paolo II, Barbo (1464-71), rimangono solo alcuni adattamenti interni (nell'ala meridionale del Palazzo si sono trovati di recente alcuni salvadanai con monete e medaglie del suo pontificato), e la stretta scala aggiunta a destra dell'arco di passaggio dal Cortile del Pappagallo a quella di S. Damaso. Di un suo loggiato, che chiudeva a sud il Cortile del Maresciallo, rimangono ancora alcuni capitelli ed archi di travertino, rimessi in opera da Paolo III nel medesimo Cortile.

Con Sisto IV, della Rovere (1471-83), il V. acquista un altro edificio monumentale: la Cappella Sistina, costruita da Giovanni de' Dolci da Firenze, all'incirca fra gli anni 1475 e 1483 , al posto di quella dugentesca murata da Niccolò III. Come dimostra la struttura della parte superiore, munita di merli, essa non serviva solo alle funzioni religiose della Corte papale, ma anche alla difesa del Palazzi Apostolici. Lavorarono alla sua decorazione pittorica il Perugino, il Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, il Botticelli, il Signorelli, Cosimo Rosselli e i loro aiuti (fra i quali Piero di

Cosimo e Bartolomeo della Gatta), che eseguirono sulle pareti i due cicli d'affreschi con Scene della vita di Mosè (lato del Vangelo) e di Cristo (lato dell'Epistola), nonché la serie dei Primi Papi nelle nicchie dipinte tra le finestre. Autore della transenna mormorea e della cantoria fu Mino da Fiesole, coadiuvato forse da Andrea Bregno e Giovanni Dalmata. A Sisto IV si deve inoltre la definitiva sistemazione e dipintura (già cominciata sotto Niccolò V) della Biblioteca Vaticana (al pianterreno dell'ala nord), dove fra l'altro fece eseguire il celebre affresco che lo rappresenta in atto di dare udienza al Platina (oggi nella Pinacoteca Vaticana), opera di Melozzo da Forli (v.), famosa per i ritratti e la prospettiva.

Innocenzo VIII, Cibo (1484-92), ricostruì con nuovo disegno il Palazzo inferiore, tra S. Pietro ed il Cortile del Maresciallo, che da lui prese il nome di Curia Innocenziana. Questa venne poi demolita dal Bernini per il riordinamento della Piazza, ma la sua imponente facciata è ben nota da stampe, disegni e pitture, specie del Cinquecento (affresco del Vasari nella Sala Regia). Lo stesso Pontefice arricchì pure il V. di una residenza estiva, il Palazzetto di Belvedere, innalzato sul ciglio settentrionale del colle. L'edificio merlato, a pianta rettangolare, fu murato da Giacomo da Pietrasanta, sap progetto, dicesi, di Antonio del Pollapuolo, scultore favorito dal Papa. Il suo aspetto originario venne in seguito alquanto modificato da aggiunte e rimaneggiamenti, ai quali furono purtroppo sacrificati, alla fine del sec. xviri, la cappella di S. Giovanni Battista, affrescata dal Mantegna (1490), e le vedute di città italiane, attribuite al Pinturicchio, nella elegante loggia (ora chiusa), per far posto all'odierna Galleria delle Statue, voluta da Clemente XIV e Pio VI.

Ad Alessandro VI, Borgia (1492-1503), si deve la massiccia torre che porta il suo nome, a protezione dell'angolo nord-ovest del Palazzo Apostolico, nonché il nuovo assetto delle sale al primo piano dell'ala a tramontana, che orrò fastosamente di stucchi dorati e fece affrescare dal Pinturicchio e dai suoi collaboratori (l'attuale Appartamento Borgia).

Dopo il brevissimo regno di Pio III, Piccolomini (1503), salì al trono Giulio II, della Rovere (1503-13), nipote di Sisto IV, e con lui s'apre una nuova era nella storia edilizia del V., dominata dal nome di Donato Bramante. Questo architetto, degno per geniale audacia del suo mecenate, concepì un grandioso progetto per la sistemazione del vasto terreno fra l'antico Palazzo e il Belvedere, al quale aggiunse la famosa scala a chiscciola tuttora conservata e che porta il suo nome. Queste residenze dovevano essere congiunte per mezzo di due lunghi corridoi a logge aperte verso l'interno, mentre il Palazzetto di Innocenzo VIII, nella sua parte prospiciente il nuovo cortile, sarebbe stato coperto da una facciata ornata d'una gran nicchia centrale. Due scale monumentali superavano i dislivelli fra la parte meridionale del terreno, più bassa, dove dovevano svolgersi giostre ed altri spettacoli, quella mediana, destinata agli spettatori, e l'ultima messa a giardino. Di tale progetto il Bramante eseguì il solo corridoio a levante (molto alterato in seguito) dove oggi si trovano le Gallerie Chiaramonti e Lapidaria. E ancora opera sua - fino al secondo e, allora, ultimo piano - il nuovo prospetto del Palazzo Vaticano verso Roma, le cosiddette Logge, formato da due ordini di gallerie, oltre a quello del pianterreno, chiuso poi dal Sangallo per motivi di stabilità. Questa costruzione, destinata a nascondere la medievale facciata di Niccolò III, era più estesa del Palazzo che copriva, e, nella parte sporgente verso sud conteneva le "Scale papali" (come le chiama il Vasari) a cordonata, trasformate nella forma attuale sotto Pio VII. Ambedue queste opere furono condotte a termine, con nuovo disegno, dopo la morte del Bramante (1514), da Raffaello, il quale aggiunse alle Logge una terza galleria a peristilio e alla scala un'ultima rampa, corrispondente ad un nuovo ed ultimo piano. Seguitando l'opera dello zio, Giulio II fece affrescare da Michelangelo la visita della Cappella Sistina (1508-12) con le Storie della Creazione, e da Raffaello le Stanze della Segnatura e di Eliodoro (1508-

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LOGGIA DI RAFFAELLO
(1514-19)

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1513), quest'ultima terminata sotto Leone X. Fra le altre minori costruzioni sue in V., il Vasari cita pure una "uccelliera" ora distrutta.

Sotto Leone X, de' Medici (1513-21), Raffaello, succeduto nel 1514 al Bramante come architetto dei SS. Palazzi, completò le due opere sopra accennate, costrui e fece affrescare sotto la sua direzione la Loggetta affacciata sul Cortile del Maresciallo (ca. 1516), tornata in luce e restaurata nel 1943, e la famosa "stufetta "o bagno del card. Bibbiena (1516). In gran parte di sua mano orno quest'ultima di pitture mitologiche e "grottesche " alla maniera antica, che servirono d'esempio ai suoi collaboratori ed allievi (Giovanni da Udine, Pierin del Vaga, Giulio Romano e Francesco Penni) per la dipintura, eseguita sotto la sua guida, della Loggetta e della Loggia. Quest'ultima fu arricchita di stucchi modellati all'uso romano classico da Giovanni da Udine, il quale, coadiuvato da Pierin del Vaga, orno pure la volta della Scala dei Pontefici nell'Appartamento Borgia. Allo stesso Papa mediceo si deve il fabbricato prospiciente la Piazza S. Pietro, addossato verso sud allo sperone delle Logge quasi del tutto rifatto (sperse nella facciata) sotto Paolo V. Leone X fece ancora seguitare e finire dal Sanzio e dalla sua scuola gli affreschi delle Stanze di Eliodoro e dell'Incendio (1514-77), consacrata, quest'ultima, ai pontificati di due grandi Papi suoi omonimi: Leone III e IV, con evidente allusione alla persona di lui.

All'olandese Adriano VI, Florisze (1522-23), che poco interesse portava all'arte, succedette Clemente VII, de' Medici (1523-34), il Papa del sacco di Roma (1527), che fece portare a compimento dai discepoli di Raffaello gli affreschi della Sala di Costantino, incominciati già ai tempi di Leone X. A lui si deve pure una "stufetta" con graziosa decorazione pittorica recentemente ritrovata (murata e riempita di calcinacci) nell'edificio ad. dossato alla Scala papale (o della Floreria, come oggi si chiama) verso Piazza S. Pietro.

Con Paolo III, Farnese (1534-49) riprende intensa l'attività edilizia dei Sacri Palazzi, e precisamente nella loro parte più antica, ciò che comportò, purtroppo, anche la distruzione di pregevoli opere del passato. Fu incaricato dei lavori Antonio da Sangallo il Giovane, che diede l'aspetto attuale alla Sala Regia, con la sua ampia volta a botte ornata di eleganti stucchi da Pierin del Vaga, mentre gli affreschi sono del Vasari, degli Zuccari, di G. Salviati e d'altri manieristi e gli stucchi delle pareti si devono in prevalenza a Daniele da Volterra, Guglielmo e Giacomo Della Porta. I lavori si potessero fino al 1573. Per dare un degno accesso a quell'aula, destinata ai ricevimenti dei sovrani (come indica il suo nome), il Sangallo allargò la scala che vi conduceva dal Cortile del Maresciallo, sacrificando così la trecentesca Cappella del S.mo Sacramento, tutta affresca