tto a proposito della storia edilizia dei SS. Palazzi.
XII. Stanze di Raffaello: v. raffaello sanzio.
XIII. Sala dei Chiavoscuri (o dei Palafrenieri). Ha un magnifico soffitto intagliato e dorato con emblemi medicei, intorno all'arma di Leone X. Al posto degli attuali chiaroscuri erano altri, opera di Raffaello, che rappresentavano apostoli e santi, dei quali rimane un ricordo nelle stampe di Marcantonio e una pallida copia nella chiesa delle Tre Fontane; queste preziose pitture furono distrutte sotto Paolo IV, non per "fare certi suoi stanzini a bugigattoli", come afferma il Vasari, ma per consolidare la muratura, come hanno rivelato i recenti restauri. Le figure di Apostoli e Santi che vi si vedono oggi sono opera di Taddeo e Federico Zuccari, mentre si deve la parte decorativa a Giovanni e Cherubino Nberti. La nuova decorazione data, giusta l'epigrafe, dal
Cappella di Niccolò V. - La Cappelletta di Niccolò V, conosciuta anche sotto il nome di Cappella del Beato Angelico (v.) fu dipinta dal grande artista domenicano fra il 1448 ed il 1450 , con due cicli d'affreschi sovrapposti rappresentanti episodi delle vite dei ss. Stefano (zona superiore) e Lorenzo (zona inferiore). Restauri recenti hanno permesso di ritrovare, sotto le ridipinture fatte al tempo di Gregorio XIII, l'originale basamento dipinto, costituito da tappeti con motivi decorativi di colore e di disegno diverso per ogni affresco del ciclo inferiore. Delle molte opere eseguite in Vaticano dal Beato Angelico questa è la sola che sia rimasta. In essa il frate pittore cerca di accordare, senza tradirla, la sua mistica religiosità (ancora quasi medievale) con lo spirito nuovo della Rinascita e dell'Umanesimo, per far opera grata ad un papa che fu egli stesso uno dei più grandi umanisti, quando era ancora maestro Tommaso Parentucelli da Sarzana. Indimenticabili sono molte fra le figure qui evocate dal pennello dell'Angelico, ma particolarmente quella del cieco che avanza verso s. Lorenzo a chieder l'elemosina. Il gusto di questo pittore mistico per i colori celestiali, come l'azzurro ed il rosa, è tanto invincibile, da fargli colorare in rosa il rilievo romano con l'aquila, conservato nell'atrio dei SS. Apostoli in Roma, da lui posto sul trono dell'Imperatore che giudica il diacono Lorenzo, e da fargli vestire d'azzurro, colore inesistente nella liturgia, il papa e la sua corte ecclesiastica nella scena della Consegna del calice a s. Lorenzo. Un'opera siffatta non si spiega con sole indagini critiche e stilistiche, ma va compresa con la profonda conoscenza, anzi col sentimento del contenuto religioso che ne è l'anima. Ecco perché va lodata l'iniziativa presa dalle autorità della S. Sede, dopo i recenti restauri, di includere di nuovo la Cappella di Niccolò V nel novero delle Cappelle pontificie palatine (v. illustrazioni alle v. beato angelico) tiara).
Boll.: F. Baldinucci, Notizie dei professori del disegno..., ed. Ranalli, I. Firenze 1848, pp. 414-23; V. Marchese, Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani, I, 3a ed., Genova 1869, pp. 273-448; G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi, II. Firenze 1878, pp. 305-34; E. Müntz, Les arts à la cour des papes, I. Parigi 1878, pp. 90-96; A. Wurm, Meister- und Schülers arbeit in Fra Angelicos Werk, Strasburgo 1907; Venturi, VII, pp. 35-81; R. Papini, Fra Giovanni Angelico, Bologna 1925; I. B. Sumino, Beato Angelico, Firenze 1927; R. Van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, L'Aia 1928, pp. 32-162; B. Biagetti, Una nuova ipotesi intorno allo studio e
alla cappella di Niccolò V, in Memorie della Pont. accad. rom. di archeol., 3 (1932), pp. 205-14; F. Ehrle-H. Egger, Der vati. kantiche Palast in seiner Entsichlune..., Città del Vaticano 1932; G. Fallani, Il Beato Angelico, Roma 1945; F. P. R. Rėgamet, La valeur permanente et l'inactualité de Fra dinerlico (Caharr. d'art sacré, 8), Parigi 1946; Relazioni dei Monumenti. Musei e Gallerie Pontifere (2" relazione, di D. R. de Campos, intorno alla pittare murali), in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 23-24 (1950), pp. 383-90; J. Pope-Hennessy, Fra Angelico, Londra 1952; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, Roma 1954; Pettin, I, pp. 525-77.
XV. Logge di Raffaello. - Le Logge di Raffaello fanno parte della nuova facciata ordinata da Giulio II al Bramante, verso il 1512 , per coprire quella medievale del palazzo di Niccolò III, prospiciente la città. La seconda galleria fu portata a termine, seguendo i disegni di Bramante, da Raffaello, suo successore quale architetto dei S. Palazzi e della basilica di S. Pietre. La decorazione di piccoli affreschi, grottesche dipinte e stucchi e opera della scuola di Raffaello, sotto la personale direzione del maestro, e rappresenta forse il tentativo più riuscito degli sforzi della Rinascita per risuscitare lo spirito dell'arte antica. I pittori che lavorarono agli ordini dell'Urbinate furono principalmente Giulio Romano, Francesco Penni, Pierin del Vaga e Giovanni da Udine. A quest'ultimo si devono i graziosis. simi stucchi modellati nella tecnica romana classica, da lui scoperta studiando gli esemplari antichi allora tornati in luce, specialmente negli scavi della Domus Aurea di Nernoc. Tipica dello spirito rinascimentale è la disinvoltura con la quale gli artisti hanno mescolato qui motivi sacri, tutti per lo più dal Vecchio Testamento (specie negli affreschi della vòlta, la cui serie e nota appunto col nome di Bibbia di Raffaello), ed elementi iconografici profani che solo la comune eccellenza artistica riesce a legare. La Loggia era destinata alle passeggiate di Leone X, il quale vi teneva la parte più preziosa delle sue raccolte di "anticaglie", come risulta da documenti del tempo. Di recente sono state scoperti, sotto una muratura di Paolo III, due mezzi pilastrini dipinti e dorati, in uno stato di conservazione quasi perfetta. Questi due elementi, restaurati con cura, ma non redipinti, dànno un'idea della forza che dovevano avere i colori e gli ori della Loggia prima che il Sacco di Roma. la Rivoluzione, i visitatori, i restauratori e la naturale opera dei secoli ne riducesse la decorazione a quella pallida larva che oggi, si può dire, basta appena a conservarne un ricordo.
Boll.: F. Weege, Das Goldene Haus des Nero, in Jahrbuch des kaiserlich deutschen Archäologischen Instituts, 28 (1913), pp. 147-244; K. Lanckorotska, Zu Raffaels Loggien, in Jahrbuch der buntdeisterischen Sammlungen in Wien, 9 (1935), pp. 111-20; D. Finchel, Le gerarchie degli angeli di Raffaello nelle Logge del Vaticano, in L'Illustrazione Vaticana, 8 (1937), pp. 162-64; D. R. de Campos, Raffaello e Michelangelo, Roma 1946, pp. 35-42; id., Dipinti raffaelleschi tornati in luce nelle Logge Vaticane, in L'osservatore romano, 13 ott. 1952; id., Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, 2011954.
XVI. Cappella Sistina. - La Cappella Sistina deve il suo nome al papa Sisto IV, che la fece costruire dall'architetto Giovannino de' Dolci, da Firenze, tra il 1475 ed il 1485 , quale cappella privata "ufficiale" dei Pontefici, sulle fondamenta di una più antica, murata da Niccolò III alla fine del sec. xiri.
La sua decorazione pittorica (prevista dal costruttore che limitò al massimo le parti in rilievo all'interno e diresse personalmente l'opera dei pittori) si divide in tre tempi, corrispondenti ai regni di Sisto IV, Giulio II e Paolo III. Il primo, ispirandosi agli schemi decorativi delle antiche basiliche romane, fece dipingere da un gruppo di artisti valentissimi (quali il Perugino, il Pinturicchio, il Signorelli, il Botticelli, Cosimo Rosselli e Piero di Cosimo, aiutati dai loro scolari) i due cicli con episodi della Vita di Mosè, dal lato del Vangelo, e della Vita di Cristo, da quello dell'Epistola, nonché, tra le finestre, la serie iconografica dei primi papi. Giulio II fece dipingere da Michelangelo sulla vòlta la Storia della Crenzione, dal «Fiat lux» fino al Diluvio ed al ricominciar della vita sulla terra nella supercette famiglia di Noè. Paolo III, infine, riprendendo un'idea di Clemente VII, ordinò a Michelangelo, già vecchio, di affrescare, sulla parete d'altare, l'Ultimo giudizio. Si ha così, in questo sacello, non solo
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un grandioso riassunto della storia del mondo, dagli albori alla fine dei secoli (protostoria sulla vòtta, il mondo della Legge antica nel ciclo di Mosè, il mondo della Grazia nelle scene della vita di Cristo, e conclusione finale nell'affresco del Giudizio), ma anche una netta visione panoramica dell'evolversi della pittura italiana della Rinascita, dalla sua adolescenza nel Quattrocento, attraverso la sua piena fioritura cinquecentesca, caratterizzata dal perfetto accordo, nelle figure della vòtta, fra esigenze formali ed espressive, fino all'inizio della decadenza dell'ideale estetico - classico -, monifesto nelle tormentate forme dei personaggi del Giudizio, dove la necessità espressiva dell'appassionato contenuto etico conta assai più di qualsiasi preoccupazione formale. E veramente sembra che la Divina Provvidenza abbia guidato la successione di queste tre fasi in modo da incatenarle con tanta consequenzialità, come se avessero seguito un piano prestabilito dall'inizio. Infatti, quando Giulio II. Clemente VII e Paolo III allogarono gli affreschi della vòtta e della parete d'altare, nessuno dei tre Pontefici pensò di collegarsi ai due cicli quattrocenteschi già dipinti sulle pareti. Il primo aveva ordinato allo scultore Michelangelo, malgrado la sua iniziale resistenza, di dipingere sulla vòtta i Dodici Apostoli, e fu il Buonarroti stesso che propose di affrescarvi le scene della Genesi, mentre Clemente VII vedeva nel Giudizio finale da lui ordinato per la parete d'altare (contro l'usanza iconografica che lo colloca di solito sulla porta d'ingresso delle chiese) semplicemente una memoria del Sacco di Roma, che nel 1527 aveva funestato il suo pontificato, e Paolo III, che ne riprese e realizzò l'idea, fece di quella terribile pittura il bondo dell'invocato Concilio per la riforma cattolica della Chiesa (v. illustrazioni alla v. michelangelo, vol. VI, tav. 53 [Giudizio]; VII, tav. 29 [interno]).
Bini.: H. Woolflin, Die Sistimische Decke Michelangelo's, in Repertoriun für Kunstwissenschaft, 13 (1890), pp. 264-72: id., Ein Entwurif Michelangelo's zur Sistimischen Decke, in Zohrè. der Kat. Previs. Kunstsammlungen, 13 (1892), pp. 178-82; C. Justi, Michelangelo, Lipsia 1900, pp. 1-206 (la vòtta); E. Steinmann, Die Sistimische Kapelle, Monaco 1901-1902; B. Nogara, Studi e provvedenze per gli affreschi di Michelangelo nelle Cappella Sistina e Paolino, in Rendicanti delle Pont. Arcad. Rom. di Archeol., 9 (1933), pp. 167-77: Pastor, II, pp. 654-75, IV, t, pp. 474-86, III, pp. 931-40; V, pp. 740-54; B. Biagetti, La vòtta della Cappella Sistina, in Rend. uella Pont. Arcad. Rom. di Archeol., 12 (1936), pp. 109-220; Michelangelo Buonarroti (misc. per il IV centenario del Giudizio), Firenze 1942; A. Bertini, Michelangelo fino alla Sistina, Torino 1942; B. Biagetti, Tecnica e stato di conservata. del Giudizio, in Rendic. dello Pont. Acc. rom. di Archeol., 18 (19411942), pp. 29-46; D. R. de Campos-B. Biagetti, Il Giudizio Guro, di Michelangelo, Roma 1944; Ch. De Tolnay, Michelangelo, II-III, Princeton 1945-49; G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi: v. vol. IX, Indici, s. v. Cappella Sistina; Venturi, passim; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vatic., Roma 1954.
XVII. Appartamento Borgia. - Questo famoso appartamento prende il nome dal casato di Alessandro VI, Borgia, che lo fece decorare d'affreschi e di ricchi stucchi dorati dal Pinturicchio (v.) e dai suoi collaboratori ed aiuti (quali Piermatteo d'Amelia ed Antonio da Viterbo detto il Postura), fra il 1492 ed il 1495 , e vi abitò fino alla sua morte.
L'ultima sala dell'appartamento, detta Sala dei Pontefici, fu decorata solo ai tempi di Leone X, da Pierin del Vaga e Giovanni da Udine, allievi di Raffaello. La decorazione pittorica delle singole stanze, dette delle Sibile, del Credo, delle Arti Liberali (v.), della Vita dei Santi e dei Misteri della Fede, rispecchia un programma iconografico ancora in gran parte medievale, pur nella nuova forma dell'arte della Rinascita. Questa forma è quella dello stile umbro, di cui il maggior rappresentante fu il Perugino ed il più efficace volgarizzatore appunto il Pinturicchio. E una forma ricca di valori decorativi più che di alte qualità estetiche, e ben si comprende come sia stata prescelta dal Papa spagnolo, per il quale il Rinascimento costituiva un fenomeno artistico estraneo al suo mondo culturale e quindi più facile ad assimilarsi in quella piena esposizione che ne fa il Pinturicchio. Degni di nota particolare, fra questi affreschi, che contano soprattutto per il loro effetto complessivo nei vari ambienti, è il ritratto di Alessandro VI (v.) nella Risurrezione di

(1st. Biblioteca Vaticana)
Vaticano - Sala di esposizione dei cimeli provenienti dal Sancta danctorum sistemata dal prof. W. F. Volbach per ordine di Pio XI (1934) - Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.
N. S., effigie straordinariamente espressiva e certo non indegna d'un Piero della Francesca, comunque assai superiore al livello medio dell'arte pinturicchiesca, arte che raggiunge un altro dei suoi non molti culmini nel grande affresco con la Disputa di s. Casterino d'Alessandria: festosa miniatura, ingrandita alle proporzioni della parete lunettata, interessante anche per i ritratti che vi figurano.
Bini.: G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, III, Firenze 1878op. 493-531; A. Schmarsee, Bernardino Pinturicchio in Rom. Stoccarda 1882; Bureardi Argentinensis Diarium, ed. L. ThussneParigi 1883-84; F. Ehrle-E. Stevenson, Gli affreschi del Pinturicchio nell' Appartamento Borgia del Palazzo Apostolico Vaticano. Roma 1897; M. Bover D' Assen, Le peintre des Borgia: Pinturicchio, Parigi 1898; W. Bombo, Pinturicchio, in ThiemeBecker, XXVII, pp. 65-67; Venturi, VII, it, pp. 606-42; R. Van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, XIV. L'Aia 1933, pp. 227-46; F. Hermanin, L'Appartamento Borgia, Roma 1934; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, ivi 1954.
Deselecio Redig de Campos
XVIII. Museo Sacro e Sancta Sanctorum. - E il primo vero museo del Vaticano in or:line di tempo (v. sopra : cenni storici), dovuto all'illuminato pontefice Benedetto XIV, riordinato sotto Pio XI. Nella Sala I, o delle Antichità cristiane, sono raccolti oggetti provenienti in gran parte dalle catacombe romane di S. Callisto, Domitilla, S. Sebastiano, S. Panfilo ecc.: vetri, lampade, gemme cristiane, gnostiche e pagane, oggetti in osso e avorio, in cristallo di rocca, in oro e bronzo ecc. Specialmente notevoli un monogramma di Cristo di tipo costantiniano da S. Agnese, una brocca da S. Lorenzo del sec. vil-vili, un reliquiario niellato del sec. 16 da SS. Quattro Coronati, una pisside ovale in argento di provenienza africana, del sec. III, una pisside d'avorio dal duomo di Milano del sec. vi. La sala venne aperta nel 1768 con la vòtta dipinta da S. Pozzi che vi rappresentò il trionfo della Chiesa e le Virtù teologali; alla stessa epoca appartengono gli armadi coi busti dei cardinali bibliotecari. Segue la saletta cosiddetta dei Papiri di Ravenna, ornata di allegorie in affresco di R. Mengs con l'aiuto di C. Unterberger. Contiene due vetrine con vetri con fondo d'oro dei secc. III e IV, numerosi e alcuni di finissima fattura.
Nella Sala III, o degli Indirizzi, vi sono conservati
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(let. del Museo)
Vaticano - Casa degli Spiriti e delle iniziazioni della gioventù maschile sul fiume Lepik (Nuova Guinea) - Pontificio Museo Missionario etnologico del Laterano.
per lo più arredi e oggetti di culto in metallo, smalto, avorio e cuoio, le cui età vanno dal medioevo ai tempi moderni. Notiamo: un calice di S. Girolamo del sec. IX, una croce da Chianciano del 1400 circa, un'altra da Muri del 1300 circa e una da Kreuzlingen del 1557; una rosa d'oro del sec. xIx; smalti, specialmente di Limoges, cristalli di rocca di V. Belli (1468-1546); avori dei secc. IX-xv, fra cui famoso il dittico di Rambona del 900 circa; e inoltre ceramiche e placchette del Rinascimento, qualche frammento d'affresco delle catacombe dei secc. III e IV, e due teste d'apostoli in musaico dal Triclinio Lateranense del sec. IX.
Attraverso la Cappella di S. Pio V decorata da G. Zucchi ( 1541 -90) su disegni del Vasari e contenente paramenti sacri, disegnati da A. Allori (1535-1607) e tessuti in arazzo, si passa alla Sala IV, dove sono altri paramenti sacri, tra i quali spiccano un piviale inglese del sec. xili e un camice della famiglia Caetani del sec. xvi. Seguono le Sale V e VI dove sono esposti oggetti d'arte dell'Oriente cristiano e i reliquiari del "Sancta Sanctorum» del Laterano e altri oggetti.
Bibl.: R. Kanzler, Gli avori dei Musei Profano e Sacro della Biblist. Vat., in Coll. art. arch. e num. dei Palazzi Apost., I. Roma 1903; Ch. R. Morey - W. Smith, Studies in the Art of the Museo Cristiano of the Vatican Library, in The Art Bulletin, 9 (19261927); Ch. R. Morey, Gli oggetti di avorio e d'oro, Città del Vaticano 1936; M. Stohlmann, Gli smalti, ivi 1939; W. F. Volbach, Guide della Biblist. Ap. Vat. Museo Sacro: I. L'arte bizantina nel medioevo (1935); II. La Croce (1938); III. Itinerario del Museo Sacro (1938); IV. Il Tesoro della Capp. Sancta Sanctorum (1941); V. Averi medioevali (1942); VI. Stetfo medioevali (1943); id., I tessuti, Città del Vaticano 1942; id., Le arti minori, in Vaticano, a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946.
XIX. Sala delle Nozze Aldobrandine. - Costruita da Paolo V nel 1611 ha nella viltta affreschi di G. Reni. Dopo aver contenuto la collezione delle stampe fu dal 1838 destinata a conservare una serie di pitture antiche provenienti da Roma e dintorni. Celebre l'affresco delle Nozze Aldobrandine frammento di grande pittura mu-
rale di età augustea, ispirata alla pittura greca dei secc. IVII a. C. Degni di nota anche i dipinti con scene della Odissea del I sec. a. C.
Bibl.: B. Nogara, Le Nozze Aldobrandine, i Puesaggi con scene dell'Odissea e le altre pitture antiche conservate nella Bibl. Vatic. e nei Musei Pont., in Coll. art. arch. e num., II. Milano 1907; L. Curtius, Zur Aldobrandinischen Hochzeit, in Vermächtnis der antiken Kunst, Heidelberg 1950, p. 119-122.
XX. Sale di esposizione della Biblioteca e Salone Sistino. - Tutte tappezzate di armadi, già destinati a codici e libri, queste sale sono contenute in una lunghissima galleria di circa 300 metri che contiene pure alle sue estremità il Museo Profano (v. sopra) e parte del Museo Sacro (v. sopra). Da nord si ha la Galleria Clementina di Clemente XII decorata nel 1818 da D. De Angelis con episodi della vita del papa Pio VII. Nel primo tratto sono esposti oggetti di antichità classica, fra cui una piccola stele greca originale del sec. v a. C. e il tesoro in oro dall'Aventino del sec. III d. C. Segue la Sala Alessandrina, formata sotto Alessandro VIII nel 1690, ornata essa pure dal De Angelis con pitture relative al pontificato di Pio VI. Dopo le Sale Paoline decorate con episodi della vita di Paolo V (1605-21) da artisti contemporanei, si apre, preceduto da un vestibolo a sinistra, il grandioso Salone Sistino, costruito e decorato sotto Sisto V (1385-90). Le numerose pitture che lo adornano interamente sviluppano due principali temi: l'esaltazione del libro attraverso i secoli e la glorificazione del pontificato di Sisto V. Specialmente importanti le vedute dei monumenti di Roma. Nelle numerose vetrine sono esposti i cimeli della Biblioteca Vaticana: manoscritti di alta antichità come il famoso Codice Greco della Bibbia, quattro Virgili, il palinsesto del De Republica di Cicerone, il Terenzio detto Bembino; esenpiari miniati di temi e scuole diverse, dall'età romana al Rinascimento; autografi di s. Tomaso, del Petrarca, di Michelangelo, del Tasso, di Lutero, di Enrico VIII. del Manzoni, del Leopardi ecc.; disegni di artisti famosi come le illustrazioni alla Divina Commedia del Botticelli; incunaboli ecc. e infine una serie delle monete papali dalle origini fino a Pio XI. Riprendendo la Galleria seguono le Sale Sistine dello stesso Sisto V, con decorazione pittorica del tempo i notevoli soprattutto il trasporto dell'obelisco in Piazza S. Pietro e la veduta della basilica di S. Pietro secondo il progetto di Michelangelo, cioè a croce greca. Segue infine la Galleria di Urbano VIII dove sono esposti strumenti astronomici, portolani miniati della prima metà del sec. xvi e una macchina per piombare le belle pontifcie. In fondo alla sala le statue del sofista Elio Aristide e dell'oratore Lisia, rispettivamente del sec. III e del II d. C.
Bibl.: E. Massi, Descriz. delle Gallerie di pittura nel Pont. Pal. Vat., nuova ed., Roma s. d.; A. Mazzoni, Guida alla Biblist. Vat. e all' Appartamento Borgia, ivi 1881; Guide Musei e Gallerie Pont., V. Guida delle Gallerie di Pittura, 1925; E. Tisserant, Biblisch. Pontif., Parigi 1936.
XXI. Museo Profano della Biblioteca. - E una piccola collezione interessante soprattutto come esempio tipico di quelle raccolte antiquarie che si formarono nel sec. xviii. Cominciata sotto Clemente XIII (1767), fu terminata sotto Pio VI (1775-99) con mobilio di Luigi Valadier. Notevoli specialmente una testa in bronzo di Augusto, diplomi militari romani in bronzo, statuette in bronzo e sculture in osso e avorio di età romana, una testa e braccio di statua crisoelefantina di Atena, ritenuta un originale greco del sec. v a. C., fuori in pietre dure; musaici del sec. II d. C. Filippo Magi
XXII. Museo Gregoriano Lateranense e Museo di antichità cristiane. - Gregorio XVI affidò il restauro del Palazzo all'architetto L. Poletti, coadiuvato per gli affreschi da V. Camuccini, e vi fondò il Museo Gregoriano Lateranense aperto al pubblico il 16 maggio 1854 per statue, bassorilievi, sarcofagi, epigrafi d'arte classica. Esso accolse quel che era riunito nel Magazzini Vaticani e era troppo stipato nei Musei Pio Clementino e Chiaramonti, nonché quanto era stato disposto dal tempo di Pio VII in poi nelle sale dell'appartamento Borgia, aggiungendovi quanto di meglio
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In alto a sinistra: PREDICA DI S. STEFANO del B. Angelico (1448-49) - Cappella Niccolina. In alto a destra: PARTICOLARE DELLA CACCIATA DI ELIODORO DAL TEMPIO, affresco di Raffaello (1512-14) Stanza dell' Eliodoro. In basso: MOSE E LE FIGLIE DI JETRO, affresco di S. Botticelli (1481-82) - Cappella Sistina.
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(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
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(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
(b) Ilusis (atitima)
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A sinistra: CORTILE DEL PALAZZO DEL LATERANO, architetto D. Fontana (1986). Sotto il portico, collezione epigrafica pagana; nella loggia collezione epigrafica cristiana ordinata da G. B. De Reus. A destra: SOFOCLE, statua trovata a Terracina nel 1819 e restaurata da P. Tenorani. Regione di un originale greco dedicato da Lirnego ad Anore nel 340 a. C. Sala tre del Museo profano lucianense, fondato da Gregorio XVI.
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In alto: SALA DEI PAPI o della Conciliazione nel Pontificio Museo missionario etnologico del Laterano, dove l' 11 febbr. 1929 furono firmati i Patti Lateranensi. Alle pareti, affreschi con le opere di Sisto V (1585-90), e ritratti dei primi Papi per ciascun nome, da s. Pietro a s. Silvestro. In basso: SALA DELLA PREISTORIA nel Pontificio Museo missionario etnologico del Laterano.
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era tornato in luce negli ultime tempi, anche per donazioni cospicue, come, ad es., la statua di Sofocle rinvenuta a Terracina, donata dai conti Antonelli. Il Museo occupò le quattordici sale del piano terreno; mentre una serie di pitture e musaici vennero disposte in alcune sale del piano nobile. Pio IX affidò al p. Marchi e a G. B. De Rossi nel 1830 di costruire nella grande scalca e nelle logge un Museo di antichità cristiane che venne inaugurato nel 1854, raccogliendo i più notevoli sarcofagi cristiani, sparsi in chiese, in palazzi, o di recente tornati in luce; G. B. De Rossi dispose nelle pareti delle logge del primo piano una imponente raccolta di iscrizioni cristiane disponendole secondo il loro contenuto, cioè in primo luogo monumenti pubblici del culto cristiano, quindi alcuni carmi damasiani o originali o in copia in onore dei martiri romani; seguono le iscrizioni sepolcrali a cominciare da quelle munite di data certa, poi le dogmatiche e tra queste gli insigni frammenti del cippo originario di Alberico (v.); fanno seguito le iscrizioni relative alla gerarchia ecclesiastica, alla patria, alla famiglia, alle cariche civili o militari, ai mestieri; le iscrizioni con rappresentazioni di simboli cristiani o alludenti alla vita civile del defunto, epigrafi con frasi speciali. Alcuni riquadri contengono una raccolta di iscrizioni cristiane disposte secondo la loro provenienza dai vari cimiteri. Tanto il Museo profano Gregoriano che il Cristiano Pio Lateranense hanno subito dalle loro fondazioni notevoli aumenti, mentre le pitture furono riportate in Vaticano. O. Marucchi, che successe v G. B. De Rossi nella direzione di detti Musei, vi ha aggiunto una raccolta di antichità giudacibe, in cui furono disposte molte delle epigrafi rinvenute nel cimitero ebraico di Monteverde sulla Via Portuense.
Bbbl.: R. Garrucci, Mommenti del Museo Lateranense, 2 voll., Roma 1862: O. Marucchi, I monumenti del Museo Cristiano Pio Lateranense, Milano 1910.
Xxili. Pontificio Museo Missionario Etnologico del Laterano. - Fu eretto da Pio XI con il «motu proprio" Quoniam tam praeclara del 12 nov. 1926 al fine di documentare dal punto di vista missionologico ed etnologico le tappe della espansione missionaria nel mondo, assegnandogli come fastosa sede il Palazzo apostolico del Laterano, costruito da Sisto V, su disegni di Domenico Fontana (1586-90), non come sede papale, ma come monumento ricordo dell'antico patriarchio. E tanto quel Pontefice volle a affinché nello stesso Palazzo pontificio, accanto alla Chiesa, madre di tutte le chiese, gli albori della fede tra gli infedeli odierni facessero riscontro agli albori che già illuminarono Roma pagana», ossia perché il nuovo Museo coronasse il ciclo di documentazione storicoarcheologica, cristiano-romana ivi stesso iniziato da Gregorio XVI con il Museo profano (v. sopra), e sviluppato da Pio IX (1854) con il Museo cristiano (v. sopra). Non per nulla il medesimo Pio XI statui, che proprio nel luogo dello scomparso patriarchio, presso la sua Cattedrale, tra rari cimeli e preziosi arredamenti delle terre di missione, con evidente richiamo all'Editto costantiniano del 313, si suggellasse nei Patti Lateranensi la novella pace fra Chiesa e Stato (ir febbr. 1929).
Le raccolte del Museo, ca. cinquantamila oggetti, provengono in massima parte dalla Esposizione Missionaria Vaticana del 1925, e vi contribuirono 183 vicariati, 71 prefetture, 78 missioni, 51 diocesi, 16 arcidiocesi, 7 prelature nullius, cioè quasi tutte le circoscrizioni missionarie del mondo, nonché 163 Ordini religiosi ed istituti missionari, 13 comunità religiose indigene, varie società scientifiche, parecchi privati. Vi si aggiunsero importanti collezioni già appartenenti ai purtroppo dispersi complessi del famoso Museo Borgia di Propaganda Fide (secc. xvili-xix), e della Esposizione Vaticana per il glubileo di Leone XIII. In seguito il Museo, che occupa 26 grandi sale e 5 gallerie con una superfice complessiva di 6000 metri quadrati, è stato notevolmente arricchito di intere raccolte assai pregevoli e di rari cimeli d'ogni

(Ed. del Museo)
Vaticano - Il moribondo Te-Cum-Sch, Capo della Lega fra le Tribù indiane dell'Ovest, morto durante la battaglia di Tames (1813), di Ferdinando Pettrich (plastica in creta) - Museo missionario etnologico del Laterano, parte del mondo, grazie alla ininterrotta munificenza papale, ad acquisti, a donazioni.
L'ordinamento tecnico, la conservazione e la schedatura critica del materiale spetta alla direzione scientifica del Museo, cui fu dapprima preposto il noto scienziato p. Guglielmo Schmidt S. V. D.; direzione scientifica che, a mente del Pontefice fondatore, costituisce, con l'ausilio d'una ricca biblioteca specializzata e di un apposito fondo archivistico, anche un istituto volto allo studio comparativo delle diverse culture ai sensi dei moderni indirizzi della etnologia storico-culturale. Cioè di quella scienza positiva, che, più di ogni altra, ha nell'ultimo cinquantennio contribuito a demolire gli insidiosi ed antis scientifici apritorami dell'evoluzionismo. Il Museo è così, oltre tutto, ben presto divenuto un noto e vivo centro di contatti, relazioni e scambi eruditi con gli istituti similari d'ogni luogo e con illustri personalità del mondo degli studiosi, relazioni fattesi via via tanto intense da imporre la necessità d'una apposita pubblicazione periodica, gli Annali Lateranensi (v.), intesi fino dal 1937 ad inserire, fra sempre più vaste adesioni e collaborazione, nel concerto degli studi di storia delle culture, anche la voce autorevole del centro di indagini lateranense.
Dal 1948 è in corso un'opera sistematica e paziente di riordinamento delle raccolte al fine di renderle, anche espositivamente, più rispondenti ai nuovi criteri scientifici ed estetici, e nel contempo più didatticamente utili ed attraenti al grande pubblico, meglio sottolineando l'importanza davvero eccezionale, e spesso unica, di collezioni come le ceramiche e porcellane di Persia e Mesopotamia, i bronzi, ceramiche e porcellane cinesi, le raccolte etnografiche delle Isole Salomone, della Nuova Guinea, dei Bororos del Brasile, degli indigeni del Paraguay, del Messico, del Perù, dell'Argentina, nonché dei negri del Congo Belga. Speciale rilievo meritano le plastiche dei Pelliresse dello scultore Pettrich (v.) e le singole raccolte d'arte sacra indigena.
Bbbl.: Piccola guida dei Musei Lateranensi, profano-cristiano, missionario-etnologico, Roma 1928; P. Ercole, Dall'Esposizione Missionaria Vaticana al Museo Miss. Etnol. del Laterano, in Ann. Lateranensi, 1 (1937), pp. 9-12; P. Dolla Torre, Le plastiche a soggetto indigeno nordamericano del Pettrich nel P. Museo Miss. Etnol. ibid., 4 (1940), pp. 9-96. Pancrazio Maarschalkerweerd
XXIV. Studio del Musalco della Rev. Fabbrica di S. Pietro. - Il grande incremento dato, nella decorazione della basilica di S. Pietro, all'arte musiva, come quella che meno avrebbe risentito l'ingiuria del tempo, fece sorgere, alle dipendenze della Rev. Fabbrica, un ben attrezzato laboratorio, che doveva provvedere anche alla conservazione degli stessi musaici. Largamente favorito da Sisto V che può ben esserne considerato il fondatore, fu dotato fin dal 1583 di un fornitissimo magazzino di smalti, comprendente circa 17 mila tinte. Una volta terminati i lavori di decorazione della basilica, il laboratorio, ormai fiorente, cominciò a cimentarsi nella riproduzione musiva di quadri d'altare, per quanto il primo tentativo del genere, compiuto nel 1620 da Giovanni Battista Calandra, non possa dirsi troppo felicemente risolto. Tut-
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(fot. Enc. Catt.)
Vaticano - Una galleria del magazzino dello Studio del Musaico.
tavia le successive meravigliose composizioni di Fabio Cristofari e di suo figlio Pietro Paolo, come i quadri riproducenti la S. Petronilla del Guercino e la Comunione di s. Girolamo del Domenichino, testimoniano dell'alta perfezione tecnica cui seppe giungere tanto che nel 1727 , riorganizzato ed ordinato in modo stabile, sempre sotto la giurisdizione della R. Fabbrica, acquistò il carattere vero e proprio di Studio, di cui lo stesso Cristofari divenne il primo sovrintendente.
Ospitato dapprincipio in diversi locali della Fabbrica, con l'occupazione francese fu sottratto alla giurisdizione della Rev. Fabbrica e denominato + Studio imperiale del mosaico +; nel 1814 Pio VII l'insediò nel Palazzo Giraud in Borgo; nel 1825 quindi fu nuovamente trasferito in V. per opera di Leone XII, nel 1931 passò nell'apposito fabbricato a un piano, fatto costruire da Pio XI nella parte posteriore della basilica di S. Pietro: la serie degli smalti colorati, ricca di ca. 30 mila varietà, è conservata in 9 mila cassetti metallici.
Dallo Studio sono usciti pregevoli lavori che adornano, oltre alla basilica vaticana, la basilica di S. Paolo fuori le Mura, per la quale fu eseguita la serie dei ritratti dei Romani Pontefici, ordinata da Pio IX con il breve Quum artes optimae del 14 maggio 1847, il santuario di Loreto, altre chiese, ecc. E rimasta famosa la riproduzione dello scudo di Achille, descritto nell'Iliade, offerta da Leone XII al re Carlo X di Francia. - Vedi tav. CXII.
Bibl.: A. Busiri-Vici, Il celebre Studio del mosaico della Rev. Fabbrica di S. Pietro, Roma 1901; V. Strappati, Lo Studio vaticano del mosaico, in L'illustrac. vaticana, x (1931), n. 22, pp. 21-25. Niccolò Del Re
## VI. La Biblioteca Vaticana.
I. Cenni storici. - Collezioni librarie e archivistiche in proprietà e uso della Sede Apostolica più volte si formarono e andarono disperse, con successione materiale anche interrotta, lungo la millenaria storia della Chiesa romana. Delle più antiche biblioteche pontificie la storia è frammentaria e in gran parte congetturale, poiché mancano documenti diretti, e in specie gli inventari. Da testimonianze di scrittori di età diversa è legittimo presumere che copioso deve essere stato il patrimonio documentario e librario della Chiesa romana nei primi secoli e durante il medioevo, anche se prevale nell'antichità piuttosto il concetto di archivi separati, in genere annessi a singole chiese.
${ }^{n}$ Resti archeologici di una biblioteca di papa Agapito (535-36) e dell'antica Lateranense sono stati recentemente scoperti; ma di queste prime biblioteche fino ai tempi di Onorio III (1216-27) tutto il contenuto è perito, meno i registri del suo predecessore Innocenzo III (1198-1216). Della biblioteca ricostituita dai pontefici del sec. xili e trovata da Bonifacio VIII rimangono gli inventari degli anni 1295, 1327 e 1339; portata dapprima a Perugia, poi in Assisi tra il 1312 e il 1319, venne in gran parte dispersa. Di quella Avignonece, formata dopo il 1305, sono pervenuti diversi inventari, particolarmente importanti quelli del 1369 e 1375 , e cospicui avanzi librari ora nella Vaticana (codici Borghesiani) e a Parigi. Un'altra biblioteca si andò ricostituendo al ritorno dei Pontefici a Roma, e venne collocata nel V., ma pur essa ebbe gravi perdite nei rivolgimenti del grande scisma. Sommavano a 350 latini, alcuni greci e arabi, i codici trasmessi nel 1447 da Eugenio III al successore Niccolò V. Fu questo (m. nel 1455) il vero creatore dell'ultima biblioteca pontificia, la moderna Vaticana, rimasta sostanzialmente intatta e progressivamente seicresciuta lungo 5 secoli di vita; poiché egli, attraverso una larga incetta fatta da emissari e l'opera di amanuensi, portò il numero dei codici a 1160 . I quali erano nel 1475 già più che raddoppiati ( 2527 ) e triplicati nel 1481 (ca. 3500). A contenerli, una propria sede, ornata da famosi pittori del tempo (Domenico e Davide Ghirlandaio, Malozzo da Forli, Antoniozzo Romano), venne costruita da Sisto IV (1471-84) al pianterreno del palazzo di Niccolò V, con ingresso sul cortile del Pappagallo; le sue quattro sule conservarono rispettivamente i libri latini e greci, i libri più preziosi, i registri pontifici (bibliothecar latina, graeca, secreta, pontificia). Bibliotecento illustre ne fu in questo tempo Bartolomeo Platina (m. nel 1481), e in questa sede si aperse agli studiosi, e specialmente ai curiali, anche con prestito largamente praticato (ne rimangono i registri dal 1475 al 1547). Dopo circa un secolo, cresciute le raccolte dei libri in specie per l'afflusso degli stampati e risultato il luogo insalubre, Sisto V eresse tra il 1587 e il 1589 una nuova sede, innalzando sopra le scalec del vastissimo cortile di Belvedere l'edificio che ancora ospita la Vaticana; alla quale egli diede inoltre più severe leggi regolanti l'uso. Dalla metà dello stesso sec. xVI, con l'istituzione del cardinale bibliotecario, era stato assegnato a essa un protettore stabile: primo della serie fu Marcello Cervini (1548-50), poi Marcello II,

(fot. Goll. Musei Vaticani)
Vaticano - Pannello degli armadi della biblioteca di Sisto IV (1471-84) - Biblioteca Vaticana.
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al quale successero tra gli altri in quello stesso secolo gli insigni Guglielmo Sirleto (1572-85) e Cesare Baronio (1597-1607); e posteriormente, per citare solo qualche altro nome, Girolamo Casanate (1693-1700), Angelo Maria Querini (1730-55), Domenico Passionei (1755-61), Angelo Mai (1853-54), Alfonso Capccelatro (1890-1912), Francis Aidan Gasquet (1919-29), Franz Ehrle (1929-34), Giovanni Mercati (trentottesimo della serie, dal 1936). Durante il sec. xvir affluirono illustri raccolte, e fino al presente altri fondi e intere librerie si aggregarono via via a quelli originali, rimanendo generalmente separati e distinti con i nomi storici. I fondi manoscritti Vaticani propriamente detti ebbero un ordinamento per materia, sulla fine del Cinquecento, dal custode Domenico Ranaldi; e la catalogazione completa a stampa dei codici venne disegnata, ma solo in parte compiuta, circa la metà del Settecento, dai custodi di origine libanese Giuseppe Simonio Assemani e il nipote Evodio. Sulla fine di quel secolo anche la Vaticana dovette partecipare al tributo di guerra imposto dalle armi francesi nel 1797 e '98, consegnando 500 preziosi manoscritti, e inoltre incunaboli, stampe e altri cimeli; né tutto venne restituito nel 1815 .
La trasformazione della Vaticana, rimasta sostanzialmente un'istituzione aulica e palatina, in una biblioteca moderna si compi progressivamente a partire dal pontificato di Leone XIII, in connessione con l'apertura ai ricercatori dell'Archivio segreto Vaticano (1883). Per opera specialmente del prefetto p. Franz Ehrle, gesuite (1895-1914), si apprestarono in essa più ampie sale di studio e un deposito moderno a scaffalatura metallica per i manoscritti; si intrapresero la nuova descrizione scientifica a stampa dei codici, le riproduzioni fototipiche dei più preziosi tra essi e la collezione Studi e testi, si aumentarono le raccolte degli stampati, in particolare per formare una raccolta moderna di consultazione. Già suo prefetto, Pio XI sviluppò ancora la vita della Vaticana, accrebbe il numero dei bibliotecari, costrui un grande deposito a sei piani con scaffalatura metallica per gli stampati e rinnovò similmente la sala di consultazione. Per l'articolo 18 del Concordato con lo Stato italiano (1929), venne garantito l'accesso agli studiosi, sempre del resto accordato con larghezza, pur rimanendo alla S. Sede piena libertà di regolarlo. Durante il secondo conflitto mondiale, e in particolare nel 1943 e '44, la Vaticana prese parte attivamente all'opera salvatrice della S. Sede, ricoverando tutto o in parte il materiale più importante di biblioteche e archivi di Roma, del Lazio e della Campania, tra cui le raccolte di Montecessino.
II. Collezioni e fondi storici. - a) Manoscritti. La Biblioteca Vaticana possiede ora in totale ca. 60.000 manoscritti, 7000 incunaboli, 700.000 altri stampati, roo.000 incisioni e carte geografiche e molte migliaia di volumi e filze archivistiche. Codici e stampati si raggruppano in fondi propriamente Vaticani o posseduti in proprio, e in fondi di deposito, costituito generalmente a titolo permanente. Il fondo dei codici Vaticani, che resta sempre aperto a nuove aggiunte, si suddivide in sedici gruppi linguistici, ciascuno con propria numerazione progressiva: latino, includente altre lingue con alfabeto latino (ca. 15.000), greco (2607); arabo (1622), armeno (40), copto (103), ebraico (613), Estremo Oriente (29), etiopico (276), georgiano (2), indiano (46), persiano (163), rumeno (9), samaritano (3), siriaco (623), slavo (64), turco (374). Altri fondi di manoscritti posseduti in proprio sono, nell'ordine storico di entrata: il Palatino di Heidelberg, 1622 (2028 latini e 432 greci, e inoltre ebraici inseriti nel rispettivo fondo Vaticano; alla città di origine furono restituiti per ordine di Pio VII 847 tedeschi, 26 greci e 10 latini); l'Urbinate, entrato sotto Alessandro VII (1779 latini, 165 greci e 59 ebraici); il Reginense, già della regina Cristina di Svezia, entrato sotto Alessandro VIII (2121 latini e 190 greci, ai quali sono ora uniti altri 55 greci, provenienti da Pio II); l'Ottoboniano, 1740 ( 3394 latini e 473 greci); il Capponiano, 1746 (289 latini e italiani); il Borghesiano, 1891 (387 latini); Atti notarili d'Orange (413); Ruoli (288); Introiti e Esiti (88); il Barberiniano, 1902 (10.041 la-
tini, 595 greci e 160 orientali); il Chigiano, 1923 (3916. inclusi 54 greci); il Ferrajoli, 1926 ( 960 manoscritti e ca. 100.000 autografi); la raccolta Federico Patetta, 1945 (2000 manoscritti, e inoltre documenti e autografi). Si aggiungono 16 papiri geroglifici, 37 ieratici, 9 demotici, 11 greci, 9 copti, 2 copto-greci e 24 documenti papiracei medievali latini. I fondi di manoscritti in deposito sono: Casa dei Neofiti, 1891 (31 ebraici); Borgiano della S. Congregazione "de Propaganda fide", 1902 (277 arabi, 88 armeni, 534 cinesi, 136 copti, 19 ebraici, 37 etiopici, 15 georgiani, 27 greci, 23 illirici, 33 indiani, 2 irlandesi, I islandese, 768 latini, I messicano, 25 persiani, 2 siamesi, 179 siriaci, 41 tonchinesi e 84 turchi); Rossiano, 1922 (1203, inclusi 44 greci e ca. 40 orientali); Cappella Sistina, 1935 (706, e inoltre 233 volumi dei Comerienghi e 299 di Diari); Cappella Giulia, 1942 (1199); e Boncompagni Ludovisi, 1947 (480). Sono anche depositati i fondi manoscritti provenienti da alcune chiese romane: S. Anastasia (83), S. Angelo in Pescheria (31), S. Maria ad Martyres (134), S. Maria in Cosmedin (237), S. Maria in Via Lata ( 300 ), S. Maria Maggiore, e finalmente gli archivi Barberini, 1902; Caetani, 1935; Capitolo di S. Pietri, 1941; e Chigi, 1944.
b) Stampati. - Un inventario degli anni 1686-90 ne numerz 12.528 , i quali risultavano principalmente del fondo originario Vaticano o "Prima raccolta" e del Palatino di Heildelberg, 1622. Altri fondi maggiori di stampati, aggregati nel corso dei secoli alla Vaticana, sono in ordine di entrata: la raccolta di drammaturgia di Leone Allacci, ca. 1669 ; Capponi, 1745 ( 3210 voll.); Cicognara, 1825 ( 4447 voll.); Mai, 1855 ( 10.485 voll.); Miscellanea Giovanni Battista De Rossi, 1894; Barberini, 1902 (31.671 voll.); Rossiano, 1922 ( 6000 voll.); Chigi, 1923 (30.260 voll.); Ferrajoli, 1926 (40.300 voll.); Ruffo, 1927; Girolamo Rospigliosi, 1930; Caetani, 1935; Giulio Cesare Rospigliosi, 1935; Loreto, 1936; Merry del Val, 1938; Ernst Steinmann, 1938; P. Accademia delle Scienze, 1939; Benedetto Guglielmi di Vulci, 1940 ( 9000 voll.); Seminario di Frascati, 1944; e Raffaele Casimiri, 1945 ( 5000 voll.). Continuato è inoltre l'afflusso diretto di nuovi stampati, che si collocano nella sala di consultazione e in una trentina di sezioni per materia o "Raccolte generali", site nei depositi. Una catalogazione unitaria di tutti questi fondi di diversa origine è stata intrapresa a partire dal 1928, secondo moderni criteri stabiliti in un corpo di regole.
Gli incunaboli sommano, compresi i doppi, a ca. 7000, appartenenti principalmente ai fondi Vaticano, Barberini, S. Congregazione "de Propaganda fide", Rossiano, Chigi e Ferrajoli. Ricchissima è in particolare la serie delle edizioni italiane e cospicua quella delle germaniche. Tra le maggiori per il numero, la collezione è anche notevole per la qualità e rarità degli esemplari, non pochi dei quali sono pergamenacei, miniati e con legature originali e pressione.
c) Gabinetto delle Stampe-incisioni. - Il fondo antico vi è costituito da 161 voll., rilegati avanti il 1793 e contenenti ca. 32.000 stampe, divise per scuole. Si conservano inoltre ca. 10.000 stampe, parimenti legati in volumi, secondo i generi rappresentati; e altre numerose si contengono in fondi particolari, come il Barberiniano, il Chigiano e il Rospigliosi. Nel 1933 venne acquistata la ragguardevole collezione di Thomas Ashby. Cospicuo è anche, tra i vari fondi, il numero dei documenti cartografici antichi di varia specie (planisferi, carte nautiche e affini risalenti fino al sec. xiv, carte geografiche a stampa di particolare pregio o rarità dei secc. xvi e xviI, ecc.).
d) Musei Sacro e Profano. Medagliere. - Com'era un tempo uso delle biblioteche, la Vaticana contiene oggetti d'antichità e d'arte, raccolti principalmente nei due musei nominati; essa continua inoltre a ricevere parte dei cimeli che vengono donati ai Pontifici. A sede di queste collezioni, esposte ai visitatori, sono adibiti il vasto salone di Sisto $\nabla$ (dove è tra altro collocata una scelta dei codici e libri stampati più famosi) e numerose altre sale che si esaurirono lungo tutta la galleria di Pio IV sul cortile di Belvedere. Primo a essere costituito, nel 1756, è stato il Museo Sacro o Cristiano, aperto per
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volontà di Benedetto XIV, che ebbe ministro del suo mecenatismo l'erudito cardinale bibliotecario Passionei. Tra le varie raccolte che entrarono a formarlo, erano il museo del car.l. Gaspare Carpegna, ricco soprattutto di oggetti provenienti dalle catacombe e dalle antiche chiese romane; la collezione di vetri paleocristiani del fiorentino Filippo Buonarroti e quella del romano Francesco Vettori, numerante ca. 6500 gemme. Il nuovo museo, del quale fu primo conservatore lo stesso Vettori, venne allogato in un'ornata sala (1768). Incrementi importanti recarono le ripetute esplorazioni negli antichi cimiteri suburbani, specialmente a opera della Commissione d'archeologia sacra fondata da Pio IX nel 1855. Nel 1907 venne trasportato dal Laterano il tesoro paluocristiano e medievale della cappella del "Sancta sanctorum". Pio XI ordinò di collocarvi molti altri oggetti provenienti da scavi o da antiche chiese, e del Museo Sacro collocato ora in sei sale. promosse nel 1937 il riordinamento scientifico e la descrizione in una serie di nuovi cataloghi, secondo

Vaticano - Sede dell' "Indice d'arte cristiana, nel Pont. Istituto di archeologia cristiana - Roma.
lul. Felici)
la diversa specie degli oggetti, appartenenti all'antichità cristiana, al medioevo e al rinascimento: avori e ossi, smalti, tessuti, vetri, pietre dure, bronzi, ecc.
Nel 1761 Clemente XI ordinò l'istituzione del Museo Profano, nel quale si collocarono separatamente gli oggetti d'antichità greca e romana appartenenti alle raccolte affluite in Vaticano: in particolare i cammei, pietre dure, bronzi, avori della ricordata collezione Carpegna, la preziosa raccolta Albani di medaglioni imperiali e altre cospicue serie numismatiche. Una caratteristica sede con armadi in legni rari venne apprestata per esso. Ma quasi totale fu la epogliazione fattana dai Francesi nel 1798: tutti i medaglioni Albani, più di 200 cammei antichi e altri cimeli ne furono asportati. La collezione successivamente ricostituita, pur lontana dal primitivo splendore, annovera notevoli oggetti etruschi e romani, provenienti da scavi e acquisti: avori e pietre dure, vetri, musaici, rilievi in marmo, specchi, vasi, armi bronzee, alcuni cammei e gemme. Un riordinamento venne eseguito dopo il 1936, e nell'occasione le opere medievali e del rinascimento, già conservate nel Museo, passarono all'appartamento Borgia, anch'esso in custodia della Biblioteca Vaticana.
Il primo Medaglieere Vaticano, allogato nei musei fondati da Benedetto XIV e Clemente XIII, conteneva 21.293 monete e medaglie, delle quali 13.562 antiche; ma venne quasi interamente disperso nel 1798. Il nuovo, riprososi posteriormente a formare, si accrebbe con l'entrata d'intera collezioni: Vitali, 1807 ( 3888 monete romane e coloniali), Tomassini, Belli, Sibilio, Randi, 1901 ( 15.000 monete); S. Congregazione de Propaganda 6 le " ( 12.000 monete e medaglie in gran parte orientali); Pizzamaglia ( 4579 medaglie pontificie, conii e piombi) e Celati ( 4000 monete pontificie). Due copiose collezioni di monete di Terrasanta e di monete sicule antiche e medievali si aggiunsero per munificenza di Pio XI; e 1900 monete imperiali romane, pontificie e medievali di vari Stati europei, trovate nei nuovi scavi condotti sotto la basilica di S. Pietro (1940-49)
passarono alla raccolta per ordine di Pio XII. Nel 1940, il medagliere conteneva in totale 100.967 pezzi, cosi distribuiti: 3588 in oro, 28.925 in argento, 50.21 in bronzo, rame, mistura, 4618 piombi, 2913 conii, sigilli, pietre; 10.712 carte, vetri, calchi. Si distinguono principalmente in esso la serie romana, numerosa d'esemplari e ricca di rarità, e quella pontificia, stimata per la quantita e la rarità degli esemplari la più importante raccolta del genere.
e) Indice d'arte cristiana. - Un grande repertorio per
lo studio dell'arte e dell'antichità cristiana, copia dell' "Index of christian art" dell'Università di Princeton (U.S.A.), è stato collocato nel 1952, quale sezione distaccata della Biblioteca Vaticana, presso il P. Istituto d'archeologia cristiana in Roma. Questo catalogo di monumenti, soggetti e bibliografia di opere artistiche d'ispirazione cristiana, anteriori all'anno 1400 , comprende un indice iconografico su schede e un altro indice di fotografie dei monumenti; e sarà progressivamente incrementato con i riferimenti e le scoperte più recenti.
III. Scuola di biblioteconomia. Laboratori. a) Una Scuola di biblioteconomia è stata istituita nel nov. 1934 presso la Biblioteca Vaticana, con il fine di istruire principalmente gli ecclesiastici e religiosi nei moderni metodi di ordiname