1848 , ivi 1848 ; Memoria pel riconoscimento della Sicilia come Stato sourano; Menzogne diplomatiche. Palermo 1848, ed altri, per cui v. Regnum Dei, 5 [1949], p. 138) l'indipendenza della Sicilia insorta contro Napoli, e da quel governo ebbe la carica di ministro plenipotenziario in Roma. Durante l'esilio di Pio IX a Gaeta egli rimase nell'Urbe, illudendosi di poter meglio giovare alla Chiesa e al Pontefice. Sebbene si rifiutasse di prender posto nell'Assemblea costituente, vi fece pervenire un progetto di legge destinato a salvaguardare i diritti del Papa; quale commissario per la Sicilia riconobbe, come Stato di fatto, la Repubblica romana e assistette in S. Pietro, senza però parteciparvi direttamente, alla cerimonia pasquale patrocinata dal Triumvirato. Errori politici che egli espierà con un volontario esilio. Nell'imminenza della caduta della Repubblica romana, dopo essersi invano adoperato per impedire l'attacco delle truppe francesi alla città dei papi, riparò a Montpellier (1849), poi a Parigi (1851), dove riprese la sua attività oratoria e scientifica. Nelle sue conferenze alla Maddalena e all'Assunzione (La raison philosophique et la raison catholique, 4 voll., Parigi 1851-64) espose i dogmi della fede cattolica, mentre in quella alle Tuileries, presente Napoleone III (Le pouvoir politique chrétien, ivi 1858, seguito da Essai sur le pouvoir public, ivi 1859) lumeggio, con audace libertà di spirito, i rapDor"i "a Chiesa e Stato. Le opere: La Tradition et les ions de la philosophie (ivi 1856), Essai sur l'urigine des idées (ivi 1853) e La philosophie chrétienne ( 3 voll. ivi 1861, trad. it. in 5 voll., Genova-Milano 1863) esprimono la piena maturità del suo pensiero filosofico.
Di vita privata irreprensibile, confortato nella sua ultima malattia dalla benedizione di Pio IX, che anche nell'esilio lo ebbe sempre in considerazione, chiudeva, con morte edificante, i suoi giorni a Versailles. La sua salma fu dai Teatini trasportata a Roma e tumulata in S. Andrea della Valle, dove gli fu eretto un monumento marmoreo.
Il pensiero. - Il V. è un convinto assertore del tradizionalismo (v.); sistema che egli continuò a difendere anche dopo la disfatta di Lamennais. C'è, però, nel suo pensiero una certa evoluzione. Dapprima parve aderire alla forma rigida di De Bonald (v.) ma, già nel 1829, egli rilevava l'insostenibilità di alcuni principi del sistema e tentava rassodarne le basi ricongiungendolo alla metafisica scolastica (Osservazioni sulle opinioni filosofiche dei sigg. De Bonald, De Maistre, De La Mennaix..., Roma 1829; Schiarimenti sul fondamento della certezza, ivi 1829). Egli ripiegava, quindi, sulle posizioni di un mitigato tradizionalismo che limita l'incapacità della ragione umana alla scoperta delle verità soprannaturali e naturali d'ordine religioso e morale, mentre afferma la capacità della ragione a dimostrare, difendere e sviluppare dette verità, una volta acquisite per mezzo della Rivelazione o dell'insegnamento sociale (La raison philos., cit., II, pref. p. xvviI; La Tradition, cit., pp. 24-29, 117 sg.). Il V. non fu mai invitato come i suoi contemporanei Bautain e Bonnetty (Denz U, 1622-27, 1649-52) a sottoscrivere in proposito alcuna proposizione. Anzi, con la sua distinzione tra fede naturale e fede teologica, reagì decisamente agli avversari che gli opponevano le recenti precisazioni del magistero ecclesiastico, che, cioè, la ragione precede la fede; come pure respinse l'accusa di fideismo e abbandonò, specie sopo la Mirari vos di Gregorio XVI (1832) la dottrina lamennaisiana del senso comune (v.). Tuttavia il Concilio Vaticano - sempre dopo la morte del teatino - proscriveva, come è noto, non solo il tradizionalismo rigido, ma anche quello mitigato del V. (cf. H. Pinard, Création, in DThC, III, col. 2192). Ciò che,
comunque, resta dell'attività filosofica del V. è soprattutto il merito d'aver caldeggiato e previsto la restaurazione della filosofia scolastica.
Il pensiero politico del V. che, peraltro, riflette il suo tradizionalismo, s'ispira ai suoi grandi ideali: Chiesa, popolo, libertà. Da giovane, egli era stato favorevole alla monarchia e al legittimismo, e aveva combattuto la rivoluzione in politica come il razionalismo in filosofia. In opposizione a Hobbes e Rousseau (v.) aveva difeso l'origine storico-naturale del potere, con tendenza verso una forma di teocrazia medievale; ma in seguito alle mutate condizioni dei popoli, egli abbandonò l'intransigenza autoritaria per aderire alla democrazia, "questa matrona selvaggia" (D. O'Connell, Roma 1847, p. 104) che egli sperava di rigenerare con la fede cristiana. Accelse, quindi, la teoria cara a non pochi scolastici: il potere da Dio al popolo e da questo al principe. Si dichiarò per una partecipazione diretta, ma imparziale, del clero alla vita politica (L'attitude politique du clergé, lett. a mons. Sibour, ivi 1847). Fu in rapporti col Gioberti (v.) e col Rosmini (v.) e sebbene avverso alle tendenze neoguelfe del primo e alle mire unitarie del Piemonte, pure aderì col reveretano a una confederazione degli Stati italiani sotto Pio IX; patrocinò, per la Sicilia, l'indipendenza e il regime repubblicano. Con un regime libertario che, garantendo il potere, consenta una più larga autonomia ai diversi organismi dipendenti dallo Stato, con la Camera dei pari che reintegra il collegio cardinalizio nel suo tradizionale compito di sorvegliare l'amministrazione politica e con una Camera dei deputati scelti in base a una legge elettorale fondata non sul censoma sul diritto naturale della paternità, egli invocò da Pio IX una costituzione tipo a cui s'ispirassero gli altri Stati. Patrocinatore sincero delle giuste rivendicazioni dei popoli, dimostrò nel forte discorso funebre per D. O'Connell che non ci può essere opposizione tra religione e libertà; ma un anno dopo, trascinato dalla sua generosa indulgenza, fece un passo innanzi: tentò l'alleanza tra Chiesa e democrazia, e in un momento d'infelice esaltazione lirica inneggiò ai caduti di Vienna.
Si è voluto da taluni scorgere una opposizione tra la politica del V. e la sua filosofia tradizionalista. L'opposizione non è che apparente. Il V. vide nella democrazia l'attuazione concreta di principi naturali, patrimonio di tutte le genti e garantiti dal Vangelo. Nelle riforme invocate per gli Stati pontifici egli mirò alla restaurazione delle libertà comunali che resero un tempo fiorenti le Repubbliche guelfe del medioevo. La rivoluzione stessa gli parve talora "lo sforzo cieco e disperato di una nazione cristiana per far rientrare il potere nei limiti che il cristianesimo gli aveva posto " (Disc. pei morti di Vienna, Roma 1848, p. 11). La politica del V. si presenta così come l'applicazione della sua filosofia alle storiche contingenze del potere e della società. Senza giustificare gli errori dell'uomo e del pensatore, non è stato, sembra, lungi dal vero chi ha definito il V. "l'uomo d'una sola idea: l'idea cristiana; e l'uomo d'un sol libro: la Bibbia" (Rastoul [v. bibl.], p. 181).
Bull.: opere complete in 31 voll., Milano-Venezia 1852-63; in 11 voll., Napoli 1856-63; op. postume e inedite, 3 voll., Venezia 1863. Per la vita e il pensiero del V.: F. Montasio, G. V., Torino 1868; P. Cultrera, Della vita e delle opere del p. G. V., Palermo 1877; A. Rastoul, Le P. V., Parigi 1906; A. Cristofoli, Il pensiero relig. del p. G. V., Milano 1927; R. Rizzo, Teocrazia e neo-cattolicismo nel Risorgimento : genesi e sviluppi del pensiero polit. del p. G. V., Palermo 1938. La più copiosa bibl. sul V. è stata raccolta da G. Pottine, in Arch. stor. per la Sicilia, 6 (1940), pp. 265-68; da aggiungervi A. Vacant, Etudes théol. sur les constitutions du Conc. du Vatican, Parigi 1895; F. Salinitri, F. R. De La Mennaix in "Lettere inedite". Contributo allo studio dei p. V., in Salesionum, 2 (1940), pp. 318-48; G. De Llobet (arciv. di Avignone), Lettres et pages inédites de sept Gerbet, Lione, Parigi 1948, pp. 23-32, 181-86; F. Andreu, Liberté e religione nell'Elogio funebre del p. V. per D. O'Connell, in Regnum Dei (Collectanea theatina), 3 (1947), pp. 212-24; id., Chateaubriand ambasciatore a Roma e il p. V., ibid., 4 (1948), pp. 305-32; E. Di Carlo, Gli opuscoli polit. del p. V. nella rivol. del '46, ibid., 5 (1949), pp. 134-47; id., Tendenze sociali nel pensiero politico del p. V., ibid., 7 (1951), pp. 217-23; P. Firri, Pio IX e Vittorio Emanuele II: La Questione Romana 1853-64, I, Roma 1951, pp. 20-23, 365; II, ivi 1951, pp. 47-51, 192-96. Francesco Andreu
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(por carticus dit prif, L. Ven(ari)
VENTURI, AdOLFO - Ritratto.
VENTURI, Adolfo. - N. a Modena il 4 sett. 1856, m. a Santa Margherita Ligure il ro giugno 1941.
E il maggiore dei moderni storici dell'arte italiana, Autodidatta, iniziò giovanissimo le sue ricerche negli archivi e nella Galleria Estense di Modena, della quale, appena ventiduenne, fu nominato ispettore. Acquistata molto presto meritata autorità nel campo degli studi storico-artistici, nel 1880 veniva chiamato a Roma presso il Ministero della pubblica istruzione con funzioni ispetrive e con l'incarico di riordinare alcune Gallerie nazionali nonché di impiantare il lavoro di catalogazione delle opere d'arte sparse nelle varie regioni d'Italia. Conseguita nel 1890 la libera docenza in Storia dell'arte, dava inizio presso l'Università di Roma, ove dal 1896 creava una Scuola per il perfezionamento dei suoi studi prediletti, ad una attivita di insegnante che, svoltasi con crescente successo per ben 35 anni, agli occhi di molti assunse il valore ed il significato di un vero apostolato per una migliore conoscenza e cosciente difesa del patrimonio artistico italiano.
Viaggistore e lavoratore instancabile; autore di innumerevoli scritti editi nelle principali riviste specializzate d'Europa e di America e particolarmente nelle Gallerie nazionali italiane e nell'Arte da lui fondata e diretta per una lunga serie di anni, l'opera sua principale è costituita dalla monumentale Storia dell' arte italiana, che in 22 grandi voll. (Milano 1901-36) ricostituisce, con linee architettoniche non prive di solennità, le vicende dell'arte italiana dai primordi del Medioevo alla fine del ' 500 . Dotato di una memoria visiva meravigliosa e di sorprendente facoltà di sintesi, di esse si avvaleva nelle sue ricerche pur senza trascurare alcun elemento di carattere storico o documentaristico che potesse comunque illuminare l'opera d'arte da lui sempre indagata in ogni suo elemento formale onde definirne lo stile. Con ciò egli trasferiva il metodo di indagare, per primo in Italia compiutamente attuato da Francesco De Santis nel campo degli studi letterari, in quello delle arti figurative. Maestro ed animatore instancabile, dotato di un profondo senso di umanità, formò nella sua scuola la maggior parte degli studiosi italiani che nell'ultimo cinquantennio hanno dato la loro attività all'amministrazione italiana delle Belle Arti e all'insegnamento. Fu senatore del Regno.
Bibl.: una bibl. completa dei suoi scritti in L'arte, 48-49 (1946), pp. 25-102. Un necrologio e cura di P. Toesca in Annuario dell'Univ. di Roma, Roma 1944-45, p. 273 sgg.
Emilio Lavagnino
VENTURI, Giovanni Battista. - Sacerdote, scienziato e uomo politico, n. a Bibbiano I'1 i sett. 1746, m. a Reggio Emilia il 10 sett. 1822.
Professore di fisica e di geometria a Reggio e a Modena, incaricato dal governo estense di progettare o sorvegliare l'esecuzione di opere pubbliche, nel 1796 venne inviato a Parigi con una missione diplomatica e ivi svolse importanti ricerche ed esperienze di idraulica e di elettricità. Tornato a Modena, si occupò di scienza, propugnando tra l'altro l'adozione del sistema metrico decimale e l'unificazione delle unità di misura in tutto lo Stato e anche della pubblica cosa; impedendo ogni misura estrema contro i « reazionari * nei drammatici giorni della caduta del governo repubblicano di fronte all'invasione austro-russa del 1799. Nondimeno venne
tratto in arresto per «giacobinismo», ma ben presto fu restituito a libertà. Per oltre un decennio fu ministro d'Italia nella Svizzera, dove energicamente si adoperò a favore del culto cattolico; all'esplicazione delle sue funzioni alternò gli studi prediletti, nei quali conseguì rinomanza europea. Restituitosi a vita privata nel 1813 , pose la propria dimora a Reggio, dove rimase indisturbato anche dopo la restaurazione ducale ; in questa ultima fase della vita proseguì a coltivare la fisica, dando alle stampe numerose, apprezzatissime opere, specialmente nel campo dell'idraulica e della storia della scienza. Ha legato il suo nome ad uno strumento - il «tubo» del V. - largamente usato in idraulica.
Bibl.: G. De Brignoli, Vita ed opere di G. B. V., Reggio Emilia 1835; C. Cantù, G. B. V., in Rendic. del R. Ist. Lombardo, 2a serie, 18 (1889) : riprod. in Annuario biograf. unic. del Brunialti, Roma 1885, disp. 10, pp. 468-70; A. Montanari, La storia matematica del valore ed uno scrittore emiliano del secolo scorso, Reggio E. 1891; A. Pingaud, Les hommes d'Etat de la République ital., Parigi 1914. Renzo U. Montini
VENTURINO da Bergamo. - Famoso predicatore domenicano, n. a Bergamo il 19 apr. 1304, m. a Smirne il 23 marzo 1346.
Religioso nella sua città natale (1319), fu prima maestro dei novizi a Genova, poi si dedicò totalmente e con successo alla predicazione. Per ottenere la pacificazione degli Italiani divisi in guelfi e ghibellini e poter più facilmente indurre i peccatori a penitenza e riconciliare con la Chiesa i numerosi scomunicati di Bergamo, organizzò nel 1335 un grande pellegrinaggio di penitenza a Roma. Ma, caduto in sospetto di agitatore presso la Curia Romana, passò ad Avignone per offrirsi a Benedetto XII per la Crociata. Benedetto XII, male informato sul suo conto, lo accolse malamente; condannato in un processo, fu privato dell'ufficio di predicare e di confessare con proibizione di ritornare in Italia. Egli accettò con umiltà

Venturino da Bergamo - Lettera di Benedetto XII al vescovo di Anagni Giovanni Pagnotta, relativa al pellegrinaggio di fra' V. (8 apr. 1335) - Archivio Segreto Vaticano, Epistolae secretae, ar. I, Reg. 130, n. 142, f. 29.
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(da W. Staub, Mexico, Bertino 1822, tso. 1)
Vera Cruz, arcidiocesi di - Chiesa con campanile (sec. xix). Vera Cruz.
l'ingiusta sentenza e occupò il tempo dell'esilio nello scrivere libri e lettere spirituali. Nel 1343, Clemente V gli restituì la facoltà di predicare e confessare e il 4 genn. 1344 lo rimando in Italia a predicare la Crociata contro i Turchi. Si ridestò presto uno straordinario entusiasmo popolare attorno a V.; molti partirono per la Crociata, lui stesso si portò a Smirne ( 17 marzo 1346), assediata da terra, per sostenere e incoraggiare i Crociati, ma poco dopo morì consumato dalle fatiche apostoliche e dalla penitenza.
Scrisse varie lettere e trattati spirituali, di cui occorre ricordare: De Spiritu Sancto; In psalterio decachordo; De humilitate (frammento); De profectu spirituali; De remediu contra tentationes spirituales, editi assieme a varie lettere dal Clementi.
BibL.: G. Clementi, Il b. V. da B., Roma 1904 (in append. gli scritti e la leggenda di un anon. contemporaneo): E. Hecedez, La légende latine du b.V. d. B., in An. Boll., 25 (1906), pp. 298-303; A. Sorbelli, La $\cdot$legenda $\cdot$ del b. V. da B., Bologna 1922.
Alfonso D'Amato
VENUTA, LUIGI. - Sacerdote, n. a Nicosia il 3 genn. 1823, m. a New Jersey (U.S.A.) nel 1872.
Addetto alla parrocchia palermitana di S. Rocco, nel genn. 1848 fu tra i primi ecclesiastici ad aderire all'insurrezione antiborbonica e partecipò animosamente ai conflitti di quei giorni, esortando e animando i combattenti sulle barricate. Deputato per il suo collegio natale al Parlamento siciliano, venne più tardi inviato a Nicosia, dove seppe energicamente ristabilire l'ordine pubblico. Egli chiese, però, di non essere distratto dal suo ministero sacerdotale per incombenze politiche e volle seguire, come cappellano militare, le poche truppe siciliane inviate sui campi di Lombardia. La restaurazione borbonica nell'isola colpì anche il V., che fu due volte tratto in arresto: dimesso dal carcere e sottoposto a vigilanza speciale nel dic. 1849, dopo la seconda detenzione gli fu lasciata la scelta tra il confino e l'espatrio (marzo 1850).
Preferi esulare e si recò negli Stati Uniti, dove trascorse il resto della sua breve esistenza, svolgendo un ammirevole apostolato tra gli immigrati europei e spe-
cialmente italiani, per i quali creò e diresse numerosi istituti di assistenza. Molto deve a lui la diffusione del cattolicesimo nell'America del Nord, per l'abnegazione con la quale si pose a disposizione dei vescovi locali a Nuova York, a Brooklyn, a Newark e finalmente a New Jersey. Del tutto preso da questo nuovo campo di lavoro rinunziò a ritornare in Sicilia nel 1860, nonostante gli appelli che gli erano stati rivolti: si limitò a un breve viaggio nel 1871 , pochi mesi prima della morte.
BibL.: F. Venuta, Una nobile figura della Rivoluzione siciliana, in Arch. st. sicil., nuova serie, 39 (1944), pp. 179-97.
Renzo U. Montini
VERACI, CrocifissA. - Mistica camaldolese del monastero di Pratovecchio (diocesi di Fiesole), n. il 18 ott. 1749 a Firenze, m. ivi il 16 febbr. 1822.
Si monaco a 20 anni e fino al 1782 condusse vita pessima arrivando fino a darsi, con contratto scritto col suo sangue, anima e corpo al diavolo. Si converti a 33 anni; e dopo 10 anni di aspre penitenze ricevi le stigmate della Passione insieme alla corona di spine che portò fino alla morte. Ebbe visioni continue, il dono della profezia, della bilocazione, della scrutazione dei cuori. Nell'orazione mistica arrivò allo specchio spirituale ed ebbe da Gesù un anello d'oro che portava abitualmente. Queste manifestazioni mistiche furono controllate con rigore critico dalle competenti autorità, come si può constatare dal carteggi conservati, al completo, nell'Archivio del suo monastero.
Bibl.: fonti manoscritte nel monastero di Pratovecchio: Lettore, 6 voll. (1791-1822): G. B. Bresciani (suo confessore), Memorie; G. Iacopetti, Notizie istoriche della serva di Dio D.C.V. (1822); P. Ciampelli, Donna C. V., Bagno di Romagna 1928.
Anselmo Giabbani
VERA CRUZ (residenza Jalapa), arcidiocesi di. - Città e arcidiocesi dello Stato di V. C. nel Messico.
Ha una superficie di 21.000 kmq . con una popolazione di 1.400 .000 ab . dei quali 1.250 .000 sono cattolici; ha 81 parrocchie servite da 180 sacerdoti diocesani e 14 regolari; conta un seminario, 5 comunità religiose maschili e 43 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 444).
La città di V. C. fu elevata a diocesi dal papa Pio IX il 19 marzo 1883, quale suffraganea dell'arcidiocesi di Messico. Suo primo vescovo fu mons. Francisco Suárez Peredo che si stabili a Jalapa, dove tuttora e la residenza vescovile. Il papa Pio XII con la cost. apost. Inter praecipuas del 29 giugno 1951 la elevò ad arcidiocesi, assegnandole quali suffraganee le diocesi di Papantla e di Tehuantepec, ed elevando la Cattedrale al grado e dignità di metropolitana. Primo e attuale arcivescovo è mons. Emmanuele Pio Lopez Estrada.
Bibl.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Enc., XV, pp. 344-45; AAS, 44 (1952), pp. 16-18. Enrico Josi
VERALLO, Girolamo. - Cardinale, n. a Cori ca. il 1497, m. a Roma il 10 ott. 1555.
Entrato nella carriera ecclesiastica protetto da Paolo III, fu referendario di Segnatura, uditore di Rota (1539), vescovo di Bertinoro (1540-41), di Caserta (1541-44), arcivescovo di Rossano (1544-51). Nell'age. del 1535 fu mandato presso l'imperatore Carlo V con speciale missione riguardante il Ducato di Camerino. Dal 1537 al febbr. 1540 fu nunzio a Venezia, ove istruì un procedimento contro i calunniatori di s. Ignazio, del quale aiutò i compagni, e fu sempre amico della Compagnia. Nunzio in Germania presso Ferdinando I (1541), passò poi alla Corte di Carlo V (febbr. 1545 -sett. 1547). Dovette in seguito occuparsi specialmente dell'apertura del Concilio di Trento e della guerra contro gli smalcaldici. Cardinale l'8 apr. 1549, l'8 sett. 1551 fu da Giulio III inviato in Francia presso Enrico II per la cessazione della guerra della Mirandola, ma non potè ottenere nulla. Ritornato, fece parte dell'Inquisizione (1552-53) e di alcune commissioni.
Bibl.: S. Viola, Memorie istoriche dell'antichissima città di Cori, Roma 1825, pp. 29-64; Moroni, XCIII, pp. 224-26; St. Ehesz, Concilii Tridentini, IV, Friburgo in Br. 1904, v. indico; H. Biaudet, Les nonciatures apostoliques permanentes jusqu'en 1646, Helsinki 1910, pp. 96, 101-102; L. Romier, La crise gal-
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licane de 1551, in Rev. bist., 109 (1912), pp. 48-53; Pastor, V c VI, v. indici; Eubel, III, pp. 34, 154, 170, 304.
Renata Orazi Auscnda
VERANZIO, Antonio. - Arcivescovo di Strigonia, diplomatico, umanista, storico ungherese, n. a Sebenico il 29 maggio 1504, m. il 16 giugno 1573 a Esztergom.
Sua madre, Margherita Statileo da Traù, fu la sorella di Giovanni Statileo vescovo di Transilvania, presso cui A. V. fu educato sin dai dieci anni. Studiò all'Università di Padova, venne nominato preposito di Buda e segretario del re d'Ungheria Giovanni Szapolyai. Condusse ambascerie in Francia, in Inghilterra e nel 1531, poi nel 1548 a Roma. Nel 1549 passò al servizio del re d'Ungheria Ferdinando d'Asburgo che lo nominò canonico lettore di Esztergom e gli affidò missioni diplomatiche a Costantinopoli. Vescovo di Pécs il 3 ag. 1554 e di Eger il 17 luglio 1560 , fece costruire fortezze da architetti italiani. Nel 1568 concluse con il sultano Setim la Pace di Adrianopoli. Arcivescovo di Strigonia il 25 sett. 1570 e poi anche luogotenente del Re, il V. fu in corrispondenza con molti illustri personaggi del suo tempo. Autore di saggi storici, memoriali, osservazioni sull'opera storica di Paolo Giovio, resoconti delle proprie missioni alla Porta Ottomana, i suoi scritti, redatti in latino, in ungherese e parte in italiano, costituiscono un prezioso materiale per la ricostruzione della sua epoca. Lasciò anche poesie in latino.
Fausto, nipote di Antonio, n. a Sebenico nel 1540 e m. a Venezia nel 1617, studiò anch'egli a Padova; vescovo di Caanàd in Ungheria il 20 dic. 1600 , rinunciò nel 1607; è autore di una biografia dello zio e di un Dictionarium quinque nobilissimarum Europae linguarum: latinae, italicae, germanicae, dalmaticae et ungaricae, pubblicato nel 1595 a Venezia.
BinL.: l'Opera omnia di Antonio V. fu pubbl. dalla Accad. d'Ungheria a cura di L. Szalay e G. Wenzel in 12 voll. (Abonam. Hungariae Hist., 2* serie, Scriptores), Budapest 1857-73: P. Sörös. La vita di A. V., Budapest 1898; Pl. Banfi, in Arch. st. per la Dalmazia, 1932, fasc. cit; 1932, fasc. citit. Stefano Markus
VERA PAZ (residenza Coban), diOCESI di. Città e diocesi nel Guatemala (America centrale).
Ha una superficie di 14.606 kmq . con una popolazione di $394.580 \mathrm{ab}$. dei quali 378.650 sono cattolici; conta 11 parrocchie servite da 3 sacerdoti diocesani e 7 regolari (Ann. Pont. 1933, p. 444).
Con la cost. apost. Quoties in regionibus del 14 genn. 1935, il papa Pio XI soppresse il vicariato apost. di V. P. e Petén, ed eresse la diocesi di V. P. con residenza vescovile a Coban. Elevò pertanto la chiesa di Coban, dedicata a s. Domenico, al grado e dignità di cattedrale ed istitui in V. P. il Seminario diocesano.
BinL.: AAS, 27 (1935), p. 398 sgg. Enrico Josi
VERAPOLY, ARCIDIOCESI di. - Situata nell'India sud-occidentale, Stato di Cochin-Travancore. Confina con la diocesi di Calicut, Coimbatore, Vijayapuram e Coccino.
Dopo l'erezione della diocesi di Coccino (4 febbr. 1558) tutti i cattolici di rito latino residenti tra i confini della arcidiocesi di Goa e il Capo Comorin - quindi anche quelli del territorio di V. - furono sottoposti alla giurisdizione di Coccino, mentre quelli di rito siro-malabarico dipendevano dalla arcidiocesi di Cranganore (già diocesi di Angamale). Nel 1653, mentre era arcivescovo di Cranganore il prelato Garcia, scoppiò uno scisma tra i cristiani di S. Tommaso di rito siro-malabarico, ed allora il papa Alessandro VII inviò (1656) nel Malabar, in qualità di commissario apostolico, il carmelitano p. Giuseppe di S. Maria (Girolamo Sebastiani) con 4 confratelli. Essendo riuscito a ricondurre all'unità della Chiesa 84 delle 116 parrocchie dissidenti, che però non vollero ritornare sotto la giurisdizione dell'arcivescovo Garcia, il p. Giuseppe fu consacrato vescovo titolare di Gerapoli per aver cura dei cattolici siro-malabarici e latini del Malabar. Sorse così, nel 1659, il vicariato apost. di Serra del Malabar in favore di quei fedeli che, o per avverse circostanze o per la persecuzione degli Olandesi impadronitisi di Coccino, non potevano giovarsi del-

(da F. Sacerana di Bracci. La Incentiva del 368. Fausto Veranzio da Sebenico, Roma 1821; Veranzio, Antonio - Progetto per un ponte ad una sola fune di V. Fausto. Incisione da un dipinto ad olio - Sebenico, proprieta conte Draganich-Verantio.
l'ordinaria giurisdizione di Cranganore e Coccino. In data 24 apr. 1838 la giurisdizione di queste due diocesi fu poi sospesa, venendo tutto il territorio delle due diocesi aggiudicato al vicariato apost. di Serra del Malabar, fino a quando l'influenza del Padroado Portoghese cessò d'essere impedita dagli Olandesi.
Il 10 apr. 1840 il vicario apost. di Serra del Malabar fu promosso arcivescovo in partibus (con particolare riguardo ai fedeli di rito siro-malabarico) e il 15 marzo 1853 fu confermata la divisione del vicariato apost., già disposta di fatto nel 1845 da papa Gregorio XVI, in tre vicariati: V., Canarense, o di Mangalore, e Quilon. In data $1^{\circ}$ sett. 1886 il vicariato apost. di V. venne elevato a arcidiocesi e la sede costituita metropolitana con la suffraganea di Quilon. Nel 1930 ne venne distaccata la diocesi di Vijyapuram. Entro il territorio dell'arcidiocesi di Ernakulam per i cattolici siro-malabaresi. Attualmente (1953) ha 4 diocesi suffraganee, cioè : Kottar, Quilon, Trivandrum del Latini, Vijayapuram.
E affidata al clero indigeno ed ha una superficie di kmq. 4800 con 1.614 .120 ab., così distinti : 134.966 cattolici latini, 349.500 cattolici di rito siro malabarico, 55.500 dissidenti di rito orientale, 17.700 protestanti, 2151 ebrei, 130.300 musulmani e 924.000 pagani. Ca. 150 sacerdoti, quasi tutti indiani appartenenti 90 al clero secolare e il resto all'Ordine Carmelitano, esercitano ivi il sacro ministero, aiutati da una ventina di fratelli e da 282 suore di vari istituti religiosi. Vi è 1 seminario con 46 alunni. Ca. una ventina di chierici attendono agli studi filosofici e teologici nel Seminario regionale di Alwaye, di Tiruchirapally e nel Collegio Urbano di Propaganda Fide a Roma. La diocesi è divisa in 5 distretti e vicariati foranei, 45 parrocchie, 20 stazioni primarie e 33 secondarie; le chiese sono 51 e le cappelle 47.
L'arcidiocesi ha 74 scuole elementari con 11 mila tra ragazzi e ragazze, 14 medie con più di 2000 studenti, 11 superiori con 6000 alunni, 6 professionali con 358 apprendisti. Vi sono inoltre due collegi universitari: St. Albert's College con 750 studenti e St. Teresa's College con 500 studentesse. Opere di carità: 1 ospedale con 35 letti, 11 orfanotrofi con un complesso di 560 orfanelli, 3 ricoveri di vecchi con 71 degenti. La diocesi possiede anche 3 tipografie, dove, tra l'altro, si stampano una decina di periodici, con discreta tiratura. Fiorenti e numerose le confraternite, le associazioni caritative e i circoli di Azione Cattolica.
BinL.: The siatleth Amnivers. of the cath. hierarchie in India and Ceylon, 1226-1946, Bangalore 1946, p. 10 sg.: Prop. Status Miss. 1931 presso l'Arch. della S. C. di Prop. Fide, pos. prot. n. 4043-52; The Cath. Direct. of India, Pahistan, Burma and Ceylon, Madras 1950, p. 395. Pompeo Borgna
VERBIEST, Ferdinand. - Gesuita, missionario e astronomo alla Corte di Pechino, n. a Pirthem, presso Courtrai (Belgio) il 29 ott. 1623, m. a Pechino il 28 genn. 1688.
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Entrato nell'Ordine nel 1641 e compiti gli studi a Siviglia, partì nel 1658 con altri 35 missionari per la Cina, dove, arrivato nel 1659 , lavorò qualche tempo nello Shen-si, indi nel 1660 fu chiamato a Pechino come collaboratore ed eventuale successore del p. Adamo Schall nella direzione dell'Osservatorio astronomico da lui fondato. La persecuzione del 1664 , suscitata durante la minorita dell'imperatore K'ang-bai, lo gettò in prigione, ma la vittoria strepitosa riportata in una gara astronomica con il mandarino persecutore, che aveva preso il posto del p. Schall, come presidente del Tribunale delle matematiche, riportò in onore la scienza europea e procurò a lui e ai suoi compagni la libertà di riprendere la predicazione. Nel 1666 il V. successe nella presidenza del Tribunale al p. Schall, sempre più accompagnato dalla stima e confidenza dell'Imperatore, che volle farsi per cinque mesi suo assiduo alunno nell'imparare le scienze e la dottrina cristiana; e il V. nutrì per molto tempo la speranza di convertirlo, il che non avvenne. Per lui il V. costrui 6 strumenti astronomici, tutti in ottone, artisticamente lavorati, che ancora si conservano e fino alla guerra dei Boxers del 1900 si potevano vedere sulla torre del Palazzo imperiale, dove il V. li aveva collocati; e inoltre fuse 132 cannoni, di potere assai più grande che non quelli posseduti dai Cinesi. Innalzato dall'Imperatore al $1^{\circ}$ grado del $2^{\circ}$ ordine di mandarini, il V. si servi della sua alta posizione per il buon successo dell'opera missionaria, che egli anche diresse, come viceprovinciale, dal 1676 al 1680 . Contro le accuse, portate fino a Roma, del p. F. D. Navarrete intorno al metodo adoperato dai missionari gesuiti, il V. potè inviare una piena difesa del proprio operato, che gli fruttò da parte di Innocenzo XI, con il breve del 3 dic. 1681, una ampia giustificazione per il suo degno lavoro scientifico, tanto utile alla fede e alla conversione dei pagani.
Come vice-provinciale perorò vivamente la causa del clero indigeno e quella della introduzione della lingua cinese nella teologia e nella liturgia, per cui cercò di ottenere la conferma delle concessioni, già date da Paolo V nel 1615, e inviò in omaggio al Papa la versione cinese del Messale, fatta dal p. L. Buglio. Per l'Imperatore e per i cristiani compose molte operette sulla religione, sulastronomia, fisica, meccanica, geografia. Degni di ricordo soprattutto, oltre la numerosa corrispondenza, la sua Astronomia eterna dell'Imperatore K'ang-hsi ( 32 voll., Pechino 1678), in cui determina il corso dei pianeti e le eclissi solari e lunari per 2000 anni successivi; e il Manuale della dottrina cattolica (ivi 1669; più volte edito e tradotto in tartaro, coreano e francese) che l'Imperatore volle per la sua classica stesura catalogare fra i libri della biblioteca imperiale. La sua tomba è a Ciala, presso Pechino, accanto a quelle del p. Ricci e del p. Schall.
Bim.: Sommervogel. VIII, coll. 274-86; Streit, V, pp. 808812; C. Carton, Notices biogr. sur le p. F. V., mission. à la Chine, Bruges 1839; B. Buhr, Neue Dokumente zur Gesch. des F. A. Schall, in Zeitsch. f. hath. Theol., 35 (1901), pp. 251-52; K. Cherry, F. V. missionary and mandarin, in The Month, 106 (1905), pp. 251-60; E. Rabbacy, Zondeling en Sterrenkundige of F. V., Pitthem 1911; H. Bosmans, F. V. directeur de l'Observat. de Péhin, in Rev. des quest. scientif., 71 (1912), pp. 193-273; 375-461; id., Docum. relatifs à F. V., in Annales de la Soc. d'émulation de Bruges, 62 (1912), pp. 16-61 (documenti); 63 (1913), pp. 193-223 (relaz. con la Corte russa); 67 (1924), pp. 181-95; L. Van Her, F. V., écrivain chinois, Bruges 1913; L. Pfister, Notices biogr. et bibliogr. sur les 3éveites de l'anc. mission de Chine, I. Scisogni 1932, pp. 338-62; H. Jonson - L. Villaret, Correspondance de F. V., direct. de l'Observat. de Péhin, 16231628, Bruxelles 1938; H. Bernard, F. V., continuateur de l'oeuvre scientifique d'A. Schall, in Monumente serice, 5 (1940), pp. 103-40.
Celestino Testore
VERBŌCZI, Stefano. - Giurista e umanista ungherese, n. nel 1458, m. nel 1541.
Supremo giudice, grancancelliere, luogotenente palatino del re, iniziò la sua carriera nella cancelleria reale sotto il re Mattia Corvino. Sotto i suoi successori divenne il capo del partito costituzionale in opposizione dell'oligarchia dei magnati. Fu inviato dalla Dieta ungarica, nel 1519, a Venezia e a Roma per chiedere soccorso contro i Turchi e nel 1521 alla Dieta imperiale di Worms. Ivi
disputò con Martin Lutero, come riferiva il nuncio apostolico di Vienna. Accanito avversario della "eresia tedesca», il V. fu l'artefice delle leggi di proscrizione del 1523 e 1525 contro "emnes Luteranos et illorum fautores, tanquam hostes sacratissimae Virginia Mariae», e stampò con dedica al re Lodovico II un trattato contro la dottrina di Lutero, composto da L. Politi. Dopo la disfatta subita dai Turchi nel 1526 , il V. promosse l'elezione di un re nazionale (Giovanni Szápolyai) dopo la cui morte, per incarico della regina vedova Isabella, figlia di Bona Morza, si recò a Costantinopoli per assicurare il trono al minorenne Giovanni Sigismondo Szápolyai. Per opera di V. videro la luce nel 1514, a Vienna, le elegie di Janus Pannonius, raccolte da Benedetto Bekényi.
A Vienna nel 1517 venne stampato in latino il Tripartitum Opus inris consuetudinari inclyti regni Hungarive, per cui il diritto romano entrò a far parte del patrimonio della nazione magiara. Esso è più una dissertazione che un codice : un libro di testo unico per le scuole di diritto; segue il codice giustinianeo, il Decreto di Graziano, il diritto canonico. Frutto di una epoca di transizione, vi si avverte l'influsso degli umanisti e della concezione giusnaturalistica, con tendenza a rafforzare i poteri regali per proteggere la piccola e la media nobiltà contro lo strapotere dell'aristocrazia. L'antica dottrina della S. Corona, che esclude l'intermediario dei feudatari, è stata osservata nell'interpretazione di V. Il Tripartitum, inserito nella raccolta ufficiale delle leggi di Ungheria e di Transilvania, fu applicato nelle regioni appartenenti agli Asburgo e nel territorio occupato dai Turchi.
Bim.: V. Fraknoi, Ungarie vor der Schlucht bei Mobiles. vers. ted., Budapest 1886; id., Biografia di St. V., ivi 1899 (in ungherese); A. Huber, Gesch. Österricke, III, Gotha 1888; Pastor, IV, II, pp. 413-15.
Stefano Markus
VERBUM DOMINI. - Periodico del Pontificio Istituto Biblico, fondato nel 1921 - spargendia ubique sanis de re biblica doctrinis" (u.otu proprio di Pio X Vinea electa, del 7 maggio 1909: AAS, I [1909], p. 488 ).
È diretto specialmente ai sacerdoti, in base all'originaria intestazione Commentarii menstrui de re biblica omnibus sacerdotibus accomodati (dal 1921 al 1939), per facilitare loro l'uso della Bibbia sia nella meditazione sia nel ministero. Gli articoli vengono scritti da maestri riconosciuti, quali L. Fonck, A Vaccari, U. Holzmnister, C. Lattey, L. G. de Fonseca (primo direttore) e da molti altri esegeti.
Interrotto nel 1945-46, fu ripreso con il t. 25 (1947), con il sottotitolo Commentarii bimensiles de re biblica. In tale occasione il programma venne formulato più accuratamente, in modo da aprire la strada ad ulteriori sviluppi. La rivista mira ad aumentare la stima della Bibbia, esporre le sue dottrine e bellezze, dilucidare le sue difficoltà, informare i professori di seminari circa i risultati più recenti degli studi biblici (nella sezione Spectator ephemeridum dal 1948). Un quinto scopo rimane sottinteso: servire di legame fra l'Istituto ed suoi antichi alunni.
Pietro Nober
VERCELLI, ARCidiocesi di. - Ha una superficie di 1658 kmq . e una popolazione di 198.500 ab., suddivisi tra 139 parrocchie, di cui 119 in provincia di V., 10 in quella di Novara, 9 in quella di Pavia e 1 in quella di Alessandria. Il clero diocesano consta di 299 sacerdoti residenti; 2 seminari: il maggiore in città, quello minore a Moncrivello. Conta inoltre 7 Ordini e congregazioni religiose maschili con 12 case, 49 sacerdoti e 32 laici; 126 case femminili con 955 religiose. Il capoluogo ha 42.930 ab. (1951). Patrono: s. Eusebio vescovo, la cui festa si celebra il $1^{\circ}$ ag. Sede arcivescovile dal 1817 , ha come suffragante le diocesi di Alessandria, Biella, Casale, Novara e Vigevano. Il suo territorio è costituito per $3 / 4$ da pianure prevalentemente coltivate a riso (ca. metà della superficie e produzione nazionale), donde de-
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In alto a sinistra: L'APOTEOSI DI ALESSANDRO MAGNO. Rilievo bizantinoggiante del sec. xII sul fianco della basilica di S. Mauro verso la Piazza dei Lameini - Venezia. In basso a sinistra: EPISODI DELLA VITA DI S. ROCCO. Intagli in legno di G. Marchioni (1730). Particolare di una parete della sala superiore sulla ricada di S. Mauro - Venezia. A destra: LA CONTINETTA + PORTA DELLA CARTA+, opera di Giovanni e Bartolomeo Bro (1438-43) - Venezia, Palazzo Ducale.
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A sinistra: FACCIATA DELLA BASILICA DI S. ANDREA, fatta costruire negli anni 1210-77 dal card. Guala Bicchieri - Vercelli. In alto a destra: AIISIDE DELL'ANTICA PIEVE DI LENTA (sec. xi). In basso a destra: CHIOSTRO DELLA BASILICA DI S. ANDREA (sec. xili) con vòlle del 1520 - Vercelli,
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riva un particolare problema sociale per la immigrazione stagionale di oltre 27.000 mondariso forestieri, in maggior parte donne, al tempo della monda (maggioIuglio) e di 16.000 mietitori esterni per la raccolta.
I. Storia civile. - La città e l'antica Vercelloc, posta presso il fiume Sesia, quasi alla confluenza delle strade romane, che da Pavia e da Milano portavano ai valichi dell: Alpi Pennine, fondata dai Salluvii tra i Libui o Libici (Plinio, Nat. hist., III, 21). Entrata nell'orbita di Roma forse all'inizio del sec. II a. C., V. divenne forte e potente. Non lungi da essa, ai Campi Raudii, nel 1 or a. C. Mario sconfisse i Cimbri. A una trentina di km. verso nord-ovest, presso Vittimulo, esistevano le cave d'oro vercollesi ricordate da Strabone (V, 218, 12) e da Plinio (Nat. hist., XXXIII, 21). Inclusa nella XI regione augustea (Transpadana), V., denominata da Marziale (Epigr., X, 12) "apollinea" dal culto pagano ivi prevalente, era fin dai tempi di Vitellio "firmissimum municipium" (Tacito, Hist., I, 70), ascritto alla tribù Aniense. Ma in seguito tanto decaduta che a s. Gerolamo appariva ormai "raro... habitatore semiruta" (PL 22. 327).
Capoluogo di ducato all'epoca longobarda, di contea al tempo dei Franchi, passò alla giurisdizione dei vescovi sulla fine del sec. x. Resasi progressivamente autonoma nei secc. XI-xII e costituita in libero comune, dominò su vasto territorio, piegando anche potenti feudatari; ebbe nel 1228 uno Studium generale durato in vita oltre un secolo e proclamò nel 1243 la libertà dei servi della gleba. Nel 1333 cadde sotto la signoria dei Visconti; Filippo Maria la cadette nel 1427 al duca Amedeo VIII di Savoia: Amedeo IX e Carlo II vi risiedettero e vi morirono. Subi rovinosi assedi nel 1617 e nel 1638 da parte degli Spagnoli, che l'occuparono fino al 1639. e nel 1704 dei Francesi che ne smantellarono le fortificazioni.
11. Storia religiosa. - Creata diocesi verso il 345 , V. ebbe a suo primo vescovo s. Eusebio (v.) e comprendeva allora, pare, tutto il Piemonte. Ma l'indirizzo della lettera che Eusebio scrisse dall'esilio (ca. 356) al clero "et sanctis... plebibus Vercellensibus, Novariensibus, Hipporegiensibus, Augustanis, Industriensibus et Agaminis ad Palatium necnon etiam Derthoneosibus" (secondo la lezione migliore: cf. BHL, 2748), sembra supporre una situazione già diversa per Torino e le altre plaghe del Piemonte. La presenza di comunità cristiane in localita minori e distanti dal centro, quali Industria (Monteu da Po) e Palatium (presso Crescentino sulla strada romana che, lungo il Po, univa Taurinum a Ticiuum), l'istituzione della vita comune tra il clero (s. Ambrogio, Epist., I, 63, 56) e l'esistenza a V. di un monastero di vergini sono indici di rapida organizzazione della diocesi ad opera di Eusebio, favorita dalla consistenza dei nuclei precesistenti di fedeli. L'apostolato svolto dai successori, s. Limenio, presente al Concilio di Aquileia del 381, e s. Onorato (CIL,V, 6722), eletto dopo contrasti interni per intervento di s. Ambrogio (Epist., I, 63: cf. Paolino, Vita, 47), nonché da s. Gaudenzio di Novara (v.) diede tangibili risultati : ca. il 389 vennero smembrate da V. le diocesi di Novara e di Torino, se pur questa non già prima, e, poco dopo, quelle di Ivrea e di Aosta.
Il catalogo dei 40 pastori da Eusebio a Nottingo (ca. 1'830), risultante dai loro ritratti già dipinti nel vecchio Duomo, è ora frammentario: tra essi, 12 dei quali decorati del titolo di santo, emergono s. Emiliano I, verso il 501, che, oltre un altare nella Cattedrale, ove se ne venera il corpo, ebbe dedicate alcune chiese; s. Flaviano (m. nel 541), presunto autore delle iscrizioni metriche vercellesi, di cui si ha l'epitaffo (CIL, V, 6728); Emiliano II, al quale re Ariperto II confermò nel 707 il monastero di S. Michele di Lucedio, da poco fondato, e le donazioni precedenti. Con Liutvardo, arciocavelliere di Carlo il Grosso, prese consistenza, se non inizio, il potere temporale dei vescovi, sia per virtù del discusso diploma del 16 marzo 882, sia per altro analogo atto. La strage che il 13 dic. 899 fecero del clero cittadino gli Ungheri, ai quali soggiacque pure Liutvardo (cf. MGH, Script., I, p. 609),

(per cortesia di mens. G. Ferreri)
Vercelli, arcidiccesi di - Facciata della chiesa di S. Bernardo di Aosta (ca. 1164).
benché forse in altra data, portò alla Chiesa di V. gravi conseguenze ancora perduranti al tempo del Sinodo di Ingone (964), sebbene Attone (v.) vi avesse nel frattempo svolta una ferma azione pastorale.
Contro i vescovi s. Pietro (m. nel 997) e Leone condusse Sera lotta Arduino d'Ivrea (v.): del primo che ne fu vittima arse il cadavere, onde venne scomunicato, mentre Ottone III lo spogliava dei beni che assegnava con le contce di V. e di Santhià a Leone mediante due diplomi del 7 maggio 999. Pur essendo rimaste in parte inoperanti, queste donazioni con quelle del 1000-1001 segnano l'acme della feudalità vescovile. Ben tosto, forse dalla metà del sec. xi, il comune prese a contrastarne sempre più l'esercizio in città e nella contea; in queste lotte si inquadra la costruzione di borghi e castelli da parte di vescovi, quali Uguccione (m. nel 1170) che fondò il Piazzo di Biella e Ronsecco; precedenti dei borghifranchi (v.), una trentina, creati poi con altri fini nei secc. xit-xIII dal Comune. Il quale nel 1243 tentò di impossessarsi del residuo dominio episcopale, ormai ridotto ai soli luoghi elencati (dopo le pievi) nella bolla del 10 giugno 1187, inviata da Urbano III, già vescovo di V. (1182-84) a s. Alberto (v.); resistette invitto il presule Martino Avogadro (1244-68). Vi posero fine invece la cessione di Biella al duca sabaudo Amedeo VI (1379) e l'investitura del feudo pontificio di Masserano e Crevacuore al Fieschi (1394). Nel ' 400 e ' 500 ressero la Chiesa di V. vescovi della famiglia Fieschi di Lavagna per ca. 90 anni e poi membri della famiglia Ferrero (v.), dal 1499 al 1572, quando il card. Guido Ferrero la permutò con G. Francesco Bonomi (v. bonhomini), abate di Nonantola. Il Bonomi vi attuò la riforma tridentina : tenne 11 sinodi, consolidò il Seminario urbano, eresse quello minore, abolì il rito eusebiano e delle visite pastorali in diocesi, in Moriana ed in Val d'Aosta (1576) lasciò accurate relazioni.
Nel 1474 fu smembrata da V. la diocesi di Casale (v.); nel 1772 quella di Biella (v.). Sotto Napoleone, che nella sola città soppresse ben 18 conventi, la diocesi venne
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(ftd. D. Fittorio Fialy)
Vercelli, arcidocesi di - Copertura in lamine d'argento lavorata a sbalzo, offerta dal re Berengario I per il codice dei Vangeli di s. Eusebio (sec. ix).
conformata territorialmente al dipartimento della Sesia (1805). Il breve B. Petri Apostolorum del 17 luglio 1817, che elevava V. a metropoli, ne stabili i confini attuali. Tra i pastori del sec. xix rifulge per zelo Alessandro D'Angennes (1832-69).
III. Pieri, Capitoli, monasteri. - La diocesi nel sec. x era divisa in 36 pievi rurali (cataloghi in cod. Vat. lat. 4322, ff. $32^{2}$ e 108), quasi tutte poste su antiche strade romane e in zone archeologiche. Oltre i due Capitoli cittadini di S. Maria e S. Eusebio, che i vescovi Norgaudo (ca. 844) e Alderico nel 1040 ricondussero alla pratica della vita comune, già dal sec. xi ne esistevano altri 7 , tra cui quelli di Biella e Casale. Nove furono le storiche abbazie: SS. Michele e Genuario di Lucedio, illustrata da s. Bononio (v.); S. Stefano di V.; SS. Vittore e Corona di Grazzano (Casale) dotata nel 961; SS. Salvatore e Giacomo della Bessa (Biella); Sannazzaro (ro40 ca.); Muleggio (sec. xi ?), benedettine; S. Maria di Lucedio, cistercense, fondata nel 1123, fiorente con gli abati Pietro (11841205) e Oglerio (v.), il cui vasto territorio dai monaci che lo bonificarono prese il nome di Grangie (v.); S. Maria di Vezzolano ([v.] ora Asti); S. Andrea di V. fondata nel 1224 dal card. Guala Bicchieri (v.) che le prepose l'abate Tommaso Gallo (v.).
IV. Perannaggi illustri. - Ebbero i natali in diocesi : s. Guglielmo (v.); b. Varmondo (v.); b. Giovanni da V. (v.); b. Emilia Bicchieri, domenicana, fondatrice del monastero di S. Margherita (m. nel 1314); b. Antonio della chiesa di S. Ger-
mano, domenicano (m. nel 1459); b. Arcangela Girlani di Trino, carmelitana (m. nel 1494); b. Maddalena Panattieri (v.); b. Giacobino Canepaccio, carmelitano (m. nel 1508): tutti con culto approvato in diocesi; Rainero Avogadro, il vescovo che attuò la crociata contro fra' Dolcino (v.); Antonio da V. (v.); M. Gattinara (v.); R. Baranzano (v.); O. Ferrari (v.); Raimondo Recrosio, vescovo di Nizza (m. nel 1732); G. Fr. Marchini, blista (m. nel 1774); E. Avogadro Della Motta (v.).
V. Archivi. - Della antica Schola S. Eusebii, annessa al Duomo, si hanno poche notizie; ma di riflesso se ne scorge l'importanza dalla preziosa raccolta di 220 codici dell'Archivio capitolare (numerosi quelli monati, parecchi dei secc. IX-XI, una cinquantina i liturgici, alcuni dei quali con note musicali antiche; celebri i codici : Vercellensis a della vetus latina del sec. IV; anglosassone, Vercelli Book, del sec. x; De advocatis dell'Imitazione di Cristo ([v.] del sec. xili-xiv; il n. 39 contenente le opere di Attone, del sec. x, ecc. con documenti dal 707 in poi). Notevoli pure gli Archivi: arcivescovile (carte dal 1145 in poi); civico per la raccolta del Biscioni (atti dall' 882 in poi); dell'ospedale (regestate le carte dal sec. xit al 1500); della Curia arcivescovile (atti di visite pastorali dal 1553 in poi). Le carte degli antichi monasteri soppressi, parte sono andate disperse, parte sono all'Archivio di Stato di Torino. Buone le Biblioteche del Seminario, Agnosiana (ecclesiastica) e civica.
VI. Monumenti. - Appartengono al periodo romanico il campanile (del 1152 ca.) della Cattedrale, ricostruita in varie riprese dal 1572 al 1860 su disegno di P. Tibaldi e, per la facciata e l'atrio, di B. Alfieri (v.), che conserva un Crocifisso di lamina d'argento sbalzata (sec. xi) e un tesoro di grande pregio artistico, comprendente tra l'altro una copertura a lamina d'argento con sbalzi (sec. IX), donata da re Berengario I per il codice dei Vangeli di s. Eusebio, e un'altra d'oro con ornati a smalti e pietre dure per un evangeliario (sec. xi; v. 101-89 del vol. IX); il portale ed i musaici pavimentali di S. Maria Maggiore (ora al Museo Leone con il materiale epigrafico ricuperato nella demolizione della stessa e del Duomo), chiesa matrice di V., riedificata nel sec. xit e consacrata da Eugenio III il 17 giugno 1148, abbattuta nel 1777; la parte anteriore di S. Bernardo; i campanili di S. Michele e di S. Vittore. Il fervore architettonico dei secc. xI-xII è confermato dalle superstiti chiese romaniche sparse in diocesi, quali le antiche pievi di S. Michele di Balocco; S. Michele di Cilivolo a Borgo d'Ale; Lenta; S. Maria di Rado a Gattinara; l'abbastale di S. Genuario, del sec. xi; le chiese di Naula a Piane Sesia (ivi epitaffio di prete Candidiano: sec. viI); S. Michele di Trino (importante centro religioso, patria dei Giofito e di altri celebri tipografi che stamparono a Venezia dal 1480 e in loco dal 1508); S. Pietro di Robbio; S. Lorenzo di Oldenico; S. Pietro di Tronzano, ecc. del sec. xit.
Il più insigne monumento cittadino è la basilica di

(per cortesia di mons. A. P. Fradze)
Vercellí, arcidocesi di - S. Eusebio parte per l'esilio. Particolare dei rilievi del coro del Duomo, opera di G. B. Bernero su disegno di F. A. Meyer (sec. xvili).
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S. Andrea in stile gotico con elementi antelamici, costruita negli anni 1219-27 a cura del card. Guala Bicchieri; tipiche espressioni del gotico sono pure le chiese di S. Francesco, di S. Marco (ridotta a mercato pubblico), di Sannazzaro e le costruzioni monastiche di S. Maria di Lucedio. Del '700 notevoli il $2^{\circ}$ cortile del Seminario ultimato su disegno del Juvara e la chiesa parrocchiale di Borgo d'Ale (1770) di ispirazione vittoniana.
Sulla fine del ' 400 e nel ' 500 tenne un posto preminente nel movimento artistico del Piemonte la scuola pittorica vercellese, resa illustre dai nomi dello Spanzotti, del Sodoma (v.), che passò presto a Siena, di Gaudenzio Ferrari (v.), degli Oldoni, dei Giovenone e di Bernardino Lanino; le molte tavole e gli affreschi esistenti nel Museo Borgogna, in episcopio e in varie chiese cittadine (S. Cristoforo, S. Paolo, S. Francesco, S. Giuliano, ecc.) e della diocesi ne documentano la feconda attività. Ricchi ed apprezzati i Musei cittadini: Leone (archicologia) e Borgogna (pinacoteca). Un privato consizva il