chiese cittadine (S. Cristoforo, S. Paolo, S. Francesco, S. Giuliano, ecc.) e della diocesi ne documentano la feconda attività. Ricchi ed apprezzati i Musei cittadini: Leone (archicologia) e Borgogna (pinacoteca). Un privato consizva il cotano del carl. Bi-chi.ri con smalti limosini del sec. xirI. - Vedi tav. CXXX.
BibL.: fonti: molti documenti in Monum. hist. patrias, 20 voll., Torino 1836-90; S. Cacciamatti, Summ. monum. omnium quae in Tabularia municipii Vercell. continentur..., Vercelli 1868; L. Bruzza, Inseris. ant. vercell. (le cristiane a pp. 22-362), Roma 1874; E. Ferrero, Ineris. ant. vercell., Torino 1891; G. ColomboR. Patté, I necrol. estebiani, in Boll. st. bibl. subalp., 2-7 (18971902), 23 (1925); indici di G. Borghazio, ibid., 31 (1929), pp. 147250; D. Arnoldi - F. Gabotto, Le carte dell'Arch. capitol. di V. (Bibliot. Soc. st. subalp., 70-71), 2 voll., Pinerolo 1912-14; P. Fr. Kebe, Italio pontif., VI, in, Berlino 1914, pp. 26-54; G. Sella, Cartario del monast. di Muleggio, e D. Arnoldi, Le carte dell'Arch. uncis. di V. (Bibliot. Soc. st. subalp., 83), Pinerolo 1917; R. Pasti, Innesi, dei mas. della Bibl. capit. di V. (Invesi. dei mas. delle Bibl. d'Italia, a cura di A. Sorbeffi, XXXI), Firenze 1924; D. Arnoldi, Il Libro delle investiture e del vasc. di V. (Iisio. Fieschi (Bibliot. Soc. st. subalp., 83, it), Torino 1934; G. C. Fac-cio-M. Ranno, I Bisciomi (ibid., 143-46), 2 voll. (su 7 previsti), ivi 1934-39; Acta Reginae Montis Oraque, 2 voll., Biella 1945-48 (vol. I, a pp. 23-47; 78-124; 224-40 ; registri delle decime e notio, sui monast.; vol. II, pp. 37-45 note stor. sulle chiese del Bielleco e dell'alto Vercellese, a cura di G. Ferraris); Eubel, I, pp. 220-21; II, pp. 290-91; III, pp. 351-52; IV, p. 364; V, pp. 410-11. Storia: M. A. Cusano, Discorsi historiali, Vercelli 1676; V. Mandelli, Il Comune di V. nel medioevo, 4 voll., ivi 1827; C. Dionisotti, Memor. stor. della città di V., 2 voll., Biella 1861; id., Notizie biogr. dei vercell. illustri, ivi 1862; F. Savio, Gli antichi vesc. d'Itat. dalle orig. al 1300. Il Piemonte, Torino 1898, pp. 1-8, 403-94; F. Gabotto, Ricerche intorno all'invas. degli Unglori in V. ed al tempo della morte del secc. Liutoardo, Vercelli 1899; R. Greenigo, V. sacra, Como 1909; Arch. della Soc. vercell. di star. e d'arte, 3 voll., Vercelli 1910-21; Medioevo vercell., ivi 1926; Lanzoni, pp. 1036-44; G. C. Faccio - G. Chicco, Vecchas V., 7 voll., Vercelli 1931-51; R. Ordone, Un vesc. ital. del secolo di ferro (Attone di V.), ivi 1948. Per l'arte: G. Colombo, Docum. e notizie intorno agli artisti vercellesi, Vercelli 1882; P. Vergoane, L'architet. romanica nel Vercellese, ivi 1934; A. M. Brizio, Catal. delle cose d'arte e di antichità d'Itat., V., Roma 1933; V. Viale, Guida ai Musei di V., ivi 1935; id., V. e in sua provincia dalla ramosità al fascismo, ivi 1939; G. Chicco, Mem. del vecchio duomo di V., ivi 1943 (con bibl.); N. Gabrielli, Le pitture romaniche, Torino 1944, pp. 11-13, 70-72; L. Mallé, Antichi smalti clausurds e champlevés dei secc. XI-XIII in raccolte e musei del Piemonte, in Bollet. Soc. Piemontese d'arch. e di Belle Arti, 3 (1949), pp. 58-79; 4 (1950), pp. 34-156. Giuseppe Ferraris
VERCELLONE, Carlo Giuseppe. - Biblista, n. a Sordevolo presso Biella il 10 genn. 1814, m. a Roma il 19 genn. 1869. Nel 1829 entrò fra i Barnabiti a Genova. Ordinato sacerdote nel 1836, insegnò in vari collegi finché fu chiamato a Roma (1847), ove rivestì cariche importanti, fra le quali quella di procuratore e di preposito generale del suo Ordine. Continuando l'opera dell'Ungarelli (v.), V. si occupò in modo particolare di critica testuale della Bibbia.
Da Pio IX fu incaricato dell'edizione del cod. Vaticano (B), già preparata da A. Moi. L'opera uscì in 5 voll. nel 1857, ma apparve deturpata subito da non pochi errori. V. stesso ne curò un'edizione migliore per il Nuovo Testamento nel 1859, quindi in collaborazione con G. Cozza-Luzzi fu ristampato tutto il codice (Roma 18691872; in 5 voll., oltre quello di carattere introduttivo).
E molto più apprezzata la sua edizione della Volgata (Biblia sacra Vulgatae editionis... recognita atque edita, Roma 1861). Rivelano scientifico senso critico i saggi Sulla autenticità della Bibbia Volgata secondo il decreto tridentino (Roma 1866) e quelli, di solito riguardanti la storia della versione latina e questioni di critica testuale, raccolti nelle Dissertazioni accademiche (ivi 1864).
L'opera principale di V., vero monumento di critica testuale, è costituita dalla raccolta di numerosissime varianti dei principali codici della Volgata; usufruendo in parte delle note lasciate dall'Ungarelli, pubblicò Variae lectiones Vulgatae ( 2 voll., Roma 1860-64). Sia il materiale raccolto che gli ottimi prolegomena, che l'accompagnano, costituiscono un lavoro preparatorio di primo ordine per un'edizione critica della Volgata. I due imponenti volumi non oltrepassano i libri dei Re.
BibL.: G. M. Sergio, Notizie intorno alla vita ed agli scritti del p. D. C. V., Roma 1869; Hurter, V. coll. 1213-14; G. Boffto, Scrittori barnabiti, Firenze 1957, pp. 162-75. Angelo Penna
VERDAGUER I SANTALÓ, JACINT. - Sacerdote e poeta catalano, n. a Folgaroles il 17 maggio 1845, m. a Vallvidziera il 10 giugno 1902.
Dei suoi molti viaggi in Europa e in Africa come cappellano della Compagnia transatlantica di Barcellona lasciò le sue impressioni di osservatore attento nel vol. Excursions i viatges (1884): ma, già fin dal 1877 , la pubblicazione del poema L'Atlántida l'aveva rivelato poeta d'eccezione: un altro poema, Canigó, leggenda pirenaica dell'epoca della riconquista (1886), gli meritò la coroxa di s poeta della Catalogna e.
Sacerdote pio e zelante e lirico d'istinto affidò ai versi il suo ardore mistico e il suo senso patrio: Idilis i canto mistiche, Cantica, Consoni de Moniserrat, Curitat, El somni de san Joan, Jesús Infant, Nazaret, S. Francesc, Flors de Maria, Patria, la famosa Oda a Barcellona, ecc. Più di 1200 liriche di V. furono poste in musica e cantate dalle folle. Sospeso a divinis nel 1895 per voci calunniose, ritraeva la sua pena interiore nelle raccolte poetiche Roser de tot l'any e Flors del Calvari; ma riammesso a celebrare nel 1898 ebbe affidato un benedizionella chiesa di Betlem, in Barcellona. Ebbe vigore e sincerità d'ispirazione, vivace immaginazione, nobiltà di forma non schiva di modulazioni popolaresche. V. e uno dei massimi rappresentanti della rinascita catalana.
BibL.: ed. : Opere complete in 30 voll., Barcellona 1914 sgg.; Studi: A. Masiera, V. poeta mistich, ivi 1902; J. Palp y Plana, M. V., ivi 1902; Conde de Güell, El poeta V., apuntes y recuerdos, ivi 1927; V. Serra Boldú, V., ivi 1932; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LXVII, pp. 1415-27.
Enzo Navarra
VERDI, Giuseppe. - Musicista n. alle Roncole presso Busseto (Parma) il 10 ott. 1813, m. a Milano il 27 genn. 1901.
Ricevette i primi rudimenti della musica dall'organista del villaggio natio, Baistrocchi, che egli, a soli 12 anni, già validamente sostituiva all'organo. Per accondiscendere alla sua passione per la musica i genitori lo mandarono all'età di 10 anni a Busseto, dove un amico del padre, A. Barezzi, prese a benvolerlo e ad aiutarlo; colà il piccolo Giuseppe, pur seguitando a recarsi nei giorni festivi alle Roncole per suonarvi l'organo in chiesa e poter così aiutare la famiglia, studiava con ardore la musica col can. F. Provesi e il latino col can. SeIetti, Bocciano all'esame di ammissione al Conservatorio di Milano, continuò a studiare privatamente col maestro V. Lavigna, dedicandosi a frequentare l'opera, a trascrivere brani per la banda e a dirigere esecuzioni orchesterali (fra le quali va ricordata quella dell'oratorio La Creazione di Haydn). Nel 1836 ottenne la carica di maestro di musica del Comune e del Monte di Pietà di Busseto, ove scrisse la prima opera Oberto conto di S. Bonifacio. Mortigli nel giro di due anni i due figli e la moglie, subì un profondo sconforto, ma il suo forte spirito si riprese e col Nabuco (che traeva ispirazione dalle pagine della Bibbia, la cui lettura fin dall'età giovanile gli aveva induso nell'animo forti palpiti di commozione) iniziò la sua vera e glorios i carriera testrale.
Nella lunga ed operosa vita divise il suo tempo fra Milano (1839-42), Firenze, Londra, Parigi, Roma,
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(fol. Bellerini e Fratini)
Verd. Giuseppe - Ritatto
Busseto, Genova e la Villa di S. Agata (a Vidalenzo, presso Busseto). Poco dopo la morte della seconda moglie Giuseppina Strepponi (1897), recatosi a Milano per passarvi le feste natalizie, vi mori per emiplegia. Oltre alla vasta ed immortale attività operistica che abbraccia una trentina di capolavori, dall' Oberto (1839) al Falstaff (1893), in cui, se non tutto l'argomento (come il Nabucoo, il Lambardi, Giovanna d'Arco), spiccano
brani di fervido slancio religioso, come l'Ave Maria dell'opera Otello ed altri, vanno ricordate di lui le composizioni sacre che, pur non essendo di carattere liturgico, esprimono l'anelito della sua fede. Prima fra tutte la Messa di Requiem, scritta in memoria di Alessandro Manzoni, messa di cui furono rilevate indeterminatezza psicologica ed umanità commossa d'accenti. Accanto all'accademismo troppo rigido della forma, nella ricerca troppo veristica di effetti drammaticamente espressivi, accentuati dall'uso degli strumenti a fiato, stanno tuttavia la fluente vena melodica, la dolcezza delle invocazioni e la tragica pittura del dramma del giudizio.
Dopo questo poderoso lavoro, sembreranno più deboli, forse fredde e un poco di maniera le opere sacre minori : il Pater Noster, sul testo di Dante, per 2 soprani, contralto, tenore e basso, l'Ave Maria, pure nella vulgarizzazione di Dante, per soprano ed archi, eseguiti entrambi alla Scala nel 1880; lo Stabat Mater, per coro a 4 parti e orchestra, eseguito all'Opera di Parigi il 7 apr. 1877. Con lo Stabat furono raccolti l'Ave Maria su scala enigmatica armonica, a 4 voci, le Laudi alla Vergine Maria su testi presi dall'ultimo canto del Paradiso di Dante, per 4 voci bianche, un Te Deum su tema ambrosiano, per doppio coro e orchestra, tutti brani eseguiti all'Opera di Parigi nel 1898. La raccolta fu stampata col titolo di Quattro pezzi sacri.
Fra le composizioni occasionali, sarà interessante ricordare una delle ultime sue pagine, la preghiera Pietà, Signor, scritta per un numero unico a beneficio dei danneggiati dal terremoto che il 16 nov. 1894 aveva sconvolto Calabria e Sicilia. Studioso dei grandi del passato, specie del Palestrina, soleva dire... "a me pare che l'arte di Palestrina e di Marcello sia pure un'arte grande... ed è nostra». "Vi è l'arte bella, cristiana, del secolo di Palestrina... il vero principe della musica sacra ed il padre eterno della musica italiana». "Torniamo all'antico: sarà un progressol" (v. R. Casimiri: G. V. e gli ideali ceciliani, in Boll. Ceciliano, 10 [1916], pp. 81-94).
BibL.: G. Tebaldini, Da Rossini a V., Napoli 1901; C. Bellsigne, V., Parigi 1921; C. Gatti, G. V., $2^{\circ}$ ed. Milano 1941; A. Parente, Il problema della critica verdiana, Torino 1933.
Luisa Cervelli
VERDIANA, santa. - Vergine reclusa, n. a Castelfiorentino in Toscana (nel 1182 ?), da genitori di condizioni disagiate. Per qualche tempo fu al servizio di un suo parente ricco, della famiglia degli Attavanti.
Dopo un pellegrinaggio a S. Giacomo di Compostella e alla tomba degli Apostoli a Roma, si stabilì a Castelfiorentino in una celletta costruita presso l'oratorio dedicato a s. Antonio Abate. Vi restò 34 anni nella più rigorosa austerità. Non è dimostrato che V. abbia appartenuto alla Congregazione Vallombrosana e neppure al Terz'ordine francescano al quale, secondo Mariano da Firenze, sarebbe stata ammessa da s. Francesco
stesso. Morta nel 1242 o forse assai prima (1236?), all'età di 64 anni secondo i biografi, V. fu sepolta nella sua celletta trasformata in cappella; di là le sue reliquie furono trasferite nella chiesa di S. Lorenzo verso l'anno 1378. Clemente VII, il 20 sett. 1533, approvò il culto liturgico della Santa, il cui nome fu iscritto nel Martirologio ramano con decreto del 3 dic. 1672. Festa il 10 febbr.
BibL.: BHL, 8230-40; Acta SS. Fibrourii, I, Anversa 1658, pp. 255-63; A. Van den Wijnsant, De Sanctis... Tertii Ordinis...., in Arch. Francisc. hist., 14 (1921), p. 35; G. Pugni, Intorno alla data di morte di s. V., in Misc. stor. della Valdeita, 35 (1923), pp. 3-17; id., La gloriosa vergine romita di Castelfiorentino, Castelfiorentino 1932-34; id., Vita di s. V., Empoli 1956, cf. Av. Boll., 54 (1936), pp. 261-62, 464. Clemente Schmitt
VERDIER, Jean. - Cardinale, n. in La CroixBarrez (diocesi di Rodez) il 19 febbr. 1864, m. a Parigi il 9 apr. 1940.
Entrato nel 1886 nella Società di S. Sulpizio, venne l'anno dopo a Roma e vi si laureò in teologia e diritto canonico. Ordinato sacerdote il 9 apr. 1887, venne inviato al Grande Seminario di Périgueux e vi insegnò filosofia. Trasferito a Lione, fu rettore di quel Seminario nel 1898. Quindi si stabili dal 1905 a Parigi ed ebbe la cattedra di teologia morale al Seminario di S. Sulpizio. In seguito alle leggi sulla separazione V. ed i suoi confratelli furono costretti ad abbandonare il vecchio edificio di Piazza S. Sulpizio. Alla sistemazione del Seminario nella nuova casa di Rue de Regard, il V., divenuto nel frattempo direttore, cioè superiore effettivo sotto il controllo del superiore generale, presiedette personalmente. Assunta nel 1912 la direzione del Grande Seminario des Carmes, insegnò nel 1910 anche teologia morale all'Istituto catholique.
Teologo, professore, direttore spirituale, ebbe chiara la visione delle necessità e delle opportunità della vita cattolica contemporanea e trattò con perspicacia i diversi problemi del suo tempo con riguardo particolare alle questioni sociali. Vice superiore generale di S. Sulpizio nel 1926, fu eletto il 16 luglio 1929 superiore generale. Di li a qualche mese, il 18 nov. 1929. Pup XI lo nominò arcivescovo di Parigi ed il 16 dic. dello stesso anno lo creó cardinale del titolo di*S. Balbina. Promosse in tale qua-

(da L'Abbocco del Rigolotto, a cura del Mio, cultura popolare, Roma Bif, tav. 1)
VerdI, Giuseppe - Introduzione del Rigolotto, con annotazioni varie, conti, scarabocchi autografi.
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lità energicamente l'organizzazione metodica dell'Azione Cattolica francese. Rafforzò il sentimento cattolico nel paese e con i suoi "cantieri del Cardinale" diede inizio alla costruzione di chiese nella periferia di Parigi nell'intento sia di contribuire ad un'attiva opera missionaria nella bauiliene, sia di alleviare in parte le critiche condizioni economiche dei lavoratori disoccupati. Oratore e scrittore efficace, collaborò alla Revue pratique d'apologétique e pubblicò diverse opere tra cui si ricordano: Le problème de la natalité et la morale chrétienne (1917); Y a-t-il un droit de gróve? (1923); La question scolaire (1934); Petit manuel des questions contemporaines (1937); Problèmes sociaux, réponses chrétiennes (1939).
BibL.: P. de Quirinelle, Le card. V., in Rev. hebdom., 39 (1930), t. 1, pp. 470-86; Ignotus, Le card. V., in Rev. de Paris, 47 (1940), pp. 581-90; Y. de la Briere, Le Card. V. Son rôle en France et burs de France, in Etudes, 243 (1940), pp. 199-213; J. Pressoir, Souvenirs d'un "fils" sur le card. V., in Etudes, 243 (1940), pp. 541-49; A. Donsetto, Hist. religienue de la France contemp. sous la IIIe Républ., II, Parigi 1931, passim. Silvio Turtoni
VERDUN, diocesi di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento della Meuse in Francia. Ha una superficie di 6240 kmq . con una popolazione di 188.780 ab., dei quali 180.000 cattolici distribuiti in 551 parrocchie servite da 339 sacerdoti diocesani e 12 regolari; ha grande e piccolo seminario, 3 comunità religiose maschili e 56 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 445). E suffraganea di Besançon. Patrona la B. V. Assunta.
La lista episcopale fu composta dal vescovo Dadone nell'893 che si limitò ai due suoi predecessori Attone e Berenardo. Berdotto, canonico di St-Vanne, utilizzò un catalogo sfuggito all'incendio, unendovi le indicazioni delle sepolture, in gran parte nella chiesa di St-Vanne. Il suo catalogo fu continuato nel sec. xi fino al 1047 e più tardi

(da 1. Fasour Elder, Spipolature di Val d'Elze, in Rassegna d'Arte, $5^{0}$ [1869], p. 189)
Verolania, santa - S. V. tra due serpenti, simboli del diavolo tentatore; dipinto su tavola già attribuito a Duccio di Boninsegna (sec. xiv) - Castelfiorentino, chiesa di S. Verdiana.
il monaco Lorenzo della stessa abbazia lo continuò fino al 1144, altri lo prolungò fino alla metà del sec. xili. Un'altra lista in un manoscritto di Amiens va fino al vescovo Riclerio (1089-1107). Il primo vescovo Santino sarebbe della metà ca. del sec. iv. poi Mauro, Salvino. Aratore, Policronio. Possessore. Firmino, di cui si rinvenne la tomba a St-Vanne, sarebbe del tempo di Clodoveo. Poi Vito; Desiderato che ebbe a soffrire dal re Teodorico I (511-34) e andò ai Concili di Alvernia nel 535 e di Orléans nel 549; Agerico, ricordato da Gregorio di Tours (Hist. Franc., III, 34, 39) dal 584 al 588; Arimero, che fu al Concilio di Parigi del 614; Ermenfrido, detto anche Godo, che fu al Concilio di Clichy nel 627; Paolo (619-36), deposto in S. Saturnino: la sua biografia è del sec.x. Seguono Giaccarlo
(648-75); Armonio; Peppone al tempo di Carlo Martello; Madelvco che visitò i Luoghi Santi (762-75); Pietro, di origine italiana, inviato a Roma da Carlomagno nel 78 r , morto nell'806. Anstranno e I'ridando sono sepolti a StVanne; Ildino fu al Concilio di Magonza nell'839, mori ne11'847. Attone (847-70), ebbe da Lotario 11 l'abbazia di Echternach che conservò fino all'864; nell'859 fu al Concilio di Sa-

(fol. Felici)
Verdier. Jean - Ritratto.
vonnières, nell'860 a
quello di Coblenza, nell'862 a quello di Tousey. Berenardo (870-79) fu al Concilio di Attigny nell'870 e nell'871 a quello di Douzy, nell'873 alla dedica della cattedrale di Colonial nell'876 al Concilio di Ponthion. Daolo fu vescovo dall'880.
La catedrale Notre-Dame risale al sec. xi ma fu più volte rimaneggiata, specialmente dopo la guerra 1914-18; durante i lavori di restauro si identificarono gli avanzi delle varie costruzioni precedenti più volte devastate da incendi. L'edificio romanico, cominciato nel 1048, continuò fino al 1083 su iniziativa di T'vodorico il Grande che si ispirò alle costruzioni romaniche renane (specialmente Magonza, Spira e Worms) con doppie absidi e torri. Dopo una sosta dovuta alle depredazioni che subì la regione, l'edificio venne continuato sotto il vescovo Alberone di Cluny (1132-52), per opera dell'architetto Garino a cui si deve anche la cripta; la Basilica fu consacrata dal papa Eugenio III l'11 nov. 1147 e vi fu presente s. Bernardo. Nel 1230 vi si aggiunse l'abside orientale e la sala detta "il sacrario ". La vòlta della nave centrale è del 1378 , quando fu sopraelevata l'abside orientale. Tra il 1390 e il 1530 vennero aggiunte le cappelle laterali. Fra il 1509 e il 1515 fu costruito il chiostro gotico. In seguito ai danni causati da un fulmine, nel 1755 vennero apportate molte modificazioni. Agerico, vescovo di V., non solo restaurò le antiche chiese, ma, a testimonianza di Fortunato, ne eresse anche altre.
Il b. Pio X nel 1906 concesse ai vescovi di V. il privilegio del sacro pallio. Pio XII con lettera apostolica dell'8 sett. 1947 elevò la Cattedrale alla dignità di basilica minore (AAS, 41 [1949], pp. 490-92).
BibL.: Eubel, I. p. 530 ; II, p. 295 ; III, p. 356 ; IV, p. 370 ; V, p. 416 ; N. Rabinet-Gilliant, Pouillé du diue, de V., 3 voll., Verdun 1888-1904; L. Duchesne, Fastes épisc. de l'anc. Gaude. III, Parigi 1915, pp. 66-75; Ch. Aimond, La catholic. de V., Verdun 1926; E. Fels, V., in Congrès archicol, de France, Nancy et V. en 1933, Parigi 1934, pp. 391-418; Guide de la France chrét. et mission., 1940-49, ivi 1948, pp. 410-11, 799-98, 1119; J. Donaix, Rech. sur les relations de st Bernard avec l'Eglise de Hattouchdet (Meuse), ivi 1947; M. Teuplet, Le biesh. pape Eusè̀ne III et st Bernard à V., Verdun 1951.
Enrico Iosi
VERECONDIA. - Dal latino vereor, dal quale deriva anche l'altro sostantivo italiano "vergogna"; ma fra i due derivati c'è una notevole diversità di significato che non poteva essere nella originaria verecundia latina. Si comprende pertanto che questa venisse definita: " timore di qualche cosa turpe la quale perciò può venire rimproverata", cioè " timore di turpitudine e di rimprovero" (Summ. Theol., 20-200, q. 144, a. 1).
Per conseguenza, conclude s. Tommaso, sebbene sia una qualche passione lodevole, non è affatto virtù. Essa infatti implica il timore del disonore e del vituperio e spesso è coscienza o sospetto di colpa e può venire sentito anche da persone visione che a momenti provano confusione della propria svergognatezza, anche senza vera disposizione ad emendarsi: perciò non va preso sempre in
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(da P. Nardi, Vita e tempo di G. Gidrose Milano 1955, tav. G I. I.)
VERGA, GIOVANNI - Ritetto.
senso lodevole e buono, in quanto non tende direttamente ad evitare la colpa, quanto invece la disistima e solo indirettamente la colpa. V. invece, secondo il comune odierno significato, è quel sentimento per cui si arrossisce e si rifugge dalle cose brutte e men che oneste. Si avvicina al pudore (v.) e come esso ha sempre senso buono; e come la pudicizia è un deliberato volere, è l'abito di
osservare il senso del pudore e del conformare a questo la proprio condotta. Vizio al contrario è l'inverecondia che si confonde con la svergognatezza.
BibL.: J. De la Vaissière, Pudore istintivo, trad. it., Milano 1938; E. Paganuzzi, Purezza e pubertà, Brescia 1943; P. Babina, Figli adolescenti, ivi 1951. Giuseppe Pistoni
VERECONDO. - Vescovo di Junca nella provincia africana di Bizacene, fiorito nel sec. vi, m. a Calcedonia nell'ospizio di S. Eufemia nel 552.
Un anno prima era stato chiamato alla corte bizantina a causa della sua opposizione alla condanna dei Tre Capitoli e fu condannato all'esilio. V. compose un poema in 212 esametri De satisfactione poenitentiae (ed. J. B. Pitra, Spicil. Solesm., IV, Parigi 1858, pp. 138-43 e recentemente E. Kulendorff, Lund 1943), un Commentario a nove cantici del Vecchio Testamento (ed. Pitra, op. cit., 1-131) ed estratti degli Atti del Concilio di Calcedonia (PL 68, 1012-14). Invece l'Exhortatio paenitendi (ed. Pitra, op. cit., pp. 132-37) e il Crisis (ibid., pp. 144-65) sono spurie. V. è un buon conoscitore della cultura classica.
Bibl.: G. Bardy, s. v. in DThC, XV, 2672-74.
Ignazio Ortis de Urbina
VEREPAEUS, Simon. - Umanista e teologo, n. a Dommelen-Valkenswaard (Paesi Bassi) nel 1552, m. a Boscoducale nel 1598.
- Magister artium» all'Università di Lovanio il 28 marzo 1545 e ordinato sacerdote, divenne nel 1550 professore alla scuola capitolare di Hilvarenbeek; qui iniziò la composizione dei suoi manuali per la scuola. Per breve tempo fu rettore del monastero di Thabor e Mechelen (Malines); ma nel 1566 fu forzato dai torbidi a recarsi a Colonia ove i Gesuiti l'esortarono a continuare i suoi manuali, fra cui Institutionum scholasticorum libri tres. Intanto aveva già pubblicato il suo notissimo libro di preghiere: Precationum piarum enchiridion (Anversa 1565). Dopo molti viaggi, si stabili a Boscoducale, ove fu fino alla morte rettore della scuola capitolare; vi pubblicò: Primae studiorum exercitationes (1583); Praeceptiones de figuris (1590); Copia (1590); e ritoccò la sua Grammatica, che era in uso ancora nel sec. xix. V. è un esempio di educatore cristiano della riforma cattolica.
Bibl.: Biogr. nation. de Belgique, XXVI, Bruxelles 1936-38, pp. 604-10; M. A. Nauwelaerts, Brijdrage tot de bibliographie van S. V., in Golden passer, 25 (1947), pp. 52-90; id., S. V., paedagog. der Contra-reformatie, Tilburg 1950. Pietro Grootens
VERGA, Giovanni. - Scrittore, n. a Catania il 31 ag. 1840 , m. ivi il 27 genn. 1922.
Scrisse, ancora giovanissimo, romanzi storici di ispirazione patriottica: I carbonari della montagna (1861-62), Sulla laguna (1865). La produzione seguente, più personale, ma ancora di modesto valore, risente del romanzo francese nell'impegno di rappresentare la decadenza del-famore-passione ideale nell'urto con la realtà; nel protagonista, più o meno idealmente autobiografico, è vagheggiata la figura dell'artista scompostamente assetato di
indefiniti appassionati confusi ideali : il linguaggio è ancora piuttosto artificiosamente concitato e approssimativo. Tale è: Una peccatrice (1866). Dal 1869 soggiornò a Firenze e vi scrisse Storia di una capinera (1871), romanzo epistolare lagrimoso, inteso a condannare il sacrificio di una giovinetta relegata in convento lontana dalle gioie della famiglia e dell'amore. Nel 1873 si trasferì a Milano, dove frequentò il gruppo degli «Scapigliati»: in questo clima scrive altri romanzi : Eva (1873), Tigre reale (1873) ed Eros (1875), insistendo su temi di romantica passione; mentre d'altra parte subisce il fascino di una scenografia cosmopolita e brillante.
Con la novella Nedda (1874) il V. inizia la composizione di novelle brevi e incisive, seguendo un tema e un linguaggio nuovo, quello che sarà veramente il "suo" tema : la vita paesana, di sentimenti, situazioni e linguaggio elementari. Il V. cerca di spogliarsi della propria fantasia intellettualistica e libresca per investirsi della fantasia elementare del popolo con crescente lucida simpatia artistica ottenendo effetti di potente contenuta epictià. E questo il verismo del V. Nella raccolta, in cui Nedda trova luogo. Primavera e altri racconti ( 1876 , più tardi col titolo Novelle), si alternano ancora i due temi e le due maniere. Con le novelle Vita dei campi (1880) e con la maggior parte della produzione seguente (non senza qualche meno felice ritorno alla prima maniera) il V. si fissa nella sua nuova e matura arte che dà i massimi frutti nel ciclo ideato attorno al 1880 sotto il titolo generale I vinti. Dovevano essere cinque romanzi in cui il V. voleva attuare artisticamente uno studio sociale dell'inquietudine e della disfatta provocata dal desiderio di benessere e di onore in successivi gradi sociali: in una famiglia di pescatori: I Malavoglia (1881); in un manovale arricchito e imparentatosi con nobili, Mastro Don Gesualdo (1889); in una signora nobile, Duchessa de Leyra; in un uomo politico, Onorevole Scipioni; in un aristocratico. Uomo di lusso. Di questi ultimi tre romanzi non fu scritto se non il primo capitolo del primo. L'espressività del V. sembra essersi esaurita nella scoperta del tono elementare dell'unule mondo paesano, non trovando più nulla di analogamente nuovo e convincente nel tornare ai vecchi temi intellettualistici e raffinatamente passionali. Un altro romanzo piuttosto incerto tra i due poli della sua esperienza artistica scrisse intanto, Il marito di Elena (1882); ma più felicemente insistette su temi di vita elementare nelle Novelle rusticane (1883), e nelle raccolte di novelle Per le vie (1883), Vagabondaggio (1887), I ricordi del capitano d'Arco (1891), Don Candeloro e C. (1894). Scrisse anche per il teatro, talvolta riducendo per le scene alcune sue novelle.
Il mondo del V. è dominato da un senso di fatalità (la disfatta di ogni illusione di felicità) che non esclude nelle opere più mature e meditate la commossa ammirazione per il lavoro tenace, per la rettitudine, per la bontà. Il V. si stacca faticosamente dalla passionalità del romanticismo più generico (venato talvolta di notazioni beffarde, p. es., Certi argomenti in Novelle) per raggiungere nei due capolavori, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, una visione impassibilmente tragica, ma tutta vibrante di segreta commozione. La scoperta viva del V. è questa visione elementare ma essenziale di una vita senza Dio e senza gioia, dove ogni tentativo di felicità si risolve in dolore; visione fatta di linguaggio vivo e "parlato" ma senza svenevolezze e senza riboboli dialettali, visione in cui l'impassibile ma non cinica constatazione della tragedia ha la potenza di un sottinteso eppello all'ignoto. Il V. si accampa in un mondo idealmente precristiano, dove la Rivelazione è effettivamente ignorata, anche se qualche rito ne è esternamente ricordato. Ne risulta la tragedia di un mondo senza Rivelazione, ma anche senza alcun infingimento di surrogati di essa.
Bibl.: B. Croce, La letteratura della nuova Italia, III, Bari 1912 (4* ed., ivi 1943), pp. 5-32; N. Cappellani, Vita di G. V., Opere di G. V., Firenze 1940; A. Momigliano, Dante, Manzoni, V., Messina 1944, pp. 201-67; L. Russo, G. V., Bari 1947 (con ampia bibl.). Fausto Montanari
VERGANI, Paolo. - Prelato ed economista, n. in Piemonte nel 1753, m. a Parigi ca. il 1820.
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Scarse sono le notizie biografiche sul V., che pure fu una delle personalità di maggiore rilievo della Roma di Pio VI. In gioventù si occupò di studi giuridici, dimostrandosi ammiratore e seguace del Beccaria nei suoi opuscoli Sulla pena di morte; Sulla giustizia criminale e Dell'enormità del duello. Papa Braschi lo chiamò a Roma e lo nominò assessore generale delle Finanze e Commercio, segretario della Congregazione economica, nonché ispettore della Agricoltura e delle Arti. Fedele alle dottrine economiche del Verri, il V. fu un convinto protezionista ed elaborò ed attuò la riforma doganale di Pio VI del 1786, a difesa della quale scrisse più tardi (1795) un denso volume (Della importanza e dei pregi del nuovo sistema delle Finanze dello Stato pontificio). Egli sosteneva che le importazioni impoveriscono le finanze nazionali e si opponeva alla "speciosa obiezione che lo Stato debba riconoscere la sua ricchezza soltanto nell'agricoltura ". Secondo il giudizio del Ricca-Salerno (Storia delle dottrine economiche in Italia, Roma 1880, p. 170), l'opera del V. è " non solo una splendida illustrazione delle leggi e degli ordini emanati da Pio VI, ma la più completa e sagace interpretazione dei principi che regolavano il sistema doganale allora vigente nella pratica degli Stati più civili, per larghezza di vedute, copia di osservazioni particolari e tecniche, conoscenza piena della materia e lucidezza di espressioni».
Non sappiamo altro del V. sino al 1811, allorché si trova a Parigi, costretto ad impartire lezioni di italiano per assicurarsi il pane e attendendo all'opera La législation de Napoléon le Grand considérée dans ses rapports avec l'agriculture (1812), nella quale mostra di essersi convertito dai concetti di un'economia basata prevalentemente sull'industria a nuove vedute più aperte verso i vantaggi dell'agricoltura. E infatti, caduto l'impero napoleonico, mons. V. esortò Pio VII a promuovere il ripopolamento e la coltivazione intensiva dell'Agro romano. Nel 1814 dettò un Essai historique sur la dernière persécution de l'Eglise, che è una violenta condanna della politica napoleonica nei confronti del papato.
Bibl.: Moroni, Diz., passim (v. indice); A. Canaletti-Gaudenti, La politica agraria ed annan. dello Stato pont. da Benedetto XIV a Pio VII, Roma 1947, p. 58, con bibl.: U. Benigni, v. v. in Cath. Enc., XV, p. 353.
Renzo U. Montini
VERGERIO, Pier Paolo il Vecchio. - Letterato e diplomatico, n. a Capodistria verso il 1370, m. a Budapest l'8 luglio 1444.
Studiò a Padova, nel 1386 a Firenze entro in amicizia con Coluccio Salutati, nel 1388-90 insegnò logica a Bologna e compose la commedia Paulus. Nel 1390-96 fu a Padova presso i signori di Carrara, quando vi era viva la fama del Petrarca del quale pubblicò il poema l'Africa; indirizzò due discorsi a Francesco Novello e compose 7 Orationes pro s. Hieronymo. Nel 1398-99 studiò greco a Firenze con il Crisolora. Ritornato a Padova nel 1400, compose nel 1402 il trattato De ingenuis moribus et liberalibus studiis per l'educazione dei giovani nobili, che dedicò ad Libertino di Carrara, per cui ha posto fra i pedagogisti. Compilò una Vita Petrarchae (stampata da A. Solerti in Le vite di Dante, Petrarca e Boccaccio, Milano s. d., p. 294 sgg.) ed una Historia Principum Carraraensium(in RIS, Scriptores, XVI, 113-84); inoltre nel marzo 1405 s'addottorò in arti, medicina e diritto. Caduti i Carraresi in quell'anno passò a Roma nella Curia dove si volse ad argomenti ecclesiastici e compose due discorsi sullo scisma. Nel 1414 fu a Costanza con Giovanni XXIII ed entrò nella Cancelleria dell'imperatore Sigismondo che lo creò poeta laureatus; fu con lui a Perpignano nel 1415 e poi nel luglio 1420 assistette a Praga alla disputa con gli Hussiti. Un suo scritto Pro reintegranda uniendaque Ecclesia sta in Archio. storico per Trieste, Istria, Trentino (1882, pp. 351-74); non fu mai prete. Dopo lasciata Costanza nel 1418 non ritornò in Italia.
Bibl.: Epist. di P. P. V., Venezia 1887; A. P. Pierantoni, P. P. V., Clumi 1920; L. Smith, Epistolario di P. P. V., Roma 1934 (con biografia e scritti vari); C. Marchenko, Ricerche int. al "De principibus Carrariensibus et gestis eorum liber " attribuito a P. P. V. Seniore, Padova 1946.
Pio Poschini
PEDAGOGIA. - Il De ingenuis moribus de liberalibus stu-

(da L. Smith, Epistolario di P. P. Vergerio, Roma 187), taz. sra 22. 17.61.
Vergerio, Pier Paolo il Vecchio - Autografo - Venezia, Biblioteca Marciana, cod. Marc. lat., cl. XIV, 54, f. 101 B.
diis adolescentiae del V. è il primo trattato pedagogico dell'umanesimo, tanto più notevole in quanto precede la scoperta e la divulgazione delle opere pedagogiche più antiche di Plutarco, Quintiliano, Senofonte, Cicerone e Platone. Seguendo la corrente dell'umanesimo cristiano, il V. vuole congiunti insieme e fusi in piacevole armonia gli studi liberali fondati sui classici e i buoni costumi fondati sulla conoscenza e sulla pratica della religione: e mira alla formazione nello stesso tempo e del condottiero italiano, capace di sostituire i condottieri mercenari, e del governatore del popolo, il quale deve avere in suo favore non solo la forza cieca, ma anche la cultura, la finezza, la compitezza, e soprattutto quella esperienza del passato che conferisce maturità al giudizio e sicurezza nel decidere. Le lettere non si devono coltivare solo per il diletto che apportano, ma specialmente per la luce del passato che proiettano sui tempi presenti e dalle esperienze degli altri principi e popoli derivano quella saggezza che preserva dagli errori. Perciò elemento fondamentale è la religione, a cui seguono la letteratura, la storia, disegno, musica, ginnastica, scienze e le arti militari con i loro esercizi. Quindi un'educazione enciclopedica e armonica, nella quale confluiscono le energie della religione, le tradizioni cavalleresche, fatte di duro addestramento ginnico e militare, la cultura greca e romana, le sette arti liberali, le dottrine mediche e giuridiche delle università: tutto questo però impartito con la mente vigile alle cognizioni che hanno una maggiore importanza per la vita sociale, perché l'erudizione chiusa nella sua torre di avorio è inutile egoismo, e la forza da sola non basta a ben reggere uno Stato.
Bibl.: ed. dell'opera a cura di A. Gnesotto, Padova 1918 (cf. recens. di V. Rossi, in Riv. di filologia e di istruz. classica, 47 [1919], pp. 484-86). Studi: K. A. Kopp, V., der erste humanistische Pädagogc, Lucerna 1893; G. Jachino, Del pedagogista P. P. V., Firenze 1894; G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici ital. nel sec. XV, Torino 1896, pp. 9-41; G. Snitta, L'educazione dell'umanesimo in Italia, Venezia 1928, p. 39 sgg.; id., Il pensiero ital. nell'umanesimo e nel Rinascimento, I, Bologna 1949, pp. 267-73.
Celestino Testore
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VERGERIO, Pier Paolo il Giovane. - Vescovo apostata, n. nel 1497-98 a Capodistria da Girolamo, nobiluomo del luogo, m. a Tubinga il 4 ott. 1563 . Studiò a Venezia forse alla scuola dell'Egnazio, poi a Padova s'addottorò in diritto, vi insegnò arte notarile (1522) e diritto (1523) ed esercitò ufficio di avvocato e di magistrato.
Fu fratello di Giov. Battista poi vescovo di Pola (1532); amico dapprima di Girolamo Muzio, Antonio Elio poi vescovo e dell'Aretino. Sposò nel 1526 Diana Contarini che gli mori l'anno seguente; viaggiò in Dalmazia ed ebbe conoscenza delle lingue slovena e croata. Alla morte del fratello Aurelio, segretario papale (1532), entrò nella Curia come notaro e fu inviato come nunzio papale in Austria e Boemia presso Ferdinando d'Ashurgo nel 1533 e vi rimase sin dopo la morte di Clemente VII, quando fu richiamato da Paolo III. Nel febbr. 1535 ritornò nunzio in Germania presso il Re ed i principa per preparare il raduno del Concilio e nel nov. si abboccò anche con Lutero (nov. 1535). Sul finire del 1535 lasciò la Germania e fu a Roma ed a Napoli; ma cadde in disgrazia per cui si fece tosto feroce odiatore del Farnese. Fu nominato vescovo di Modrussa in Croazia il 5 maggio 1536, donde il 6 sett. seguente fu trasferito a Capodistria col gravame di una pensione in favore dell'Elio. Consacrato vescovo non si preoccupò di far residenza; fu presente a Vicenza il 12 maggio 1538 quando si trattò di aprirvi il Concilio, stette quindi a Mantova presso il card. Ercole Gonzaga (1539), poi a Ferrara con il card. Ippolito d'Este (1540) e passò con lui in Francia, dove conobbe anche Margherita di Navarra. Francesco I lo inviò come suo fiduciario presso la Dieta di Worms (nov. 1540) ove si abboccò con i più noti eretici; poi passò a Spira (genn. 1541) ed a Ratisbona e diede sospetto d'adesione all'eresia. Dopo una inutile visita a Roma passò a Capodistria (luglio 1541), dove non seppe che suscitare discordie civili, intraprendere inconsulte riforme, diffamando anche i frati del luogo e provocando una denuncia di costoro presso il Consiglio dei Dieci a Venezia (dic. 1544), per cui dovette allontanarsi da Capodistria e riparare a Ferrara, a Mantova, a Brescia (1546). Intanto era giunto come nunzio a Venezia Giovanni Della Casa (1544) che dovette cominciare il processo contro il V. (25 genn. 1545) che fu inviato a Roma. Perciò il V. il 15 genn. 1546 fu citato dinanzi all'Inquisizione. In quel mese osò presentarsi al Concilio di Trento, ma non vi fu ammesso perché in contrasto con il Papa per la sua condotta e le sue maldicenze, per cui alternò la sua dimora in Istria ed a Venezia. Intanto nel giugno 1547 si chiudeva il processo contro di lui e veniva inviato a Roma. Nel dic. si spediva di là l'ordine di condurlo in prigione a Roma dove veniva giudizialmente citato. Il V. si agita, si dichiara latitante e soggiorna a Padova ed altrove; però soltanto il 3 luglio 1549 in concistoro Paolo III lo dichiarava deposto dal vescovato. Presentendo la prossima condanna, il $1^{\circ}$ maggio il V. aveva lasciata l'Italia ed il 15 maggio lo si trova a Chiavenna, poi a Coira, a Poschiavo, nel giugno a S. Gallo e nel dic. a Basilea. Cominciò subito a diffondere i suoi scritti polemici che pubblicava senza luogo di stampa in italiano per diffondere più facilmente le sue dottrine. Designato parroco a Vicosoprano nel genn. 1550, tenne la parrocchia sino al 1553, pensando di diventare capo degli italiani, proIughi, per motivo di religione, come lui. Ma egli non era uomo che sapesse accettivarsi benevolenza, attaccabrighe ed ambizioso com'era, facile denunciatore di chi non sopportasse la sua alterigia o non condividesse le sue idee. Queste non avevano nulla di originale o di sistematico: in fondo erano quelle di Lutero con una più accentuata tendenza iconoclastica, stemperate in una moltitudine di libelli polemici redatti con faciloneria rozza e popolazione con i quali ebbe mira costante di introdurre l'eresia in Italia, denigrando il papato, le pratiche cattoliche, il concilio. Così favorì i tentativi di Primo Truber per diffondere il protestantesimo nella Slovenia, promovendo a tale scopo la diffusione di Bibbie e di opuscoli tradotti in lingua slovena e croata. Si guastò ben presto con i pastori svizzeri eretici e si pose alle dipendenze di Cristoforo
duca del Württemberg (1553) tenendosi sulla linea della Confessio Augustana. In seguito non passò anno che da Tubinga non facesse un lungo viaggio. Nell'apr.-maggio 1555 era presso i Grigioni. Nell'ott. 1556 s'incontrò a Strasburgo con Sleidanus (v.) cui fornì materiale per la sua storia. Dopo volse lo sguardo verso la Polonia e trattò personalmente con Alberto duca di Prussia e con il Principe Radziwill a Vilna. Nella primavera del 1558 osò riscoprire in Italia, attraversando il Friuli da Pontebba a Duino, diffondendo libri; ma alla fine di apr, era di nuovo a Tubinga (cf. P. Paschini, Eresia e riforma cattolica ecc., Roma 1951, p. 38 sgg.). Nella primavera del 1559, dopo avere polemizzato con il vescovo Osio di Warmia, era di nuovo in Polonia, in lotta con le altre confessioni ereticali, che tendevano a radicarsi in quella nazione. Nel 1560 sperava di poter essere presente al Concilio di Trento, e negli anni 1561 -fu ripassò nel paese dei Grigioni, finché terminò la sua vita a Tubinga. Natura irrequieta, pronta ad immischiarsi in tutto subdolamente, tanto che anche i protestanti ebbero fin troppo a lamentarsi di lui. Fu in corrispondenza con Celio Curione, Bonifacio Amerbach, e con i principali eretici delle varie tendenze e per un momento anche con Elisabetta d'Inghilterra. Il Muzio (v.), che tentò invano di illuminarlo, scambiò con lui le Vergeriane nel 1550.
La sua corrispondenza come nunzio in: Nuntiaturberichte aus Deutschland; I. Nuntiaturen des V. (1533-36), Gotha 1899, ed. Friedenburg. Le prime opere: De republica veneta, 1526; De pace et unitate Ecclesiae, Venezia 1542; Storia di Francesco Spiera, Padova 1548; lavoro tendenzioso di propaganda, più volte poi edito a tradotto. Dodici trattatelli di M. Pietro Paulo V., 1550, v. ${ }^{2}$ fratelli d'Italia -. Di una raccolta dei suoi scritti uscì un solo volume di Opere nel 1563 con il contributo di Alberto di Prussia.
BibL.: C. H. Sist, P. P. V., Braunschevi: 1825; L. A. Ferrai, Il processo di P. P. V., in Arch. stor. ital., $4^{\circ}$ serie, 15-16 (1885); Fr. Hubert, Vergerias publizistische Tätigkeit, Gottinga 1893; K. Benroth, s. v. in Realencjel. für protest. Theologie und Kirche, XX, Lipsia 1908, p. 546 sgg.; P. Poschini, P. P. V. il giovane e la sua apostasia, Roma 1925; Fr. C. Church, I riformatori ital., trad. D. Cantimori, 2 voll., Firenze 1935, possim; D. Cantimori, Eretici ital. del Cinquecento, ivi 1939, v. indice. Pio Paschini
VERGINI, BENEdizione delle. - Antica e solenne cerimonia del rito latino-romano, per benedire e consacrare religiose che vivono in perpetua verginità.
E riservata al vescovo e si fa nelle feste dell'Epitania, di Pasqua e nella ottava, nelle feste degli Apostoli e nelle domeniche (tranne quelle dell'Avvento e della Quaresima), nella Messa solenne cantata, con orazioni proprie (Colletta, Stecreta, Postcomunione) da inserirsi sotto la stessa conclusione, dopo quelle del giorno. Verso la fine del medioevo venne in disuso; le religiose degli Ordini mendicanti (Domenicane, Francescane, Carmelitane, ecc.) e le Cistercensi non l'usarono, mentre le Benedettine, le Certosine e quelle di s. Norberto la ritennero fedelmente. Oggi è in uso nelle Congregazioni benedettine del Brasile, dell'Inghilterra, di Seiresmes, di Beuron, e negli Ordini monastici di s. Brunone e di s. Norberto. Anche le Congregazioni moderne fanno la loro professione sul tipo della b. delle v.
Le prime tracce di una solennità particolare in uso per le vergini si trovano in Tertulliano, che parla di una speciale copertura del capo, detta "mitra" o "mitrella " da portarsi dalle vergini a somiglianza di quella delle vedove, ma senza darne una cerimonia dell'imposizione. Tertulliano e s. Cipriano accennano ad un proposito speciale delle vergini, che si faceva in pubblico, di conservare la verginità. A Roma nel sec. III non si imponevano le mani alle vergini, come la Traditio apostolica d'Ippolito; il solo proposito faceva la vergine; si cambiava soltanto il vestito. La sorella di s. Ambrogio, Marcellina, ricevette solennemente il velo da Liberio papa (325-66) in S. Pietro. Queste velo divenne l'indumento classico delle vergini detto da s. Girolamo (Fb. ad Demet. : Pl. 22, 1108) "fiammeum virginale", segno della loro consacrazione o piuttosto sposalizio a Cristo. Le formole più antiche della consacrazione occorrono nel Sacramentario
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e nel Missale Francorum; quelle del Supplemento gregoriano si presentano in forma più abbreviata. Il Gelasiano contiene, oltre il prefazio o formola consacratoria. la benedizione delle vesti. Il rito si arricchi poi di altri clementi : il Pontificale germanico, l'Ordo Romanus vulgatus aggiungono fra canti a solo (del vescovo, delle vergine) e del coro, benedizioni e tradizioni, oltre che del velo, anche dell'anello e della corona. Le monache certosine ricevono anche il manipolo e la stola; riti che, tramite il Pontificale di Durando, entranono poi nel Pontificale romano. Il rito si svolge nel seguente modo :
1) le vergini, nell'abito nuziale secolare, sempre accompagnate da due paraninfe e chiamate dall'arciprete. vengono presentate al vescovo per la consacrazione. Al triplice invito "Venite" del vescovo rispondono "Et nunc sequimur" e manifestano il proposito della verginità. 2) La consacrazione s'inizia con le litanie dei suoi o col Veni Creator, aggiunta novissima; il vescovo benedice le vesti monastiche assieme al velo, all'anello e alla corona. Segue (le vergini hanno cambiato frattanto le vesti secolari con l'abito monastico) il prefazio della consacrazione. 3) Lo sposalizio si svolge con la consegna del velo, dell'anello e della corona, accompagnato sempre con antifone apposite cantate dalla vergine; alla fine si recita l'orazione cosiddetta dell'apostolo Matteo Deus plasmatar. Il rito termina con la consegna del Breviario. con il canto del Te Deum e con la consegna della vergine neoconsacrata alla badessa.
BibL.: L. Duchesne, Orig. du culte chret., Parigi 1925. pp. 400448; P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P. de Pannet, Le Pontif. Romain. Hist. et comment., III. I. A. P.