PRISON EPISTLES. - The Pauline letters to the Colossians (v.), Ephesians (v.), Philippians (v.), and to Philemon (v.), which presuppose Paul in prison (Col. 4:3, 10, 18; Eph. 3:1; 4:1; 6:20; Phil. 1:7, 13–14, 17; Philem. 1, 9–10, 13). The first two, especially, display notable affinities in form and content (v. EPHESIANS, Letter to the, III).
As regards their origin, the second Roman imprisonment must be ruled out, during which Paul—already once delivered from the lion’s jaws (II Tim. 4:17)—sees his own end imminent (ibid. 4:6–7) and awaits salvation only in the heavenly kingdom (ibid. 4:18). In the Prison Epistles, by contrast, he expresses confidence in being released (Eph. 6:19–20; Col. 4:3–4; Phil. 1:25–26; 2:24; Philem. 22).
The prevailing opinion until modern times favored the first Roman imprisonment (A.D. 61–63): custodia militaris, which allowed Paul to have his own lodging (Acts 28:16, 30) and to receive visitors (ibid. 28:17, 30). The Prison Epistles show beside him collaborators and disciples (Phil. 1:1; 2:19, 25–26; 4:21; Col. 1:1; 4:7–14; Philem. 1, 23–24), as well as the fugitive slave Onesimus (Philem. 10–13). A reference to the praetorian guard, who took turns in keeping watch over Paul (Acts 28:16), has been seen in
Phil. 1, 13. Meno fondata è l'opinione dell'origine cesareense, sostenuta da molti protestanti e da qualche cattolico (H. Lesêtre, La Ste Eglise au siècle des Apôtres, Parigi 1896, pp. 288-306), che argomentano soprattutto dalla maggiore facilità di raggiungere Cesarea. Ma nel quadro che gli Atti hanno tracciato di questa p. (58-60) si verificano meno bene le condizioni supposte dalle lettere. A Cesarea Paolo era sottoposto a custodia militare (nel pretorio di Erode: Act. 23, 35) più severa di quella di Roma. L'ipotesi di una p. efesina, da cui proverrebbero le c. della p., è di data ancora più recente. Proposta oralmente da A. Deissmann nel 1897 (cf. Licht vom Osten, 4ª ed., Tubinga 1923, p. 201, n. 4), ebbe pubblicità tre anni più tardi da H. Lisco (Vincula sanctorum, Berlino 1900; Roma peregrina, ivi 1901) e ha fatto una certa fortuna. I sostenitori della p. efesina sono elencati da A. Deissmann (Paulus, 2ª ed., Tubinga 1925, p. 13, n. 2), J. Schmid (op. cit. in bibl., pp. 3-6), B. Brinkmann (in Verbum Domini, 19 [1939], p. 321, n. 5). Tra i cattolici più recenti si notano B. Brinkmann, ibid., pp. 322-32; P. Gächter, Summa introductionis in Nov. Test., Innsbruck-Lipsia 1938, p. 205; P. Benoit (Les épîtres de st Paul, Parigi 1939, pp. 7-13). Questi però assegnano alla p. efesina la sola Filippesi, come fanno anche i non cattolici M. Albertz, K. Lake, M. Goguel, P. Feine-J. Behm. In favore di una p. efesina non è argomento efficace la cosiddetta prigione di s. Paolo - un rudere di torre romana che sorge all'estremità del Coressus (Bulbul-Dagh) - né il discusso prologo alla Colossesi. Il « combattimento con le fiere » di cui in I Cor. 15, 32 (cf. II Cor. 1, 8 sgg.) sembra metaforico (H. Lietzmann, An die Korinther I-II, 2ª ed., Tubinga 1923, p. 83 sg.), come quello con i dieci leopardi nella lettera di s. Ignazio ai Romani (5, 1); in ogni caso, non importa necessariamente una p. di notevole durata.
In contrario non è decisivo il silenzio degli Atti. II Cor. 11, 23 fa supporre, per il periodo precedente, qualche p. non menzionata negli Atti. Particolarmente significativi sono i testi in cui s. Paolo, dopo il soggiorno efesino, parla di suoi compagni di p. (Rom. 16, 7) o di persone che hanno corso per lui grave pericolo di vita (ibid. 16, 4).
I viaggi supposti dalla Filippesi (2, 25 sg.; cf. 4, 18), anche ridotti al minimo possibile, si comprendono meglio se sono tra Filippi ed Efeso, anziché tra Filippi e Roma. È una delle ragioni per cui va incontrando, anche tra cattolici, un certo favore l'ipotesi « efesina » per questa lettera, mentre si mantiene l'origine romana delle altre.
Queste suppongono che Marco e Luca si trovino al fianco di Paolo (Col. 4, 10. 14; Philem. 24), mentre del periodo efesino Luca parla in terza persona. Questi, inoltre, ben noto alla comunità di Filippi (Art. 16, 10-40), non è nominato nella Filippesi. E da notare, infine, che, e per il tono generale e per l'accento ai giudaizzanti (3, 2-11), questa lettera sembra più vicina alle Tessalonicesi e Galati che alle altre tre della p. (v. FILIPPESI, epistola 11). La menzione del « pretorio » (Phil. 1, 13) e di « quelli della casa di Cesare » (ibid. 4, 22) non obbliga a pensare a Roma: in ogni grande città dell'impero c'era un « pretorio » (senso locale) e gente che curava gli interessi dell'imperatore, lavorandone i fondi o le miniere.