ACHEROPITA (da δχειροποίητος, letteralmente «non fatta da mano [umana]», e in senso proprio «immagine non falsa [quindi vera] di Cristo»). - Già l'antichità credette che i simulacri di Pallade ad Atene e a Troia e quello di Artemide ad Efeso fossero caduti dal cielo, mandati da Giove (διοπτεῖς).
Tra le a. cristiane dell'alto medioevo le più famose sono due immagini di Cristo: quella di Edessa e quella di Kamulia in Cappadocia. Oggi non esistono più, ma l'effigie di Cristo paziente, che esse riproducevano con la barba e i capelli lunghi, è possibile ricostruirla dalle molte copie che ce ne ha trasmesso l'alto medioevo e che ora si conservano: le più antiche a Laon, Roma, Genova e le più recenti in Russia.
La storia dell'a. di Edessa è oscura. Il più antico documento che ne parla è la lettera tante volte riprodotta, con la quale Cristo avrebbe accompagnato il proprio ritratto inviato al re Abgar Ukkāmā. Eusebio di Cesarea (Historia eccl., I, 13) asserisce che la lettera deriva da un antico testo siriaco dell'archivio di Edessa, contenente la promessa di Cristo di visitare il re per guarirlo.
In un testo posteriore si parla per la prima volta dell'icona come opera del pittore Anania; è poi del 600 circa la notizia secondo cui nell'anno 544, mercé l'aiuto dell'icona stessa, sarebbe stato respinto l'attacco dei Persiani contro Edessa. Una leggenda ricca di particolari, falsamente attribuita a Costantino Porfirogenito, compare nel 944: in essa l'a. di Edessa viene definita, seguendo ciò che già aveva detto Evagrio, come l'impronta lasciata dal volto di Cristo su di un panno; sarebbe poi rimasta murata, dal tempo di Abgar sino al 544, sopra la porta della città. La leggenda accenna ad altre due impronte miracolose, impresse su mattoni, uno dei quali fu conservato a Gerapoli e l'altro ad Edessa; nella disputa fra nestoriani e monofisiti si parla di due altre copie che dovevano trovarsi nelle chiese di Edessa.
A quanto pare, nell'anno 944 l'icona di Edessa fu portata a Costantinopoli, probabilmente con la accennata lettera di Cristo al re Abgar e con la copia su mattoni detta Keramidion, la quale venne collocata nella cappella del palazzo imperiale. Nel 1247 queste reliquie trasmigrarono in Occidente e può darsi che l'a. scomparsa dalla Sainte-Chapelle di Parigi durante la rivoluzione del 1792 abbia diretto rapporto con esse.
Anche altre icone furono identificate con il madison di Costantinopoli: tra queste la tavola conservata a Roma in S. Silvestro in Capite e fatta portare da Pio X in Vaticano, e quella di S. Bartolomeo degli Armeni a Genova. Ma sono ambedue lavori orientali, che, come testimonia la loro iscrizione in lingua slava, risultano posteriori alla tavola di Laon, dipinta non prima del sec. XII e forse mandata da Roma a Montreuil-les-Dames nel 1249. Esse ripetono tutte il tipo dell'a. di Edessa.
Fra il 560 e il 574 occorre la prima menzione dell'a. di Kamulia. È dipinta su lino e rappresenta Cristo come "Pantokrator". Si racconta che, trovata da una donna pagana in una fontana, per virtù propria si riproduce sul suo vestito, che venne poi inviato a Cesarea. Una seconda copia si trova a Diobulon.
L'a. kamuliana fu traslata nel 574 a Costantinopoli, dove si sarebbe riprodotta miracolosamente su un panno, donato più tardi ad un convento di Melitene. L'originale di Costantinopoli, considerato come il palladio della città, scomparve verso l'800. Antonio da Piacenza dice di aver visto l'a. a Menfi, in Egitto, su un "pallium lineum".
Anche il Pantokrator del Sancta Sanctorum in Roma si credeva nel medioevo un'a. La tavola, che è molto rovinata e raffigura Cristo in trono, sembra sia stata dipinta a Roma tra il sec. V e il VI. La testa già nell'alto medioevo fu sostituita da un'altra dipinta su tela, imitazione della Veronica di S. Pietro.
Quest'icona era molto venerata già nel sec. VIII. Nel 752 fu portata in processione da Stefano II; e da allora si iniziò l'uso che nella processione solenne del 15 ag. il Papa la portasse in visita a S. Maria Maggiore. Diffondendosi la pratica di questa processione in tutto il Lazio, quasi tutte le città della regione, come Velletri, Tivoli, Tarquinia, Sutri, si procurarono una copia di quest'a.
Della Veronica di S. Pietro a Roma si ha certa notizia già nel sec. IX; custodita dapprima nella cappella di Giovanni VII, oggi è nel pilone della Basilica Vaticana, detto per l'appunto della Veronica. Fedele alle più antiche riproduzioni, anche quest'a. mostra il volto del Cristo barbato, con lunghi capelli e dall'aspetto soffocante. L'originale venne senza dubbio dall'Oriente e forse stilisticamente ricordava l'icona di Edessa.
La tradizione della Santa Veronica, il cui nome alcuni studiosi credono sia una derivazione da vera icona, è influenzata da quella del re Abgar. Verso il 1300 Roger di Argenteuil racconta che s. Veronica prese l'effigie di Cristo, asciugandone il volto durante il tragitto al Calvario: pertanto il sudario fu chiamato semplicemente Veronica. Durante il medioevo fu riprodotto così frequentemente da suscitare una specie di artigianato nei pittori (i pittores Veronicaum); fu portata in tutto il mondo da pellegrini che ne lucravano indulgenze.
La storia della S. Sindone (v.) ricorda quella del sudario di Roma, ma si riferisce all'impronta lasciata dall'intero corpo di Gesù. Già nel sec. VII troviamo tracce del culto tributato alla S. Sindone e nell'alto medioevo si parla di diversi esemplari della reliquia esistenti a Costantinopoli, a Compiègne, a Caen. Oggi per S. Sindone s'intende quella che si conserva nella metropolitana di Torino. Mostra il corpo del Signore dalla parte facciale e da quella dorsale. L'impronta è lunga m. 1,78; il lenzuolo ha un'ampiezza complessiva di m. 4,36 X 1,10.
La reliquia fu custodita dal 1353 al 1478 a Sirey in Champagne e quindi, fino al 1578, a Chambéry, donde venne a Torino, con i duchi di Savoia. Gli attuali studi sulla S. Sindone tendono a identificarla con quella che scomparve da Costantinopoli.
Alcune a. della Madonna furono venerate fin dal sec. VII. Nel sec. VIII si ricorda un'icona a Diospolis in Palestina; sulla sua origine corre una doppia versione: l'una afferma che l'immagine si sarebbe prodotta per contatto della Vergine con una colonna, l'altra la presenta come determinata miracolosamente solo per volontà della Madonna stessa. Altre a. della Madonna sono conservate a Costantinopoli, in Roma (S. Maria in Trastevere) e in diverse chiese dell'Italia meridionale.
Tra le a. di santi una delle più venerate è quella di S. Giorgio che si conserva nella sua chiesa presso Diospolis-Lydda in Palestina; si racconta che si produsse sulla colonna al contatto del santo quando questi vi fu legato per la flagellazione. - Vedi Tav. XVI.