AGONIA DI GESÙ CRISTO. - Con «a di G. C.» viene inteso quell'immenso cumulo di sofferenze cui andò soggetto Gesù nell'orto di Getsemani, quando dette principio al dramma della passione. I fatti sono narrati dai tre evangelisti sinottici (Mt. 26, 36-46; Mc. 14, 32-42 e Lc. 22, 40-46). Più brevemente racconta Luca, ma in compenso ha in proprio l'apparizione dell'angelo confortatore e il sudore di sangue. La parola a. (ἀγωνία) adopterata da Lc. 22, 44, che primitivamente importava in greco esercizi e gara, specie nelle lotte dello stadio, significò in appresso, più generalmente, trepidazione ed angoscia nell'imminenza di gravissime afflizioni e dolori, in particolare all'appressarsi della morte.
Tre sono i punti salienti nella narrazione evangelica dell'a. di G. C.: la piena del Salvatore, la sua preghiera, il sudore di sangue.
1. PENE DI CRISTO
Soffri tristezze mortali («È tristissima l'anima mia fino a morirne», Mc. 14, 34); terrore e stupore, tedio e disgusto («coepit pavere et taedere», Mc. 14, 33). La dottrina cattolica esige che si ammetta la piena verità e realtà dei dolori e delle pene di Cristo. «In Cristo paziente si verificò il dolore vero e sensibile, causato da nocumento di ordine corporeo; si verificò anche il dolore interno, che suole chiamarsi tristezza, nato dall'apprensione (sensibile o intellettuale) di qualche cosa di nocivo». Così s. Tommaso (Sum. Theol., 3ª, q. 46, a. 6). È tuttavia per rendersi conto del modo come Cristo sopportò tali sofferenze, conviene tener presenti due osservazioni imposte dalla dottrina cattolica. La prima: soffri perché volle soffrire. Sulla sua anima e sul suo corpo Gesù Cristo ebbe perfetto dominio. Se in lui sorse il dolore e raggiunse anche intensità straordinaria, fu perché Egli dispose che sorgesse e che arrivasse a quel determinato grado di veemenza; senza che mai alcun movimento prevenisse la ragione, la turbasse o l'impedisse o comunque ritardasse la libera volontà, nella esecuzione di quanto era conveniente. La seconda osservazione: pur in mezzo a tale smisurata angoscia, Gesù Cristo nella più alta cima dello spirito godeva, come i beati comprensori, della beatitudine essenziale, consistente nella visione intuitiva di Dio e nell'amore e nel gaudio che ne risultano. È questa la simulanteità del sommo gaudio e del sommo dolore - una delle più misteriose profondità della psicologia del Verbo Incarnato. La fruizione beatifica di Dio, che ha luogo nella parte superiore dello spirito soprannaturale elevato col lume di gloria, non ridondava in Gesù Cristo, durante la sua vita mortale e passibile, né nella parte inferiore dell'anima spirituale, né sul corpo e nelle facoltà sensitive. I motivi che determinarono così acuite sofferenze furono: la imminenza della passione e della morte, che la umana intelligenza di Cristo nettamente vedeva davanti a sé, in tutti i particolari della atroce sua realtà; i peccati degli uomini, passati presenti e futuri, anch'essi tutti ad uno ad uno chiaramente percepiti e valutati in quel che contengono di offesa alla divina Maestà e di danno alla anima e ai corpi; l'afflizione senza nome che i propri dolori e la morte avrebbero cagionato alla S.ma Verge; la rovina spirituale dei propri connazionali, i Giudei; l'abbandono e la dispersione degli apostoli; le sofferenze cui sarebbe andata incontro la Chiesa, sofferenze da Cristo allora previste e penetrate.2. LA PREGHIERA DI GESÙ CRISTO
«Padre! Tutto è possibile a Te! Allontana da me questo calice. Tutta vita (sia fatto) non ciò che io voglio, ma ciò che (vuoi) tu» (Mc. 14, 36). Questa preghiera è un testo classico per stabilire che in Cristo vi fu una volontà umana, come indicano le parole «non ciò che io voglio», oltre la volontà divina. Due volontà rispondenti alle due nature, divina e umana. La stessa preghiera rende manifesto come nella volontà umana di Cristo si verifica davano due tendenze e movimenti: la tendenza naturale, che rifuggiva da quello che naturalmente ripugnavano, come la morte e i dolori fisici e morali; la tendenza razionale, per cui abbracciava morte e dolori, in quanto da Dio voluti e ordinati alla redenzione degli uomini. Tra le due tendenze - che s. Tommaso chiama volontas naturae e voluntas rationis - nessuna contrarietà vera e propria. Ciascuna proseguiva il proprio oggetto, senza che la voluntas naturae ostacolasse in alcun modo il movimento della voluntas rationis. Inoltre - ciò che è decisivo - la volontà divina di Cristo e la volontà umana razionale volevano che la volontà naturale e la sensibilità sviluppassero la propria tendenza, secondo il principio enunziato da s. Giovanni Damasceno, che domina tutta la presente materia: «Permetteva il Verbo, che Cristo nella natura umana agisse e patisse, ciò che le è proprio» (De Fide Orthodoxa, III, 15: PG 94, 1060).3. IL SUDORE DI SANGUE
«Et factus est sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram»: «E divenne il sudore di lui, quasi gocce di sangue, che scendevano giù sulla terra» (Lc. 22, 44). L'esegesi cattolica comunemente ritiene che fu sudore veramente sanguigno, diverso dal sudore naturale ordinario. Né occorre ritenere di origine preternaturale. Nella medicina è noto il fenomeno di sudore sanguigno. La emozione profonda dell'anima di Cristo provocò un turbamento anormale nell'organismo fisico, fino a determinare la rottura dei vasi capillari.L'apparizione dell'angelo deve ritenersi, secondo il testo sacro, per reale e non solamente immaginaria. È arduo precisare la natura e il modo del conforto arrecato dall'angelo a Cristo. Non gli arrecò conforto, che Egli da sé non fosse capace di procurare a se stesso; non gli manifestò verità o eventi, non gli suggerì motivi di consolazione che Egli già perfettamente non conoscesse. Poté soltanto apportare ragioni e considerazioni tali, da indurre la parte superiore dell'anima di Cristo a venire in soccorso alla parte inferiore e recarle un qualche sollievo. E Cristo volle ricevere il conforto da un angelo, per dimostrare la realtà delle sue pene e la verità della sua natura umana essenzialmente inferiore alla natura angelica.
I due versetti di Lc. 22, 43-44, che narrano dell'aprazione dell'angelo e del sudore di sangue, mancano in vari codici oracoli, tra cui il Vaticano - codice di grande autorità - in alcuni minuscoli ed in alcune versioni antiché della Bibbia. Hanno però, in loro favore, la grande maggioranza dei codici tanto maiuscoli che minuscoli e un buon numero di versioni. Si trovano già in s. Giustino e in s. Ireneo ed occorrono frequentemente citati nei Pa
dri posteriori. Una quarantina tra Padri antichi e meno antichi testificano sull'autenticità dei versetti in questione. Dallo studio critico dei documenti scritti si deve concludere che Lc. 22, 43-44 fa parte integrante ed autentica del Vangelo. Si comprende bene che un malinteso rispetto abbia portato alla omissione di un testo difficile, che a prima vista poteva sembrare meno degno della persona di Gesù. Si comprende meno bene, o non si comprende affatto, per quali motivi sarebbe stato inserito nella narrazione evangelica.
Da un punto di vista strettamente dogmatico non è lecito dubitare che Lc. 22, 43-44 appartenga alla Scrittura ispirata, di cui Dio è l'autore. Il Concilio di Trento nella sessione IV (cf. Denz-U., 784) definì che i libri integri del Vecchio e del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, come soggetto leggersi nella Chiesa cattolica e si ritrovano nella antica versione Volgata, debbono ritenersi per sacri e canonici. Ora tra le parti è certamente compreso Lc. 22, 43-44, come risulta da esplicite dichiarazioni in sede di discussione conciliare, preparatoria alla promulgazione del decreto della sessione quarta. (Cf. Concilio Tridentini Diariorum pars prima, a cura di S. Merkle, in Concilium Tridentinum, Nova Collectio, I, Friburgo in Br. 1901, pp. 38, 45).
L'a. di G. C. costituisce un incomparabile esempio e conforto dei credenti. È l'episodio più umano del Vangelo: vi apparisce il Salvatore nella evidente realtà di una natura umana, soggetta alle infermità degli altri uomini, escluso il peccato. Sperimenta tutto il dolore, per provare l'immensità del suo amore e la forza santificatrice della sofferenza. Diventa così il sacerdote «fedele» e umanamente «misericordioso», che può «umanamente» compattare le nostre infermità. (Hebr. 2, 17-18; 4, 15).