ALBANIA (alb. Shqipëria o Shqipnia).

Albani, Francesco - Autoritratto - Bologna, Pinacoteca.
ALBANI, FRANCESCO. - Autoritratto - Bologna, Pinacoteca.
ALBANI, FRANCESCO. - Comprende la costa orientale adriatica dalla foce della Bojana al canale di Corfù ed il retroterra fino alle Alpi Albanesi ed ai laghi di Ochrida e Prespa. La sua superfice (28,7 mila kmq.) uguaglia all'incirca quella del Piemonte. È paese montuoso, impervio e malriccio sulle coste piatte e paludose; perciò poco densamente (38 abit. a kmq.) abitato (1,1 milioni di anime), e con forte emigrazione: oltre 1,5 milioni di albanesi vivono fuori dei confini dello Stato (Serbia, Grecia, Paesi transoceanici). Gli Albanesi, che discendono dagli Illiri, hanno conservato bene i loro caratteri tradizionali, massime a N. (Gheghi), dove le infiltrazioni musulmane sono state minori (i Toschi, a S., sono considerati meno puri). La popolazione è divisa in tribù e clan, fieri e turbolenti, spesso in guerra (brigantaggio, vendetta). Linguisticamente compatti, gli Albanesi sono per il 69% musulmani, per il 20,7% ortodossi (a S.) e per il 10,3% cattolici (a N.).
L'allevamento (ovini, caprini) è l'occupazione prevalentemente (formaggi, pelli, uova esportati); l'agricoltura (12% della superf. totale) poggia sulle colture legnose (olivo, vite) più che sulla cerealicoltura. Risorse minerarie non mancano (ferro, rame, cromo), ma solo il petrolio (100.000 tonn. annue) ha importanza industriale. La capitale Tirana, e Scutari (30.000 ab. ciascuno) sono i centri abitati più notevoli. Mancano le ferrovie; deficienti anche le vie ordinarie.
Rimasta per secoli sotto il dominio turco, l'A. si cresce in principato indipendente nel 1912; repubblica nel 1925, regno nel 1928, legata all'Italia da unione personale dopo l'aprile 1939. Dal genn. 1946 è di nuovo repubblica sotto influenza sovietica.
| Prefetture | Superficie in Kmq. | Popol. cens. | Densità a kmq. | Capoluoghi (popol. in 1000 abit.) |
| Agricolastro (Gjinokastra) | 4.125 | 159.695 | 39 | Gjinokastra (11) |
| Berati (Berati) | 3.666 | 169.431 | 46 | Berati (10) |
| Corcia (Korça) | 3.750 | 169.234 | 45 | Korça (23) |
| Cosov | 2.038 | 46.666 | 23 | Kukësi (0,2) |
| Dibra | 2.151 | 83.491 | 39 | Peshkopija (1) |
| Durazzo (Durrësi) | 1.550 | 90.243 | 58 | Durrësi (14) |
| Elbasan (Elbasan) | 3.549 | 110.447 | 31 | Elbasan (14) |
| Scutari (Shkodra) | 5.560 | 160.929 | 29 | Shkodra (30) |
| Tirana (Vlora) | 911 | 59.160 | 65 | Tirana (31) |
| Valona (Valona) | 1.448 | 56.607 | 39 | Vlora (9) |
| Totale | 28.738 | 1.105.903 | 39 | | |
4. IL CRISTIANESIMO IN A
L'antico Epiro e la parte sud dell'Illiria, che formano l'attuale A., ebbero una loro religione con mitologia locale, della quale si può scorgere la continuazione o trasformazione o contaminazione nel culto delle divinità greche che vediamo affermato largamente nella numismatica «greca» del paese: Apollo, Diana, Esculapio. Divinità importante sono: Ercole, di cui si vede raffigurata la clava, Giove, venutovi forse con la dominazione macedone, se pure non era indigeno (Giove Dodoneo), Demetra.La data della penetrazione cristiana non è attestata con certezza. Non è però improbabile che essa sia stata
ecclesiastiche. Mentre a sud la vicaria apostolica venne infatti concessa dai Papi ai metropoliti di Tessalonica (ed. Salonicco) e poi a quelli di Prima Giustiniana (successa a Seupi), a nord si ebbe una certa preminenza del metropolita di Salona (ed. Spalato), che non mancò d'esser sentita nella Prevalitana. In questa provincia inoltre la Chiesa Romana possedeva un patrimonio terriero con un chierico amministratore, che spesso faceva ora da delegato del Papa, ora da ispettore a nome di lui. In buona parte all'influenza di tali organi si deve se, anche in periodi di scismi ed eresie e nonostante i tentativi d'ingerenza costantinopolitana, rimasero sostanzialmente fedeli a Roma non solo la latinità, ma anche le due province d'Epiro culturalmente grecizzate. Solo al tempo dello scisma accaiano (fine sec. v - prine. sec. vi), sostenuto specialmente dall'imperatore Anastasio, nativo di Durazzo (491-518), ci fu, dopo una buona resistenza, un indebolimento in Dardania ed in Epiro Nuova. Ma già al principio del 519 i legati pontifici, inviati presso il dardano imperatore Giustino a comporre il dissidio, ricevevano al loro passaggio per l'Epiro l'obbedienza di tutti i vescovi con lo zelante appoggio del metropolita di Scodra.
L'invasione slava (sec. VII) sembrò sommergere ogni cosa. La zona sud-occidentale (Durazzo e Nicopoli) rimastene immune, ebbe d'altra parte a soffrire non poco della persecuzione iconoclastica (731-826). Inoltre, con decisione autocratica dell'imperatore Leone Isaurico (731), le province dell'Illirico vennero staccate dal Patriarcato d'Occidente e attribuite a Costantinopoli. Ciò, se non per la Prevalitana, certo ebbe il suo effetto per l'Epiro, nonostante le proteste di Roma. Intanto ai confini orientali del paese s'erano affacciati i Bulgari che, battezzatisi (ca. 864) e a lungo oscillanti fra Roma e Costantinopoli, finirono col seguire il rito bizantino in lingua slava dietro la guida di discepoli dei ss. Cirillo e Metodio, e col fondare un arcivescovato, poi patriarcato, autocfalo in Prespa e poi in Acrida (ed. Ocruda, alb. Ohri), a cui annessero la maggior parte degli antichi territori suffraganei di Durazzo e Nicopoli. La riconquista dell'imperatore Basilio Bulgarcotono riportò l'A. centrale e meridionale sotto il dominio bizantino (1019), ma non tutta alla dipendenza del patriarcato di Costantinopoli, perché egli ritenne opportuno mantenere in vita, anzi in piena autocfalo col titolo d'arcivescovato il nucleo d'Acrida con le sue numerose suffragane. Intanto al nord si andava consolidando e affinando uno stato barbarico fortemente pervaso di latinità: la Dioclia, comprendente più o meno l'antica Prevalitana. Mentre vi risorgevano le antiche sedi vescovili, se ne creavano di nuove nelle maggiori città latine (Scutari, Dulcigno, Drivasto, Suacia) e in altre minori (come Pulati e Sarda) di lingua albanese. Posti dapprima sotto la metropolita della latinissima Ragusa, e, in qualche momento, di Spalato successa a Salona, ebbero poi, dopo lungo contrasto, Antivari (v.), dove nel 1199 fu riunito un importante concilio provinciale, che riformò numerosi abusi.
Il sec. XIII porta un reciso sopravvento orientale. Dopo un effimero dominio veneto sulle coste (1204-12), consegneva della conquista latina di Costantinopoli, e contrasta, senza dalt'erezione d'un arcivescovato latino a Durazzo, dipendente dal patriarcato latino di Costantinopoli, tutto l'Epiro formò un despotato indipendente sotto la dinastia degli Angeli-Comneni (1212-59), la quale, per ragioni po

Albania - Chiesa bizantina di Mesopotamo.
Albania - Chiesa bizantina di Mesopotamo.
Albania - Chiesa Bizantina di Mesopotamo.
Albania - Chiesa Bizantina di Mesopotamo.
Albania - Chiesa Bizantina di Mesopotamo.

latiche, oscillava in materia religiosa tra Oriente ed Occidente e finì con l'aderire al primo. Anche il clero, del resto, di cultura esclusivamente greca, pure coltivando forti tendenze autocefale, preferiva Costantinopoli (o Nicos) a Roma. Esso era allor
novità. Vari ricorsi di prelati «ortodossi» d'A. alla protezione politica del Papa avevano portato anche a un avvicinamento religioso, sicché si venne prima a una specie di unione, poi, non essendo questa ben riuscita, alla creazione di sedi arcivescovili per i latini in Ocrìda e Scopia. Una missione di rito orientale lavorò a lungo nella Marra (1628-...?).
Nel sec. XVIII continua il lavoro di ripresa. L'autonomia armata delle tribù montanare ormai assicurata e la fioritura di grosse e ricche comunità mercantili cristiane nella città sembravano doverne garantire il risultato. Invece, mentre si assedavano e sviluppavano le cause che avrebbero portato più tardi al ristagno delle defezioni, queste continuarono, anzi s'intensificarono lungo quel secolo per effetto ritardato di vecchie e nuove cause. Il clero era tuttavia scarso per poter contrastare all'indifferenza religiosa portata dai troppi contatti civili con l'ambiente musulmano, per cui anche futili motivi bastavano per decidere individui, famiglie, villaggi alla defezione. L'impero turco apriva sempre più largamente l'adoito a spettacolare carriere civili e militari per gli Albanesi purché musulmani. Allo sporadico fanatismo dei governatori turchi s'aggiungeva quello apostattico di certe forti famiglie locali divenute feudatarie ereditariamente. Non è tuttavia da credere si trattasse subito d'un passaggio puro e semplice all'islamismo; spesso si trattava dell'assunzione d'un nome personale turco da usarsi nei rapporti con l'ambiente dominante; spesso d'una famiglia si circondava magari un membro solo per ottenere diritti ed esenzioni. In vaste zone nord-orientali e centrali si ebbe il fenomeno del criptocristianesimo, durato poi fino ai giorni nostri; anche di coloro che abbracciarono l'islam, molti ne preferirono le sette pietre rodisse e meno lontane dal cristianesimo, come quella dei bektashi.
Il sec. XIX è contraddistinto dal rallentare della persecuzione per effetto specialmente della protezione ufficiale del cattolicesimo in A. che l'Austria si assume come erede di Venezia ed esercitò anche con l'erogazione di sussidi al clero e alle opere cattoliche, e della migliore cultura del clero e del laicato. Già dal sec. XVII c'erano stati vari tentativi per l'erezione di seminari sul posto; ma solo nel 1856 si giunse alla fondazione in Scutari d'un Collegio pontificio nazionale affidato ai Gesuiti, che da allora fornì tutto il clero secolare e le stesse sedi vescovi. Contemporaneamente i Francescani cominciavano ad aprire scuole elementari, e nel 1877 i Gesuiti aprirono in Scutari la prima scuola media; nel 1870 essi avevano aperto anche una tipografia. Alla fine del secolo, mentre i Francescani risanguavano le parrocchie loro affidate con ottimi elementi, anche indigeni, i Gesuiti cominciarono la «missione volante» per le missioni popolari, specialmente nelle montagne, che riuscì a diffondere ovunque l'istruzione e il fervore della vita religiosa. Non di pari passo procedette la parte «ortodossa»; ormai rimasta pienamente in potere del patriarcato di Costantinopoli, che del resto per nulla se ne curava, essa vide scomparire quel clero dotto che nel sec. XVIII aveva fatto fiorire la scuola e la tipografia di Moscopoli. Appoggiatasi in un primo tempo al fraterno aiuto della risorta Grecia, se ne dovette alfine staccare con rammarico per effetto dello scivolismo che tuttavia lo aveva eliminato. Così il Sud, mentre civilmente e culturale, mentre progrediva, religiosamente rimaneva incolto.
Nel sec. XX l'indipendenza nazionale (1912) ebbe per effetto la cessazione quasi assoluta delle apostasie; però durante il regime di re Zog la legge sulle «comunità» religiosa portò un grave colpo alle antiche immunità ecclesiastiche, e i cattolici rimasero esclusi dalle assegnazioni del fondo culto e quindi costretti sempre a contare sul sussidio che l'Italia continuava ad erogare, come prima l'Austria. Inoltre la soppressione delle scuole private (1933) provò la comunità cattolica di fiorentini istituti e provocò una pericolosa propaganda di comunismo ateo, non potuta poi frenare dal governo nemmeno con una limitata restituzione degli istituti soppressi. Durante il regime della «unione» con l'Italia, la parte cattolica, senza godere una condizione di privilegio, ebbe parità di diritti con le altre comunità. Di fronte a un sentito movimento «ortodossi» di ritorno alla religione di Scanderbeg, fu studiato il problema dell'unione, ma l'erezione di piccole missioni dispersa e la sembrò deludere l'aspettazione degli «ortodossi» che vi videro piuttosto uno sgretolamento che non la salvezza del proprio blocco da essi sperata.
Attualmente per la parte cattolica vi è in A. un delegato apostolico (dal 1921, ma non mai accreditato presso il governo locale), un'arcidiocesi a Scutari con suffragazione Alessio, Pulati e Sappa, un'arcidiocesi senza suffragazione a Durazzo, e una abbazia nullius con titolare insignito di grado vescovile e immediatamente dipendente dalla S. Sede a S. Alessandro dei Mirditi (Orosi). L'antica arcidiocesi d'Antivari, rimasta prima al Montenegro, poi alla Iugoslavia, benché composta di parrocchie quasi esclusivamente albanesi, perdette le sue suffragane che passarono a Scutari rimessa nel suo antico grado (1867). Scopria, rimasta pure alla Iugoslavia con le sue parrocchie in gran parte albanesi, e ora ridotta al grado vescovile. La comunità «ortodossa» dopo lunga lotta per la propria autocefalia, che risale al 1912 e fu accompagnata da scomuniche patriarcali, l'ebbe finalmente riconosciuta con tomo patriarcale del 1937; essa ha per lingua liturgica anche l'albanese e conta, oltre la metropolia di Durazzo-Tirana, le eparchie di Corizza (Korça), Berati e Agrigento. L'A. cattolica è divisa in due parti da una linea ideale che passa a sud di Tirana; al nord è sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda, mentre a sud forma un'eparchia di competenza della S. Congregazione Orientale. La comunità musulmana, almeno dall'abolizione del califfato, forma un gruppo nazionale autonomo, con un capo-mufti e vari mufti nei capoluoghi di provincia, una medrese (seminario) generale in Tirana e vari studenti anche nelle Università islamiche di El-Azar al Cairo e di Lahore in India.
Il periodo d'autonomia statale albanese ha privato la comunità cattolica della posizione in qualche modo di privilegio, che essa godeva in ultimo sotto il dominio turco, in regime di concessione e sotto la protezione austriaca, ed ha tolto alla gerarchia ecclesiastica vari privilegi canonici (foro ecclesiastico, libertà d'insegnamento, ecc.); pur tuttavia, per i meriti acquisiti nella lunga lotta per la liberazione nazionale e per la sua maggiore elevata e culturale, la parte cattolica ha potuto godere d'un prestigio assolutamente eccezionale di fronte alle altre religioni numericamente predominanti. D'altra parte la progressiva diffusione della cultura aveva fatto scomparire nella popolazione cattolica e specialmente nelle classi dirigenti gran parte degli antichi pregiudizi nei riguardi del cattolicesimo e del Papato, sicché era lecito sperare non lontano un notevole progresso della causa cattolica. Invece il regime instaurato al principio del 1945 sotto il nome di Repubblica Albanese ad indirizzo sempre più marxista-bolscevico e tirannico ha portato a una vera e propria persecuzione contro l'idea religiosa, da cui ha avuto materialmente a soffrire ogni comunità religiosa, e in modo particolare quella cattolica, per l'altissima percentuale di vittime specialmente fra il clero e per la completa distruzione di tutte le sue organizzazioni, compresi i seminari.
5. STORIA CULTURALE
La nazione albanese, linguisticamente e culturalmente erede della stirpe trao-illirica, non ha dato segni evidenti d'una sua vita culturale autonoma fino al sec. XVI, accontentandosi d'inquadrarsi nella cultura degli imperi che dominarono la regione. Ma da allora la necessità di mantenere viva la cultura religiosa in un popolo isolato dal resto della cultura europea per il fatto della conquista turca, spinse il clero cattolico latino alla pubblicazione di traduzioni di testi liturgici e di catechismi in lingua albanese (G. Buzuku, Messale, 1555; Pietro Budi, n. nel 1566, m. nel 1623, opere varie; que-ALBANIA - Chiesa bizantina di Santi Quaranta.
s'ultimo ebbe anche una certa tendenza letteraria che si manifestò in numerose brevi liriche sacre di qualche pregio. Franc. Bardhi (Blanchus) pubblicò anche un primo Dictionarium latino-epitonicum (1635). Finalmente nel 1685 si ebbe una grande opera apologetica non priva d'eloquenza e dettata in buona forma letteraria, il Cuneus di Pietro Bogdani. Contemporaneamente anche gli «italo-albanesi» svolsero una loro parallela attività religioso-letteraria in Italia. Invece il clero ortodossio, assorbito nel grande albero della cultura bizantina, oltre qualche operetta di indole lessicografica e una traduzione del Vangelo di Gregorio Agricostra (1824), non sentì la tendenza che aveva caratterizzato l'opera evangelizzatrice dell'antica Chiesa orientale, quella di dare forma e lingua popolare alla liturgia e alla predicazione; anzi più tardi, quando ne fece un primo tentativo agli albori del sec. XX, dovette perciò subire severissime misure da parte del patriarcato costantinopolitan. Sicché si può dire che la letteratura albanese nacque all'ombra della Chiesa cattolica. La scarsità e il limitato valore morale e culturale d'alcune operette di poeti erotici popolari musulmani non hanno peso, tanto più che non furono pubblicate. Il sec. XIX vide da una parte il delinearsi d'una decisa tendenza letteraria nel clero cattolico, per opera dei nuovi istituti ecclesiastici sorti nel paese, e dall'altra un'evoluzione, anche culturale, del sentimento nazionale, specialmente dal 1878 in poi. C'ebbe allora in fama un poeta di cultura turca, ma buon conoscitore dello spirito e della lingua nazionale, Naim Frashëri (1846-1900) che rimase il poeta nazionale, finché il francescano G. Fishta (v.) eclissò ogni altro. Altri nomi tuttavia non vanno trascurati, come il sacerdote Andrea Mjedja (1866-1937), il più squisito rappresentante della lirica classica, Faik Konitsa (1875-1943), coltissimo prosaore. Attualmente si può dire che la letteratura albanese, pure scarseggiando di opere d'alto valore artistico, ha portato la sua lingua alla possibilità di esprimersi in ogni genere letterario e in ogni forma filosofica e scientifica. Il clero cattolico in questo ha continuato la sua grande tradizione. E l'ha continuata pure nella raccolta dei tesori nazionali, come il folklore tanto ricco e caratteristico, la fraseologia, e soprattutto la poesia popolare che è pregevolissima specialmente per la sua grandiosità epica e per la ricchezza del sentimento e del senso della natura; un settore della più alta importanza per la cultura nazionale e coltivato quasi esclusivamente dal clero cattolico è anche quello delle originalissime consuetudini giuridiche (Kanun) che, pure essendosi conservate per secoli solo oralmente, manifestano un vigoroso senso giuridico nazionale nella loro organicità e logicità; si distinse in questo campo specialmente il p. Stefano Gjeçov O. M. (1874-1929); con lui l'italiano mons. Ernesto Cozzi (m. nel 1925), e poi numerosi viventi. Scarsa invece è rimasta la produzione originale filosofica e scientifica limitata finora alle pubblicazioni periodiche, fra le quali si distinsero Hylli i Dritës dei Francescani, Leka dei Gesuiti, Albania di F. Konitsa.
6. IL RITO GRECO-ALBANESE
Così chiamato, perché in A. i dissidenti hanno usato i libri greci fino alla conclusione dell'autocefalia (12 apr. 1937). Da quel tempo s'introdusse sempre più la lingua liturgica albanese; ma già prima, questa era in uso presso gli albanesi di Romania e di America. Si conoscono i seguenti libri:1) Servizio della settimana santa (1908); 2) Libro dei servizi sacri: è un piccolo Aghiasmatarion, con la sola liturgia di S. Giovanni Crisostomo (1909); 3) Libro delle Grandi Feste (1911); 4) Piccolo Triodion (1913); 5) Piccolo Pentecostarion (1914); 6) Libro di preghiere: canti presi dall'Octoechos e dalla Paraclis (1914). Questi libri furono tradotti dal greco per opera di Fan Noli e pubblicati a Boston. Inoltre: 7) Libro dei servizi sacri (ristampa, Corista 1930); 8) Evangeliarion (Tirana 1930); 9) Apostolos, epistolario (Tirana 1931). Alfonso Raes ALBANO, DIOCESI di. - Nel Lazio, in provincia di Roma, è una delle sei sedi suburbicarie occupate da un cardinale dell'ordine dei vescovi. Dai Castelli romani si estende fino al mare, misurando una superficie di kmq. 661 con una popolazione di 85.000 ab., ripartiti in 19 parrocchie, con 32 sacerdoti secolari,

st'ultimo ebbe anche una certa tendenza letteraria che si manifestó in numerose brevi liriche sacre di qualche pregio). Franc. Bardhi (Blanchus) pubblicò anche un primo Dictionarium latino-epiraticum (1635). Finalmente nel 1685 si ebbe una grande opera