ALBANIA (alb. Shqipëria o Shqipnia).

4. GEOGRAFIA
Comprende la costa orientale adriatica dalla foce della Bojana al canale di Corfù ed il retroterra fino alle Alpi Albanesi ed ai laghi di Ochrida e Prespa. La sua superficie (28,7 mila kmq.) uguaglia all'incirca quella del Piemonte. È paese montuoso, impervio e malarico sulle coste piatte e paludose; perciò poco densamente (38 abit. a kmq.) abitato (1,1 milioni di anime), e con forte emigrazione: oltre 1,5 milioni di albanesi vivono fuori dei confini dello Stato (Serbia, Grecia, Paesi trans-oceanici). Gli Albanesi, che discendono dagli Illiri, hanno conservato bene i loro caratteri tradizionali, massime a N. (Gheghì), dove le infiltrazioni musulmane sono state minori (i Toschi, a S., sono considerati meno puri). La popolazione è divisa in tribù e clan, fieri e turbolenti, spesso in guerra (brigantaggio, vendetta). Linguisticamente compatti, gli Albanesi sono per il 69 % musulmani, per il 20,7 % ortodossi (a S.) e per il 10,3 % cattolici (a N.).L'allevamento (ovini, caprini) è l'occupazione prevalente (formaggi, pelli, uova esportati); l'agricoltura (12 % della superf. totale) poggia sulle colture legnose (olivo, vite) più che sulla cerealicoltura. Risorse minerarie non mancano (ferro, rame, cromo), ma solo il petrolio (100.000 tonn. annue) ha importanza industriale. La capitale Tirana, e Scutari (30.000 ab. ciascuno) sono i centri abitati più notevoli. Mancano le ferrovie; deficienti anche le vie ordinarie.
Rimasta per secoli sotto il dominio turco, l'A. si eresse in principato indipendente nel 1912; repubblica nel 1925, regno nel 1928, legata all'Italia da unione personale dopo l'aprile 1939. Dal genn. 1946 è di nuovo repubblica sotto influenza sovietica.
| Prefetture | Superficie in Kmq. | Popolaz. cens. 1941 | Densità a kmq. | Capoluoghi (popol. in 1000 abit.) |
|---|---|---|---|---|
| Argirocastro (Gjinokastra) | 4.125 | 159.695 | 39 | Gjinokastra (11) |
| Berati (Berati) | 3.666 | 169.431 | 46 | Berati (10) |
| Corcia (Korça) | 3.750 | 169.234 | 45 | Korça (23) |
| Cossovo | 2.038 | 46.666 | 23 | Kukësi (0,2) |
| Dibra | 2.151 | 83.491 | 39 | Peshkopija (1) |
| Durazzo (Durrësi) | 1.550 | 90.243 | 58 | Durrësi (14) |
| Elbasan (Elbasani) | 3.549 | 110.447 | 31 | Elbasani (14) |
| Scutari (Shkodra) | 5.560 | 160.929 | 29 | Shkodra (30) |
| Tirana | 911 | 59.160 | 65 | Tirana (31) |
| Valona (Vlona) | 1.448 | 56.607 | 39 | Vlona (9) |
| TOTALE | 28.738 | 1.105.903 | 39 |
5. IL CRISTIANESIMO IN A
L'antico Epiro e la parte sud dell'Illiria, che formano l'attuale A., ebbero una loro religione con mitologia locale, della quale si può scorgere la continuazione o trasformazione o contaminazione nel culto delle divinità greche che vediamo affermato largamente nella numismatica «greca» del paese: Apollo, Diana, Esculapio. Divinità importate sono: Ercole, di cui si vede raffigurata la clava, Giove, venutovi forse con la dominazione macedone, se pure non era indigeno (Giove Dodoneo), Demetra.La data della penetrazione cristiana non è attestata con certezza. Non è però improbabile che essa sia stata

Al Concilio di Nicea (325) troviamo già alcuni vescovi della Dardania e della Macedonia Salutare, le quali corrispondono all'attuale A. etnica orientale. Poco dopo, a Serdica (343-44) ne troviamo 5 o 6 delle province di Dardania, Epiro Nuova, Epiro Vecchia e forse della Prevalitana. Le stesse quattro province civili corrispondono alle ecclesiastiche che fanno capo alle quattro metropoli di Scupi (od. alb. Shkupi, sl. Skopje, II. Scopia), Dyrrachium (Durazzo, alb. Durrës), Nicopolis (od. Preveza) e Scodra (od. Scutari, alb. Shkodra), e durarono fino alla grande invasione barbarica che finì di metter sossopra il paese nel sec. VII. Ma già alla fine del sec. IV, oltre l'organizzazione in province, se ne andava delineando un'altra più estesa per mezzo di alcuni più elevati organi gerarchici intorno ai quali si venivano polarizzando le province
ecclesiastiche. Mentre a sud la «vicaria apostolica» venne infatti concessa dai Papi ai metropoliti di Tessalonica (od. Salonicco) e poi a quelli di Prima Giustiniana (successa a Scupi), a nord si ebbe una certa preminenza del metropolita di Salona (od. Spalato), che non mancò d'esser sentita nella Prevalitana. In questa provincia inoltre la Chiesa Romana possedeva un patrimonio terriero con un chierico amministratore, che spesso faceva ora da delegato del Papa, ora da ispettore a nome di lui. In buona parte all'influenza di tali organi si deve se, anche in periodi di sciami ed crese e nonostante i tentativi d'ingerenza costantinopolitana, rimasero sostanzialmente fedeli a Roma non solo la latinizzante Prevalitana, mai tocca né da scisma né da crese, ma anche le due province d'Epiro culturalmente precizzate. Solo al tempo dello scisma acaciano (fine sec. V - princ. sec. VI), sostenuto specialmente dall'imperatore Anastasio, nativo di Durazzo (491-518), ci fu, dopo una buona resistenza, un indebolimento in Dardania ed in Epiro Nuova. Ma già al principio del 519 i legati pontifici, inviati presso il dardano imperatore Giustino a comporre il dissidio, ricevevano al loro passaggio per l'Epiro l'obbedienza di tutti i vescovi con lo zelante appoggio del metropolita di Scodra.
L'invasione slava (sec. VII) sembrò sommergere ogni cosa. La zona sud-occidentale (Durazzo e Nicopoli) rimastane immune, ebbe d'altra parte a soffrire non poco della persecuzione iconoclastica (731-826). Inoltre, con decisione autocratica dell'imperatore Leone Isaurico (731), le province dell'Illirico vennero staccate dal Patriarcato d'Occidente e attribuite a Costantinopoli. Ciò, se non per la Prevalitana, certo ebbe il suo effetto per l'Epiro, nonostante le proteste di Roma. Intanto ai confini orientali del paese s'erano affacciati i Bulgari che, battezzatisi (ca. 864) e a lungo oscillanti fra Roma e Costantinopoli, finirono col seguire il rito bizantino in lingua slava dietro la guida di discepoli dei ss. Cirillo e Metodio, e col fondare un arcivescovato, poi patriarcato, autocefalo in Prespa e poi in Acrida (od. Ocrida, alb. Ohri), a cui annessero la maggior parte degli antichi territori suffraganci di Durazzo e Nicopoli. La riconquista dell'imperatore Basilio Bulgaroctono riportò l'A. centrale e meridionale sotto il dominio bizantino (1019), ma non tutta alla dipendenza del patriarcato di Costantinopoli, perché egli ritenne opportuno mantenere in vita, anzi in piena autocefalia col titolo d'arcivescovato il nucleo d'Acrida con le sue numerose suffragane. Intanto al nord
si andava consolidando e affinando uno stato barbarico fortemente pervaso di latinità: la Dioclia, comprendente più o meno l'antica Prevalitana. Mentre vi risorgevano le antiche sedi vescovili, se ne cresvano di nuove nelle maggiori città latine (Scutari, Dulcigno, Drivasto, Suecia) e in altre minori (come Pulati e Sarda) di lingua albanese. Posti dapprima sotto la metropolia della latinissima Ragusa, e, in qualche momento, di Spalato successa a Salona, ebbero poi, dopo lungo contrasto, Antivari (v.), dove nel 1199 fu riunito un importante concilio provinciale, che riformò numerosi abusi.
Il sec. XIII porta un reciso sopravvento orientale. Dopo un effimero dominio veneto sulle coste (1204-12), conseguenza della conquista latina di Costantinopoli, e contrassegnato dall'erezione d'un arcivescovato latino a Durazzo, dipendente dal patriarcato latino di Costantinopoli, tutto l'Epiro formò un despotato indipendente sotto la dinastia degli Angeli-Comneni (1212-59), la quale, per ragioni po-

(da Eur. Ital.)
Tale situazione si mantenne ancora nel sec. xiv quando agli Angeli-Comneni successero in varie regioni e a diverse date gli Angioini, l'Impero bizantino e quello dei Nemagna, e poi le dinastie locali nel centro e al sud, e si formò, nel nord, il principato locale dei Balsa con centro Scutari. Alla fine del secolo, di fronte alla minaccia turca, si eresse lungo la costa da Antivari a Durazzo il baluardo delle difese venete, che, nonostante la tolleranza religiosa della Serenissima, segnarono certamente un rafforzamento del latinismo. Durazzo stessa ebbe da allora un arcivescovato latino.
I decenni centrali del sec. xv sono occupati dalla lotta antiturca, capeggiata, fra gli albanesi, Scanderbeg (v.), che fu certo cristiano, ma non si sa di qual rito. Comunque, con Roma, che lo sosteneva validamente, egli era in strette relazioni non solo politiche ma anche religiose, ed è probabile che anche gli altri dinasti tenessero lo stesso atteggiamento. Il sopravvento turco (dal 1479), in un primo tempo, portò dal punto di vista religioso un'infiltrazione di colonie musulmane turche nelle città abbandonate dai Veneti e dalla popolazione locale, e di piccoli feudatari militari turchi, ma insieme il fenomeno molto più peri-
coloso della fuga dei prelati latini e degli Ordini religiosi, tranne i Francescani. Anche forti nuclei di popolazione emigrarono in Italia, compatti però quasi solo nel Regno di Napoli, dove formarono le « colonie italo-albanesi », che conservarono a lungo, e in parte fino ad oggi, il loro rito bizantino, pure accentuando sempre più la loro fedeltà alla sede romana. Scomparvero allora anche le guide della nazione, le vecchie dinastie, parte fuggite in Italia, parte passate all'islamismo e sommerse, senza lasciar considerevole traccia di sé, nel mondo musulmano. Da allora l'impossibilità di regolari relazioni con Roma, lasciò le chiese del nord in balia di se stesse e quelle del sud esposte all'influenza del patriarcato di Costantinopoli che, allora, come organo riconosciuto della comunità civile cristiana dell'impero turco, era l'unico scudo contro i soprusi dei dominatori. Tuttavia ancora per un secolo e più la popolazione si mantenne per la massima parte cristiana, e continuò ad agitarsi per ricuperare la sua indipendenza ricorrendo all'aiuto di Venezia, dell'Impero, di Spagna, ma specialmente del Papa, concordi in questo anche le popolazioni e lo stesso clero meridionali.
Lo stesso potremmo dire del sec. xvii, se la perdita delle ultime difese costiere da parte di Venezia, il rafforzamento delle infiltrazioni turche e il progressivo inselvaticirsi del clero non avessero facilitato un principio di trapasso all'islam. Contemporaneamente però notiamo un lodevole principio di ripresa da parte della gerarchia e del clero cattolico; di questa i fenomeni principali si hanno nel ristabilimento della gerarchia residente, il rifornimento del clero secolare che fu il più tangibile effetto della fondazione della S. Congregazione di Propaganda Fide coi suoi collegi greco (1577), urbano e illirico di Loreto (1627) e illirico di Fermo (1631), e l'inizio delle missioni francescane italiane (1634).
Al vertice della nuova ascesa si giunse al tempo di papa Clemente XI, Albani, che riconoscendosi oriundo albanese, si interessò molto, specialmente per mezzo del grande arcivescovo riformatore d'Antiwari Vincenzo Zmajevich, della rinascita politica e religiosa della sua patria d'origine. Si ebbe allora il « primo concilio nazionale albanese » (1703), che segnò decisamente la linea di condotta del clero nelle questioni dogmatiche, morali, canoniche e pastorali. Intanto anche nel settore « ortodosso » s'erano avute
novità. Vari ricorsi di prelati « ortodossi » d'A. alla protezione politica del Papa avevano portato anche a un avvicinamento religioso, sicché si venne prima a una specie di unione, poi, non essendo questa ben riuscita, alla creazione di sedi arcivescovili per i latini in Ocrida e Scopia. Una missione di rito orientale lavorò a lungo nella Himara (1628-...?).
Nel sec. XVIII continua il lavoro di ripresa. L'autonomia armata delle tribù montanare ormai assicurata e la fioritura di grosse e ricche comunità mercantili cristiane nella città sembravano doverne garantire il risultato. Invece, mentre si assodavano e svilupparono le cause che avrebbero portato più tardi al ristagno delle defezioni, queste continuarono, anzi s'intensificarono lungo quel secolo per effetto ritardato di vecchie e nuove cause. Il clero era tuttavia scarso per poter contrastare all'indifferenza religiosa portata dai troppi contatti civili con l'ambiente musulmano, per cui anche futili motivi bastavano per decidere individui, famiglie, villaggi alla defezione. L'impero turco apriva sempre più largamente l'adito a spettacolose carriere civili e militari per gli Albanesi purché musulmani. Allo sporadico fanatismo dei governatori turchi s'aggiungeva quello apostatico di certe forti famiglie locali divenute feudatarie ereditariamente. Non è tuttavia da credere si trattasse subito d'un passaggio puro e semplice all'islamismo; spesso si trattava dell'assunzione d'un nome personale turco da usarsi nei rapporti con l'ambiente dominante; spesso d'una famiglia si circoncideva magari un membro solo per ottenere diritti ed esenzioni. In vaste zone nord-orientali e centrali si ebbe il fenomeno del criptocristianesimo, durato poi fino ai giorni nostri; anche di coloro che abbracciarono l'islam, molti ne preferirono le sette più eterodosse e meno lontane dal cristianesimo, come quella dei bektashi.
Il sec. XIX è contraddistinto dal rallentare della persecuzione per effetto specialmente della protezione ufficiale del cattolicesimo in A. che l'Austria si assume come erede di Venezia ed esercitò anche con l'erogazione di sussidi al clero e alle opere cattoliche, e della migliore cultura del clero e del laicato. Già dal sec. XVII c'erano stati vari tentativi per l'erezione di seminari sul posto; ma solo nel 1856 si giunse alla fondazione in Scutari d'un Collegio pontificio nazionale affidato ai Gesuiti, che da allora forni tutto il clero secolare e le stesse sedi vescovili. Contemporaneamente i Francescani cominciavano ad aprire scuole elementari, e nel 1877 i Gesuiti aprirono in Scutari la prima scuola media; nel 1870 essi avevano aperta anche una tipografia. Alla fine del secolo, mentre i Francescani rinsanguavano le parrocchie loro affidate con ottimi elementi, anche indigeni, i Gesuiti cominciarono la «missione volante» per le missioni popolari, specialmente nelle montagne, che riuscì a diffondere ovunque l'istruzione e il fervore della vita religiosa. Non di pari passo procedette la parte «ortodossa»; ormai rimasta pienamente in potere del patriarcato di Costantinopoli, che del resto per nulla se ne curava, essa vide scomparire quel clero dotto che nel sec. XVIII aveva fatto fiorire la scuola e la tipografia di Moscopoli. Appoggiatasi in un primo tempo al fraterno aiuto della risorta Grecia, se ne dovette alfine staccare con rammarico per effetto dello sciovinismo che tutto voleva ellenizzare. Così il Sud, mentre civilmente e culturalmente progrediva, religiosamente rimaneva incolto.
Nel sec. XX l'indipendenza nazionale (1912) ebbe per effetto la cessazione quasi assoluta delle apostasie; però durante il regime di re Zog la legge sulle «comunità» religiose portò un grave colpo alle antiche immunità ecclesiastiche, e i cattolici rimasero esclusi dalle assegnazioni del fondo culto e quindi costretti sempre a contare sul sussidio che l'Italia continuava ad erogare, come prima l'Austria. Inoltre la soppressione delle scuole private (1933) privò la comunità cattolica di fiorenti istituti e provocò una pericolosa propaganda di comunismo ateo, non potuta poi frenare dal governo nemmeno con una limitata restituzione degli istituti soppressi. Durante il regime della «unione» con l'Italia, la parte cattolica, senza godere una condizione di privilegio, ebbe parità di diritti con le altre comunità. Di fronte a un sentito movimento «ortodosso» di ritorno «alla religione di Scanderbeg», fu studiato il pro-
blema dell'unione, ma l'erezione di piccole missioni disperse qua e là sembrò deludere l'aspettazione degli «ortodossi» che vi videro piuttosto uno sgretolamento che non la salvezza del proprio blocco da essi sperata.
Attualmente per la parte cattolica vi è in A. un delegato apostolico (dal 1921, ma non mai accreditato presso il governo locale), un'arcidiocesi a Scutari con suffragance Alessio, Pulati e Sappa, un'arcidiocesi senza suffragance a Durazzo, e una abbazia nullus con titolare insignito di grado vescovile e immediatamente dipendente dalla S. Sede a S. Alessandro dei Mirditi (Orosh). L'antica arcidiocesi d'Antiwari, rimasta prima al Montenegro, poi alla Jugoslavia, benché composta di parrocchie quasi esclusivamente albanesi, perdette le sue suffragance che passarono a Scutari rimessa nel suo antico grado (1867). Scopia, rimasta pure alla Jugoslavia con le sue parrocchie in gran parte albanesi, è ora ridotta al grado vescovile. La comunità «ortodossa» dopo lunga lotta per la propria autocefalia, che risale al 1912 e fu accompagnata da scomuniche patriarcali, l'ebbe finalmente riconosciuta con tomo patriarcale del 1937; essa ha per lingua liturgica anche l'albanese e conta, oltre la metropolia di Durazzo-Tirana, le eparchie di Corizza (Korça), Berati e Argiocastro. L'A. cattolica è divisa in due parti da una linea ideale che passa a sud di Tirana; al nord è sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda, mentre a sud forma un'eparchia di competenza della S. Congregazione Orientale. La comunità musulmana, almeno dall'abolizione del califato, forma un gruppo nazionale autonomo, con un capo-mufti e vari mufti nei capoluoghi di provincia, una medrese (seminario) generale in Tirana e vari studenti anche nelle Università islamiche di El-Azar al Cairo e di Lahore in India.
Il periodo d'autonomia statale albanese ha privato la comunità cattolica della posizione in qualche modo di privilegio, che essa godeva in ultimo sotto il dominio turco, in regime di concessione e sotto la protezione austriaca, ed ha tolto alla gerarchia ecclesiastica vari privilegi canonici (foro ecclesiastico, libertà d'insegnamento, ecc.); pur tuttavia, per i meriti acquisiti nella lunga lotta per la liberazione nazionale e per la sua maggiore elevatezza culturale, la parte cattolica ha potuto godere d'un prestigio assolutamente eccezionale di fronte alle altre religioni numericamente predominanti. D'altra parte la progressiva diffusione della cultura aveva fatto scomparire nella popolazione cattolica e specialmente nelle classi dirigenti gran parte degli antichi pregiudizi nei riguardi del cattolicesimo e del Papato, sicché era lecito sperare non lontano un notevole progresso della causa cattolica. Invece il regime instauratosi al principio del 1945 sotto il nome di Repubblica Albanese ad indirizzo sempre più marxista-bolcevico e tirannico ha portato a una vera e propria persecuzione contro l'idea religiosa, da cui ha avuto materialmente a soffrire ogni comunità religiosa, e in modo particolare quella cattolica, per l'altissima percentuale di vittime specialmente fra il clero e per la completa distruzione di tutte le sue organizzazioni, compresi i seminari.
6. STORIA CULTURALE
La nazione albanese, linguisticamente e culturalmente erede della stirpe traco-illirica, non ha dato segni evidenti d'una sua vita culturale autonoma fino al sec. XVI, accontentandosi d'inquadrarsi nella cultura degli imperi che dominarono la regione. Ma da allora la necessità di mantenere viva la cultura religiosa in un popolo isolato dal resto della cultura europea per il fatto della conquista turca, spinse il clero cattolico latino alla pubblicazione di traduzioni di testi liturgici e di catechismi in lingua albanese (G. Buzuku, Messale, 1555; Pietro Budi, n. nel 1566, m. nel 1623, opere varie; que-
(da Enc. Ital.)
più alta importanza per la cultura nazionale e coltivato quasi esclusivamente dal clero cattolico è anche quello delle originalissime consuetudini giuridiche (Kanûn) che, pure essendosi conservate per secoli solo oralmente, manifestano un vigoroso senso giuridico nazionale nella loro organicità e logicità; si distinse in questo campo specialmente il p. Stefano Gjeçov O. M. (1874-1929); con lui l'italiano mons. Ernesto Cozzi (m. nel 1925), e poi numerosi viventi. Scarsa invece è rimasta la produzione originale filosofica e scientifica limitata finora alle pubblicazioni periodiche, fra le quali si distinsero Hylli i Dritës dei Francescani, Leha dei Gesuiti, Albania di F. Konitsa.
7. IL RITO GRECO-ALBANESE
Così chiamato, perché in A. i dissidenti hanno usato i libri greci fino alla concessione dell'autocefalia (12 apr. 1937). Da quel tempo s'introduisse sempre più la lingua liturgica albanese; ma già prima, questa era in uso presso gli albanesi di Romania e di America. Si conoscono i seguenti libri:1) Servizio della settimana santa (1908); 2) Libro dei servizi sacri: è un piccolo Aghiamatarion, con la sola liturgia di n. Giovanni Crisostomo (1909); 3) Libro delle Grandi Feste (1911); 4) Piccolo Triodion (1913); 5) Piccolo Pentecostarion (1914); 6) Libro di preghiere: canti presi dall'Octoechos e dalla Paraclis (1914). Questi libri furono tradotti dal greco per opera di Fan Noli e pubblicati a Boston. Inoltre: 7) Libro dei servi sacri (ristampa, Coritza 1930); 8) Evangelario (Tirana 1930); 9) Apostolos, epistolario (Tirana 1931). Alfonso Raes