ALBERONI, GIULIO

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ALBERONI, Giulio. - Cardinale e statista, n. a Piacenza il 31 (?) maggio 1664, m. ivi il 27 giugno 1752. Ventenne entrò nelle grazie di mons. Giorgio Barni, vicelegato pontificio a Ravenna e in seguito (1688) vescovo di Piacenza, e divenne sacerdote ed educatore del nipote di questi, Giovanni Battista, più tardi cardinale. Fu caro al maresciallo Vendôme, comandante francese in Italia durante la guerra di successione di Spagna, morto il quale gli riuscì di farsi benvolere da Filippo V, assumendo con grande vantaggio per il suo signore la rappresentanza di Parma a Madrid. In tale ufficio condusse in porto nel 1714 le trattative per il matrimonio del re, vedovo di Maria Luisa di Savoia, con Elisabetta Farnese, nipote di Francesco. Diplomatico consumato e pronto, amante della patria di origine ed attaccatissimo ai Farnese, nemico acerrimo dell'Austria e dell'Impero, gli fu facile salire all'apogeo con l'astro della nuova regina (che sempre più incontrastata dominava il debole ed incerto monarca), fino a divenire primo ministro del regno in sostituzione del card. Francesco del Giudice (1716).

Soltanto allora manifestò chiaramente i suoi vasti e ben congegnati piani, che sostanzialmente consistevano nel soddisfare appieno le brame di Filippo, desideroso di ricostruire il predominio spagnolo in Italia e di salvaguardare, insieme, i diritti di successione al trono di Francia, e nel venire incontro alle ambizioni di Elisabetta, smaniosa di render possibili ai propri figli le successioni dei Farnese di Parma e dei Medici. Ciò, in pratica, significava procedere di forza contro la potenza continentale della Francia e quella peninsulare di Carlo VI d'Austria, liberando l'Italia ed i suoi principi dal dominio francese e imperiale con l'affermazione rapida e audace di un preponderante ritorno d'influenza iberica; combattere, cioè, tutte insieme e senza quariere le massime potenze, Francia, Austria e, specialmente, Inghilterra, garante inflessibile di quel trattato di Utrecht, che aveva definitivamente sancito, con lo smembramento della costellazione spagnola, il tramonto della sua preponderanza anche nel Mediterraneo. Rimossi e repressi gli abusi di ogni genere, riformati gli organi di controllo e di governo, rinsanguato l'eraio con opportune provvidenze tributarie, spesso anche avvalendosi dell'illuminata e devota collaborazione di italiani, ravvivò l'agricoltura, diede nuova vita ai traffici ed alle correnti di produzione e di scambio, fece risorgere la marina mercantile e quella da guerra, gettò le fondamenta di un esercito solido e ben fornito di artiglierie.

Quest'opera di riforma fu interrotta dai deliberati ed imprudenti maneggi antiaustriaci del duca di Parma, che condussero gli incauti sovrani di Spagna ad imporre all'A. di aprire anzitempo la lotta. Così, le squadre che l'A., d'accordo con Clemente XI, aveva adunate per un'azione contro i Turchi, passarono, invece, ad assalire gli austriaci in Sardegna, la quale venne ben presto riconquistata (1717), e, sempre per oblique spinte del Farnese, un'altra spedizione sbar

cava in Sicilia (1718), mentre si costituiva una minaccia quasi quadruplice alleanza, in cui, a fianco dell'Impero, scendevano Francia, Inghilterra ed Olanda. Falliti gli intrighi volti a gettare Carlo XII di Svezia e la Russia contro la Gran Bretagna, a rovesciare il duca di Orleans con la famosa congiura del principe Antonio di Cellamare, e a far pervenire in Inghilterra da Cadice l'esule Giacomo Stuart, la potenza marittima degli Inglesi ebbe presto ragione della flotta spagnola nelle acque siciliane; l'isola fu facile preda degli imperiali, ed i Francesi attaccarono con successo, oltre i Pirenei, in Navarra (1719). Era la catastrofe: gli alleati, desiderosi solo del mantenimento delle frontiere antecedenti e edotti dall'esperienza, imposero a Filippo V l'allontanamento dell'avventuroso e sfortunato ministro, che egli stesso, nel luglio 1717, aveva concorso a far divenire cardinale del titolo di S. Crisogono.

Alla immeritata disgrazia dell'A. concorso non poco il Farnese, da amico mutatosi in nemico, perché molto temeva non affiorassero le sue indiscutibili responsabilità nello scoppio del conflitto, e di conseguenza rilucresse chiara l'assoluta e completa innocenza del cardinale. Questi, poi, cacciato di Spagna il 5 dic. 1710, rincorso da agenti che avevano ordine di ucciderlo, sorpreso e perquisito, poté a stento salvarsi e salvare le prove documentarie a lui favorevoli presso la repubblica di Genova, la quale, pur non cedendo alle violente insistenze di Filippo V e del Pontefice, che ne chiedevano immediatamente la consegna, si vide, tuttavia, costretta ad ingiungergli di uscire dal suo territorio, anche perché il re romano per le relazioni diplomatiche e il Papa si accingeva a privarlo della porpora. Ma, nonostante accanite ricerche d'ogni genere, ai primi del 1720 l'A. riusciva a rendersi irreperibile, celandosi per mesi fra le montagne dell'Appennino. Clemente XI, frattanto, affidava ad una congregazione di quindici cardinali l'arduo incarico di giudicarlo, e commissioni inquirenti si dettero, con zelo degno di miglior causa, a raccogliere i dati necessari per una procedura per alto tradimento in Spagna, a Parma ed a Roma. Le accuse non solo incidevano sulla vita privata e sacerdotale dell'uomo, ma vertevano, anche, sul preteso inganno fatto al Papa col mancare alla promessa del soccorso della flotta spagnola nella guerra di Levante, sulla rottura delle relazioni della monarchia con Roma per essere stato all'A. rifiuto il seggio arcivescovile di Siviglia, sull'intercettazione dei brevi pontifici ai vescovi di Spagna per la crociata e per altro, sull'uso illecito del sigillo regio durante una mattina del sovrano, nonché su supposto malversazioni e su irrilevanti rilievi nei riguardi del Pontefice e di alcuni cardinali. Ma la infondatezza di molti elementi, i vari ostacoli frapposti all'assodamento di altri, spinsero le cose tanto a lungo, che i voluminosi incartamenti giunsero a Roma solo quando il Papa era ormai in fin di vita (marzo 1719).

Chiamato, come di diritto, al Conclave, senza esitazione vi compare, movendo da Bologna verso Roma nell'aprile. Chiesta ed ottenuta da Innocenzo XIII la prosecuzione della causa, l'A. se ne stette sereno in Roma, comparendo un palazzo ed una vigna fuori Porta Pia, mentre la congregazione non assodando che cose affatto secondarie, come la percezione delle rendite della mensa di Siviglia, e dichiarando insospettate per le questioni di Spagna, la condannava a quattro anni di reclusione. A questo punto, tuttavia, Innocenzo XIII, intervenuto personalmente nell'affare, dichiarava l'A. in concistoro commentante assolto e mondo da ogni infamia; gli rimetteva, inoltre, un breve di condono della pena e delle incorse censure, e, l'anno dopo, gli imponeva finalmente, il cappello cardinalizio.

Voltosi a vita privata e dedicatosi all'agricoltura nella tenuta di Castelromano, fu da Benedetto XIII consacrato vescovo di Malaga nel 1725 e si ratificò con Filippo V, sino a poter godere d'una pensione sulla mensa, pur avendo fatto rinunzia a quella sede. Né gli affari di curia gli restavano estranei, e, nel 1732, investito della commenda dell'ospedale piacentino di S. Lazzaro, giovava alla patria sopprimendo il vecchio e fatiscente lazzaretto, ed iniziando dalle fondamenta la costruzione del celebre collegio ecclesiastico cui fu legato il suo nome, con l'intento di ospitarvi e mantenervi sessanta giovani della borghesia di Piacenza aspiranti al sacerdozio. L'istituzione, turbata sul nascere da vicende di guerra, venne per suo impulso e con il suo personale intervento condotta a termine nel 1751 e affidata ai Lazzaristi.

A partire dal 1735 l'A., malgrado il peso dell'età, forzatamente si arrese al volere di Clemente XII che lo chiamava a reggere la legazione di Ravenna. Ivi imprendeva monumentali lavori edilizi ed idraulici, tra cui la regolamentazione del corso del Montone. Nel 1739, con un gesto il cui valore politico fu più tardi intenzionalmente esagerato, specie in rapporto alle sue vere responsabilità, occupò il territorio della libera e pacifica repubblica di San Marino, per favorirvi correnti di unione agli Stati pontifici, che presto e non senza polemiche lo stesso Pontefice sconfessava. Trasferito, per un triennio, dalla cordiale amicizia di Benedetto XIV, alla legazione di Bologna, si ritirava infine a Piacenza, trascorrendovi ancora dieci anni in lavori letterari ed opere di bene. Morendo lasciava ogni suo avere al collegio nella cui chiesa fu sepolto.

BML: I fondi più importanti e più ricchi per lo studio dell'opera dell'A., sono quelli giacenti presso gli archivi del Collegio A. in Piacenza, di Stato a Napoli e degli Affari esteri a Parigi; né il lavoro di revisione critica ha potuto trascurare l'Archivio segreto vaticano, gli Archivi generali spagnoli di Simancas e di Alcalá, gli Archivi di Stato di Firenze, Torino, Venezia, ecc., mentre il più recente ed acuto storico alberoniano, Pietro Castagnoli, non manca di richiamare l'attenzione dei ricercatori sugli insenatori fondi austriaci, germanici e svedesi. Due raccolte, in parte documentarie, edito proprio negli anni più fervidi e più salienti dell'esistenza dell'A., abbiamo rispettivamente nella ancima Istoria del Cardinale A., dal giorno della sua nascita fino ai principi del 1719, Amsterdam 1720, e in J. R., La Storia del card. A., dalla sua nascita fino al principio dell'anno 1719, 2 voll., L'Aia 1719-21.

L'odierna sicura ed obiettiva messa a foco della tanto discussa personalità ecclesiastica e politica dell'A., si deve quasi esclusivamente ai seguenti autori: S. Bersani, La Storia del card. G. A., Piacenza 1861; id., Osservazioni critiche sul profilo del card. G. A. delineato da Giuseppe Torelli e da altri autori, Piacenza 1862; E. Bourgeois, A. Madame des Ursins et la Reine Elisabeth Farnèse d'après des documents inédits, Parigi 1861; id., Lettres intimes de J. M. A. adressées au comte Rocca de Parme et publiées d'après le manuscrit du Collège de S. Lazzaro A., Parigi 1862; id., La jeunesse d'A. A. et Vendôme, in Annales des Sciences Politiques, 15 (1900), pp. 145-82, 341-69; id., Le secret des Farnèse, Philippe V et la politique d'A., Parigi 1903; P. Castagnoli, Il card. G. A., 3 voll., Piacenza-Roma 1929. - Pseudo storico e romanzesco è, invece, il volume di G. Bianchi, G. A. e il suo secolo, Piacenza 1901; notevoli, in genere, sebbene qua e là non del tutto attendibili nei giudizi, gli studi di A. Professione, che abbracciano i lunghi anni fra l'iniziazione diplomatico-militare ed il ministero in Spagna. Si consultano ancora: V. Papa, L'A. e la sua dipartita dalla Spagna, Torino 1877; R. Quazza, La cattura del card. G. A. e la repubblica di Genova, Genova 1913. Intorno al clamoroso processo, l'esauriente indagine condotta sui documenti vaticani da A. Arata, Il processo del card. A., Piacenza 1923. E finalmente, a proposito della controversia sanmarinese, C. Malagola, Il card. A. e la repubblica di San Marino, Bologna 1886. Paolo Dalla Torre.