ALDELMO (Aldhelmus o Althelmus; anglosas. Ealdhelm [= antico elmo]), santo. — Di famiglia reale sassone, n. nel Wessex verso il 640, forse nel 639, m. il 25 maggio 709. Ebbe primo istitutore il monaco irlandese Maidulfo (ir. Maeldub), fondatore del monastère che da lui prese il nome di Malmesbury (in Beda: Maidulfu urbs). Ca. l'anno 668, già religioso, si recò alla scuola di Canterbury, ove ebbe maestri l'ar- civescovo Teodoro di Tarso e l'abate Adriano (sui quali cf. Beda, Hist. Eccl., IV, 1-2), che assai influirono sulla sua formazione: A. chiama Adriano maestro della sua «rude infanzia» (Ep. ad. Hadr.). Alla morte di Maidulfo (675), il vescovo Leuterio lo volle abate del monastero, che in trent'anni di governo portò a grande splendore. Sotto il pontificato di Sergio I (687-701) intraprese un viaggio a Roma e tornò in patria con l'insigne «privilegium» di esenzione del suo cenobio, posto alle dirette dipendenze della S. Sede. Divisa in due la vasta diocesi di Winchester, unica allora per i Sassoni occidentali, fu eletto, nel 705, vescovo della nuova diocesi di Sherborne, pur rimanendo, per vo-lontà dei monaci, superiore del monastero. Morì, durante una visita pastorale, nel villaggio di Dulting (Somersetshire), e fu sepolto a Malmesbury.
La sua vita fu azione, studio, preghiera. Diceva: «Quando io leggo, è Dio che parla a me; quando io prego, son io che parlo a Dio» (cf. Gulg. di Malm., V, 3 init.: PL 179, 1633). Nelle controversie disci-plinari con i Brettoni (Celti) fu vindice della causa romana e apostolo di pace. Nel 1080 PAVIA (v.), morto arcivescovo di Canterbury e primate d'Inghilterra, ne prescrisse il culto in tutta l'isola (festa al 25 maggio).
Ha lasciato scritti vari: 1. De (Septenario et de) Metris et Emignatibus ac pedum regulis, in 141 capi, importante per i molti testi allegati (vi primeggia Virgilio) e la pre-fazione agli Enigmi con l'acrostico «Aldhelmus cecinit milensis versibus odas», utile per l'esatta grafia del nome. 2. De Virginitate, in prosa e in versi, ad imitazione di Sedulio, come nota Beda, giudicandolo un lavoro «esimio»: il trattato in prosa, dedicato a Hildeilda, badessa di Barking (per la quale cf. Beda, Hist. Eccl., IV, 10), celebra, in 70 capp., i privilegi della verginità, illustrandoli con esempi di tutti i tempi (s. Gregorio M. vi è detto «pedagogus noster»: «Prosp. 42 e 55); si conclude con un saluto alle religiose, «flores Ecclesiae, Christi margaritae, paradisi gemmae»; il Carmen si compone di 2904 esametri, di cui i primi 38 costituiscono la prefazione, acrosticamente circoscritta nel verso iniziale «Metrica tirones nunc promant carmina castos». 3. Carmina ecclesiastica, con cui celebra i patroni delle varie chiese, specie la Vergine e i 12 Apostoli.
Rimangono alcune Chartae Aldhelmianae o diplomi, fra cui il famoso «privilegium» di papa Sergio. Preziosa fonte storica è il breve Epistolario (10 lettere sue e 3 a lui dirette), che ci informa sulla «ratio studiorum» della celebre scuola di Canterbury, ove si insegnava anche di- ritto romano e canto (gregoriano; Ep. 1); sulle scuole d'Irlanda (Epp. 3 e 5), sulle sue relazioni con il monastero celtico di Péronne (Francia); la lettera al discepolo Ethel-wald è un programma di ascetica cristiana (preghiera, mor-tificazione, studio); scrisse quella al re gallese Geraint, del 680, intorno all'unità romana (circa la tonsura e la Pasqua) per incarico dei vescovi adunati in concilio.
A. cita la S. Scrittura tanto secondo la Volgata quanto secondo l'Italia. Rivela un certo sentimento nazionale. La sua importanza sta nel fatto ch'egli ha avuto una doppia educazione, celtica e romana, ed è stato il primo abate di Malmesbury, il primo vescovo di Sherborne, il primo anglosassone che abbia coltivato felicemente la poesia latina (cf. Gulg. di Malm., V, 1: PL 179, 1621) e il primo della sua gente (da poco convertita al cristianesimo) di cui ci siano per- venuti con sicurezza gli scritti. Ha uno stile piuttosto rude, con gusti talora bizzarri, ma i suoi versi sono molto espressivi. Qualcuno l'ha giudicato un primi-tivo, un «barbaro letterato»; il medioevo però l'ha tenuto in grande onore: Beda lo dice «vir undecumque dotissimus... sermone nitidus... eruditione mirandus»; s. Bonifacio e Lullo, apostoli della Germania, ne ama- vano assai gli scritti; Alfredo il Grande ne raccolse i cantici popolari in lingua volgare, ora perduti, procla-mandolo «principe della poesia anglosassone» (cf. Gulg. di Malm., V, 1: PL 179, 1621). Le sue opere, i cui numerosi codici sono dispersi in tutta Europa, ebbero commentatori. A. quindi ha un posto distinto nella storia della cultura.
Fonti: Anzitutto gli scritti del santo; poi Beda, contempo- rae, Hist. eccl., V, 18: PL 95, 260 sq. (= C. Plummer, II, Oxford 1896, pp. 308-313); Faricius di Arezzo, monaco a Mal- mesbury, poi abate di Abingdon (m. nel 1117), Vita s. Aldhelm: PL 80, 63-84; Guglielmo di Malmesbury (m. nel 1143), De Gestis Pontificum Anglorum, tutto il 1: PL 179, 1610-80.
Studi: J. Mabillon, Acta SS. O. S. Bened., III, 1, Parigi 1672, pp. 222-27; G. F. Browne, S. Aldhelm, his Life and Times, Londra 1903; W. B. Wildman, Life of s. Ealdhelm, Londra 1905; T. Cogliani, «De Septenario» di Aldhelm, Cagliari 1907; M. Ma-nius, Gesch. der lat. liter. des Mittelalt., I, Monaco 1911, pp. 134-42; A. Manser, Le témoignage d'Aldhelm de Sherborne sur une particularité du Canon Grégorien de la Messe Romaine, in Rev. Bened., 28 (1911), pp. 90-95; D. Mazzoni, Aldhelmiana..., in Riv. stor. Benedettina, 10 (1915), pp. 93-114, 245-50, 402-47; G. Prampolini, Storia Universale della Letteratura, II, Torino 1934, pp. 221-23; infine l'indice dei toni III (p. 506) e IV.