ALESSANDRO II, zar di RUSSIA. - N. a Mosca il 17/29 apr. 1818, m. a Pietroburgo il 1/13 marzo 1881. A. iniziò il suo regno nel 1855 ponendo fine alla guerra di Crimea con la Francia e l'Inghilterra e dedicandosi alla attuazione di riforme, tra cui spicca l'emancipazione dei servi della gleba (1861). Scoppiata nel 1863 la rivoluzione in Polonia e diffondendosi nella stessa Russia le correnti radicali (il primo attentato alla vita di A. è del 1866) l'imperatore si irrigidì tanto nella politica estera quanto in quella interna. La questione polacca peggiorò le relazioni con la Francia, rafforzando invece quelle con
la Prussia, e la volontà di conservare lo statu quo condusse all'Alleanza dei tre imperatori (A. II, Francesco Giuseppe, Guglielmo I) nel 1873. Contemporaneamente la Russia si espandeva in Asia centrale ed orientale. Nel 1877 la questione balcanica determinò A. a muovere guerra alla Turchia e la pace di S. Stefano dell'anno successivo poneva l'Europa sud-orientale sotto l'influenza russa. Intervenute le grandi potenze al Congresso di Berlino (giugno-luglio 1878), A. fu costretto a rinunciare ai vantaggi acquisiti a S. Stefano. La situazione interna intanto presentava un crescendo di atti terroristici finché lo stesso zar rimase vittima di una bomba lanciata contro la sua vettura, dinanzi al palazzo d'Inverno.
Per ciò che si riferisce alla politica ecclesiastica, le relazioni tra A. e la S. Sede furono improntate, durante i primi anni di regno, a correttezza, se non a cordialità. Venendo incontro al desiderio di Pio IX di vedere attuato il Concordato del 1847 negli articoli non ancora adempiuti, lo zar dava assicurazioni di provvedere. La questione polacca diede però poi luogo ad attriti violentissimi: le persecuzioni dei cattolici, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, la soppressione di diocesi determinarono vive proteste da parte del Papa. Scrivendo ad A. la nota lettera del 22 apr. 1863, Pio IX declinava qualsiasi responsabilità nella rivolta polacca, ed osservava che se le cose erano a tal punto lo si doveva alla politica anticattolica svolta in Polonia. D'altra parte l'atteggiamento dei rivoluzionari che identificavano la loro lotta dell'indipendenza con la difesa del cattolicesimo contribuì ad alterare la vera sostanza delle divergenze tra la S. Sede e lo zar, al punto che il Meyendorff, rappresentante russo a Roma, arrivò a dichiarare al Papa che il cattolicesimo equivaleva alla rivoluzione. Il risultato di questa

(fot. Enc. Catt.)