ALESSANDRO MAGNO, III di MACEDONIA. - N. nel 356 a. C. da Filippo II di Macedonia. Successe sul trono al padre assassinato (336) e, sottomessi i popoli circonvicini, tra i quali i Greci (335), mosse contro i Persiani. Le vittorie del Granico (Troade, 334) e di Isso (Cilicia, 333), dove si scontrò col re di Persia Dario III Codomano (336-30), gli aprirono le porte dell'Oriente. Occupate Tiro e Gaza (332), passò in Egitto (inverno 332-31), ove fu accolto come liberatore, e salutato dio al santuario dell'oasi di Ammone; ALESSANDRO (v.), che divenne poi il centro della cultura ellenistica. Si diresse quindi in Oriente, dove al di là del Tigri, tra Arbela e Gaugamela, batté definitivamente Dario (331). Infine si spinse in India, fino all'Ifasi (327-26), ma dovette ritornare indietro per l'esaurimento dell'esercito. Sorpreso da violenta febbre a Babilonia, vi morì il 13 giugno
323. Effetto delle conquiste di A. fu la diffusione della lingua e civiltà ellenica nel mondo orientale. Tutta l'Asia anteriore si ellenizzò, e fin sull'Eufrate sorsero città greche. Al trionfo dell'ellenismo il giudaismo resisté al centro, pur essendo la Giudea circondata da focolai ellenistici (Egitto, Decapoli, Galilea, Fenicia); Diaspora (v.) si moltiplicarono e divennero ellenisti.
Il I Mach. racconta che A., vicino a morire, « divise tra i generali il suo regno » (1,6 [gr. 7]). I critici indipendenti considerano questo dato come leggendario (così G. Luzzi, La Bibbia, X, Firenze, 1930, p. 34), perché « in contraddizione » con la storia. Ma I Mach., scritto nel 120-110 a. C., è il documento più antico che possediamo sulla morte di A. Gli altri documenti, poi, oltre ad essere più recenti, narrano cose, se non contraddittorie, almeno disparate, come già notava Arriano (fine del sec. II d. C.; Amb. Alex., VII, 27). Difatti, Diodoro Siculo (2ª metà sec. I a. C.; Bibliotheca historica, XVII, 117). Q. Curzio Rufo (1ª metà sec. II d. C.; Hist. Alex., X, 5) e Giuniano Giustino (200 d. C.; Trogi Pomp. histor. philipp. epitome, XII, 15) raccontano che A., non potendo più parlare, avrebbe consegnato l'anello a Perdicca, designandolo così come reggente (durante la minorità del figlio nascituro); ma i medesimi Curzio e Giustino, ai quali si unisce Arriano (ibid., VII, 27), dicono pure che A., interrogato a chi volesse lasciare il suo regno, avrebbe risposto: « Al più degno ». Inoltre, Plutarco (sec. II d. C.; Vitae. Alex., 76) – concordando, sembra, con I Mach. – narra che A. avrebbe conferito con i suoi generali per stabilire dei governatori nelle varie province occupate; mentre Q. Curzio amentesce la voce che A. avrebbe distribuito le varie province, aggiunge però « per testamento ». Contro tale groviglio di notizie sta il fatto che, dopo la morte di A., la reggenza non fu data a Perdicca, come si riteneva, ma a Cratero, come pensano i moderni (F. Geyer, s. V. Perdikhas, in Pauly-Wissowa, Realencycl. der klass. Altertumsswiss., XIX, col. 608; id., s. V. Krateros, ibid., suppl., IV, col. 1042). D'altra parte il I Mach. non dice che A. abbia costituito dei re; viceversa, alludendo al fatto del 306-305, rileva come i governatori assunsero da sé la corona reale (v. 10 [gr. 9]). Quindi, quel « dividere il regno » significa solo, come precisa Plutarco, che A. assegnò dei governatori alle singole province. A questa pluralità di governatori, poi, che difatti poco più tardi troviamo in atto, non si oppone l'unità d'un reggente-capo, designato, in ipotesi, da A. con la parola o col gesto, nella persona di Perdicca o di Cratero o di un altro.
È verosimile che A., mancando un erede, pensasse al governo del suo vasto impero, anche nei possibili particolari. E mentre gli altri storici si sono preoccupati solo dell'indirizzo generale nella designazione di un capo di tutto l'impero, il I Mach., introducendosi alla dolorosa storia seleucida, ha voluto risalire alla sua prima origine: l'assegnazione delle province ai vari governatori, che poi, incoronatisi re, « causarono guai sulla terra » (v. 10 [gr. 9]).
Più volte Dan. nelle sue simboliche visioni accenna al regno di A. e alla quadripartizione del 301: 2, 32 sg. 39 sg. (rame, ferro); 7, 6, 17 (leopardo con quattro teste); 8, 5-8, 21 sg. (capro con quattro corna); 11, 3-4 (re potente, il cui regno è diviso ai quattro venti).
Flavio Giuseppe racconta che, dopo l'occupazione di Gaza, A. salì a Gerusalemme, dove – ricevuto solennemente dal pontefice Iaddo (Ieddoa [Neh. 12, 11 sg.]), che gli avrebbe mostrate le profezie di Daniele relative alle vittorie del re macedone sul persiano – avrebbe offerto un sacrificio nel Tempio (Ant. Iud., XI, 8, 4-5). Gli studiosi riconoscono in tale tradizione un sostrato storico, ma non convengono nel determinarlo.
Gaetano M. Perrella