ALFA e OMEGA (A-1). - Formola allegorica dell'Apocalisse (1, 8; 21, 6; 22, 13), che accosta la prima e l'ultima lettera (il principio e il termine) dell'alfabeto (grcco) come titolo divino: «Io sono l'alfa e l'omega», dice il Signore, il quale interpreta subito «Colui che è e era e viene, l'Onnipotente (δ παντο-κράτωρ)» (1, 8), «il principio e il termine» (21, 6), «il primo e l'ultimo, il principio e il termine» (22, 13). L'arcano titolo, che indica la totalità nell'essere e nella durata, si riferisce esplicitamente nei due ultimi passi (21, 6 e 22, 13) a Gesù Cristo, al quale è costantemente attribuito nella letteratura patristica e nell'uso cristiano; nel primo passo (1,8) designa Dio nella sua eterna infinità, ma con allusione a Gesù (cf. 1, 13. 17-18; 2, 8).
Nel senso di primo-ultimo (cf. Eccli. 24, 38), gli crebi posteriori usavano *alef-tau*, prima e ultima lettera dell'alfabeto (ebraico), per indicare la totalità. Nel *falqut Rêubenî* (sec. XIII): «Adamo trasgredi l'intera Legge dall'alfabeto (cf. 17, 4); Abramo osservò la Legge dall'alfabeto (cf. 48, 4); quando Dio benedice Israele lo fa dall'alfabeto (cf. 48, 4); quando Dio benedice Israele lo fa dall'alfabeto (f. 48, 4)» (in J. C. Schoettgen, *Horae hebraicae et talm.*, in *Apoc. I*, 8). Rabbi Chania e Reš Lakis (sec. III) dàmo rèn «verità» (aleftau oltre mem=il punto di mezzo) come «sigillo di Dio». La Šekinah («Presenza»), cioè Dio, era dai cabbalisti designata *alef-tau* (J. Buxtorf, *Lexicon chaldaicum talmud. et rabbinicum*, p. 1). Ma a torto R. H. Charles afferma che l'«A e Ω» dell'*Apoc.* riproduce tale espressione ebraica. B. Allo gli assegna invece un'origine ellenistica, derivandolo da formole pagane («mistica delle lettere») diffuse in Asia Minore, cui s. Giovanni avrebbe dato senso cristiano.
L'uso metaforico delle due estreme lettere dell'alfabeto era noto agli scrittori profani: «A» significava preminenza, «il primo» (cf. il contemporaneo Marziale, *Epigramm.*, II, 57; V, 26), «A-Ω» la totalità, «dal primo all'ultimo» (cf. Teodoreto, *Hist. Eccles.*, IV, 7; PG 82, 1136). Così in italiano «dall'A alla Z» vale «tutto, dal principio alla fine» (N. Tommaseo, *Diz. d. Lingua ital.*, I, p. 1); «dall'A all'O» ricorre in tal senso presso Dante (Par. XXVI, 17; *Epist. Cani*, 90) e i trecentisti (F. Sacchetti, *Canzone 298*, in *Rime*, ed. A. Chiari, Bari 1916: «Da l'A a l'O disvaria Marte e Morte»), chiara eco della lettura dell'*Apoc.* Nella forma dunque, A-Ω era locuzione fondamentalmente non oscura per i letterati.
Per il concetto, l'*Apoc.* sembra direttamente collegarsi a I. 41, 4; 44, 6; 48, 12, ove Dio promette la redenzione definendosi: «Io sono il primo e l'ultimo» (parole con cui l'*Apoc.* spiega la formula «A-Ω» in 21, 8 e 22, 13), come garanzia dell'avveramento (cf. *Is. 43, 10-12*). L'*Apoc.* quindi vuol insinuare nel proemio (1, 8) e nella conclusione (21, 6 e 22, 13) che il consiglio salvifico di Dio si compirà fino alla fine, quando l'Onnipotente (1, 8) debellera i suoi antagonisti nel «giudizio» di Gesù Salvatore e Sovrano, principio (Ps. 101 [102], 26 e *Ebr.*, 1, 10; 12, 2; *Io*, 1, 1) e termine (Rom. 10, 4). «A-Ω» esprime la trascendenza divina, nei suoi attributi d'infinità, eternità, causalità (efficiente e finale) universale, includendovi l'economia della Redenzione.
Così spiega Clemente Alessandrino (*Stromata*, IV, 25: PG 8, 1365): «il circolo di tutte le perfezioni, che si aggirano e s'incentrano nell'unità». Più pienamente Tertulliano (*De monogamia*, 5: PL 2, 935), che trascrisero poi s. Girolamo (*Adv. Iovin.*, 1, 18: PL 23, 247 sg.) e s. Isidoro (*Etymol.*, 1, 3: PL 82, 76 sg.): «Dua Graeciae litteras, summam et ultimam, sibi induit Dominus, initii et finis concurrentium in figuras, uti, quemadmodum A ad Ω usque volvitur et rursus Ω ad A replicatur, ita ostenderet in se esse et initii decursum ad finem et finis recursum ad initium, ut omnis dispositio in eum desinens per quem ecopta est, per sermonem scilicet Dei qui caro factus est, proinde desinat quemadmodum et coepit». E Prudenzio, *Catherinon*, IX, 11 sg. (PL 59, 863): «Alpha et Ω cognominatus: Ipse fons et clausula - Omnium quae sunt, fuerunt quaeque post futura sunt».
Cfr. s. Cipriano, *Testimon. adv. Iud.*, II, 1, 6, 22; III, 100: PL 4, 725. 730. 745. 806; s. Paolino Nolano, che per primo attesta l'uso di «A-Ω» nell'arte, *Carm.*, 19, 645-52; 30, 89-96: PL 61, 546 sg., 673; Areta di Cesarea, ad *Apoc.*, 1, 8 in J. A. Cramer, *Cate-nae Graecorum Patrum in N.T.*, VIII, Oxford 1844, p. 189 sg. - Sull'interpretazione gnostica (A-Ω forma il numero 801, equivalente a *περὶστερὰ* «colomba») di Marco discepolo di Valentino, cf. s. Ireneo, *Adv. Haer.*, I, 14, 6; 15, 1: PG 7, 608. 616 sg., e Tertulliano, *De praescript.*, 50: PL 2, 88.
ARCHÉOLOGIA. — I cristiani usarono esprimere sui monumenti la formola A-Ω, collocando le due lettere a fianco del crismon o monogramma di Cristo; di rado le usarono da sole, come nel celebre titolo di Evelopi in Cesarea di Mauritania (De Rossi, in Bullett. di Arch. crist., 1a serie, 2 [1864], p. 28). Intesero probabilmente essi in quel modo protestare contro gli ariani che negavano la divinità del Verbo; difatti quell’uso ricorre solo dopo il Concilio di Nicea. Varie anomalie nell’uso di affiancare le due lettere al monogramma sono dovute semplicemente alla negligenza o bizzarra dei lapidici; spesso esse sono addirittura appese all’asta orizzontale della croce monogrammatica (tardi), piuttosto a scopo ornamentale che per imitazione delle croci processionali.
