ANTIPA (ANTIPAS: forma contratta di Antipater, Ἀντίπατρος), JULIUS HERODES. - Tetrarca, figlio di Erode il Grande e della samaritana Malthake, nel Nuovo Testamento sempre chiamato Erode (come nelle sue monete). N. nel 20-22 a. C., fu allevato insieme a Manahen (Act. 13, 1), poi educato a Roma. Designato dal padre nel secondo testamento successore Archelao (v.) e Filippo, calunniati dal fratello Antipatro, e spalleggiato da quasi tutti i parenti, contestò il valore del codicillo aggiunto in favore di Archelao. Ma Augusto costituì Archelao etnarca e confermò ad A. la tetrarchia di Galilea e Perea, di cui prese possesso nell'estate del 4 a. C. (750 di Roma), assumendo il nome dinastico di Erode. Mt. (14, 9) e Mc. (6, 14, 22) lo chiamano « re », probabilmente secondo il linguaggio popolare. Le sue entrate ammontavano a 200 talenti (2 milioni di dracme).
Coinvolto nell'accusa dell'anno 6 d. C., fu assolto a stento dall'imperatore insieme con Filippo, mentre Archelao fu esiliato. A difesa della frontiera fortificò a Nord Sefforis, facendone la capitale della Galilea col nome di Αὐγουρδῶς (Caesarea o Diocaesarea), a sud-est la ricostruita Betharamphta (Beth-Haram di Ios., 13, 27, odierna Tell er-Rámeh), cui diede il nome dell'imperatrice, Livias. Flavio Giuseppe la chiama Iulias dal secondo nome dell'imperatrice. In onore di Tiberio fondò verso il 17 d. C. la nuova capitale Tiberiade. Essendo il luogo cosparso di sepolcri, e quindi impuro, lo popolò con gente d'ogni razza e condizione, adescata con privilegi o condottavi di forza. Vi costruì lo stadio, il suo palazzo ornato di figure zoo-
morfiche (distrutto nel 66 d. C.) e una grande sinagoga. Secondo Flavio Giuseppe, Bell. Iud., II, 9, 5 (178), fu accusato da Agrippa I presso Tiberio, ma senza conseguenze, poco dopo che Pilato aveva introdotto le insegne in Gerusalemme. Facilitò l'accordo di Vitellio con Artabano re dei Parti. Riguardo al banchetto dato allora sull'Eufrate, differiscono Svetonio, Tacito, Dione Cassio. Per aver voluto precedere la relazione ufficiale dell'incontro si ingraziò l'imperatore, ma si inimicò Vitellio, che si vendicherà poi sotto Caligola.
Aveva sposato la figlia di Areta IV, re dei Nabatei, per assicurarsi le frontiere verso l'Arabia. Le relazioni amichevoli tra i due monarchi furono turbate dall'intervento di Erodiade, Erode Filippo (v.). Invaghibitosene durante un viaggio alla volta di Roma, le fece proposta di matrimonio. Erodiade accettò, dietro promessa di divorzio dalla moglie, e convenne che l'avrebbe seguito al ritorno da Roma. La figlia di Areta, scoperto il piano, si recò a Macheronte, da dove, d'intesa con gli «strategoi» nabatei, raggiunse il padre che decise di vendicarla. Pretesto alla guerra fu una contesa di confini intorno alla regione di Gamala. Gravemente sconfitto, A. si rivolse al suo protettore Tiberio, che ingiunse a Vitellio di muovere guerra ad Areta e di consegnarglielo in catene, o, se morto, di spedirgliene la testa. Con due legioni e molte truppe ausiliarie Vitellio lentamente si mosse (primavera del 37). Mentre sostava con A. a Gerusalemme in occasione della Pasqua, ricevuta al quarto giorno la notizia della morte di Tiberio e dell'elezione di Caligola (16 marzo 37), sospese la spedizione e rimandò l'esercito ai quartieri d'inverno. Si era vendicato!
Secondo Flavio Giuseppe, nella sconfitta i Giudei videro il giusto castigo per l'uccisione del Battista. Essendo stato rimproverato da Giovanni Battista per l'unione incestuosa e adulterina con Erodiade, A. temette che il sentimento religioso del popolo, forte dell'autorità dell'uomo di Dio, esplodesse per condannarlo. Lo volle prevenire imprigionando il Battista, poi l'allontanò dalla Galilea relegandolo a Macheronte. D'altra parte, lo venerava e l'ascoltava volentieri, benché i suoi discorsi lo mettesero in imbarazzo (Mc. 6, 19 sg.). Per timore del popolo non osò ucciderlo e lo difese dalle insidie di Erodiade. Ma nel banchetto dato agli ottimati e ai capi di Galilea per il suo genettico, nei fumi del vino, e ritenendosi vincolato dal giuramento fatto a Salome, ordinò che fosse decapitato e la testa portata nella sala del convito (Mt. 14, 1-12; Mc. 6, 14-20).
Per divergenze di dettaglio nei confronti di Flavio Giuseppe (nome del marito di Erodiade, Erode-Filippo [*Mc. 6, 17], età di Salome, motivo dell'uccisione) e per la somiglianza del racconto di Esth. 5, 6, M. Dibelius (Die urchristliche Überlieferung von Johannes dem Täufer, in Forschungen zur Rel. u. Lit. des A. u. N. Test., 15 [1911], pp. 123-29), e A. Loisy (Les évangiles synoptiques, I, Parigi 1893, p. 917 sgg.), mettono in dubbio la storicità del racconto dei Sinottici. Li confutano: D. Buzy, St. Jean-Baptiste, Parigi 1922, pp. 344-57, e M.-J. Lagrange, Ev. selon st. Marc, 3ª ed., Parigi 1927, p. 163; id., L'Evangelo di Gesù Cristo*, trad. ital., Brescia 1930, pp. 197-99.
Si è tentato di determinare la data del viaggio di A. a Roma, mettendolo in relazione alla congiura di Seiano (30-31 d. C.). Ma W. Otto propone l'anno 15, Lagrange il 26. La connessione tra l'intervento di Vitellio e la morte di Tiberio da una parte, e il ripudio della figlia di Areta dall'altra, è molto incerta. Quindi
anche la data della decapitazione del Battista è basata su mere ipotesi.
I Vangeli sinottici descrivono A. corrotto e superstizioso. In un primo tempo desiderava vedere Gesù, credendolo il Battista redivivo (Lc. 9, 7-9); poi, intravedendolo un nuovo pericolo, da alcuni farisei lo fece minacciare di morte se non lasciava la Galilea (Lc. 13, 31-33). Pilato glielo inviò quale suddito durante il processo, mentre A. era a Gerusalemme per la Pasqua. Deluso nella speranza di vederlo operare qualche prodigio — Gesù non rispose alle molte domande rivolte — gli manifestò il suo disprezzo e per beffa lo rimandò a Pilato avvolto in una veste splendida (λαμπράν, ma volg. «alba»; Lc. 23, 6-12). Questo scambio di cortesie a spese del Redentore riconciliò Erode e Pilato che erano nemici (se per abuso di autorità di Pilato in confronto del tetrarca [come in Lc. 13, 1] o per le delazioni di A. a Tiberio nei riguardi di Pilato, è questione incerta).
Erodiade, ERODE AGRIPPA I (v.), dalla miseria elevato alla corona regale, si adoperò per indurre A. a domandare altrettanto. Questi, dopo aver resistito a lungo, infine cedette e, fatti grandi preparativi, si mise in viaggio per Roma insieme con Erodiade. Agrippa, forse per vendicarsi di chi una volta gli aveva rinfacciato la miseria (Antiq. Iud., XVIII, 6, 2 [150]), causò la sua rovina: egli (secondo Bell. Iud., II, 9, 6 [183]) o il suo liberto Fortunato (Antiq. Iud., XVIII, 7, 2 [274 sgg.]) sarebbe arrivato contemporaneamente a Pozzuoli, e, mentre A. presentava i desiderata all'imperatore a Baia, l'avrebbe accusato di aver cospirato con Seiano contro Tiberio e con Artabano contro Caligola stesso. Un armamento sufficiente per 70.000 uomini nei magazzini di A. ne era la prova. Caligola ritenne vera l'accusa e condannò A. all'esilio perpetuo nel 30-40, secondo Antiq. Iud. (XVIII, 7, 2 [252]) a Lugdunum (Gallia), secondo Bell. Iud. (II, 9, 6 [183]) nella Spagna (Lugdunum Convenarum, oggi forse Saint-Bernard de Comminges). La tetrarchia, con tutti i possedimenti privati, fu da Caligola donata ad Agrippa. Erodiade volle seguire colui che aveva amato e rovinato. È ignota la data della morte di A., dopo il suo governo di 42-43 anni.
Gesù lo definì «una volpe» (Lc. 13, 32). Con l'astuzia infatti guadagnò Antipatro, il padre Erode, quasi tutto il casato e perfino Tiberio; superò il pericolo che fu fatale ad Archelao. Tre capisaldi ne reggevano la politica: vassallaggio verso i Romani dominatori, amicizia con Areta, deferenza per le credenze religiose dei sudditi, sebbene egli fosse pagano nell'animo. Del suo ellenismo testimoniano anche due iscrizioni trovate a Coo e a Delo. La resistenza al piano di Erodiade dimostra che non fu di carattere debole. L'espressione di Antiq. Iud., XVIII, 7, 2 (245) «amante del quieto vivere» è esagerata. Ma fu dominato dalle passioni: il vino gli fece perdere l'amicizia di Agrippa (Antiq. Iud., XVIII, 6, 2 [150]), l'amore incestuoso l'accecò e lo perdette.
2) Studi. — Braun, De Herodis, qui dicitur magni, filia pa-
trem in imperio secutis, I, Breslavia 1873; D. Brown, Herod the Tetrarch, in Expositor, IV, 6 (1892, 1), pp. 305-12; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter J. Christi, I, Lipsia 1901, pp. 3, 418 sgg., 431 sgg.; G. Felten, Storia dei tempi del N. T., trad. ital., I, Torino 1913, pp. 223-37; W. Otto, in Pauly-Wissowz, Realencycl. der klass. Altertumwiss., Suppl., II, (1913), pp. 168-91; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 422-29; U. Holmmeister, Historia aetatis N. T., 2ª ed., Roma 1938, pp. 69-76; J. Gutmann, in Encyclopaedia judaica, II (1928), 947-51; A. H. M. Jones, The Herod of Iudaea, Oxford 1938, Bonaventura Mariani