ANTONIANUM: V. ISTITUTI DI STUDI SUPERIOR
I. ANTONIAZZO ROMANO
Pittore, n. in Roma, m. ivi dopo il 1508. La sua formazione avvenne a contatto con i pittori umbri e toscani chiamati a Roma dal mecenatismo papale. Fiorenzo di Lorenzo, Benozzo Gozzoli, il Pinturicchio e soprattutto Melozzo da Forlì formarono fondamentalmente la maniera di A. Sebbene la critica non ne abbia ancora ben chiarito la personalità, A. ha una notevole importanza per aver determinato l'ambiente pittorico romano del Quattrocento, poiché egli assimilò e tradusse in forme compostamente solenni la tradizione romana, e ne fece elemento di stile che trasmise alla sua numerosa bottega. Questa, operando largamente nel Lazio e nei confinanti paesi umbri, produsse opere stilisticamente discontinue, ma fu unitariamente caratterizzata dall'intento di monumentalità del suo maestro. È incerta l'attribuzione di molte delle numerose opere che vanno sotto il suo nome. Tra le poche firmate, la più antica pervenutaci è il Trittico della Quadreria civica di Rieti, datato 1464, nel quale un certo squilibrio tra il gruppo centrale, aderente per l'asprezza del segno e il distacco dei piani alla maniera del Gozzoli, e i due pannellilaterali di più libera fattura fa credere a due fasi di esecuzione. Maggiore padronanza d'impianto della composizione è nel trittico di Subiaco, firmato e datato 1467, in cui la semplificazione dei mezzi espressivi va a vantaggio della conquista del volume. Forse A. sotto l'influsso mediato o diretto di Piero della Francesca già sentiva l'esigenza di un rigore geometrico, che espresse negli affreschi di poco posteriori (1470 ca.) di S. Maria della Consolazione in Roma, di cui recentemente si sono ritrovati i frammenti in situ. Verso il 1480 A. collaborò con Melozzo da Forlì alla decorazione della biblioteca Vaticana, e ne fu
tesca. Nell'ambito della scuola di A. si inserisce pure il ciclo di affreschi dell'oratorio di S. Giovanni Evangelista a Tivoli. Delle pitture eseguite da A. con i suoi lavoratori nel Castello di Bracciano (1491) e di cui parla egli stesso in una lettera al principe Virginio Orsini, nulla è rimasto immune da restauri. - Vedi Tav. CXXI.