la condanna) estende la dottrina anche al caso di un sovrano legittimo, che abusi della sua posizione in misura grave, portando la patria alla rovina e disprezzando le leggi pubbliche e la religione. Il M. però qualifica espressamente questa sua sentenza come personale. Infatti il generale C. Aquaviva, avvertito dai superiori di Francia del-l'opinione del M., indubbiamente riprovevole, nonostante le molte clausole limitative, deplorò la pubblicazione e ordinò di correggerla (cf. Jouvany, op. cit. in bibl., nn. 86-87, 157). E quando l'assassinio di Enrico IV per mano del Ravaillac aizzò il Parlamento francese contro il M. e i Gesuiti, come causa di quel regicidio, di nuovo proibì sotto pena di scomunica (6 luglio 1610) ad ogni membro dell'Ordine di sostenere pubblicamente o privatamente, come consigliere o insegnante o per iscritto, la liceità per chiunque, sotto qualsiasi pretesto di tirannide, di uccidere re o principi o di attenuare alla loro vita; e poco più tardi (14 ag. 1610), proibì in modo particolare tutti gli scritti pro o contro il libro del M. (ibid., n. 157). L'altra opera, che suscitò scalpore fu: De moneta muta-tione (4° trattato dell'opera Tractatus septem). Il M. vi accusava apertamente i ministri di Filippo III di rovinare, diminuendo il valore della moneta, il popolo; fu perciò chiuso, come in carcere, in un convento francescano e liberato soltanto un anno dopo. Il suo carattere scontroso lo portò pure a prendere partito fin dal 1593 contro il generale Aquaviva e per un movimento separatista del-l'Ordine nella Spagna (cf. il suo Discursus de erroribus qui in forma gubernationis Societatis Jesu occurrunt, uscito postumo a Bordeaux nel 1625). Al M. la sua città natale eresse un monumento nel 1888.
MARIANI, CESARE. - Pittore, n. a Roma il 13 genn. 1826, m. ivi il 21 febbr. 1901. Scolaro di Tommaso Minardi, si distinse subito tra i suoi allievi, che più strettamente seguivano i rigorosi principi «puristi», per una maggiore libertà disegnativa e per un tipico gusto pittorico, che si sviluppa.
Disgnatore fervido e appassionato, superò la «maniera» accademica dell'ambiente romano del tempo, affiancandosi al Fracassini per affinità di fantasia e ricchezza di colore. Operosissimo, fino ai tardi anni, usava preparare la grandi composizioni religiose ad affresco con vivacissimi studi dal vero, ad olio, a pastello, dai quali la pittura murale assumeva spicco e originalità. Dal vasto insieme di opere pittoriche, quasi tutte nelle grandi chiese che si andavano restaurando o costruendo ex-novo, si possono trarre le seguenti, dove si nota sempre più, col tempo, la sua ricca fantasia e l'indipendenza dagli schemi abituali della pittura della seconda metà dell'Ottocento. A Roma, gli affreschi di S. Lucia del Gonfalone (1865), di S. Salvatore in Onda, quelli a seguito delle composizioni di C. Fracassini in S. Lorenzo (1869; purtroppo completamente distrutti dalla guerra), altri in S. Maria in Aquiro (1871), S. Giuseppe de' Falegnami e S. Maria di Loreto al Foro Traiano (1873). Nel 1879 affrescò il grande soffitto del ministero delle Finanze, con una luminosa e ardita allegoria, che richiama vivamente la tradizione tipelocesa. Tipici, per la forza del colorito e l'evidenza della composizioni, i due affreschi di S. Rocco, a Roma (1883). Più vaste decorazioni, che investono il campo della chiesa, eseguì nel 1890 in S. Emidio ad Ascoli e nel 1899 in S. Maria delle Grazie a Teramo.