MARMO. - Per la scultura i m. più generalmente usati sono quelli bianchi, detti perciò appunto statuari, fra i quali i più pregiati sono quelli a grana fina che consentono un lavoro più nitido e sottile. Famosi nell'antichità furono i m. greci, soprattutto il pario; oggi forniscono materiale a tutto il mondo le ricchissime cave di Carrara, già note nel sec. II a. C. e sfruttate fin dal sec. XII. 
Solo gli Egizi adoperarono comunemente per la scultura i m. colorati di cui erano ricchi: porfido, granito, basalto, tutti di grande durezza e ostili allo scalpello, e che richiedevano quindi un'estrema perizia tecnica. Presso i Greci e i Romani se ne introdusse l'uso solo in epoca tarda, quasi sempre per sculture decorative che ricercavano un effetto più di sontuosità che di pura bellezza (vasi, crateri, piedi di ta
MARMO - Caricamento e trasporto a trazione animale del m. - Cava di Carrara (Ravaccione).
voli, ecc.). Ne continuò l'uso nei primi tempi cristiani: monumentali sculture di porfido del sec. IV sono i due sarcofagi di s. Elena e di s. Costanza, ora nei Musei Vaticani. Allo stesso scopo di rarità e preziosità tecnica si tornarono ad usare m. polichromi dagli scultori del tardo '500, e il Vasari cita come opere di estremo virtuosismo tre ovati in porfido del Tadda, scultore fiesolano, uno con la testa del Cristo, gli altri con i ritratti del duca Cosimo e della duchessa Leonora. Così pure per esibizione di abilità tecnica, circa un secolo dopo, l'Algardi scolpiva in pietra di paragone (cioè nel durissimo nero antico) il morbido putto dormiente della Galleria Borghese, ch'è un tour de force anche fra i virtuosismi del fastoso '600; allora furono di moda i m. policromi non solo in sculture decorative ma anche in accessori di monumenti sepolcrali (Roma, monumento di Gregorio XV del Legros, in S. Ignazio; di Alessandro VII del Bernini, in S. Pietro, ecc.), e si continuarono ad adoperare con vistosi eccessi finché l'età neoclassica tornò all'uso esclusivo del m. bianco.
In architettura il m. servi nell'antica Grecia come materiale da costruzione, cioè per l'ossatura stessa dell'edificio; presso i Romani fu usato per rivestimento con sempre maggiore sfarzo di policromia e di tecnica. Anche per gli elementi strutturali - colonne, capitelli, trabeazioni - si adoperarono m. policromi: granito (da cui si ricavarono colonne colossali, come quelle del Pantheon e delle Terme di Diocleziano poi S. Maria degli Angeli), cipollino, serpentino, porfido, ecc. Nelle chiese paleocristiane questi elementi sono spesso di spoglio (provenienti cioè da edifici pagani), e perciò si trovano frequentemente allineate insieme colonne di materiale e dimensioni diverse; ma nelle chiese dell'Esarcato - a Ravenna, a Grado, a Parenzo - la maggiore ricchezza e possibilità costruttive consentirono di adoperare m. di cave greche appositamente lavorati. Per le parti decorative l'arte cristiana continuò e perfezionò le tecniche già in uso in epoca classica: litostrati per i pavimenti, e con poche aggiunte di tessere vitree anche per le vòlte (S. Costanza a Roma); opus sectile per il rivestimento delle pareti. E raggiunse chiarezza di stile la delicata tecnica a traforo, con ornati piatti su fondi profondamente incavati, con vivo effetto chiaroscurale, per capitelli e transenne.
Per tutto il medioevo l'architettura ricerca nel m. una sobria policromia, associandosi al bianco per lo più un solo colore, qualche volta due. La diversità di effetti coloristici nelle varie regioni è determinata dalle disponibilità dei materiali locali: così il verde di Prato e il portoro contribuiscono a caratterizzare rispettivamente l'architettura toscana e quella ligure, nelle quali si alterano, nelle facciate e negli interni delle chiese, fasce
La parte senza confronto maggiore del M. (398,6 mila kmq. con 9 milioni di ab.) è rappresentata dal Sultanato del M., dal 1912 protettorato francese e dal 1947 compreso quale Stato associato nell'Unione francese. Capitale Fez (201.000 ab.). Oltre ad una notevole e varia produzione agricola (orzo, frumento, mais e, di recente, frutta, primizie, uva e olive), ed un ricco patrimonio zootecnico, il Sultanato allinea promettenti realizzazioni nel settore minerario (fosfati, manganesi, cobalto, piombo, zinco, antimonio, molibdeno), mentre alla deficienza di materie prime per forza motrice (carbone, petrolio) si cerca di supplire con le possibilità idroelettriche dell'Atlante.
Anche il M. spagnolo è un protettorato, sotto il controllo di un alto commissario. Il territorio s'identifica in sostanza con la regione rifena (22 mila kmq.), abitata da laboriose popolazioni agricole (1,1 milioni di anime), e notevole, dal punto di vista economico, per la presenza di ricchi giacimenti di minerali ferrieri, nonché di antimonio, piombo e zinco, tutti concentrati nel retroterra di Melilla. Accanto al capoluogo, Tetuan, che conta 73 mila ab., conservano importanza i due porti di Melilla (62 mila ab.) e di Ceuta (50 mila ab.), i quali insieme con le Isole Alhucemas, Chafarinas ed il Peñón de Velez de la Gomera sono distaccati dal protettorato vero e proprio, costituendo i cosiddetti Presidios. Per la cartina geografica V. AFRICA (I, coll. 707-708).
Il. STORIA CIVILE. - L'odierno M., delimitato ad oriente dal fiume Muluyya, costituiva all'età imperiale romana la provincia della Mauretania Tingitana, costituita verso il 45 d. C. dall'imperatore Claudio. Precedentemente esistevano in questo territorio vari regni berberi, di incerta ampiezza e costituzione, i quali, venuti a contatto con Roma in seguito alla distruzione di Cartagine, conservarono in genere con la Repubblica romana rapporti di buon vicinato. Con
