CIBORIO

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CIBORIO. - Dal greco xıβópıov detto pure fastigium, tegurium e nel medioevo tiburium. Era una copertura arcuata sostenuta da quattro colonne che i Romani usavano per proteggere statue, are, fontane, sepolcri, come pure a protezione di tombe venivano poste in Siria. G. B. De Rossi ritiene che appunto perché l'altare, secondo il concetto ispirato dalle visioni dell'Apocalisse e secondo le prescrizioni liturgiche è una mensa disposta sopra il sepolcro di Cristo l'architettura cristiana usò questo sistema già in uso per protezione di sepolcri isolati (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 437).
Infatti il tipo architettonico si ritrova non solo in cippi o in bassorilievi romani ma anche nei cimiteri sotterranei cristiani : si trova una volta a Roma (cimitero
ad duas lauros) più volte a Napoli e a Siracusa, molto spesso a Malta. Nel Museo lateranense l'iscrizione di Adeodata rappresenta un c. con la croce nel centro: (G. Marucchi, I monumenti del Museo Pio Lateranense, Milano 1910). La biografia di Silvestro nel Lib. Pont. (ed. Duchesne, I, Parigi 1886, p. 172) contiene la descrizione del fastigium argenteum della basilica Lateranense; esso aveva da un lato il Salvatore assiso in curtedra tra i dodici Apostoli e dall'altro il Salvatore in trono tra quattro angeli; aveva un peso di 2025 libre d'argento. Ne ha tentato una ricostruzione il Rohault de Fleury (La Messe, II, p. 3 e tav. 90). Tale c. fu rubato da Alarico e sostituito al tempo di Sisto III dall'imperatore Valentiniano con un altro, pure d'argento (Lib. Pont., I, p. 233). Sono tuttora conservati nella basilica di S. Clemente resti dell'antico c. marmoreo donato dal presbitero Mercurio (poi Giovanni II) al tempo di papa Ormisdo (314-23).
Un c. è rappresentato nei museici di S. Maria Maggiore. Nel c. marmoreo della basilica dei SS. Nereo, Achilleo e Petronilia nel cimitero di Domitilla, in due colonne era rappresentato il martirio dei due Santi; una delle colonne superstiti mostra la scena del martirio di Achilleo (O. Marucchi, Roma sotterranea, I, II, Roma 1914, p. 174, fig. 40 e ricostruzione a p. 149, fig. 49).
In genere però nelle basiliche romane le colonne che sostenevano il c. erano in porfido rosso : esso era in genere fornito di vela che sono spesso ricordati nel Lib. Pont. tra le donazioni fatte dai popi alle singole basiliche, talvolta detti tetravelo per le quattro pareti.
G. B. De Rossi ha illustrato i resti di due c. africani : Area d'un c. presso Mediana Zabaniarum, in Bull. d'arch. crist.,3^{°}serie, 3 (1878), pp. 115-17; id., Ario marmoreo di tabernacolo rinvenuto nella Mauretania adorno dell'immagine di Daniele fra i leoni e di altri simboli cristiani, ibid.,5^{°}serie, 2 (1891), pp. 67-72, 138. Enrico Ioni
Sono piuttosto numerosi gli esempi di c. che risalgono al sec. viII e al IX. Si ricorda quello di S. Giorgio in Valpolicella, oggi smembrato, ove appaiono chiaramente espressi i caratteri della scultura di quella età. L'iscrizione del 712 ricorda i nomi

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Ciborio - C. per l'altare di a. Eleucadio, eretto da un Pietro sacerdote all'inizio del sec. Ix - Ravenna, chiesa di S. Apollinare in Classe.

di un Ursus Magester cum discipolis suis Invintino et Iuviano. Caratteri non dissimili mostrano alcuni resti di c. del musco Cristiano di Brescia e di S. Maria in Valle a Cividale e il c., questo ancora integro con le sue quattro colonne sormontate da capitelli corizzi, le archeggiature lavorate a rilievo e la copertura a piramide a base poligonale, che era in S. Prospero a Perugia ed ora è nel musco Archeologico di quella città. Caratteri simili hanno inoltre alcuni resti di c. della Pieve di Bagnacavallo, il c. di S. Apollinare in Classe a Ravenna, del tempo del vescovo Valerio (896910) e l'altro che ancora copre l'altare del Miracolo in S. Cristina a Bolsena; il quale ultimo tuttavia potrebbe appartenere, per il carattere dei rilievi, al sec. X. Nell'età roma. nica i c. assumono nella jorganizzazione e nella distribuzione generale degli elementi architettonici, anche in rapporto all'ambiente, una maggiore imponenza e giustezza di proporzioni. Da citare il c. di S. Pietro a Tuscania, semplicissimo, con gli archi in muratura e sormontato da una copertura a piramide quadro, adorno, nella cornice terminale, di una nitida iscrizione che parla della consacrazione dell'altare avvenuta nel 1093 e quello bellissimo del S. Ambrogio di Milano con magnifici rilievi di stucco che alcuni studiosi hanno ritenuto di poter attribuire al sec. IX. Da esso deriva l'altro di S. Pietro al Monte di Civate. Appartiene al sec. XII anche il c. del S. Marco di Venezia sorretto da quattro colonne istoriate che risalgono al sec. vi e quello della cattedrale di Parenzo. Essi riflettono modi bizantini, specie nella copertura.
Frattanto, mentre in Abruzzo si diffonde, quasi eco lontana di suggestioni orientali, un tipo di c. che ha le archeggiature lobate (S. Clemente a Casauria) secondo un gusto un po' paesano che viene accolto anche nell'alto Lazio (S. Maria Maggiore a Tuscania) a Roma si attua un tipo di c. ove le colonne, a volte di marmi rari, sono raccordate da architravi anziché da archi e su quelle la copertura a tetto o a piramide imposta su file di colonnine. Esempi notevoli sono in S. Clemente, a S. Giorgio in Velabro, a S. Lorenzo fuori le Mura e nei centri minori del Lazio ove s'estese l'attività dei marmorari romani.
Ed è a Roma che sul finire del '200 ad opera di Arnolfo di Cambio vengono creati a S. Paolo (1285) e a S. Cecilia in Trastevere (1293) due c. che vanno posti, sia per la eleganza delle linee, ormai gotiche, come per il vigore e la bellezza delle sculture, che vi assumono carattere di preminenza, tra i capolavori dell'arte italiana. I modelli arnolfiani vennero subito imitati; ne riecheggiò il tipo Deodato in S. Maria in Cosmedin (1294), e ancora li considerò con interesse, ma senza coglierne il senso di squisita eleganza, quel Giovanni di Stefano cui fu allogato da Urbano V dopo l'incendio del 1361, l'ingombrante c. di S. Giovanni in Laterano.
Quando esso veniva eretto nella cattedrale di Roma, già da pochi anni Andrea Orcagna, in Orsammichele a Firenze, aveva portato a compimento un c. (1349-59) che può considerarsi un capolavoro più dell'artigianato che dell'arte fiorentina. Tutto intersiato di marmi policromi, sovraccarico d'ornati, d'intagli, di trafori, tempestato di musaici e sormontato da una strana cupoletta ovuidale, che appare fra due pilieri oltre una cuspide priva di slancio, ha le archeggiature a tutto sesto, e per certa sua deliberata grevezza lo si potrebbe intendere, a
Firenze, quasi affermazione polemica in opposizione agli slan. ci del gotico tanto caro agli artisti senesi e ai pisani.
Con l'opera di Andrea Orcagna e di Giovanni di Stefano il c. aveva assunto carattere di una vera e propria opera architettonica che si inseriva entro lo spazio ben determinato e concluso della chiesa. Un'architettura dentro un'altra architettura e quindi difficilmente armonizzabile con il gusto ed il senso spaziale degli uomini del Rinascimento. Così non hanno vero e proprio carattere di c., per non essere isolati ma posti a ridosso di pareti, i c. michelozziani della S.ma Annunziata e dell'Impruneta e gli altri consimili. Ma nella seconda metà del sec. xvi torna

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nuovamente l'uso di creare dei c. che siano appunto dei veri e propri santuari eretti nell'interno della chiesa, e sono pensati ed attuati con gusto architettonico, resi preziosi soprattutto per la ricchezza della materia e la raffinatezza tecnica. Caratteristici quello della chiesa romana di S. Alessio che è del 1582 ; bellissimo e bene studiare, anche in rapporto con l'ambiente, quello della basilica di S. Agnese che ha quattro preziose colonne di porfido e che è dal 1614, e l'altro della chiesa di S. Crisogono sorretto da quattro preziose colonne di alabastro, del tempo in cui G. B. Soria, per ordine del card. Scipione Borghese (1623), rimaneggiava l'antica chiesa trasteverina.
Sulla stessa via debbono essere considerati gli altri c. che fra il' 500 e il' 600 s'accampano con le loro perentorie strutture nel mezzo delle chiese; primo fra tutti quello della chiesa fiorentina di S. Spirito; opera ricchissima e monumentale, ma disarmonica rispetto alla eccelsa musica delle strutture brunelleschiane della chiesa, opera di Giovanni Caccini, che qui ebbe a collaboratori G. Silvani e A. Ubaldini.
L'età barocca con il suo senso unitario della decorazione ambientale dette per opera di uno dei suoi massimi geni, G. L. Bernini, nuova soluzione al problema creando nella basilica Petrisna il baldacchino famoso (1624-35). Il quale baldacchino (c. ) con le sue quattro colonne bronzee a tortiglione ed il fastigio pur esso bronzeo, formato da quattro mensole raccordate al sommo per sorreggere il globo con la croce, con i suoi drappi e le sue statue assume, per il carattere stesso della materia, un senso di provvisorio nonostante la gigantesca struttura. Il grande modello berniniano, cosi nuovo da apparire rivoluzionario, venne subito preso ad esempio ed imitato in Italia e fuori,

ad es. nel duomo di Trento e nella chiesa di Val de Grâce a Parigi, e, ancora nel Settecento, quando già s'annunciavano nuovi intenti di compostezza architettonica, Ferdinando Fuga ne riprendeva il tema fondamentale nel fastigio di quello da lui creato in S. Maria Maggiore a Roma (1743-50).
I c. ottocenteschi, che riflettono in genere il carattere eclettico dell'architettura del tempo, spesso sono imitazioni di quelli medievali. - Vedi Tavv. XCIX-C.
V. TABERNACOLO.

BIBL.: H. Leclercq, s. V. in DACL, III, II, col. 1588 s., J. Braun, Der christliche Altar, Monaco 1924, pp. 185-261; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim; C. Cecchelli, s. V. BENE. Ital., X (1931), pp. 195-96. Emilio Lavagnino