**MARTINI, Arturo. - Scultore, n. a Treviso l'11 ag. 1899, m. a Milano il 22 marzo 1947. Dopo la scuola della scultore Carlini a Treviso e quella di Urbano Nono a Venezia, passò a Monaco da Adolfo Hildebrand. Nel 1921 partecipò al movimento dei valori plastici e, quattro anni dopo, tenne a Milano la prima mostra personale.**
**Alla I Quadriennale romana del 1931 ebbe il premio nazionale per la scultura, e i più ampi riconoscimenti italiani e stranieri alla XVIII Biennale internazionale di Venezia (1932). Nel 1929 accettò l'insegnamento all'Istituto superiore per le industrie artistiche alla Villa reale di Monza e, negli ultimi anni (1942), la cattedra di scultura all'Accademia di belle arti di Venezia. Superato il naturalismo, M. rappresenta, dopo Medardo Rosso, la voce più notevole e viva del primo Novecento italiano: le sue esperienze e le sue conquiste, di un nuovo linguaggio ardimentoso e tradizionale, popolare e artistico, sono manifeste nella *Sposa felice* (1929), *Il pastore* (1930), *La lupa* (1931), *La convalescente* (1932), *Il Tobiolo* (1934), *Donna che nuota sott'acqua* (1941), *Tito Livio* (1942). Nelle sue sculture alcune volte è come un'idea elementare, talora invece un carattere indagato fino al punto di raggiungere un umorismo quasi goffo ma psicologicamente vero, altre volte lo studio analitico di una bellezza formale, spesso un prevalere violento della materia o un sogno remoto di epoche preistoriche, sempre un ritmo musicale elegiaco e personalissimo. Sull'arte cristiana e sulla sua arte M. Scrisse: «Cristo rappresenta per noi la figura più grande e più espressiva. La visione totale dell'essere si stabilisce con l'Incarnazione; con Cristo nasce per noi l'espressione, cioè l'antitesi della olimpicità greca.»
«Come cristiano sento che il mio mondo comincia con il Presepio: nacque in quel giorno il più vago e misterioso racconto. Nel cristianesimo rappresento la parte più viva di me. Avanti al tema religioso gli artisti divengono

loro stessi personaggi del mondo sacro». Tra le sue opere di soggetto sacro sono da ricordare: in ceramica: *La Giuditta, La fuga in Egitto, S. Sebastiano*; in terracotta: *La Via Crucis, La Deposizione, Adamo ed Eva, La cacciata dal Paradiso Terrestre*; in legno: *S. Giacomo apostolo per la Chiesa omonima a Vago Veronese*; in bronzo: *Il Tobiolo, e il S. Cuore per la chiesa di Cristo Re in Roma. Entro una solidità formale e una pienezza di vita spirituale M. modellò i grandi bassorilievi allegorici: *La giustizia corporativa per il Palazzo di Giustizia di Milano e, per l'arrengio milanese, L'Editio di Costantino, S. Ambrogio, S. Carlo comunicai gli appestati, Gli Sforza e i Visconti. Nel *Figliol prodigo* (1926, Acqui, Ospizio Ottolenghi), che è forse il suo capolavoro, volle porre un accento autobiografico; nella *Fondazione dell'Ospedale del Perdono di Milano* (1939, ivi Ospedale Maggiore), definì il carattere delle sue plastiche narrazioni.
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381. Giovanni Fallani Martini, Francesco di Giorgio
Pittore, scultore, architetto, ingegnere militare, n. a Siena nel 1439, m. nel 1850 (la maggior parte dei documenti lo chiama semplicemente Francesco di Giorgio).Iniziò attività di artista non ancora venticinquenne nella pittura e le sue prime opere, p. es., *Le Storie di Giuseppe e Susanna* nella Pinacoteca di Siena, rivelano la sua discendenza dal Vecchietta. Nel 1464 lo si trova impegnato in un'opera di scultura. Nel 1469 è già attivo in lavori idraulici per la città di Siena, senza tralasciare la pittura e la miniatura, derivando elementi anche da Girolamo da Cremona (*Madonna dei terremoti, Annunciazione* della Pinacoteca di Siena). Si unisce quindi in società con Nereccio (*Storie di s. Benedetto* agli Uffizi, varie ancorate di *Madonna*), ma se ne scioglie nel 1475. Nelle opere compiute in questo frattempo si notano anche rapporti col mondo fiorentino (Lippi, Baldovinetti, Pollaiolo, Botticelli), ma assimilati solo in parte, come si vede nell'*Incoronazione della Vergine* (1472) della Pinacoteca di Siena, nell'*Assedio di Betulia* eseguito nel 1473 su suo disegno nel pavimento del duomo di Siena e nelle due *Natività* ora nella Pinacoteca (1475) e nella chiesa di S. Domenico (ca. 1489) sempre a Siena. Nel 1477 il M. è già in Urbino, ed è verosimile che, poco dopo il 1472, lavorasse nella parte del Palazzo ducale innalzata da Luciano Laurana. Vi si stavano compiendo le opere di decorazione scultorea (fregi, peducci) e le porte intarsiate (quella con le *Arti liberali* e i *Trionfi*, anteriore al 1474, fu certamente eseguita su disegni del Senese).
Questi dunque, verosimilmente col compito di fornire modelli ai decoratori, si trovò a contatto con un mondo assai complesso, in cui le esperienze veneto-lombarde e fiorentine (attive in Urbino con Ambrogio Barocci, Francesco di Simone Ferrucci, Domenico Rosselli ed altri) non erano disgiunte dagli insegnamenti di Piero della Francesca e del Laurana. Però l'interesse di F. di G. per l'architettura doveva essersi acceso prima del suo arrivo in Urbino, forse in occasione del viaggio a Roma compiuto nel 1464 col Vecchietta.
Certo nei disegni dei suoi codici giovanili l'artista già si rivela studioso delle fabbriche romane e fin da allora egli dovette formare, sulle orme del Vecchietta, la sua personalità di architetto. Tuttavia non vi è edifizio che gli si possa assegnare con certezza prima del soggiorno in Urbino. Qui, invece, le sue prime opere possono riconoscersi nel convento degli Zoccolanti (attiguo alla più tarda chiesa di S. Bernardino), e nei lavori del Palazzo Ducale, seguendo con molta libertà i disegni lasciati da Luciano Laurana (torre quadrangolare sovrapposta al prospetto occidentale del Palazzo, loggiato al piano nobile sul cortile del Pasquino, copertura delle sale al piano nobile del Castellare, sistemazione del giardino pensile). Dopo queste prove, F. di G. M. continuò ad operare anche in qualità di pittore (miniature del codice Urbinate latino 508 nella Biblioteca Vaticana) e di scultore (rilievo con la Deposizione della chiesa del Carmine a Venezia). Allo stesso momento creativo vanno avvicinate la Flagellazione della Galleria nazionale di Perugia e la Discordia del Museo Vittoria e Alberto di Londra (terracotta) e della collezione Chigi-Saracini di Siena (stucco). Opere pressoché dello stesso periodo, nel campo dell'architettura militare, furono le Rocche di Sassocorvaro, di S. Leo, di Serra S. Abbondio, del Tavoleto, di Cagli e di Mondolfo, tutte nelle Marche. Morto Federico da Montefeltro (1482), F. di G. alternò la sua residenza tra Urbino, Siena, Milano e Napoli. A Siena fu nominato ingegnere della Repubblica nel 1485 e capomastro del Duomo dal 1498 alla morte, e progettò il nuovo coro della Cattedrale e vi pose gli angeli e i cherubi porta-candela-bri: i primi da lui stesso scolpiti, i secondi eseguiti, forse su suoi disegni, dal Cozzarelli. A Milano fu chiamato nel 1490 per consigli sulla staticità del Duomo in rapporto alla costruzione del tiburio. A Napoli svolse opera di architetto militare al servizio di Alfonso di Calabria, e nel 1495 fece brillare con successo la prima mina. In Urbino attese, dal 1482 a varie riprese, alla costruzione di due chiese, volute per disposizione testamentaria dal duca Federico: il Duomo e S. Bernardino. L'uno andò distrutto nel sec. XVIII, ma dai rilievi che se ne conservano dimostra di rievocare nelle sue forme il progetto elaborato dall'architetto per la chiesa di S. Maria del Calcinio presso Cortona (1484). S. Bernardino, invece, è una costruzione piuttosto tarda (ma è stato opinato che un primo progetto ne fu dato forse dall'artista allorché da giovine egli innalzò l'attiguo convento). Tuttavia l'elaborazione definitiva di detto progetto non poté aver luogo senza un incontro con il Bramante, dal quale dipendono taluni aspetti che in S. Bernardino sono presenti. Ancora ad Urbino, al tempo di Guidobaldo, il Senese costruì le stalle del Palazzo Ducale, che impegnavano un grandioso edifizio ora semidistrutto, il convento di S. Chiara e la parte posteriore del Palazzo. Infine sono da ricordare il Palazzo della Signoria di Jesi, parte del Palazzo degli Anziani di Ancona e parte di quello Ducale di Gubbio.
Le sue esperienze architettoniche formano la base del suo Trattato d'architettura (di cui il miglior codice sta nella Bibl. nazionale di Firenze e redazioni minori a Torino, a Siena e in Vaticano) e ne differenziano profondamente il contenuto dei dettami di Vitruvio, a cui F. di G. s'ispira nel disciplinare la materia.-Veditav. XVI.