ANTROPOLOGIA CRIMINALE

ANTROPOLOGIA CRIMINALE. - È quel ramo dell'antropologia che, con gli stessi metodi naturalistici di tale scienza, studia l'uomo delinquente in tutte le sue caratteristiche somatiche e psichiche (essendo il termine «antropologia» sintetico di tutti gli aspetti umani), e, sulla base di queste, unitamente alle influenze ambientali fisiche e sociali, mira a spiegare la genesi dei singoli fatti delittuosi, nell'intento di giungere ad una interpretazione generale della criminalità. In questa definizione possiamo racchiudere, nel suo odierno evoluto aspetto, tale disciplina. La quale assume a principio fondamentale essere il reato sempre, in ogni caso, il prodotto di due ordini di fattori: gli endogeni o intrinseci, inerenti alla personalità dell'agente, e gli esogeni o estrinseci, inerenti agli ambienti fisico e sociale; per cui il delitto è concepito come un'azione sia legata alla personalità di chi lo compie e sia connessa con le influenze che su di lui esercitano i fattori esterni del mondo fisico e della vita associata. L'a. c. ha dunque le sue basi in varie discipline, cui attinge, cooperanti ad un unico risultato: biologia, patologia, psicologia, psicopatologia, sociologia, statistica, razzologia, etnologia, demografia, mesologia; le quali però non possono fondersi in un tutto se non nell'orbita del diritto penale.

L'a. c. è successivamente passata per diverse fasi. Nata come scienza positiva, sostenne il determinismo antropologico del delitto, in contrasto con il principio autodeterminista della scuola giuridica classica, fondata sulla dottrina del libero arbitrio e della imputabilità morale dell'uomo (Carrara, Pessina, ecc.); evolvendosi in seguito con il progredire delle ricerche, abbandonò le posizioni estreme originarie, attenuando talune delle sue primitive affermazioni unilaterali e tenendo conto dei progrediti studi sociologici e specie di psicologia, la quale occupa oggi in questa giovane disciplina un posto di prim'ordine.

Questo suo processo evolutivo porta attualmente l'a. c. a studiare: a) delitto (v.) nella sua materialità esteriore, giacché, per il nesso intimo allacciante le personalità alle loro azioni, queste rivelano i fatti psichici che hanno condotto i loro autori a compierle; b) delinquente (v.) in tutta la sua personalità psichica (nelle sfere affettiva, volitiva, intellettiva) e nell'interiore processo di sviluppo del delitto, dalla ideazione alla preparazione e all'attuazione; c) la personalità strettamente biologica del reo nei suoi caratteri normali, anormali, degenerativi, patologici, sia ereditari che acquisiti. A seconda degli autori, viene attribuito valore maggiore e data prevalenza ora all'uno e ora all'altro di tali studi.

L'origine dell'a. c. (così nominata dal suo fondatore Cesare Lombroso) risale alla metà del secolo scorso, ricollegandosi direttamente ai concetti dello psichiatra francese Morel, che nel 1857 enunciò la dottrina - sulla quale influirono le sue convinzioni religiose intorno alla «caduta» dell'uomo - della «degenerazione», da lui concepita come deviazione da un primevo tipo umano perfetto. Al Morel sono da associarsi altri due alienisti francesi dello stesso suo tempo: il Moreau de Tours, cui devesi la teoria dei rapporti fra genio e neurosi ereditaria (1859), e il Despine, che illuminò la psicologia dell'uomo abnorme e criminale (1868). La tesi del Morel fu invertita dal Magnan, per il quale il degenerato rappresentava l'imperfetto uomo del remoto passato, riapparente nei suoi caratteri atavici d'inferiorità. Il Lombroso, attingendo non poche idee dagli anzidetti e specie dai Magnan, dal Darwin, dal Lubbock, dallo Haeckel, da tutta insomma la corrente evoluzionista, allora in grande onore, presentò da principio (1876) il suo ormai tanto noto «tipo criminale» o, come lo chiamò il Ferri, «delinquente nato»: una varietà della specie umana, un selvaggio, un primitivo, un arretrato in stadi di vita preumana, prodotto della eredità atavica (atavismo), con spiccate note regressive denunciate da un imponente quadro sintomatologico ricco di anomalie strutturali e funzionali e psichiche, reputando in esso inseparabili l'aspetto somatico e quello psichico. Modificò poi la sua originaria concezione della «primitività» del criminale considerandolo come un degenerato di natura più o meno strettamente patologica; indi, sulla scia del Prichard, come pazzo morale; infine affermò essere la criminalità una varietà della epilessia (equivalente epilettico), nella quale le convulsioni sono sostituite da impulsi violenti e irresistibili a commettere il delitto. Così, dalla fossetta occipitale mediana del brigante Villella si arrivava diritto al cuore della libertà morale e della libertà del volere. A volte un selvaggio, a volte un bambino, tal'altra un malate, ma sempre «agente criminosamente, in qualsiasi condizione, proprio per necessità organica» (M. Carrara), il «delinquente nato» lombrosiano, oggetto di critiche spietate anche fra gli stessi positivisti, è rimasto, si può dire, una creatura pseudoscientifica perché nemmeno sorretto dalla regola dei grandi numeri.

Nel 1877 il giurista Garofalo, aderente alla scuola lombrosiana, pose accanto al delitto giuridico un delitto naturale, dando del delitto una definizione non giuridica bensì sociologica; ma ciò che più conta è l'aver egli enunciato, nel suo nucleo fondamentale, quella che fu poi la dottrina e la mèta, e soprattutto il grande merito, della scuola positiva: la prevenzione speciale o individuale come funzione della repressione criminale in aggiunta alla prevenzione generale, non-

ché la prevalenza di quella, in caso di contrasto, su questa; inoltre, la pericolosità del reo come criterio e misura della repressione criminale.

Fondendo organicamente la dottrina del Garofalo con gl'insegnamento del Lombroso, Enrico Ferri, giurista, innestò in questo tronco la sociologia criminale, applicando allo studio della criminalità il sistema comtiano e spenceriano, ed affermando che il delitto è la risultante delle condizioni individuali reagenti ad un dato ambiente fisico (cosmico-tellurico) e sociale. Per il Ferri la « delinquenza innata » non è altro che « una personale predisposizione fisiopsichica al delitto, che può non arrivare ad atti criminosi se contenuta da circostanze favorevoli nell'ambiente »; dal che la non ammissione della fatale inevitabilità del delitto per cause puramente organiche e il riconoscimento dell'alto valore della prevenzione. Negatore anch'egli della libertà umana, il Ferri spostò il centro della responsabilità dalla colpa morale alla responsabilità legale; abolito così il principio della colpa e della retribuzione, lo sostituì con quello di pericolosità e di difesa sociale.

L'elemento sociale, introdotto dal Ferri, fu affermato dal Colajanni, sociologo, come fattore esclusivo del delitto (determinismo sociologico), ponendo l'accento sul determinismo economico.

Il campo si sposta verso la psicologia criminale ad opera del Niceforo, con la sua teoria della « criminalità latente » (1902), per la quale il delitto altro non è che il riaffiorare dell'io inferiore (sede delle formazioni psichiche ataviche, primitive, cariche degli istinti profondi egoistici, aggressivi, antisociali, insiti in ogni uomo), alla superficie dell'io superiore (sede dei sentimenti evoluti). Tali concetti sono ripresi dal Patrizi, successore del Lombroso alla sua cattedra, il quale, ripudiando le teorie lombrosiane, risale ad una spiegazione psicologica della criminalità con la dottrina della « monogenesi psicologica del delitto », che considera come nucleo criminogeno fondamentale il sopravvento degli istinti bruti ed egoistici annidati nella paleopsiche, di antica e solida struttura, sui sentimenti etici della neopsiche, di recente e debole struttura.

Da notare è altresì il contributo che può recare allo studio di qualche tipo di delinquente o di qualche particolare caso di criminalità la cosiddetta « psicologia del profondo » sia sui principi freudiani che adleriani. psicanalisi (v.) del Freud il delitto, nei criminali neurotici — che si può dire formino l'oggetto proprio di tutta la criminologia psico-analitica — sarebbe determinato da un sentimento di colpa spingente il soggetto a delinquere allo scopo di venir punito; secondo la psicologia individuale dell'Adler il soggetto delinquerebbe per liberarsi da conflitti determinati da un complesso di inferiorità; ma né l'una né l'altra di tali dottrine possono darci, come vorrebbero, una teoria generale della criminalità.

La concezione antropologica del delitto ha trovato nuova linfa (per cui il nome di « neo-lombrosismo ») negli ultimi tempi, nelle teorie costituzionaliste (De Giovanni, Viola), per le quali i singoli temperamenti vengono posti in rapporto con una particolare costituzione organica dalle precipue reazioni agli stimoli esogeni, e specialmente nella odierna biotipologia umana (Pende), che interpreta e valuta il tipo individuale in un'indagine unitaria correlazionistica di tutti gli elementi — somatici e psichici — che la costituiscono; sulle orme di tale indirizzo sintetico, il Di Tullio, rifiutando il patologismo, ha fatto riferimento alla costi-

tuzione sia per la spiegazione della criminalità e sia per un criterio di classificazione dei deliquenti, descrivendo la « costituzione delinquenziale », riscontrabile in grado maggiore o minore in tutti i rei, eccettuati gli occasionali puri. In tale indirizzo, come già in quello del Ferri, non domina il motivo di « necessitazione al delitto », bensì quello di « predisposizione », e sono considerati anche i fattori psicologici e segnatamente psicopatologici.

Da ricordare è ancora la dottrina (che potremmo dire biopsicologico-costituzionalistica) del Kretschmer, che assume come principio la correlazione tra corpo e psiche, distinguendo vari tipi di costituzione corporea ai quali corrispondono generalmente particolari caratteristiche psichiche; la quale è stata applicata da alcuni suoi allievi (Viernstein, Michel, Rohden, Bohmer, Riedl) allo studio dei criminali.

Seguendo un filo ininterrotto che porta dai nomi di Despine, con la sua opera fondamentale (1868), di Kraft-Ebing, di Kraus, di Sommer, di Gross a quelli di Patrizi e di De Sanctis, oggi l'a. c. va nettamente orientandosi presso alcuni autori (Niceforo, Grispigni, Flesch) verso un indirizzo fondamentalmente psicologico. Il quale si può riassumere in questo principio: i fattori psichici sono la causa prima, immediata della risoluzione criminosa; gli altri fattori influiscono indirettamente su di essa. Consistendo dunque il reato, in ultima analisi, in un'attività psichica (che può essere normale, abnorme, patologica), ne deriva che la parte preminente dell'a. c. dev'essere quella psicologica, sempre tenendo nel dovuto conto l'influenza della costituzione organica. Come afferma il Gemelli, « i progressi della psicologia conducono a dimostrare che l'azione delittuosa dev'essere considerata sia nelle condizioni ambientali in cui si è sviluppata e attuata e sia come manifestazione dell'individuo che l'ha compiuta; il quale perciò dev'essere studiato nella sua costituzione organica e psichica, nelle sue tendenze e attitudini, nella sua differenziazione psichica come si manifesta nel carattere, che può presentarsi come variazione estrema di comuni tipi, e quindi ancora normale, ovvero rientrare nel campo patologico ».

L'A. C. NELLA CRITICA CATTOLICA E NELL'ODIERNO VALORE PRATICO. — Quanto è stato detto basta a spiegare la viva opposizione costantemente manifestata dai cattolici contro l'a. c. di marca lombrosiana estremista: vincolata al pretto materialismo (determinismo biologico), essa nega la libertà umana, toglie ogni significato ai termini di merito e di demerito, di premio e di pena; il che costituisce motivo per rigettarne i presupposti e le conclusioni. Lo stesso può dirsi delle teorie improntate ad un sociologismo assolutista, nelle quali domina il principio del determinismo esogeno del delitto (determinismo sociologico). Lo stesso non si può dire, però, dell'a. c. come si presenta nella sua fase odierna (e appunto perciò si è parlato di « nuova a. c. »), pur se non abbia ancora avuto la sua definitiva sistemazione, molti siano gl'interrogativi che restano senza risposta, non pochi gli assunti da considerarsi ancora ipotesi di lavoro. E tutto ciò è dovuto in gran parte al fatto che ognuno dei cultori di tale disciplina (biologi, sociologi, giuristi, psicologi) si è valso delle risorse della propria, e sul terreno della propria specialità, per cui in tale complesso campo di studi si sono battute, e si battono, vie ora analoghe, ora differenti, ora diametralmente opposte. Oggi, ancora, da troppi cultori di questa scienza si guarda quasi esclusivamente ai fattori organici, e specie a quelli morbosi, per scorgervi gli elementi basilari etiogenetici nella dinamica

del delitto, e si vuole perciò che solo ai biologi spetti il monopolio dell'a. c. Per troppi ancora l'agitur si sostituisce tirannicamente all'agit; e per quanto molti operino a rinnovare l'a. c. dispogliandola dal naturalismo dominante, ne hanno tuttora la mente così impregnata, che, anche in modo inconsapevole, o almeno implicito, seguono concezioni positivistiche del più pretto materialismo, pur affermando il contrario. Non basta constatare che un delinquente abbia una particolare costituzione o una particolare malattia per affermare che il suo delitto è in rapporto causale con esse: non vi sono stimmate biologiche o patologiche del delitto; per cui bisogna guardarsi dal cadere nell'errore di scambiare correlazioni causali per correlazioni causali.

Ma di là da questi appunti è doveroso riconoscere i grandi servigi resi dall'a. c. nel campo delle discipline penali e penitenziarie. Suo merito precipuo è stato, sin dalla sua prima fase, quello di stimolare lo studio del delinquente, facendo convergere sull'agente, più che sull'azione: chibiettivamente considerata, l'indagine dei preposti al grave compito di definire il delitto, di rintracciarne i moventi, di misurarne le sanzioni. Va altresì rilevato l'impulso dato da essa all'opera di bonifica sociale, e, in genere, a tutte le iniziative tendenti alla profilassi e alla terapia del delitto, specie nel settore della educazione e della rieducazione. L'a. c. ha esercitato sulle leggi penali di vari paesi, e innanzi tutto italiane, un influusso indiscutibilmente vantaggioso. Per secoli l'uomo delinquente fu ignorato o piuttosto sottinteso o trascurato: tutto il diritto penale gravitava, e in molti casi ancor gravita, tra due poli: reato e pena. Quali che siano i suoi errori di metodo e di programma, non si può onestamente negare all'a. c. il merito di aver richiamato all'attenzione degli studiosi e dei legislatori la necessità di studiare l'homo delinquens. Grazie all'antagonismo tra i due indirizzi fondamentali, propri rispettivamente della scuola classica e della positiva di diritto penale, ne sorsero altri più temperati, intermedi; tra i quali si affermò la terza scuola (detta anche del positivismo giuridico), ai cui principi s'inspirò il codice penale italiano del 1889 (Zanardelli). Compromesso tra la terza scuola e la scuola positiva (e non, come spesso inesattamente si afferma, tra la scuola positiva e la classica), anzi, tentativo di superamento tra i due indirizzi in lotta poiché coglie di entrambe le parti vitali, è il codice penale del 1930 (Rocco), che rappresenta una notevole evoluzione del diritto penale.

Tale vigente codice, pur non accogliendo i postulati della scuola positiva in quanto si discostano dal fondamentale principio della libertà delle azioni umane, e scolpendo invece il principio volontaristico negli artt. 42 e 85 (ossia quello della imputabilità come base della responsabilità penale), prende in considerazione la personalità del reo nelle disposizioni riguardanti le condizioni psichiche di esso (artt. 88 e 89), nel sistema delle circostanze (artt. 59-70), nella valutazione dei motivi a delinquere (artt. 61 e 62), nella valutazione della capacità a delinquere agli effetti della pena (art. 133) e finalmente e soprattutto nella istituzione delle misure amministrative di sicurezza (artt. 202-208), suggerite da una mentalità saggiamente preventiva, consistendo la metà ultima di tale nuovo istituto nella difesa della collettività dagli individui socialmente pericolosi.

Passando a raffronti con il diritto canonico, si deve ben rilevare lo spirito precursore e il senso pratico della Chiesa che già nel Concilio di Trento (sess. XIII, de ref., cap. 1) ammoniva gli ordinari a voler piuttosto

prevenire che reprimere le infrazioni dei sudditi; e nel liber V del CIC, contempla i remedia poenalia posti a fiancheggiare le pene ecclesiastiche (cann. 2306-11), e con profondo intuito scientifico avverte (cann. 2218, § 1) che per osservare un'equa proporzione tra la pena e il delitto occorre considerare non solo obiectum et gravitas legis, ma anche età, istruzione, educazione, sesso, condizione sociale, stato di mente del reo, l'aver agito per impeto di passione o per grave timore: tutti quegli elementi, insomma, atti a formare un giudizio esatto sulla personalità del reo e sui moventi che l'hanno spinto ad agire.

BIBL.: Tra le opere del fondatore, della sua scuola e ramificazioni: G. Virgilio, Sulla natura morbosa del delitto, Roma 1874; A. Marro, I caratteri dei delinquenti, Torino 1887; R. Garofalo, Criminologia, 2ª ed., Torino 1890; C. Lombroso, L'uomo delinquente, 2ª ed., Torino 1896-97 (1ª ed. 1876); l'opera è stata ridotta in un vol. da G. Lombroso, Torino 1924); M. Carrara, A. c., Milano 1908; E. Ferri, Studi sulla criminalità, Torino 1926; id., Sociologia criminale, Torino 1920-30; G. Angiolella, Manuale di a. c., 2ª ed., Milano s. d.; S. Ottolenghi, Trattato di polizia scientifica, II, Milano 1932; L. Verweck, Cours d'anthropologie criminelle, Bruxelles 1932; M. Carrara (in collab.), Manuale di medicina legale, II, Torino 1940. Un indirizzo analogo è quello che in Germania va sotto il nome di « Kriminalbiologie »; A. Lens, Grundriss der Kriminalbiologie, Vienna 1927; F. Exner, Kriminalbiologie, Amburgo 1930. - Sul moderno indirizzo costituzionalistico: G. Vidoni, Volari e limiti dell'endorfinologia nello studio del delinquente, Torino 1923; N. Pende, I fattori biostipologici della criminalità, in Atti convegno Società di antropol. e psicol. criminale, Milano 1935; C. Ceni, Cause biologiche della delinquenza, Bologna 1943; B. Di Tullio, Trattato di a. c., Roma 1945. - D'indirizzo puramente sociologico: N. Colaianni, Sociologia criminale, Catania 1886. - D'indirizzo psicologico: M. L. Patrizi, Dopo Lombroso, Milano 1916; id., Addizioni al « Dopo Lombroso », Milano 1930; S. De Sanctis, Psicologia sperimentale, II, Roma 1930. - D'indirizzo psico-sociologico: A. Nicotero, La trasformazione del delitto en la sociedad moderna, Madrid 1903; id., Criminologia, I, Milano 1941; II, ivi 1943. - D'indirizzo giuridico: E. Florian, Trattato di diritto penale, Parte generale voll. I e II, Milano 1934; F. Griseigni, Diritto penale italiano, Milano 1947 (in cui sono considerati in prevalenza i fattori psicologici). - Di critica dell'a. c. e della scuola positiva: a) dall'angolo visuale cattolico: A. Gemelli, Le dottrine moderne della delinquenza, Milano 1929; id., La personalità del delinquente nei suoi fondamenti biologici e psicologici, Milano 1946; b) dall'angolo visuale del neo-idealismo assoluto: G. Gemile, Cesare Lombroso e la scuola italiana di a. c., in Le origini della filosofia contemporanea in Italia, Messina 1921; U. Spirito, Storia del diritto penale italiano, Roma 1925; c) da altre visuali: L. Lucchini, I semplicisti del diritto penale, Torino 1886; E. Patrizi, Attuale indissolubilità delle cause organiche del delitto, in Riv. di diritto penitenziaria, Roma 1936; id., Un quadrinomio criminologico da rivedere, ivi 1940. - Atti dei più recenti congressi: Atti del I Congresso internazionale di criminologia, Roma 1939; Segundo Congresso latino americano de criminologia, Santiago del Cile 1941; Annis da primeira Conferência pan-americana de criminologia, Rio de Janeiro 1948. Gislero Fiesch
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“ANTROPOLOGIA CRIMINALE.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 946. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/antropologia-criminale.