ANTROPOLOGIA (DAL GR. ἌΝΘΡΩΠΟΣ = UOMO E ΛΌΓΟΣ = DISCORSO)

ANTROPOLOGIA (dal gr. ἄνθρωπος = uomo e λόγος = discorso). - È la scienza dell'uomo. Il termine s'adopera sia in filosofia, che nelle scienze naturali. Più usato, presentemente, è il termine naturalistico, ma non ha ancora un significato uniformemente accettato da tutti gli antropologi. La corrente più larga è quella che dà all'a. il significato di studio di tutto l'uomo, ma come potrebbe farlo un naturalista. Il da Quatrefages (1869) definisce l'a.: « la storia dell'uomo fatta come l'intenderebbe un naturalista che studia un animale ». E il Martin (1914), nel suo classico trattato d'a., ne dà una definizione sostanzialmente uguale: « L'a. è la storia naturale degli ominidi nella loro espansione nel tempo e nello spazio ». Così concepita l'a. comprende lo studio di tutte le manifestazioni umane, sia fisiche, sia culturali; e si distingue in due grandi branche: l'a. fisica che ha per oggetto i caratteri fisiomorfologici dell'uomo nelle loro variazioni individuali, razziali, sessuali, e l'etnologia che studia gruppi umani nelle loro manifestazioni culturali, sociali, religiose, ecc. L'a. fisica, in quanto si occupa dei caratteri fisici degli uomini estinti, si chiama paleoantropologia; mentre l'etnologia, in quanto studia le manifestazioni culturali dei medesimi, si dice paleoetnologia.

Comunemente però col termine a., senz'altro appellativo, s'intende l'a. fisica che s'identifica con la somatologia. Questa, benché abbia molti punti in comune con l'anatomia e con la fisiologia, si distingue da queste, perché tali discipline hanno per oggetto, rispettivamente, i caratteri anatomici e fisiologici dell'uomo in genere, si direbbe quasi, in astratto, senza tener conto delle differenze individuali, sessuali (almeno per alcuni caratteri) e razziali; mentre l'a. si occupa proprio di tali differenze. Inoltre, l'anatomia e la fisiologia non si pongono i problemi delle origini, delle trasformazioni, della diffusione dell'uomo; invece l'a. ha per scopo anche tali problemi.

È chiaro che l'a. nelle sue ricerche dovrebbe tener conto del maggior numero di caratteri possibile; invece, per un complesso di ragioni, si può dire che,

fino a poco tempo fa, essa si è limitata, quasi esclusivamente, o almeno prevalentemente, allo studio dei caratteri dello scheletro. Influirono su tale direttiva, in primo luogo, il fatto che i caratteri dello scheletro si rivelano spesso più costanti degli altri e quindi più atti ad una classificazione e discriminazione sistematica; in secondo luogo, perché le parti molli degli individui appartenenti a razze diverse, spesso lontane e di difficile accesso, sono meno facili ad aversi; finalmente, perché una parte importante dell'a., la paleoantropologia, non si può fare, necessariamente, che con le ossa, le uniche parti dell'organismo umano che si conservino, in condizioni privilegiate, attraverso i millenni.

Va da sé, tuttavia, che uno studio dell'uomo, così unilaterale ed incompleto, che si limita praticamente all'indagine di una parte dei caratteri fisici, potrebbe essere tacciato di presunzione o addirittura di temerarietà, se pretendesse di risolvere i massimi problemi delle origini dell'uomo. Ed è realmente così, almeno per parte di alcuni antropologi materialisti, i quali si illudono di poter risolvere il problema della comparsa dell'uomo (corpo e anima) dall'esame di alcune ossa. In realtà i problemi delle origini sono incomparabilmente più complessi. Essi presuppongono la soluzione di altre questioni fondamentali, come: la questione della natura dell'uomo, del posto che ad esso spetta nella natura, ecc. Questioni queste che la sola a. fisica non può risolvere senza il concorso e l'aiuto delle altre discipline antropologiche, nonché della psicologia e della filosofia, insomma di tutte quelle scienze che hanno per oggetto l'uomo, visto da ogni suo lato, non solo naturalistico, ma filosofico e metafisico. Soltanto da questa intima collaborazione si potrà sperare di ricevere maggior luce sui problemi delle origini che formano, sotto certi aspetti, una delle mete più importanti dell'a.

1. CENNI STORICI

Lo studio della storia naturale dell'uomo risale all'antica Grecia, benché tale studio, come si è già detto, non fosse separato da quello filosofico. Ippocrate fa alcune osservazioni sull'influsso dell'ambiente nella natura fisica dell'uomo. Aristotele s'interessa dei fenomeni d'eredità, degli incroci, osserva le proporzioni del corpo, la distribuzione dei peli, le suture del cranio, ecc. Ma, dopo di questi, lo studio della storia naturale dell'uomo decadde, come in genere tutte le scienze naturali: e, per tutto il medioevo, si ripeterono le medesime nozioni sulla natura dell'uomo, mescolandole, non di rado, a racconti fantastici e stravaganti.

È nel sec. XVIII che risorgono e rifioriscono gli studi antropologici. Il Linneo tenta una classificazione dell'uomo. Il Buffon introduce per primo, sembra, il termine «razza», per designare i vari gruppi umani. Espone anche le cause che, secondo lui, hanno determinato la formazione delle medesime. G. F. Blumenbach (1752-1840) pone le basi della tecnica antropologica in generale. In un lavoro intitolato De generis humani varietate nativa (1775) espone una nuova classificazione delle principali varietà o razze umane viventi, fondandosi su osservazioni di crani. Egli porta anche gli argomenti anatomici, fisiologici e psicologici, che depongono a favore del monogenismo. Il Camper (1691) misura l'angolo facciale (angolo del Camper). Il Dauberton determina la posizione del foro occipitale. Si escogitano, sempre attorno a questo tempo, diversi metodi (Saumarez, 1798; Virey, 1817; Tiedman, 1836) per misurare la capacità cranica, annettendo poi a questo carattere molto più importanza di quanto non abbia in realtà. Alcuni autori materialisti, anzi, pretesero da tale misura di giungere alla determinazione dell'intelligenza. Ciò che era stato dimostrato assurdo dalla psicologia razionale e che i fatti non tardarono a mostrare in opposizione con la realtà.

Intorno alla metà del sec. XIX si escogitano i metodi antropologici di misurazione che, con qualche modifica-

zione, s'adoperano anche presentemente. Essi furono ideati dall'antropologo svedese Anders Retzius. Parimenti al Retzius si deve l'introduzione dell'uso degli indici, ossia dei rapporti fra misure, che si dimostrarono incomparabilmente più adatti negli studi antropologici dell'uso delle misure assolute.

Mentre nella prima metà del sec. XIX prende grande sviluppo lo studio dei crani, sorgono anche società di a. per l'incremento di questa disciplina. Nella seconda metà dello stesso secolo due nomi occupano gran parte della storia dell'a.: il de Quatrefages e il Broca. L'insegnamento dell'a. fu elevato dal de Quatrefages ad una altezza che anche oggi difficilmente raggiunge. Nell'opera Unité de l'espèce humaine si dichiarò nettamente a favore del monogenismo.

Il Broca, medico positivista, impresse all'a. un indirizzo essenzialmente morfologico e materialista, ponendo come fondamento di ogni progresso della scienza dell'uomo, la conoscenza della forma, non soltanto per la scienza antropologica in senso stretto, ma anche per le scienze fisiologiche, psicologiche e sociologiche. Fondo a Parigi nel 1859 la «Société d'Anthropologie», sul cui esempio furono fondate società simili nei principali paesi d'Europa: a Londra nel 1863, a Madrid nel 1865, a Mosca nel 1866, a Firenze dal Mantegazza nel 1868, a Berlino nel 1869. L'indirizzo del Broca portò vantaggi, ma anche danni all'a., soprattutto con l'aver esagerato l'importanza del metodo metrico e per le sue prevenzioni di carattere materialistico.

Accanto al de Quatrefages e al Broca nel sec. XIX va ricordato il belga Quétet, per l'impulso da lui dato all'antropometria. Fra i principali rappresentanti, negli ultimi tempi, della scuola del Broca, vi fu il francese Manouvrier che si occupò, oltre che della tecnica antropometrica, dell'interpretazione del peso dell'encefalo.

Mentre all'estero si tendeva ad esagerare l'importanza delle misure e degli indici nello studio dell'a., in Italia si tentava, per opera di Giuseppe Sergi, di ricondurla quasi esclusivamente su basi morfologiche. Il Sergi distingueva diverse forme di crani, osservandoli da punti di vista differenti, in base alle quali stabiliva una classificazione complessa e non di rado soggettiva che incontrò le critiche di molti. Il Frassetto (1929) ne tentò la semplificazione, suggerendo nuovi metodi. Fra coloro che più contribuirono a mettere nel suo vero valore l'uso degli indici e delle misure senza esagerarlo, né sminuirlo, fu il Biasutti.

Non potendo abbondare in maggiori particolari sulla storia dell'a. degli ultimi tempi, basterà allo scopo ricordare alcuni studiosi che più degli altri hanno influito sul progresso della medesima. Tali sono il Virchow, il Kollmann, il Ranke, il Klaarsch, lo Schwalbe, il von Luschan, il Martin, il Mollison, il Weinert, il Fischer, il Poëch ed altri.

In Italia, oltre i nomi su ricordati, vanno menzionati: P. Mantegazza, fondatore della «Società di a. e di etnologia» di Firenze, e autore di note pubblicazioni scientifiche divulgative a contenuto purtroppo materialistico, il Tedeschi, direttore dell'Istituto di A. di Padova, il Ruggeri, che insegnò a Napoli e si oppose al poligenismo di G. Sergi.

Presentemente lavorano indeferamente nel campo dell'a. in Italia: Sergio Sergi, figlio di Giuseppe e a questo successo nella direzione dell'Istituto Romano, il Frassetto, della scuola bolognese, il Sera dell'Università di Napoli, il Battaglia di Padova, il Genna di Firenze, il Sacchetti di Roma.

Contribuirono validamente allo sviluppo dell'a., oltre il sorgere e il diffondersi delle idee evoluzionistiche, specialmente dopo la pubblicazione del libro del Darwin Sulle origini delle specie (1860), la scoperta degli utensili litici dell'uomo fossile, per parecchio tempo contestati e finalmente ammessi, e il riconoscimento dei resti scheletrici dell'uomo fossile. Alle prime scoperte, avvenute per gli utensili litici nel 1858, da parte del Boucher De Perthes, nei depositi della valle della Somma, e per l'uomo fossile, nel 1856, nella valle del Veander, presso Düsseldorf, seguirono numerosi rinvenimenti, donde ebbero origine due branche notevoli degli studi antropologici, la paleoantropologia e la paleoetnologia.

Un altro impulso a queste discipline e all'a. in genere, venne dato dalla scoperta del pipecantropo fatta a Giava, nel 1891, dal medico olandese Dubois.

Lo studio della morfologia nelle varie razze, fatto dapprima specialmente sulle ossa e sul cranio, si estese maggiormente anche alle forme esterne del corpo umano (somatologia). Basti accennare, fra tanti, ai lavori del Beddoe per gli Inglesi, del Livi per gli Italiani, del Czekanowski per alcuni gruppi di Negri, del Sarasin per i Vedda e i Neocaledoni, del Martin per alcune stirpi della Penisola malese. Per lo studio dell'anatomia delle varie razze, vanno ricordati il Murie, il Turner, il Testuti, il Gacomini, l'Adachi, ecc.

Presentemente, l'a. si è rivolta in modo particolare allo studio dell'ereditarietà dei caratteri (v. RENDITA), all'eugenica razziale (v. RIESSICA), alla dottrina della costituzione (v. BIOTIPOLOGIA), alla distribuzione dei gruppi sanguigni (v. SANGUE).

Hanno influito su questo orientamento — non sempre felicemente — fattori anche estranei alla ricerca scientifica, come movimenti nazionalistici e direttive politiche.

Purtroppo però gli studi antropologici furono per molto tempo ed in forte prevalenza contaminati dal pensiero materialistico, dominante in a., fino a poco tempo fa. Tale influsso dannoso si fece risentire specialmente nei gravi e delicatissimi problemi concernenti le origini, che tanta intima relazione hanno con la religione e la vita morale. Al presente tuttavia non mancano antropologi, specialmente fra i giovani che, immuni dai pregiudizi di un tempo, considerano le questioni con mente più serena e più aperta ad accogliere anche concezioni finalistiche della natura e spiritualistiche dell'uomo. Le loro ricerche, oltre ad avere il merito di una maggiore profondità, acquistano quello di un valore scientifico più alto, in quanto non si limitano, come quelle di alcuni empiristi e positivisti, alla semplice descrizione dei fenomeni, ma ne indagano le cause profonde, non ripugnando di chiedersi, oltre il perché causale, quello finale dei vari e meravigliosi fenomeni di cui l'antropologo è spettatore privilegiato.

Limitandoci ad esporre qui brevemente il metodo antropologico e i principali risultati ottenuti nel campo specifico dell'a. classica, cioè dell'osteologia antropologica e della morfologia umana, si rimanda alle singole voci per la tenttazione delle altre parti di questa disciplina (v. PALEONTOLOGIA; BRAZZA; RAZZISMO).

2. OSTEOLOGIA ANTROPOLOGICA

Lo studio morfologico e metrico delle ossa ha sempre costituito, per i motivi sopra accennati, una parte principalissima dell'a. Esso acquista un valore addirittura esclusivo quando si tratta dello studio di razze fossili, delle quali, com'è ovvio, non può rimanere che il sistema scheletrico. Da tale studio tuttavia, se condotto con prudenza ed esattezza scientifica, è possibile ragguagliarsi anche sulla morfologia e sullo sviluppo di parti mancanti, mediante le impronte e le modificazioni che hanno impresso al sistema osseo. Così, ad es., è possibile rilevare il volume del cervello dalla capacità cranica, lo sviluppo dei muscoli dalle creste ossee delle inserzioni muscolari, la forma approssimativa della superficie cerebrale dalle impronte cerebrali dall'endocranio, ecc. In base a ciò, si comprende come sia possibile ad antropologi provetti conoscere molte cose sullo sviluppo e sulla forma delle parti molli dell'organismo, situate in diretto contatto con le ossa, di razze completamente estinte e a noi note soltanto mediante alcuni avanzi scheletrici. Non mancarono però e non mancano anche ai nostri giorni studiosi entusiasti che, lasciandosi andare alle facili costruzioni della loro fantasia, più che ai dati di fatto, fecero e fanno dire alle ossa quello che in nessuna maniera possono rivelare.

Non essendo possibile esporre qui completamente il metodo seguito in osteologia e a. e i risultati ottenuti, ci si limita ad accennare alle nozioni principali, concernenti il cranio, che è la parte scheletrica più importante e quella che maggiormente interessa,

sia agli effetti delle classificazioni razziali e sia, soprattutto, per lo studio dei fossili umani.

Elementi di craniometria. — Nello studio delle parti scheletriche, come del resto in quello del vivente, oltre che della forma, si tiene conto delle misure e delle proporzioni. La parte dell'a. che si occupa delle misure e delle proporzioni, si chiama antropometria. Perché i rilievi antropometrici permettano una comparazione generale è utile che almeno una parte di essi siano fatti secondo norme determinate e comuni a tutti gli studiosi. Si è stabilito perciò un certo numero di punti, distanze, piani, linee di riferimento, sia nello scheletrio, sia nel vivente, che hanno per tutti gli antropologi lo stesso

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Ida Marucci, La vita e l'uomo, p. 38, avendo Bissutti
ANTROPOLOGIA — Punti craniometrici umani; b bregma; c si zighion; n nasion; su spina nasale anteriore; go gonion; gu gnathion; pr prosthion; g glabella; l lambda; op opisto-cranio; i inion.

valore e significato, e che permettono di confrontare le misure prese dai vari antropologi su diversi materiali.

Ad es., la glabella è il punto sul piano mediano di massima sporgenza del margine inferiore del frontale; l'opisthokranion è il punto che corrisponde sulla linea mediana dell'occipite, alla massima distanza dalla glabella; il bregma è il punto in cui le due gambe della sutura lambdoidea s'incontrano con la sutura sagittale; il basion, è il punto in cui il margine anteriore del foramen magnum è tagliato dal piano sagittale. E così dicasi di altri punti bene determinabili nel cranio.

Partendo da questi punti è possibile misurare distanze che hanno un valore omologo o corrispondente nei diversi crani. Così si ha la distanza glabella-opisthokranion, che misura la massima lunghezza del cranio, la distanza basion-bregma, che dà l'altezza del cranio; la distanza fra le parti più laterali esterne del cranio che misura la larghezza del cranio, e così per le altre misure.

Le misure assolute però hanno minor importanza per i confronti. Ciò che più importa è conoscere, non tanto l'altezza, la larghezza o la lunghezza di un individuo o di un cranio, quanto il rapporto o le proporzioni che tali misure hanno fra loro, giacché si comprende che la differenza è minore fra due individui che siano l'uno più grande dell'altro, ma le cui rispettive misure stiano in eguale rapporto che fra due individui le cui misure siano in rapporti diversi. Si determinano perciò, mediante le misure dianzi accennate, dei rapporti fra esse che si chiamano indici. Questi si calcolano prendendo come numeratore la misura minore, moltiplicata per 100, e, per denominatore, la misura maggiore. Il rapporto o indice così ottenuto è stato diviso in classi o categorie, a seconda del loro valore, inferiore, compreso o superiore a determinati

valori scelti convenientemente. Si sono così distinti, ad es., i crani, quanto all'indice lunghezza-larghezza o indice cefalico, in dolicocefali (crani lunghi), mesocefali (crani medi) e brachicefali (crani corti).

Indichiamo i principali indici del cranio con le rispettive categorie craniometriche.

1. Indice trasverso-longitudinale (larghezza-lunghezza):

frac{larghezza × 100}{lunghezza}

Dolicocefali (crani lunghi)fino a 74,9
Mesocefali (crani medi)da 75,0 a 79,9
Brachicefali (crani corti)da 80,0 in su

2. Indice facciale totale: altezza totale faccia × 100
larghezza bizigomatica

Euriprosopici (faccia bassa)fino a 84,9
Mesoprosopici (faccia media)da 85,0 a 89,9
Leptoprosopici (faccia alta)da 90,0 in su

3. Indice facciale superiore:

frac{altezza facciale superiore × 100}{larghezza bizigomatica}

Eurini (faccia superiore bassa)fino a 49,9
Meseni (faccia superiore media)da 50,0 a 54,9
Lepteni (faccia superiore alta)da 55 in su

4. Indice nasale: larghezza nasale × 100
altezza

Leptorrini (nasi alto-stretti)fino a 46,9
Mesorrini (nasi medi)da 47 a 50,9
Platirrini (nasi bassi-larghi)da 51 in su

Oltre a punti, misure e indici, si sono determinati anche angoli, piani, circonferenze, archi, ecc. che possono servire a una più esatta comprensione della struttura cranica o biologica. Fra i più noti sono: l'angolo del prognatismo che dà la sporgenza in avanti della faccia (molto pronunciato negli Australiani); la massima circonferenza orizzontale del cranio, i piani antropologici tedesco e francese.

Si dice che un cranio è orientato sul piano tedesco, quando ambedue le linee (una per lato) orbitale-porion, sono sullo stesso piano orizzontale.

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(via Ricerca di Antropologia, 1568-69) ANTROPOLOGIA - Cranio sospeso all'assidiatètero di S. Sergi, secondo l'asse bregma-basion.
Si dice che un cranio è orientato sul piano francese, quando i due condili e il prosthion appoggiano sul piano orizzontale.

La determinazione di tali piani diviene indispensabile quando si voglia fare confronti, perché la forma è spesso le misure cambiano a seconda del modo com'è orientato il cranio.

Uno degli strumenti più perfetti per tali orientamenti è per il rilievo delle proiezioni è l'assidiatètero di Sergio Sergi.

Alla determinazione delle misure e degli indici si uniscono riferimenti intorno alla forma dei crani, osservati in determinate norme. Si distinguono così crani ellissoidi, pentagonoidi, romboi.li, sferoidi, ecc.

Anche la capacità cranica ha importanza nello studio antropologico. Donde diversi metodi per misurarla direttamente (riempimento del cranio mediante pallini, miglio ecc.) e sistemi indiretti, mediante calcoli matematici in base alle misure ed agli indici.

Riportiamo alcune medie razziali della capacità cranica:

Eschimesi . . . . . . . cmc. 1583

Europei . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mongoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Negri Africani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Australiani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ottentotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Andamanesi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Conviene tener presente che le medie concernono numeri assai diversi di individui e che la statura è assai diversa. Non v'ha dubbio tuttavia che, anche tenendo conto della statura, le capacità craniche risultano diverse. Infatti, gli Eschimesi sono di statura piccola, eppure hanno capacità cranica superiore, in media, a quella degli Europei; gli Australiani hanno statura media (m. 1,67) e capacità cranica bassa (cmc. 1349).

Anche quanto alla capacità cranica si notano differenze fra le diverse classi del medesimo gruppo, e le differenze individuali sono molto elevate.

Col sussidio dei mezzi sopraccennati, l'a. è giunta a determinare diversi tipi craniali, rispondenti alle diverse razze, a età e a sesso diversi. Non è impossibile, per conseguenza, ad un esperto antropologo stabilire, almeno con buona approssimazione, la razza, l'età e il sesso di un cranio preistorico intorno al quale non ci sia dato nessun altro ragguaglio all'infuori della sua presenza.

3. MORFOLOGIA ANTROPOLOGICA

I principali caratteri morfologici e antropometrici del vivente che sono studiati dall'a. sono: il colore della pelle, il colore degli occhi e dei capelli, la forma dei capelli, la statura, la forma e gli indici della faccia, la forma dell'occhio e dell'apertura palpebrale, la forma del naso e l'indice nasale, la forma della testa e gli indici cefalici, lo sviluppo e la forma del cervello, le creste cutanee, ecc.

Colore della pelle. - Il colore della pelle dipende dalla presenza o assenza di alcuni pigmenti.

Per classificare i colori della pelle si ricorre a « scale cromatiche ». In passato si è molto utilizzato quella proposta dai Broca. Migliore è quella più recente del von Luschan.

In base al colore, gli uomini vengono classificati, molto in generale, in Bianchi o Leucodermi, Gialli o Xantodermi, Neri o Melanodermi.

Il colore dei Leucodermi (Europei, Asiatici occidentali, Africani del Nord, ecc.) può variare dal bianco latte al bianco roseo, al brunetto; quello degli Xantodermi (Mongoloidi, Boscimani, ecc.) dal giallo pallido (frumento) dei Cinesi, al giallo bruno; quello dei Melanodermi (Pigmei, Negri africani, Australiani, Malesiani, ecc.) dal nero-fumo, raro, al colore cioccolato più o meno carico.

La pigmentazione non è omogenea su tutta la pelle. Il lato ventrale, in generale, è più chiaro del lato dorsale; le superfici di flessioni dei membri più chiare delle superfici di estensioni.

Anche con l'età varia la pigmentazione. I neonati dei Negri sono rosso livido, quelli dei Bianchi sono rosa vivo, quelli dei Gialli sono molto meno gialli.

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ANTROPOLOGIA - Varie forme di capelli: a-b, lasotrichi o dritti; c-d-e, cimotrichi; f-i, ulotrichi.
(da Marrazzi, La vita e l'uomo, inv. XXII, seranda Cipriani)
La dipendenza del colore della pelle dagli elementi climatici, è generalmente ammessa; tuttavia essa presenta ancora molti lati dubbi e oscuri. Si ritiene che il clima influisca sul colore per il fatto che la pelle, sotto l'azione prolungata delle radiazioni solari, diviene oscura e perché nell'area Europa-Asia esiste una certa corrispondenza fra intensità di pigmentazione e radiazioni luminose. Il minimo di pigmentazione si incontra nella zona circostante al Baltico e al mare del Nord; il massimo nelle savane aperte del Sudan. A queste osservazioni che deporrebbero in favore di un nesso causale fra il clima e la pigmentazione, se ne oppongono altre, e cioè che l'oscuramento della pelle, per causa della luce, è limitato e temporaneo, mentre le popolazioni melanodermiche sono estremamente oscure e tale carattere è costante ed ereditario; inoltre, in altri continenti, particolarmente fra le popolazioni indigene dell'America, la corrispondenza fra pigmentazione e clima non si osserva. Pertanto il problema delle origini della pigmentazione non è ancora risolto.

Col colore della pelle va ricordata la macchia mongolica o macchia pigmentaria congenita, presente nei neonati fino a qualche anno di vita con percentuale assai varia nelle differenti razze. Nei Cinesi anche 100% (quasi), nei Bianchi dal 2 allo 0,5%. Si trova nella regione sacrale, ed è formata da cellule pigmentate (cromatofori) presenti nel derma. Il colore varia con la razza: bleu pallido negli Europei, color d'argilla nei Cinesi, verdastro negli Amerindi, nerastro nei Negri e nei Cinesi.

Sarebbe, secondo alcuni, un carattere di una razza primitiva che sarebbe emigrata dall'Asia meridionale verso l'Oriente e verso il Mediterraneo; secondo altri sarebbe un carattere atavico di antenati comuni.

Forma e colore dei capelli. - La forma del capello varia da quello crespo, corto e fine, a quello diritto, lungo e grossolano, passando per tutte le gradazioni intermedie.

Di grande importanza è la forma della sezione del capello. Il tricociolofero di S. Sergi permette una precisa valutazione di diametri.

Si suole raggruppare tutte queste varietà in tre categorie:

capelli elicotrichi: «a spirale». L'impianto nella cute è curvilineo; la sezione ha forma irregolare, generalmente appiattita. La spirale del capello può essere molto corta, nelle forme meno crespe (Pigmei, Boscimani) e anche notevolmente ampia (Abissini, Melanesiani). La maggior parte dei Negri africani presentano questa forma di capelli;

capelli cimotrichi: ondulati. L'impianto è rettilineo; la sezione ovale. La lunghezza del capello cresce quanto più si avvicina alle forme lisce. Hanno questa forma di capelli gli Europei;

capelli lissotrichi: dritti, grossolani, simili ai crini del cavallo. L'impianto è rettilineo; la sezione rotondeggiante. La lunghezza può superare quella dei cimotrichi. Presentano questa forma di capelli i Mongoli.

È notevole che gli elicotrichi alla nascita sono cimotrichi, presentano cioè i capelli ondulati e divengono crespi solo dopo qualche settimana (Negri africani) ed anche dopo alcuni mesi (Negri oceanici).

Questo fatto fa ritenere che i capelli crespi siano un carattere acquisito più tardi e che inizialmente la capigliatura fosse liscia o ondulata.

Il grado di pelosità (barba, peli del corpo, ecc.) sembra in dipendenza della forma dei capelli. Gli individui lissotrichi sono glabri; i cimotrichi non lo sono mai, anzi, in alcune zone, mostrano un grado altissimo di pelosità (Australiani, Ainu, Toda dell'India). Gli elicotrichi hanno, generalmente, scarsa pelosità. Si danno però notevoli eccezioni (Pigmei africani, Melanesiani, Tasmaniani, ecc.).

Il colore dei capelli dipende da un duplice pigmento: uno giallo-rossiccio, diffuso, e un altro, in granuli, che varia dal bruno-giallastro al nero.

Nell'Europa e in un'ampia zona contigua, si trovano tutte le gradazioni di colori, sia degli occhi, sia dei capelli; fuori di questa zona i colori variano dal bruno al nero.

Il biondismo (con gli occhi azzurri) si trova principalmente in Europa e zona contigua. Entro quest'area non sembra necessariamente legato a un dato tipo somatico o razziale, perché lo si può trovare fra gli Scandinavi, come fra i Polacchi, i Lapponi, i Finni, gli Ostiachi e le popolazioni alpine.

Si sono trovati individui biondi o biondicci anche fra popolazioni estraeuropee, come Pigmei, Australiani dell'Ovest, Cuna del Centroamerica, e altri.

I capelli rossi non costituirebbero un carattere razziale, ma un'anomalia individuale (eritismo), più frequente in alcuni gruppi, come Scozzesi, Gallesi, Finlandesi, Ebrei europei.

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ANTROPOLOGIA - Tricociolofero di S. Sergi, apparecchio per la misura del diametro dei capelli e dei peli. Veduto di lato e dall'alto.
La statura. - La statura media nei maschi adulti varia da 142 a 180 cm. La statura media della donna è di ca. 12 cm. più bassa; ma nei gruppi umani a statura bassissima, come i Pigmei dell'Ituri, la differenza si abbassa a 9.
(da Archivio d'antropologia criminale, pairbiatria e medicina legale, 1910)
In genere, nei vari continenti, si nota una distribuzione periferica delle stature più basse. Tale distribuzione fa pensare che le stature più basse rappresentino forme più vecchie che hanno ceduto gradatamente terreno di-

nanzi alla diffusione delle stature alte, fino a rifugiarsi nelle zone marginali o in quelle più sfavorevoli, come le tundre artiche, le foreste settentrionali, i deserti, ecc.

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Proporzioni del corpo. - Anche le proporzioni del corpo, ossia le dimensioni relative della testa, del tronco e degli arti, presentano variazioni individuali e medie, che si devono considerare.
Si calcolano le varie misure, riportandole a quella della statura. Particolare considerazione merita il rapporto fra l'altezza del soggetto seduto e quella del soggetto in piedi. Esso dà la lunghezza relativa della gamba, ed ha ricevuto perciò il nome di indice schelico; e così è da notarsi il rapporto fra la grande apertura delle braccia e la statura.

L'indice schelico varia fra 45,7 (un gruppo di Nilotici altissimi) e 55,4 (Eschimesi dell'Alaska meridionale). In questo indice, i valori bassi indicano gambe lunghe, i valori alti gambe corte.

Il rapporto dell'apertura delle braccia alla statura, oscilla nella media fra 99 (Giapponesi) e 108 (Negri). Nei primi l'apertura delle braccia è inferiore alla statura, nei secondi è superiore.

Generalmente lo sviluppo degli arti nei vari gruppi umani è correlativo: le gambe lunghe si trovano con braccia lunghe e le gambe corte con braccia corte. Gli altri caratteri (diametri trasversali del tronco) sono pure correlativi, mentre la statura non presenta correlazioni, potendosi trovare brevilinei e longilinei in ogni classe di statura. Nell'interno del medesimo gruppo però, si nota la tendenza delle proporzioni longilinee ad associarsi alle stature più alte, e di quelle brevilinee ad unirsi alle stature basse.

Quanto all'indice schelico si possono fare le seguenti categorie:

macroscheli . . . . . da 49,0 a 50,9
mesatischeli . . . . . da 51,0 a 52,9
brachischeli . . . . . da 53,0 in più

Le forme macroscheliche si trovano principalmente nelle regioni meridionali del mondo antico, specialmente Sudan, Ceylon, Australia e Nuove Ebridi. Le forme brachischeliche si trovano specialmente nelle regioni settentrionali: parte dei Lapponi, Calmucchi, indigeni del Nord America, la quasi totalità dei popoli di razza gialla, ecc. Si è notato una certa corrispondenza fra brachischelia e i capelli lissotrichi. Sembra che vi sia relazione fra ambiente e indice schelico. Le forme brachischeliche (gambe corte) si troverebbero specialmente nelle regioni montane e forestali,

quelle macroscheliche (gambe lunghe) nei grandi spazi aperti, come nei deserti e nelle steppe. Si notano riscontri del genere negli animali, ad es.: l'antilope tibetana è tarchiata, e quella delle steppe nord-africane è longilinea.

Steatopigia. - È un carattere particolare di alcune popolazioni (Boscimani e Ottentotti) che consiste in uno sviluppo ipertrofico della regione dei glutei e delle cosce.

Forma della faccia. Indice facciale. - Molti caratteri della faccia si prestano poco ad essere misurati, e si possono soltanto descrivere, ad es., la forma del contorno della faccia medesima, la forma dell'occhio, della bocca, della regione nasale, la forma e la posizione delle ossa zigomatiche e molari, ecc. Altri si possono osservare soltanto nel cranio (forma dell'apertura

piriforme del naso, delle orbite e del palato). Ma altri si prestano a misurazioni anche nel vivente e sono le dimensioni, sia assolute, sia relative, delle varie parti. Queste misure però, per le difficoltà cui praticamente sono soggette, vanno prese con molto discernimento, specialmente quando si tratta d'istituire confronti. È particolarmente calcolato l'indice facciale morfologico, che dà il rapporto - come s'è visto - fra l'altezza nasionmento e la larghezza della faccia.

In base all'indice facciale si distinguono le seguenti categorie:

lepto o dolicoprosope (facce lunghe) . da 90,0 in su mesoprosope (facce medie) . . . . . da 85,0 a 89,9
brachi o europrosope (facce larghe) . . . fino a 84,9

I valori delle medie minime si sono trovati nelle donne Acca dell'Ituri (Congo) con 73, 4, i massimi negli Svedesi occidentali con 93,7. Le forme brachiprosope si trovano nelle regioni tropicali e australi del mondo antico e in Oceania fino alla Tasmania. Le forme dolicoprosope sono

poco diffuse. S'incontrano specialmente in alcuni distretti dell'Europa, dell'Asia anteriore, dell'Africa settentrionale e nell'Oceania presso gli Jaluit e i Tonga.

Prognatismo. — Si dice « prognato » quel profilo facciale, in cui la bocca è più o meno sporgente, « ortognato » il profilo opposto. Si osservano variazioni notevoli, dalla forma molto sporgente del viso di un Australiano a quella ultra-ortognata del tipo estetico classico.

Al prognatismo del viso contribuisce tutto il mascellare superiore (Australiani), oppure soltanto la regione alveolare (« profatnia »), come in molti Negri.

Al prognatismo si associa, generalmente, la bocca larga, con labbra grosse. Le labbra tumide si trovano nei tipi meridionali (equatoriali), quelle sottili nei nordici.

Il mento può essere più o meno sfuggente all'indietro, oppure prominente, basso o alto.

Il mento sfuggente si trova in molti uomini fossili e, fra i viventi, specialmente nei Neocaledoni. Il mento alto è proprio di alcuni gruppi mongoloidi (Eschimesi) ed europoidi (Nordici).

Forma dell'occhio e dell'apertura palpebrale. — Si può distinguere la forma dell'orbita e delle parti molli. La forma dell'orbita può variare da tipi stretti e allungati orizzontalmente, a tipi dallo sviluppo verticale. I primi si trovano nelle facce basse. Sono frequenti in forme fossili e in alcuni tipi attuali (Australiani, Neocaledoni, Lapponi). I secondi si trovano in facce a sviluppo verticale.

Riguardo alle parti molli, l'apertura palpebrale varia pure notevolmente da razza a razza e tra individui della medesima razza, passando per tutte le forme intermedie, da quelle strette e socchiuse a quelle larghe e aperte.

Nei Mongoli l'apertura palpebrale è stretta e obliqua, negli Europei, Pigmei, Negri, è aperta e orizzontale. Nei Mongoli si osserva inoltre la plica mongolica. La palpebra, nell'interno dell'occhio, in alcuni gruppi umani, è ripiegata e copre l'angolo interno dell'occhio. Tale piega è nota col nome di plica mongolica, perché frequente nelle popolazioni mongole. Si osserva però anche in altri gruppi, ad es. fra gli Ottentotti, soltanto che in questi scende verso il lato laterale, anziché verso il lato mediale. La plica indiana degli Amerindi è rappresentata da un prolungamento mediale del margine palpebrale superiore che nasconde sia la caruncola, sia l'estremità mediale del margine palpebrale inferiore.

Queste conformazioni si osservano tuttavia, benché raramente, presso tutti i tipi razziali.

La plica mongolica non è rara nei neonati europoidi; ma poi scompare con lo sviluppo. La plica ottentotta non è rara anche negli Europoidi adulti.

I tre caratteri dell'occhio mongolico: fessura stretta, obliquità e plica mongolica, presentano notevoli variazioni di gruppo e individuali e possono separarsi.

Il colore degli occhi dipende da diversi fattori, ma principalmente dalla struttura e pigmentazione dell'iride.

L'iride consta di vari strati sovrapposti che, dalla faccia anteriore alla posteriore, sono: l'endotelio, lo stroma e l'epitelio. L'endotelio copre la faccia anteriore dell'iride. Presenta sulla superficie anteriore delle depressioni o cripte che mancano nel fondo. È formato di cellule endoteliali molto appiattite, a contorno quasi circolare e non di rado pigmentate. Lo stroma forma lo strato fondamentale dell'iride. Consta di un tessuto connettivo fibrillare, percorso da vasi e da nervi, e contiene il muscolo sfintere della pupilla. Nello stroma si trovano cellule contenenti pigmento in quantità variabile (cellule dello stroma).

L'epitelio consta di due strati, ed è assai pigmentato, eccetto che negli albini.

Negli occhi « chiari » il pigmento manca o è scarso nello stroma; il pigmento bruno dello strato interno o retinico, attraverso allo stroma, all'endotelio, all'umor acqueo e alla cornea, dà, per trasparenza, il colore azzurro, grigio o verde. Negli occhi « scuri » il colore è dato dal pigmento delle cellule cromatofore dello stroma oltre che dallo strato pigmentato interno.

Raramente l'iride è di tinta uniforme. Presenta di solito tre zone concentriche, una pupillare, una centrale, ed una terza periferica. Quest'ultima, di solito, è la più oscura, poi viene la pupillare, quindi l'intermedia. Inoltre i cromoplasti si dispongono spesso a

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(da Marcocci, La vita e l'uomo, tav. XXIII, secondo Metschnikow) ANTROPOLOGIA - Plica mongolica dell'occhio.
raggi di ruota, dando all'iride un aspetto a strisce raggiate e increspate.

Il colore degli occhi viene classificato mediante tavole cromatiche. Particolarmente usate sono quelle del Martin e quelle del Martin-Schultz.

Forma del naso e indice nasale. — Si considera del naso la radice, il dorso, le ali.

La forma e le proporzioni di questa parte variano grandemente con i vari individui e con le diverse razze, dalla forma classica del naso greco a quella del naso africano.

La radice del naso può essere più o meno infossata, fino ad assumere un aspetto rettilineo.

Il dorso del naso, visto di lato, può presentarsi depresso, rettilineo, ricurvo ad arco, oppure in modo da formare un angolo. Inoltre, si possono avere le varie combinazioni di queste forme, come: la combinazione depressa-ondulata, ricurva-ondulata. Il profilo del naso, oltre che dalla forma della radice e del dorso, viene determinato dalla forma della punta e dell'orlo inferiore.

La punta può essere acuta e arrotondata. Si possono avere punte del naso caratteristicamente ingrossate. Sono tipiche quelle dei nasi armeni.

L'orlo inferiore del setto nasale e delle alette, alle volte, è perpendicolare, rispetto al labbro superiore, altre volte è obliquo verso l'alto o verso il basso.

La forma delle radici può variare dai tipi più alti e stretti della razza nordica, ai tipi bassi e larghi delle razze africane.

Le ali del dorso hanno forma e posizioni diverse, dipendenti dalla forma delle narici e del dorso stesso.

Si esprime il grado di dilatazione delle narici mediante un rapporto fra la larghezza del naso al livello delle nari

e l'altezza del naso, dal nasion al setto nasale. Tale rapporto si chiama indice nasale, e si esprime dividendo la larghezza del naso × 100, per l'altezza:

Article illustration
Indice nasale: frac{larghezza del naso × 100}{lunghezza}
Si distinguono, in base a questo indice, nasi:
leptorrini . . . sino a 70

mesorrini . . . da 70 a 85

platirrini . . . da 85 in su.

I nasi platirrini e iperplatirrini si trovano in tutta l'Africa fino al tronco settentrionale, nella Melanesia, nell'Oceania fino all'equatore, nell'Asia meridionale e nell'Insulindia. I nasi leptorrini si incontrano specialmente in Europa, nell'Africa settentrionale e nell'Asia anteriore. I nasi mesorrini si osservano, oltre che nelle zone marginali delle aree platirrine, nell'America tropicale e subtropicale, nella Micronesia e Polinesia, nell'Asia settentrionale.

In base alla forma e all'indice nasale, si possono distinguere vari tipi razziali di nasi.

Forma della testa e indici cefalici. - Quanto alla forma della testa e agli indici cefalici, vale in gran parte ciò che è stato detto parlando del cranio. Si può aggiungere che le forme brachicefale si trovano nel continente Euroasiatico, nella Polinesia e nell'America; quelle dolicocefale nelle zone terminali o periferiche, come, ad es., nei margini nord-occidentali e meridionali dell'Europa, nell'Asia meridionale, nelle isole periferiche della Polinesia e negli estremi margini artici e subartici dell'America; oppure in aree centrali, coincidenti con l'ambiente montano intertropicale (Indocina, Insulindia, America centrale e meridionale).

Anche quanto alla conformazione anatomica dei vari sistemi ed organi si notano differenze razziali, benché queste siano state osservate meno di quelle morfologiche esteriori, perché più difficilmente osservabili. Tali differenze, sarebbe superfluo dire, si osservano nelle statistiche o medie, come, del resto, anche le altre differenze razziali.

4. PRINCIPALI DIFFERENZE MORFOLOGICHE FRA UOMINI E ANTROPOIDI

Le principali differenze fra uomini e antropoidi sono quelle che si connettono più o meno strettamente col maggiore sviluppo del cervello, con la stazione eretta e con l'assenza di rivestimento peloso nell'uomo.

Assenza di rivestimento peloso. - Tutti i primati, compresi gli antropoidi, hanno il corpo ricoperto da una fitta pelliccia. Nell'uomo invece il sistema pilifero è così ridotto, pur tenendo conto delle differenze razziali e individuali, che si può parlare di pelle nuda. Si ha formazione di peli lunghi e fitti, soltanto in alcune parti del corpo (capo, mento, ecc.), ma le altre parti presentano soltanto una rada peluria che non si può paragonare col vello degli antropoidi.

Sviluppo e forma del cervello. - Il cervello e, conseguentemente, il cranio cerebrale dell'uomo è molto più sviluppato di quello degli antropoidi tanto che, anche soltanto sotto questo rispetto, esiste una netta divisione fra gli antropoidi e l'uomo recente. Nella tabella che segue diamo le capacità craniche massime, minime e medie degli uomini attuali, degli antropoidi e di alcuni primati fossili. Di questi sono dati i valori dei maschi, perché più elevati.

Non tenendo conto dei valori trovati nel pitecantropo, perché sulla natura di questo primate esistono dubbi, e non considerando neppure il valore di 850 cmc., come capacità minima del sinantropo, perché, date le condizioni troppo frammentarie della calotta, la capacità non fu potuta misurare neppure approssi-

(da Marrazzi, La vita e l'uomo, p. 212, secondo Unifusa)
ANTROPOLOGIA - Sezione trasversale di cranio - Dall'alto in basso: di un cane, di un orango, di un uomo di epoca recente.
In nero: cranio neurale; in tratteggio: cranio viscerale.

mativamente, ma soltanto « stimata », restano come valori massimi degli antropoidi 655 cmc. e come minimo degli uomini 900 cmc. La differenza è di 250 cmc. ca. Si deve tuttavia notare che minimi di 900 cmc. fra gli uomini, sono estremamente rari, e le medie negli Europei si aggirano a 1500 cmc. e nelle razze a capacità più limitata, come gli Australiani, attorno a 1250 cmc.

In connessione con lo sviluppo cerebrale sta la forma del cranio. Nell'uomo si nota proporzionalmente all'aumento del cranio cerebrale, una diminuzione di quello viscerale, cioè di quella parte del cranio, dove incominciano i sistemi della respirazione e della digestione. Inoltre, nell'uomo la parte viscerale è sottostante a quella cerebrale; negli antropoidi invece sporge notevolmente all'innanzi. Per di più nel cranio dell'uomo si nota che la parte anteriore, cioè la fronte, è più sviluppata e alta, e i lobi frontali si spingono fino al livello dei margini esteriori delle orbite, mentre nello scimpanzé e nel gorilla i lobi frontali del cervello non giungono a metà dell'orbita.

I giovani antropoidi però, sono, sotto questo rispetto, più somiglianti agli uomini che gli antropoidi adulti. Altre differenze fra il cervello degli antropoidi e quello degli uomini si notano, oltre che nello sviluppo, nella conformazione delle singole parti.

La regione parietale è molto più sviluppata negli uomini che negli antropoidi e così, come abbiamo visto, quella frontale. Le circonvoluzioni sono molto maggiori nel cervello degli uomini.

Conformazioni dipendenti dalla stazione eretta. - Soltanto l'uomo possiede la stazione eretta, cioè si tiene diritto sulle gambe, verticali, tronco e testa essendo parimenti verticali. Il pinguino, fra gli uccelli, e il dipo, fra i mammiferi, non hanno stazione eretta, in senso proprio. Il loro tronco è incompletamente raddrizzato, mediante un mutamento nella proporzione

dei segmenti dell'arto inferiore e nella apertura degli angoli che formano tra loro.

Gli antropoidi hanno stazione semieretta.

La stazione eretta dell'uomo è resa possibile da un totale rimaneggiamento dello scheletro, dei muscoli e della configurazione esterna.

Lo scheletro presenta nella colonna vertebrale una serie di curve, le cui proporzioni relative, la misura e la ragione di essere sono esclusive dell'uomo, specialmente la curva in avanti della regione lombare. Il torace è appiattito dall'avanti all'indietro. La scapola è applicata contro la faccia posteriore del torace e non lateralmente come in genere nei mammiferi e negli antropoidi. La spina della scapola è quasi trasversale e orizzontale e non fortemente obliqua come in questi ultimi. La cavità articolare che essa offre all'omero guarda in fuori, mentre negli antropoidi guarda in basso. La testa dell'omero nell'uomo è posta internamente, sul margine interno dell'osso, distendendosi ugualmente sulle sue facce anteriore e posteriore; negli antropoidi è piuttosto sulla faccia posteriore, in modo da sopportare la scapola (la cui cavità articolare guarda in basso) e per conseguenza il tronco, come nei quadrupedi.

Nell'uomo, braccio e avambraccio sono in linea retta; negli antropoidi, l'avambraccio è sempre un po' piegato sul braccio. Quando il braccio dell'uomo pende, la mano ha il pollice in avanti; nelle grandi scimmie indietro.

Negli antropoidi i metacarpi sono arcuati, e le ossa del carpo sono una di meno.

Differenze esistono pure nel bacino. Le ossa iliache nell'uomo si sviluppano in modo da formare un

vero bacino. La curva formata dalla cresta iliaca e dall'osso sacro è divisa, dalla verticale che passa per l'anca, in due metà uguali, posta una avanti, l'altra indietro al femore. Negli antropoidi, invece, cresta iliaca e sacro vengono a trovarsi all'innanzi della linea verticale, passando per il femore. Gli arti posteriori nell'uomo sono relativamente più lunghi che negli antropoidi, perfettamente verticali, e i muscoli che partono dal bacino si inseriscono prima del ginocchio; negli antropoidi sono sempre leggermente piegati, e alcuni muscoli si inseriscono sotto il ginocchio.

Il piede nell'uomo forma due curve: una longitudinale e una trasversale, e appoggia a terra in tre punti: in dietro (calcagno), a metà (primo metacarpo), in avanti (quinto metacarpo). Negli antropoidi, il piede poggia al suolo solo col margine esterno, e l'interno con l'estremità dell'alluce. Il calcagno e l'alluce sono poco sviluppati, e questo è opponibile alle altre dita, che sono assai lunghe. Il piede forma così una vera tenaglia.

In relazione con la stazione eretta è anche la posizione della testa. Nell'uomo, che ha la scatola cranica sviluppata e il cranio facciale relativamente ridotto, il cranio appoggia sulla colonna vertebrale immediatamente dietro alla metà della base; negli antropoidi, invece, che hanno un forte sviluppo della parte facciale del cranio, questo appoggia sulla colonna molto più indietro della metà della base, in ogni caso molto più posteriormente del punto di gravità. Per conseguenza si richiede negli antropoidi un forte sviluppo dei muscoli nucali per sostenere bilanciata la testa, mentre negli uomini sono sufficienti muscoli assai più ridotti.

Quanto alle differenze e affinità concernenti il sangue, V. SANGUE.

Article illustration
ANTROPOLOGIA - Scheletro di Homo sapiens e di Troglodytes gorilla.
# CAPACITÀ CRANICHE IN CMC.
(da Marelli, Antropologia generale, Torino 1887-88, p. 52, secondo Benke)
GeneriMin.MediaMass.
Gibbone : (Hagedoorn in Gieseler, 1936)100128150
Orango : (Hagedoorn in Gieseler, 1936)320443575
Scimpanzé : (Hagedoorn in Gieseler, 1936)350411480
Gorilla : (Hagedoorn in Gieseler, 1936)387511655
Australopithecus(Dart, 1925)giov.520
(Dart, 1925)adulto600 (calcolato)
(W. Abel, 1931)giov.380-390
(W. Abel, 1931)adulto450 (calcolato)
Paranthropus : (von Koenigswald, 1939)600
Pithecanthropus II : (von Koenigswald e Weidenreich, 1939)835?
(Dubois)900 ca.
Pithecanthropus I : (Mac Gregory)940 ca.
(Weinert)1000 ca.
Pithecanthropus IV : (Weidenreich, 1940)900
Sinanthropus : (Weidenreich, 1937)850?10231200
Neandertaliani : Neandertal, La Quina, Gibraltar, La Ferrassie, La Chapelle : (Boule, 1923)130014501600
Uomo recente : (Martin, 1914)90014001950
(Biasutti, 1941)
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“ANTROPOLOGIA (DAL GR. ἌΝΘΡΩΠΟΣ = UOMO E ΛΌΓΟΣ = DISCORSO).” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 935. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/antropologia-dal-gr-anthropos-uomo-e-logos-discorso.