APOSTOLICITÀ DELLE CHIESE

APOSTOLICITÀ delle CHIESE. - È una tendenza che si manifesta sino dal termine dell'antichità cristiana e si allarga poi sempre più presso illustri Chiese dell'Oriente ed in particolare dell'Occidente, di far derivare la loro origine direttamente dagli Apostoli o dagli immediati discepoli di essi.

Che nell'età apostolica non si siano fondate Chiese non per intervento diretto degli Apostoli o per iniziativa di discepoli da loro stessi incaricati e sotto la loro sorveglianza, non ci può essere dubbio; ma è pure evidente che la propaganda cristiana (e già gli antichi scrittori se ne rendevano ragione) non si esaurì nell'età apostolica e fu integrata sia in larghezza che in profondità dall'opera delle successive generazioni cristiane continuata attraverso i secoli e non ancora esaurita.

È facile quasi sempre, dall'età carolingia in poi, seguire, particolarmente in Occidente, le vicende di questa propaganda; non lo è invece altrettanto per l'età precedente, causa la mancanza di fonti monumentali o storiche sicure. Si volle però precisare, e vi supplirono in parte per l'Oriente gli atti apocrifi degli Apostoli e quei curiosi catolighi che andarono in giro sotto il falso nome di Epifanio, Ippolito, Doroteo e pretesero compilare l'elenco di tutti i 70 o 72 discepoli del Salvatore (Lc. 11,1), raccogliendone malamente i nomi e distribuendoli fra le città dell'Oriente soprattutto, ma anche dell'Occidente, e creandoli per lo più vescovi delle medesime. Altri agiografi poi in Occidente, ognuno per conto proprio, inserirono in quei catolighi quei personaggi che facevano, più o meno bene, al caso loro trasportandoli come vescovi nell'età apostolica e cercando quindi, in qualche modo, di dare loro dei successori. Poi i compilatori dei diversi Acta, o Gesta, o Passio, si credettero lecito di supplire coi racconti a quanto mancava nella buona tradizione storica allo scopo di dare maggiori fama al loro eroi oppure, come avvenne spesso, per dare particolare risalto alla gloria della loro Chiesa ed anche per creare saldo sostegno a diritti e privilegi locali in confronto di altre Chiese. E poiché ciascuno di questi autori scriveva indipendentemente da altri, quando non era in polemica con Chiese avversarie, non deve far meraviglia che vi siano aperte contraddizioni fra loro; se poi si aggiunge che essi vivevano a distanza di secoli dai fatti che narravano e la loro cultura era sempre molto limitata non sorprendono i loro anacronismi, le ingenuità, il procedere anche secondo schemi uniformi, modificati appena con qualche tocco di colore locale, il fondarsi su documenti apocrifi ritenuti per genuini. Qualche volta ci può essere perfino stato il proposito di trarre in inganno, in tutto od in parte, per qualche interesse, i lettori. In proposito V. ATTI DEI MARTIRI.

Nella celebre lettera che scrisse nel 416 a Decennio, vescovo di Gubbio, papa Innocenzo I (Jaffé-Wattenbach, 311) poteva affermare che «nessun apostolo ha propagato il cristianesimo in Occidente fuori di Pietro (e di Paolo, se si vuole, suo indivisibile compagno e confondatore della Chiesa romana)». Ma Innocenzo non afferma come fatto a lui noto o in qualche modo constatato dalla Cancelleria romana che Pietro avesse creato personalmente questa e quella Chiesa particolare in Italia o altrove, asserisce soltanto come fatto generale, dedotto da fatti certi, che tutte le chiese d'Occidente derivavano da quella di Roma, e quindi erano state istituite, o per opera di Pietro o di altro papa... Egli perciò non volle fare se non un'affermazione generale impossibile a essere contestata, senza preoccuparsi, o portar giudizio, su casi particolari». (Lanzoni, pp. 82-83). Non tutti i propagatori di leggende tennero conto delle parole di Innocenzo, forse perché nella loro ignoranza non le conobbero, sebbene fossero diffusissime; altri invece pretesero di specificare proprio la dov'egli era rimasto sulle generali e stabilire alcune almeno di quelle Chiese che s. Pietro aveva fondato direttamente o per mezzo di immediati suoi discepoli.

In Italia l'esempio più antico in questo campo ci è presentato dalla Passio s. Apollinaris del sec. vii, grazie alla quale Apollinare primo vescovo di Ravenna è presentato come discepolo di s. Pietro; era il momento in cui la città aspirava all'autocefalia in confronto di Roma; il ragionamento era questo: s. Apollinare era successore di s. Pietro allo stesso modo con cui ne era successore il vescovo romano; perciò la sede ravennate poteva stare alla pari con quella romana. Senza giungere tanto oltre nella conclusione, ma forse cumulando Ravenna, la Chiesa di Aquileia già alla fine del sec. viii si diceva fondata da s. Marco, compagno di Pietro a Roma; discepoli di s. Marco avrebbe fondato le Chiese di Verona, Padova, Pavia. Di Brindisi si diceva che fosse stata fondata direttamente da s. Pietro, perché egli sarebbe passato di là per venire verso Roma; Reggio Calabria sarebbe stata fondata da s. Paolo perché in Act. 28, 13, è chiaramente affermato che vi si soffermò. Altre antiche Chiese italiane fecero ripetere la loro evangelizzazione da s. Pietro per dare una spiegazione onorifica della loro veneranda antichità. Milano invece nel sec. xi circa ricorse a s. Barnaba in un momento di ribellione contro la S. Sede (Lanzoni, p. 1009 sq.).

In Francia, l'a. delle Chiese è poggiata quasi interamente sulle numerose leggende ispirate a pretese da rivendicare o interessi locali da difendere. Il primo tentativo appare nel sec. v, allorché alcuni vescovi domandarono a s. Leone Magno i diritti metropolitani per la sede di Arles, adducendo la ragione che Trofimo, discepolo di s. Pietro, ne era stato il fondatore; la domanda rimase senza risposta pur essendo stati ottenuti altri privilegi. Le altre leggende francesi a noi note non sono più antiche del sec. viii: così quella di S. Dionigi, primo vescovo di Parigi, che sarebbe stato l'Arepagita convertito da s. Paolo, e che pur tanto credito ebbe nel medioevo, specialmente per la diffusione di vari scritti che gli furono attribuiti; quella di s. Marziale di Limoges, che è uno dei sette vescovi della Passio s. Saturnini, giunta a noi in un manoscritto della prima metà del sec. ix, nella quale Marziale appare, per la prima volta, mandato da s. Pietro insieme a due altri sacerdoti. Lo stesso si può dire di tutte le altre leggende: documenti privi di valore storico, molto lontani dagli avvenimenti che pretendono riferire. La più famosa, poi, di tutte le tradizioni francesi, quella dei ss. Lazzaro e compagni, non oltrepassa il sec. XI.
Nella Spagna, le pretese apostoliche sono riallacciate a s. Paolo e a s. Giacomo. Per il primo sembra ci siano delle serie probabilità suffragate da documenti di alta e veneranda antichità, quali una lettera dello stesso apostolo (Rom. 15, 24-28), quella di s. Clemente ai Corinti (cap. 5) e il Frammento muratoriano; però non si ha documento alcuno di fondazione di Chiese, mentre la prima notizia dei famosi sette vescovi mandati da s. Pietro, sconosciuta a tutta l'antichità, appare soltanto nel sec. IX. Più inconsistente e leggendaria deve ritenersi la predicazione di s. Giacomo nella Spagna, poiché oltre a contraddire i fatti storicamente accertati, è condannata dal silenzio di tutti gli scrittori locali di storia ecclesiastica dal sec. v all'VIII. La tradizione dovette sorgere quando furono conosciuti PSEUDO-ISIDORO (v.) e i Cataloghi apostolici bizantini, poiché sono questi scritti apocrifi la più antica fonte scritta di tale tradizione. Poi, verso la fine del sec. ix, si pretese individuare la tomba dell'apostolo, e la persua-

sione si generalizzò, finché a partire dal 1130 fu universalmente creduta; in seguito si moltiplicarono atti, lettere, leggende interessate ad avvalorare la tradizione.

Nell'ILLIRICO, da un passo di s. Paolo (Rom. 15, 19), di discutibile interpretazione, sembra che il Vangelo vi sia stato predicato dallo stesso Apostolo; gli accenni alla predicazione apostolica in s. Giustino (Dialogus cum Tryphone, 117), Origene (in Eusebio, Hist. eccl., III, 1) e Tertulliano (Adversus Iudaeos, 7), non sono abbastanza chiari e convincenti e lasciano perplessi, poiché per tutto il sec. II e prima metà del sec. III non si ha notizia alcuna di chiese organizzate.

Forse il cristianesimo predicato nell'età apostolica nell'Illirico meridionale, non ebbe forza allora di attecchirvi stabilmente.

Nell'antica PANNONIA, Sirmio rivendica l'origine apostolica, ma la fonte è una falsa trascrizione del Siusasario che copia la lista dei 72 discepoli del Signore. Così anche le pretese del Norico dipendono dalla Passione di Ermagora di Aquileia del sec. VIII, o da falsi documenti elaborati verso il sec. IX con i quali Lorch (Lauriacum) voleva imporre la sua supremazia su Passau (Passavia).

In DALMAZIA, Spalato (Salona) si vanta di aver avuto come primo vescovo s. Doimo o Domnio che si dice discepolo di s. Pietro e martire sotto Traiano; ma in realtà vissuto e morto sotto Diocleziano, come affermano i più antichi documenti, quali il Martirologio geronimiano, il Liber Pontificalis, e la Cronaca pasquale del 395. La leggenda apostolica proviene da un gruppo di scritti del sec. VIII.

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