APOSTOLICITÀ

APOSTOLICITÀ. - È l'ultima delle quattro note della Chiesa proclamate nel simbolo di Nicea-Costantinopoli (v. CHIESA).

Dicendo che la Chiesa è apostolica, si vuole asserire che essa risale agli apostoli in quello che forma la sua costituzione essenziale, e che rimase identica dalle origini fino ai nostri giorni. L'a. della Chiesa importa quindi la sua stabilità nel corso dei secoli: quale era la Chiesa al tempo degli apostoli, tale è rimasta senza alcun mutamento « sostanziale », perché vi possono essere, e difatti ci sono stati, mutamenti accidentali e sviluppi. La Chiesa infatti, regno di Dio sulla terra, è simile a un grano di senapa che si sviluppa in un grande albero (Mt. 13, 31-33) e pur rimanendo identica a se stessa nei tratti essenziali, cresce a guisa di un vivente. Essa si adatta ai tempi ed ai luoghi nei particolari della sua legislazione e della sua organizzazione sociale, manifestando così la fecondità del deposito rivelato. La nozione dunque generale e completa dell'a. vuol dire continuità con la Chiesa fondata dagli Apostoli per ininterrotta successione di legittimi Pastori (a. materiale); e identità essenziale di ministero e di regime gerarchico-monarchico (a. formale).

I Padri e i teologi furono indotti a mettere in evidenza alcuni punti particolarmente importanti in riguardo alla controversia contro gli eretici e gli scismatici, e fin dai primi tempi si cercò di fare dell'a. una nota distintiva della vera Chiesa contro le sette novatrici. Si insisteva quindi: 1°) sul nesso storico che riannoda la gerarchia ecclesiastica agli apostoli per mezzo dell'ordinazione e della successione ininterrotta dei vescovi (a. di origine); 2°) sulla legittimità di questa successione, non essendo tale se essa non è stata approvata direttamente, indirettamente o tacitamente dall'autorità centrale stabilita fin dal tempo degli apostoli, provando come la Chiesa ebbe un primate nella persona di Pietro, come si deduce dai testi del Nuovo Testamento, e Pietro ebbe un successore nel vescovo di Roma, come ne fa fede la tradizione immediatamente subapostolica. S. Ireneo, ad es., nel sec. II, di-

chiara che « ogni Chiesa particolare deve essere d'accordo con la Chiesa romana a causa della sua superiore autorità ». Ecco bene indicato il centro regolatore dell'unità della comunione ecclesiastica e della legittimità della missione, donde nasce ciò che si chiama a. di missione; 3°) sull'identità delle dottrine della Chiesa attuale con la dottrina degli apostoli, quale risulta dagli scritti del Nuovo Testamento, dalla tradizione dei Padri apostolici e in generale dai primi secoli del cristianesimo, donde l'a. di dottrina; 4°) sulla identità della costituzione e struttura sociale della Chiesa attuale e della Chiesa dei tempi degli apostoli, onde l'a. di società, la quale può comprendere l'a. di missione e di dottrina come parti del tutto.

Com'è facile scorgere, l'a., considerata come proprietà della Chiesa, va oltre l'a. considerata come nota o segno distintivo della vera Chiesa. Non possono servire di nota, di segno distintivo, che elementi abbastanza visibili ed apparenti così da poter essere verificati dalla media degli uomini i quali, in presenza delle Chiese attualmente esistenti, vogliono assicurarsi quale di esse riproduca meglio la fisionomia della Chiesa apostolica primitiva. Questi elementi non hanno il medesimo valore probativo per tutte le sette; efficaci contro alcune, sono senza valore per altre. Bastava ad es. ai primi Padri, come s. Ireneo, Tertulliano, s. Agostino, appellarsi all'a. di origine per confutare gli eretici o gli scismatici del loro tempo, mentre si opporrebbero con ben minor successo i medesimi argomenti alle Chiese orientali dissidenti dei nostri giorni, alle quali non si può negare la validità del sacerdozio dovuta ad un'ordinazione ininterrotta di vescovi, mentre le stesse pretendono conservare la dottrina degli apostoli consegnata nei libri del Nuovo Testamento. Parimenti gli apologisti cattolici, dal sec. XVI in poi, hanno potuto dimostrare che i protestanti non posseggono nessuno degli elementi di a. sopraindicati. Ma appena hanno voluto servirsi della medesima dimostrazione contro la Chiesa greco-russa, si sono accorti che i loro argomenti perdevano il loro valore, e che quindi occorreva riordinare le prove ed anche la definizione delle note. Sta il fatto che molti teologi non presentano più l'a. che come nota negativa, cioè come un elemento la cui assenza in una Chiesa basta a provare che essa è falsa, ma la cui presenza, almeno sotto certi aspetti, non è sufficiente a provare che essa sia la vera Chiesa.

È da ritenere però che almeno un elemento di a. possa essere dato come nota positiva, vale a dire come appartenente esclusivamente alla vera Chiesa: l'a. di missione, quale la definiamo, cioè in quanto racchiude il primato di Pietro e del suo successore, il vescovo di Roma, è una nota che appartiene esclusivamente alla Chiesa cattolica romana. Ma se si esclude questo primato, come fanno certi teologi, non si vede più come l'a. di missione costituisca una proprietà che avveri le condizioni della nota positiva, quale viene definita dalla maggior parte degli autori, poiché una delle condizioni è appunto che la nota possa facilmente essere conosciuta e venir verificata. Se non si ammette l'esistenza, fin dall'origine, di una Chiesa-madre alla quale han dovuto necessariamente far capo le Chiese particolari, sarà molto difficile sostenere che certe Chiese dissidenti di Oriente siano prive dell'a. di missione. Vi è ancora un altro metodo per giungere ad identificare la vera Chiesa con la nota di a., e consiste nel ricercare tra le diverse Chiese attualmente esistenti, quella che più si avvicina alla Chiesa dei tempi apostolici e dei primi Padri. Dato che Gesù Cristo non ha fondato che una sola Chiesa, la vera è quella che ha conservato i tratti essenziali

della Chiesa primitiva. È per questa via, che si può chiamare di paragone e di trascendenza, che il card. J. H. Newman (m. nel 1890) pervenne dall'anglicane-simo al cattolicesimo. «Tutti i partiti - egli scrive - sono d'accordo che, tra tutti i sistemi esistenti, la comunione attuale di Roma è di fatto l'immagine che più si accosta alla Chiesa dei Padri, liberi di credere, se si vuole, che si possa ravvicinare ancor più sulla carta» (Lettera al duca di Norfolk. Difficulties of Anglicans). Con questo metodo non si nega che certi gruppi dissidenti non posseggano elementi di a., di santità, ecc.; si vuol soltanto dire che la Chiesa cattolica romana possiede queste note in grado a tutti superiore e trascendente.

BIBL.: J. Bainvel, De ecclesia Christi, Parigi 1932, pp. 72-81; id., s. V. in DThC, I, coll. 1618-31; G. Thils, Les notes de l'Église dans l'apologétique catholique depuis la Réforme, Gembloux 1937, passim e specialmente pp. 273-91, 343; M. Jugie, Le Schisme byzantin, Parigi 1941, pp. 465-67; id., Où se trouve le Christianisme intégral, ivi 1947.

APOSTOLICITÀ delle CHIESE. «È una tendenza che si manifesta sino dal termine dell'antichità cristiana e si allarga poi sempre più presso illustri Chiese dell'Oriente ed in particolare dell'Occidente, di far derivare la loro origine direttamente dagli Apostoli o dagli immediati discepoli di essi.

Che nell'età apostolica non si siano fondate Chiese se non per intervento diretto degli Apostoli o per iniziativa di discepoli da loro stessi incaricati e sotto la loro sorveglianza, non ci può essere dubbio; ma è pure evidente che la propaganda cristiana (e già gli antichi scrittori se ne rendevano ragione) non si esaurì nell'età apostolica e fu integrata sia in larghezza che in profondità dall'opera delle successive generazioni cristiane continuata attraverso i secoli e non ancora esaurita.

È facile quasi sempre, dall'età carolingia in poi, seguire, particolarmente in Occidente, le vicende di questa propaganda; non lo è invece altrettanto per l'età precedente, causa la mancanza di fonti monumentali o storiche sicure. Si volle però precisare, e vi supplirono in parte per l'Oriente gli atti apocrifi degli Apostoli e quei curiosi cataloghi che andarono in giro sotto il falso nome di Epifanio, Ippolito, Doroteo e pretesero compilare l'elenco di tutti i 70 o 72 discepoli del Salvatore (Lc. 11,1), raccoglendone malamente i nomi e distribuendoli fra le città dell'Oriente soprattutto, ma anche dell'Occidente, e creandoli per lo più vescovi delle medesime. Altri agiografi poi in Occidente, ognuno per conto proprio, inseritono in quei cataloghi quei personaggi che facevano, più o meno bene, al caso loro trasportandoli come vescovi nell'età apostolica e cercando quindi, in qualche modo, di dare loro dei successori. Poi i compilatori dei diversi Acta, o Gesta, o Passiones, si credettero lecito di supplire coi racconti a quanto mancava nella buona tradizione storica allo scopo di dare maggior fama ai loro eroi oppure, come avvenne spesso, per dare particolare risalto alla gloria della loro Chiesa ed anche per creare saldo sostegno a diritti e privilegi locali in confronto di altre Chiese. E poiché ciascuno di questi autori scriveva indipendentemente da altri, quando non era in polemica con Chiese avversarie, non deve far meraviglia che vi siano aperte contraddizioni fra loro; se poi si aggiunge che essi vivevano a distanza di secoli dai fatti che narravano e la loro cultura era sempre molto limitata non sorprendono i loro anacronismi, le ingenuità, il procedere anche secondo schemi uniformi, modificati appena con qualche tocco di colore locale, il fondarsi su documenti apocrifi ritenuti per genuini. Qualche volta ci può essere perfino stato il proposito di trarre in inganno, in tutto od in parte, per qualche interesse, i lettori. In proposito V. ATTI DEI MARTINI.

Nella celebre lettera che scrisse nel 416 a Decenzio, vescovo di Gubbio, papa Innocenzo I (Jaffé-Wattenbach, 311) poteva affermare che «nessun apostolo ha propagato il cristianesimo in Occidente fuori di Pietro (e di Paolo, se si vuole, suo indivisibile compagno e confondatore della Chiesa romana)... Ma Innocenzo non afferma come fatto a lui noto o in qualche modo constatato dalla Cancelleria

romana che Pietro avesse creato personalmente questa o quella Chiesa particolare in Italia o altrove, asserisce soltanto come fatto generale, dedotto da fatti certi, che tutte le chiese d'Occidente derivavano da quella di Roma, e quindi erano state istituite, o per opera di Pietro o di altro papa... Egli perciò non volle fare se non un'affermazione generale impossibile a essere contestata, senza preoccuparsi, o portar giudizio, su casi particolari». (Lanzoni, pp. 82-83). Non tutti i propagatori di leggende tennero conto delle parole di Innocenzo, forse perché nella loro ignoranza non le conobbero, sebbene fossero diffusissime; altri invece pretesero di specificare proprio là dov'egli era rimasto sulle generali e stabilire alcune almeno di quelle Chiese che s. Pietro aveva fondato direttamente o per mezzo di immediati suoi discepoli.

In ITALIA l'esempio più antico in questo campo ci è presentato dalla Passio s. Apollinare del sec. VII, grazie alla quale Apollinare primo vescovo di Ravenna è presentato come discepolo di s. Pietro; era il momento in cui la città aspirava all'autocefalia in confronto di Roma; il ragionamento era questo: s. Apollinare era successore di s. Pietro allo stesso modo con cui ne era successore il vescovo romano; perciò la sede ravennate poteva stare alla pari con quella romana. Senza giungere tanto oltre nella conclusione, ma forse emulando Ravenna, la Chiesa di Aquileia già alla fine del sec. VIII si diceva fondata da s. Marco, compagno di Pietro a Roma; discepoli di s. Marco avrebbero fondate le Chiese di Verona, Padova, Pavia. Di Brindisi si diceva che fosse stata fondata direttamente da s. Pietro, perché egli sarebbe passato di là per venire verso Roma; Reggio Calabria sarebbe stata fondata da s. Paolo perché in Act. 28, 13, è chiaramente affermato che vi si soffermo. Altre antiche Chiese italiane fecero ripetere la loro evangelizzazione da s. Pietro per dare una spiegazione onorifica della loro veneranda antichità. Milano invece nel sec. XI circa ricorse a s. Barnabò in un momento di ribellione contro la S. Sede (Lanzoni, p. 1009 sg.).

In FRANCIA, l'a. delle Chiese è poggiata quasi interamente sulle numerose leggende ispirate a pretese da rivendicare o interessi locali da difendere. Il primo tentativo appare nel sec. V, allorché alcuni vescovi domandarono a s. Leone Magno i diritti metropolitani per la sede di Arles, adducendo la ragione che Trofimo, discepolo di s. Pietro, ne era stato il fondatore; la domanda rimase senza risposta pur essendo stati ottenuti altri privilegi. Le altre leggende francesi a noi non sono più antiche del sec. VIII: così quella di s. Dionigi, primo vescovo di Parigi, che sarebbe stato l'Areopagita convertito da s. Paolo, e che pur tanto credito ebbe nel medioevo, specialmente per la diffusione di vari scritti che gli furono attribuiti; quella di s. Marziale di Limoges, che è uno dei sette vescovi della Passio s. Saturnini, giunta a noi in un manoscritto della prima metà del sec. IX, nella quale Marziale appare, per la prima volta, mandato da s. Pietro insieme a due altri sacerdoti. Lo stesso si può dire di tutte le altre leggende: documenti privi di valore storico, molto lontani dagli avvenimenti che pretendono riferire. La più famosa, poi, di tutte le tradizioni francesi, quella dei ss. Lazzaro e compagni, non oltrepassa il sec. XI.
Nella SPAGNA, le pretese apostoliche sono riallacciate a s. Paolo e a s. Giacomo. Per il primo sembra ci siano delle serie probabilità suffragate da documenti di alta e veneranda antichità, quali una lettera dello stesso apostolo (Rom. 15, 24-28), quella di s. Clemente ai Corinti (cap. 3) e il Prammento narratoriano; però non si ha documento alcuno di fondazione di Chiese, mentre la prima notizia dei famosi sette vescovi mandati da s. Pietro, sconosciuta a tutta l'antichità, appare soltanto nel sec. IX. Più inconsistente e leggendaria deve ritenersi la predicazione di s. Giacomo nella Spagna, poiché oltre a contraddire i fatti storicamente accertati, è condannata dal silenzio di tutti gli scrittori locali di storia ecclesiastica dal sec. V all'VIII. La tradizione dovette sorgere quando furono conosciuti in Occidente la raccolta dello pseudo-Abdia (v.) e i Cataloghi apostolici bizantini, poiché sono questi scritti apocrifi la più antica fonte scritta di tale tradizione. Poi, verso la fine del sec. IX, si pretese individuare la tomba dell'apostolo, e la persua-

sione si generalizzò, finché a partire dal 1130 fu universalmente creduta; in seguito si moltiplicarono atti, lettere, leggende interessate ad avvalorare la tradizione.

Nell'ILLIRICO, da un passo di s. Paolo (Rom. 15, 19), di discutibile interpretazione, sembra che il Vangelo vi sia stato predicato dallo stesso Apostolo; gli accenni alla predicazione apostolica in s. Giustino (Dialogus cum Tryphone, 117), Origene (in Eusebio, Hist. eccl., III, 1) e Tertulliano (Adversus Iudaeos, 7), non sono abbastanza chiari e convincenti e lasciano perplessi, poiché per tutto il sec. II e prima metà del sec. III non si ha notizia alcuna di chiese organizzate.

Forse il cristianesimo predicato nell'età apostolica nell'Illirico meridionale, non ebbe forza allora di attecchirsi stabilmente.

Nell'antica PANNONIA, Sirmio rivendica l'origine apostolica, ma la fonte è una falsa trascrizione del Sinassario che copia la lista dei 72 discepoli del Signore. Così anche le pretese del Norico dipendono dalla Passione di Ermagora di Aquileia del sec. VIII, o da falsi documenti elaborati verso il sec. IX con i quali Lorch (Lauriacum) voleva imporre la sua supremazia su Passau (Passavia).

In DALMAZIA, Spalato (Salonæ) si vanta di aver avuto come primo vescovo s. Doimo o Domnio che si dice discepolo di s. Pietro e martire sotto Traiano; ma in realtà vissuto e morto sotto Diocleziano, come affermano i più antichi documenti, quali il Martirologio geronimiano, il Liber Pontificalis, e la Cronaca pasquale del 395. La leggenda apostolica proviene da un gruppo di scritti del sec. VIII.

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“APOSTOLICITÀ.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 1003. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/apostolicita.