ARISTOTLE

ARISTOTLE - Volto di A. Patricolare della Scuola d'Ateneo. Raffaello - Stanze Vaticane.

morto A., dovettero certo essere oggetto di commercio, al quale poté non essere estraneo lo stesso Liceo. Di ciò abbiamo un prezioso documento in un frammento di lettera di Epicuro, che nomina gli Analitici e le opere Sulla natura (v. ETICA, ed. C. Diano, Firenze 1946, n. 165). I manoscritti personali di A., lasciati, a quanto narrano Strabone (XIII, 1, 54) e Plutarco (Sull., 26), in eredità a Teofrasto, passarono, alla morte di costui, a Neleo di Seepsi, figlio di Corisco. I suoi eredi, nascostili in una cantina per non farli cadere nelle mani degli Attalidi di Pergamo, li vendettero più tardi, malconci dai vermi e dall'umidità, ad Apellicone di Teo, ufficiale di Mitridate. Silla, presa Atene (86), se ne impossessò e li portò a Roma. Andronico di Rodi, decimo scolarca del Liceo, avutene le copie da Tirannione, bibliotecario di Cicerone, se ne servì per la sua grande edizione, alla quale la nostra tradizione manoscritta rimonta. La storia è vera: falso è, da quanto i due autori precitati vi aggiungono, che, all'infuori di quelle, non esistessero nel mondo greco altre copie. La Biblioteca d'Alessandria le aveva (v. Zeller, p. 145 sgg), le ebbe Eudemo nella sua scuola di Rodi (cf. Simplicio, Phys., ed. H. Diels, vol. II, Berlino 1895, p. 923, 10), né poteva non averle il Liceo, senza di che Andronico non avrebbe potuto darci il testo che noi possediamo. D'altra parte, tutta la filosofia posteriore ne presuppone la conoscenza diretta.

L'ordine delle opere a noi giunte risale in gran parte ad A. S'inizia coi libri di logica. Seguono: le opere di fisica, nella quale rientrano la psicologia e la biologia, quindi la metafisica, l'etica, la politica, la retorica e la poetica.

La Logica, dai posteriori detta Organon, comprende 5 opere, 1a) Categorie, tra le opere più antiche d'A. per il contenuto: i capp. 10-15 (Postpraedicamenta) sono approfitti; 2a) De interpretatione, posteriore, sembra, agli Analitici Priimi, e la cui autenticità era messa in dubbio da Andronico; 3a) Analitici Primi, I-II, del 2° periodo ateniese; 4a) Analitici Secondi, I-II: gran parte del I. Il risale all'età accademica; 5a) Topici, I-IX: i libri II-VII risalgono al periodo accademico: il IX, che porta anche il titolo di Elenchi sofistici (cioè: Confutazioni delle argomentazioni sofistiche), e dove ricorre il nome di Corisco, è stato composto in Asso.

Le opere relative alla natura (τὰ περί φύσεως) sono:

1a) Fisica, I-VIII, risultante dall'unione di due opere da A. citate separatamente coi nomi di Della natura (I-IV) e Del movimento (V-VI, VIII: il VII già da Eudemo era considerato non facente parte dell'opera, cf. Simpl., Phys., II, 1036): lo Jaeger ne riporta l'elaborazione, se non la redazione, all'età accademica, mentre colloca il VII nel 2° periodo ateniese; 2a) De cælo, I-IV; 3a) De generatione et corruptione, I-II, composti ambedue nel periodo dell'insegnamento ad Asso; 4a) Meteorologici, I-IV; 5a) De mundo, approfito e posteriore a Posidonio.

Seguono per la psicologia: 1a) De anima, I-III (lo Jaeger fa risalire la materia del I. III all'età accademica, ma assai difficilmente a ragione), a cui tieni dietro una serie di opere, tutte comprese sotto il nome di Parva naturalia: 2a) De sensu et sensibili; 3a) De memoria; 4a) De sommo; 5a) De somniis; 6a) De divinatione per somnum; 7a) De longitudine et brevitate vitae; 8a) De vita et morte, la cui prima parte porta anche il titolo di De inventute et senectute; 9a) De respiratione; 10a) De spiritu, che conosce la distinzione tra vene ed arterie ed è del III sec.

La biologia comprende: 1a) Le Ricerche sugli animali (περί τὰ ζῷα ἰστορίας), I-IX, di cui VII, VIII, 21-30 e IX sono da considerare approfitti: alcuni manoscritti danno un I. X, che è almeno di una generazione posteriore ad A.; 2a) De partibus animalium, I-IV; 3a) De motu animalium; 4a) De incessu animalium; 5a) De generatione animalium, I-V.
Segue un gruppo di opere approfite: De coloribus (Teo-frasto); De audibilibus (Struttone); Physiognomica (forse del III sec. a. C.); De plantis, I-II (ritardazione dal latino in greco di una traduzione araba di un testo dovuto forse a Nicola Damasceno); De mirabilibus auscultationibus (silloge di estratti da Teofrasto e da Timo da Tauromenio); Mechanica (Struttone); Problemi fisici (in 38 sezioni, compilazione tardiva su nuclei originariamente aristotelici); De lineis insecabilibus (da Simplicio attribuito a Teofrasto); De ventorum silu (forse di Teofrasto); De Xenophane, Melisso et Gorgia (tardo per la forma, ma tratto da opere d'A.).

La Metafisica, in 14 libri, numerati A, α (ἐλαστῶν), B-N, ha costituito il più grosso problema della filologia aristotelica. Dopo gli studi del Brandis, del Bonitz e dello Schwegler, spetta a W. Jaeger il merito della soluzione. Tolti i libri A, α, Δ e K, 9-10, essa è costituita da parti di età diversa che A. uni provvisoriamente in attesa di una stesura definitiva. α (= II), che già gli antichi attribuivano a Pasicle, nipote di Eudemo di Rodi, è l'appunto d'una lezione del maestro. Δ, che A. stesso cita come opera a sé sotto il titolo ἰπρὸς τῶν ποσῶν, ed Esichio cataloga a parte, è un dizionario filosofico fatto per comodità della Scuola. K, 9-12 è una raccolta d'estratti da Phys. II, III, V, di mano d'uno scolaro. Anche a uno scolaro pare dovuto K, 1-8, parallelo a B, Γ, E, I, ma ne è più antico. A, è nella sua breve mole, «tutto un sistema di metafisica in luce» (Jaeger), la cui composizione va posta nel periodo di Asso. Il cap. 8 è in esso il § 13 sono aggiunte posteriori al 330. A B Γ E fan da introduzione al gruppo seguente Z H Θ, che tratta della sostanza e (Θ) della potenza e dell'atto. I tratta dell'uno e del sistema delle opposizioni. M, 1-9, 1086 a 21 è una critica della dottrina delle idee e dei numeri ideali: il resto di M ed N costituiscono una redazione più antica sul medesimo soggetto, che a sua volta ripiglia A, 4. Cronologicamente, il nucleo più antico, nato dalle lezioni d'Asso e contemporaneo al De ideis e al De philosophia, dialogo in 3 libri, che è la prima esposizione fatta al pubblico del nuovo sistema, è costituito da A B K 1-8, A M 9, 1086 a 21 - N. Il più recente, dell'età del Liceo, è Z H Θ I M 1-9, 1086 a 21. Di mezzo stanno Γ ed E I, che coi mutamenti di B sviluppa l'abbozzo di K 1-8. I capp. 2-4 di E fan da passaggio a Z e sgg.

Sull'etica abbiamo 4 opere: 1a) L'Ethica Nicomachea, I-X; 2a) L'Ethica Eudemia, I-VII (ma IV, V e VI sono identici a E. N., V, VI, VII); 3a) I Magna moralia, I-II, che, pur risalendo a lezioni d'A., sono posteriori alla sua morte; 4a) Il trattato de Virtutibus et vitiis, al tutto spurio. Le prime due traggono il nome dall'essere state edite rispettivamente da Nicomaco, figlio d'A., e da Eudemo di Rodi. La seconda, che da molti critici del secolo scorso era considerata spuria e attribuita a quest'ultimo, è stata dal Jaeger

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Abistotele - Volta di A. Particolare della Scuola d'Atene. Raffaello - Stanze Vaticane.

morto A., dovettero certo essere oggetto di commercio, al quale poté non essere estraneo lo stesso Liceo. Di ciò abbiamo un prezioso documento in un frammento di lettera di Epicuro, che nomina gli Analitici e l

(preceduto dal Kapp e dal V. der Muehl) definitivamente restituita ad A. e collocata nel periodo di Asso. La precede il Prototipico.

La Politica, I-VIII, è, come la Metafisica, un'opera composita. I libri IV, V e VI, formano un tutto a sé, che si differenzia dal resto sia nel metodo che nelle conclusioni. Composto, secondo lo Jaeger, nell'ultimo periodo ateniese, venne dallo stesso A. conglobato coi libri II-III e VII-VIII elaborati ad Asso. Nel medesimo periodo cadrebbe la composizione del libro I, introduzione all'opera. Spurio è l'Economico, che nella nostra raccolta vien dopo la Politica. Da due papiri ci è stata restituita nel 1891 la Costituzione d'Atene, che faceva da libro I alle IIoI,II, in cui venivano esaminate le costituzioni di 158 Stati.

Le ultime opere della raccolta sono: la Retorica, I-III (l'autenticità del III è stata dimostrata dal Diels), la cosiddetta Retorica ad Alessandro, che è opera di Anassimene di Lampsaco (ca. 340 a. C.), e la Poetica, originariamente in 2 libri, di cui ci è rimasto solo il I. Del II, in cui si trattava della commedia e della catarsi, abbiamo estratti nel Tractatus Coisilinianus.

Delle opere essotiche abbiamo frammenti di una certa estensione solo dell'Eudemo e del Prototipico, composti nel periodo accademico, e del De philosophia in 3 libri scritto ad Asso. L'Eudemo e il De philosophia erano dei dialoghi del tipo a noi noto attraverso l'imitatione fatata da Cicerone, che dichiara di seguire «la maniera d'A. » (Ad Att., XIII, 19, 4). Il primo, che portava il sottotitolo Dell'anima, traeva nome dall'accademico Eudemo di Cipro, morto combattendo per Dione in Sicilia nel 354: vi si trattava dell'immortalità dell'anima. Il Prototipico, discorso epistolico, sul tipo di quelli d'Isocrate, era diretto a Temisone, principe di Cipro. Attraverso l'imitatione fatata da Cicerone nell'Horatius esercitò azione decisiva su s. Agostino (cf. Conf., III, 4, 7; VIII, 7, 17). Il De philosophia, contemporaneo di Met., XII, conteneva la prima esposizione fatta al pubblico del sistema d'A. Fra le opere perdute vanno segnalate: il dialogo in 3 libri Sui poeti, le Didascalie e cioè la raccolta dei documenti delle rappresentazioni drammatiche d'Atene, le raccolte giuridiche relative ai Greci ed ai Barbari (ἀρχαιομάχαι πόλεων e Νόμιμα βασιλαιών), e la grande opera su menzionata sulle costituzioni. Una delle perdite più gravi è quella delle Lettere di cui abbiamo scarsi e dubbi frammenti.

Complemento indispensabile delle Opere è il Corpus dei Commentatori, che occupa 26 volumi nell'edizione fatata dall'Accademia di Berlino.

3. SVILUPPO STORICO DEL PENSIERO D'A

Spetta a W. Jaeger il merito di avere, concludendo i lavori dei suoi predecessori, fissato per la maggior parte delle opere di A. i termini cronologici della loro composizione e, con la ricostruzione delle opere giovanili, della quale il Bernays aveva già posto le basi, tracciato il quadro di sviluppo del suo pensiero per i tre periodi, accademico, d'Asso e del Liceo, in cui la sua vita si divide. Nel primo periodo A. quale ci è rivelato dai frammenti dell'Eudemo e del Prototipico, è ancora tutto sotto l'influenza di Platone. L'anima, di cui dimostra con notevole rigore d'argomentazione l'immortalità, è ancora concepita come una sostanza separata dal corpo. L'etica vien collocata fra le scienze esatte, e la forma più alta d'esistenza è identificata con l'esercizio della φρόνησις intesa in senso platonico. Pur considerando i numeri e le grandezze geometriche come sìdōn, A. ha tuttavia già elaborato la dottrina delle categorie e con la teoria della dimostrazione capovolto la logica dell'Accademia. Di qui procede nel periodo seguente - ma la cosa doveva già avere avuto inizio prima della morte di Platone - al capovolgimento dell'ontologia. Nei frammenti del De philosophia, del IIepl sēsōv, delle parti più antiche della Metafisica e della Fisica, la nuova posizione, che è quella storica, si presenta ormai nettamente definita. La dottrina delle idee viene sottoposta a una critica radicale e dimostrata contraddittoria. Il cielo viene sgombrato delle vuote idee dell'Uno e dell'Essere, identificati col Bene, e al loro posto viene collocato un ente individuale, Dio, di cui A. afferma l'unicità (Met., XII, 10), e definisce come motore immobile. Ma i cieli concepisce ancora, con la tarda Acca

demia, animati, e a loro materia introduce un quinto elemento senza nome, già postulato da Platone (Tim., 55 c: cf. Simplicio, Phys., p. 1165, 35) e noto all'Epinomide (981 c) che usa a designarlo il nome fin da Omero dato alla parte luminosa dell'atmosfera, l'etere. Di questo fa ancora la terita l'anima, che, in corrispondenza con l'ἀρχαιομήχαντονομο, chiama con nuovo vocabolos ἑνδελεχία (Ciceron, Tus., I, 10, 22: cf. R. Hirzel, in Rheinischen Museum, 39 (1844), p. 169 sgg.; E. Bignone, A. perduto, Über Entelechie u. Endelechie, I, p. 227 sgg.). Contro Platone afferma l'eternità del mondo anche a parte ante. Nel medesimo periodo scrive la prima Etica, a noi pervenuta sotto il nome di Eudemia, e la prima Politica. L'Eudemia presenta già perfettamente elaborata la dottrina delle virtù, ma la problematica generale rimane ancora in gran parte quella del Prototipico, e il fine supremo è posto nella contemplazione di Dio (E. E., VII, 3). Gli anni del Liceo son gli anni della paternità. Le linee del sistema rimangono quelle del periodo precedente, ma l'indagine le precisa, ne riagita con cura instancabile i problemi, ne esaspera, su taluni punti, le aporie. La logica trova la sua forma definitiva nei Primi Analitici. La metafisica si arricchisce dei mirabili tre libri sulla sostanza. La psicologia viene organizzata su basi strettamente scientifiche, in cui la speculazione metafisica si fonde con l'osservazione del fenomeno. L'etica e la politica scendono anch'esse dall'astratto al concerto. Non per questo A. diventa un positivista: il fine è sempre un universale, la forma a cui ogni cosa tende, la cui realtà è dinamica e non statica: l'idea s'è trasformata in ideale. Il monumento massimo dell'attività di questi anni è l'organizzazione della ricerca scientifica. Per quanto riguarda il metodo, il cap. 5 del I. I del De partibus animantium, è una delle pagine più belle e commoventi che mai scienzia abbia scritto.

4. PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA

In corrispondenza con la triplice attività dell'uomo, A. divide le scienze in poetiche, pratiche e teoretiche (Top., V, 6, 145 a, 15; Met., VI, 1). Le teoretiche hanno per oggetto il necessario e il fine in se stesse; le poetiche e le pratiche vertono sul possibile ed hanno il fine in altro: nella produzione le prime, nell'azione le seconde; ma fine dell'azione è l'azione, della produzione l'opera (Met., I, 1; II, 1; E. N., I, 3; VI, 3; 5). Scienze poetiche sono le arti (τέχναι) nella loro moltepliche varietà, ma propriamente filosofiche sono solo quelle che hanno ad oggetto attività spirituali, quali la poetica e la retorica. Più definito è l'ambito delle scienze pratiche, divise in etica, economia e politica (E. E., I, 8; E. N., VI, 9). Le matematiche, la fisica, detta anche filosofia seconda (Met., VII, 11, 1037 a, 14), e la teologia filosofica prima formano il complesso delle scienze teoretiche. Carattere in parte propedeutico, nei limiti nei quali, come dottrina della dimostrazione, A. la concepisce, ha la logica, che egli chiama appunto Analitica (Rhet., I, 3, 1359 b, 10) o Apodittica (An. Pr., I, 1). Logica è termine tardo. I Peripatetici posteriori la consideravano uno «strumento»: di qui il nome d'Organon.

5. LOGICA

Il problema della logica si pose per A., come problema del metodo, nel seno stesso dell'Accademia. Era il problema della Scuola: si trattava di arrivare a una deduzione di tutto il reale da un unico principio, che fosse insieme il «principio comune» di tutte le scienze. Scienze (μαθήματα) per eccellenza eran le matematiche, propedeutica alla dialettica, scienza dell'essere e delle idee, sotto la quale, nella forma eidética loro data da Platone, venivano anch'esse a cadere. I «metodi» in uso erano due: la dieresi o divisione, la quale procedeva dicotomicamente per opposti, e mediante la successiva eliminazione delle arti forniva la base alla dimostrazione della parte in questione, e l'analisi, che consisteva nel «ricondurre (ἀνάγειν = ἀναλύειν) l'oggetto

della ricerca a un principio convenuto» (Proclo, In Eucl., 211, 18). Fin dalle parti più antiche dell'Organo e della Fisica, la posizione di A. è netta: scienza non v'è che del necessario e la necessità è data dalla causa (An. Post., I, 2; 4, 6); metodo della scienza è l'analisi (Phys., II, 7). Ma l'analisi è il momento della ricerca; nel momento della scienza l'ordine è inverso: scende dai principi e da essi mostra la necessità della conseguenza: la sua forma ultima è la dimostrazione o apposizioni (ἀπό-δειξις). Il discorso che l'esprime è il sillogismo, «un discorso, in cui, poste alcune cose, ne segue di necessità un'altra, che da esse è diversa, diante esse stesse le cose poste» (Top., I, 1; cf. An. Pr., I, 1). Tale necessità può però essere solo formale (An. Post., I, 6): perché sia assoluta, occorre che il rapporto che è tra le cose poste sia rapporto di universalità (χάθάλους), e tale è solo se è di totalità (κατά-παντός) e per sé (καθ' αὐτό). E poiché per sé è l'attributo che o è contenuto nell'essenza del soggetto o lo contiene nella propria, e quant'altro non può essere attribuito in nessuno di questi due modi è accidente (συμβεβηκός) e cade fuori della dimostrazione e della scienza (ibid., 4), il principio della dimostrazione è l'essenza (ibid., 6; cf. Met., VII, 9). Il sillogismo è dotato dall'esempio, normalmente citato (Bonitz, Index, 770 b 20), dell'isoscele, che, essendo triangolo, ha la somma degli angoli uguale a 2R. Ma il compito della scienza non è tanto di mostrare che le proprietà del genere appartengono alla specie, che non è dimostrata, e invece le persone e le cose sono uguali a sé» (An. Post., I, 5, 74 a 1), quanto che esse proprietà appartengono «come a primo» al genere (ibid., 5). «Ogni scienza dimostrata vive infatti su tre cose»: 1°, il genere («per l'aritmetica, l'unità», «per la geometria, il punto o la linea»), di cui essa «considera gli attributi per sé»; 2°, essi questi attributi («per i dispori», «dritto e spezzato»); 3°, gli assiomi «da cui la dimostrazione muove». Genere e attributi formano i «principi propri», gli assiomi i «principi comuni» (ibid., 7; 10). Degli assiomi A. dà tre esempi: il principio di non contraddizione, quello del terzo escluso, e quello per il quale, sottrazioni uguali da quantità uguali danno resti uguali (ibid., 10; 11). Contemporaneamente afferma che, mentre del genere «vien posta e la definizione e l'esistenza», degli attributi, invece, solo «la definizione vien posta», ma «l'esistenza vien dimostrata o partendo dai principi comuni (e cioè dagli assiomi) o da altre cose dimostrate in precedenza» (ibid., 10). Ora, poiché questi attributi vanno per opposti e negli esempi dati da A. sono tutti di eidh matetici, e considerato, d'altro canto, che per opposti dedotti in base ai due principi ontologici di non contraddizione e del terzo escluso, che gli Elementi di Euclide ignorano, procedeva nell'Accademia il «metodo dieretico» di cui parla Proclo, si deve col Solmsen concludere che gli assiomi hanno in questa prima fase della logica d'A. vera e propria funzione di premesse e che il sillogismo che parte da essi altro non è se non la dimostrazione a cui la divisione forniva la base. Un esempio se n'ha in An. Post., I, 4, 73 b 16 (cf. Top., I, 8, 103 b 5; VI, 6, 143 b 14) e, in base a Met., V, 30, va inferito che della medesima forma fosse quello con cui veniva dimostrata la proprietà del triangolo. Al metodo dieretico questo sillogismo si riconnette però solo quanto alla funzione, ma come dimostrazione è anch'esso operazione analitica. E, poiché i principi comuni sono tali solo per analogia e ogni scienza ne fa uso nella forma che è adatta al proprio genere (An. Post., I, 10; 11), e la necessità deriva sempre dall'essenza (ibid., 32, 88 b 3), l'essenza rimane il principio d'ogni dimostrazione.

Qui è il punto in cui A. risponde al problema dell'Accademia e rovescia la posizione platonica. Ogni proposizione essendo un intervallo (διάστημα) che il medio colma dando forma a una nuova proposizione e a un nuovo intervallo, il processo né va all'infinito né ha termine in un principio unico a cui tutti i generi e tutte le dimostrazioni possano far capo. L'essenza è finita, quindi anche il numero dei medi è finito. Non solo; esso ha anche un ordine, che è quello della predicazione. Ora, essenza e definizione v'è di ogni cosa, ma, in assoluto, solo di ciò che per sé e non per accidente è soggetto. Ed ecco la dottrina delle categorie. In ogni proposizione si predica (κατα-γορέται) qualcosa di qualcosa. Presi a sé i termini si distribuiscono in dieci forme (συμβαλλα) di predicazione o categorie, che sono i dieci generi sotto cui si presenta l'essere (τὰ γένη τοῦ ὄντος): la sostanza (ὡσίας), la quantità, la qualità, la relazione, il dove, il quando, la posizione (es. seduto), la condizione (es. calzato), il fare e il patire (An. Post., I, 22; Cat., 4, 5). La sostanza è l'essere in senso primo e assoluto, distinta in sostanza prima e seconda. Sostanza prima è l'essere individualmente determinato (τὸ δέον), soggetto d'ogni incidenza e predicazione. Sostanza seconda è la specie da cui la prima ha la forma, e, al di sopra di essa, il genere. Le altre categorie formano gli accidenti o le affezioni della sostanza, e solo per essa esistono (Cat., 4-5). Come generi supremi a cui l'analisi si arresta (Met., V, 28), nessuna categoria può essere risolta nell'altra: unico elemento comune l'analogia delle opposizioni: centro di tutte la sostanza, che, non avendo alcun contrario, tutte in sé le riceve (Cat., 5; 10-11; Met., IV, 2; X, 4). Conseguenze: ogni scienza ha un genere proprio e principi propri: le definizioni, che, non avendo medio, non sono più dimostrabili. Le dimostrazioni sono proprie a ciascun genere, e ogni passaggio da un genere a un altro (μετάβασις εἰς ἄλλο γένος) è escluso. Di comune tra essi non vi son che gli assiomi, in cui il sistema delle opposizioni si esprime, ma è comunanza di analogia. L'essere e l'uno a cui Platone voleva ridurre come a genere supremo tutti gli altri, non sono generi; essi hanno tante accezioni per quante sono le categorie: termine a cui tutte convergono, la realtà individua della sostanza (An. Post., I, 3; 7; 9; 22-23; 32). Ed è dalla realtà che i principi si traggono, per un processo inverso alla dimostrazione, l'induzione (ἐπιστήμη). Il senso formale all'intelletto la materia dell'universale, ma questo era già in esso in potenza ed è condotto all'atto da un secondo intelletto che è l'intelletto attivo (ibid., I, 19; cf. 18; 23; V. sotto).

L'universale è, per tal via, di apprensione immediata, ma la definizione in cui l'essenza si spiega, va costruita (ibid., II, 7, 92 b 2). Il metodo dell'Accademia era la divisione, e in realtà non ce n'è altro (ibid., II, 13). Essa presuppone però l'induzione (ibid., Top., I, 14, 105 b 27), la quale non può più ridursi a un'intuizione immediata, è un processo, una ricerca che è simile a una caccia (An. Post., II, 13) e va integrata dal sillogismo. Giacché a ogni passo è un problema, una domanda in cui è proposta (πρότασις) una scelta tra due contrari (ibid., 5; An. Pr., I, 31) – il dialogo che dà nome alla dialettica (An. Post., I, 2; 10; Top., I, 4; 10) – e una scelta comporta una ragione. Questa non potendo però essere che formale, uno dei rapporti delle opposizioni tra le quali la divisione procede, il sillogismo non ha a sua disposizione.

che la vuota generalità dei principi comuni: è un silogismo appunto «logico» o dialettico, non apodittico (An. Post., II, 8, 93 a 15): l'apodissi presupponendo l'essenza, la definizione non si dimostra (ibid., 3-9). E poiché la materia manca di quell'unità che solo l'essenza può dare, le forme di argomentazione sono molte (ibid., I, 22). Di qui il «metodo» dato dal Topic, dove queste forme sono catalogate e studiate. Sono gli «elementi» della dialettica e, con termine tolto alla mnemotecnica sofistica, vengono detti «luoghi» (τόποι), «eae quasi sedes e quibus argumenta promuntur (Cicerone, Top., 8). Divisione, sillogismo logico e discorso induttivo sono gli «organi» della dialettica, che, per essere al di qua dell'essenza, non ha altro terreno che il probabile (τό ἐγόσον), e muovendosi tra i contrari, mentre tende all'uno, lo fa sempre col timore dell'altro (s. Tommaso, In An. Post., I, 1). Togliete questo timore e avrete la sofistica (Rhet., I, 1; Soph. E., 11). Il capovolgiamento della posizione platonica è completo: la dialettica, non solo non è la regina delle scienze, ma non è neanche una scienza, è un'arte della discussione pro e contro (Top., I, 1; 2), e, pure essendo indispensabile come via ai principi, può essere adoperata a qualunque fine. Resteranno dunque le scienze isolate nella irreduc

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cibilità dei loro principi? Nei termini in cui il problema era posto dall'Accademia, sì, ma, come tutte le categorie hanno il loro centro nella sostanza, è la scienza della sostanza che ha da far da principio a tutte le altre: il posto della dialettica vien preso dalla filosofi
ibilità dei loro principi? Nei termini in cui il problema era posto dall'Accademia, si, ma, come tutte le categorie hanno il loro centro nella sostanza, è la scienza della sostanza che ha da far da principio a tutte le altre: il posto della dialettica vien preso dalla filosofia prima.

Tale per sommi capi il quadro della prima Logica di A. Le ricerche nel campo della realtà naturale ed umana, ampliando il suo orizzonte scientifico, lo obbligarono nell'ultimo periodo a porre in nuova forma il problema della dimostrazione. Di qui gli Analitici Primi, che unificando i metodi dell'apodittica e della dialettica, trasformano quella ch'era stata una metodologia in una vera e propria logica formale. Per intendere questa trasformazione, bisogna rifarsi alla dottrina del necessario e dell'accidente. Nell'apodittica il necessario è definito come «ciò che non ammette (μὴ ἐνδεχόμενον) di essere altrimenti» e ricondotto all'universale, inteso come rapporto di totalità e d'essenza o per sé. Di conseguenza l'accidente è l'ἐνδεχόμενον, «ciò che ammette l'alterni» e non rientra nell'essenza. Negli Analitici Primi (I, 13), l'ἐνδεχόμενον, è specificato in due classi di eventi: quelli che accadono «per lo più (ὡς ἐπὶ πολὺ)» e quelli «dovuti al caso (ἀπὸ τῷ χρῆσι)». Parallela a questa concezione storica e quantitativa della necessità e della contingenza è quella dell'universale ridotto al solo χρῆσι παντός, e di cui l'Analitica domanda l'espressa specificazione in un «tutti» o «nessuno». Di qui, per contrapposto, lo «alcuni». Ridotto il concetto a mera designazione di classe, il principio del sillogismo non poteva essere che un rapporto d'inclusione. Il χρῆσι παντός (μὴ ἐνδεχόμενος) (onde il «dictum de omni et nullo») viene definito come «ἐν δόξῳ ἐλίγει» (An. Pr., I, 1, 24b 26). Questo permise: primo, la completa unificazione formale del sillogismo logico e di quello apodittico; secondo, la determinazione e classificazione delle figure e dei modi, con le relative conversioni.

Presa isolata mente la teoria degli Analitici Primi, se dal punto di vista della forma rappresenta un perfezionamento, e si può dire definitivo, può tuttavia, nei confronti della scienza, apparire inadeguata e meccanica. Ma se essa vien considerata nell'insieme dell'Organon e sullo sfondo della Metafisica, e si tieni conto che il «tutti» è da A. inteso solo come indice della necessità dell'essenza, si deve conclusione che il formalismo degli Analitici Primi ha valore funzionale. Principio d'ogni dimostrazione rimane per A. sempre l'essenza, ed è per questo che solo la 1a delle 3 figure è perfetta e le altre van ridotte ad essa. Quanto al sillogismo induttivo degli Analitici Primi (II, 23), che, partendo da quella che nell'apodissi è la conclusione, sale attraverso la minore alla maggiore, l'enumerazione completa ch'esso richiede per la reciprocazione del termine minore e del medio, è possibile solo perché riguarda le specie e non gli individui, e queste presuppongono un sistema dell'universo, che ne dovrebbe permettere la deduzione.

6. METAFISICA

Oggetto della metafisica o, come A. la chiama, filosofia prima è «l'essere in quanto essere» (Met., IV, 1: cf. I, 2; VI, 1), e, come l'essere assolutamente reale è Dio, essa è anche la scienza di Dio o teologia (ibid., VI, 1). Dell'essere si parla in più sensi, secondo le diverse categorie, ma essere in senso primo è la sostanza, di cui tutte le altre costituiscono le affezioni (πᾶν) o gli accidenti, ed essere per eccellenza.

è l'individuo, l'unico che esista separato e per sé, il «questo che» (τόδε τί). Domandiamo che cosa questo o quell'altro individuo presentatoci dal senso è in sé stesso, e, tolti gli accidenti propriamente detti, abbiamo, da una parte, il complesso delle determinazioni per le quali esso è per sé quel che è, l'essenza, e cioè essa stessa la sostanza in ciò che essa è come oggetto del pensiero, che A. chiama appunto «il che cos'è» (τό τί ἐστιν), e, con formula che, unendo passato e presente, ne mette in evidenza la permanenza ed identità, «l'essere che cos'era» (τό τί γινε σίγνυται); dall'altra, il sostrato (ὑποκείμενον) che in quella ha la sua forma e ne costituisce la materia (ὕλη). Dire materia e forma è dir divenire. Ciò che, infatti, diviene, diviene qualcosa (τό τί), ed è la forma, da qualcosa (τό ἐξ οὖ), ed è la materia (ibid., VII, 7). Termini fissi d'ogni divenire, per le quattro categorie dell'essere, della quantità, della qualità e del luogo, sotto le quali esso s'intende (Phys., III, 1), sono i contrari. Ma come non son essi che divengono, bensì il sostrato che ha la capacità di riceverli (τό δεκτύον) e che permane, ed esso sostrato è materia per rispetto al contrario di cui è privo e nel cui possesso (ἐξίς) sarà quella realtà determinata la cui definizione è la forma, i principi del divenire sono: materia, privazione e forma, ma i primi due fanno numericamente uno (ibid., I, 7; Met., XII, 1-2). Privazione e possesso non intendendosi se non in rapporto a un medesimo soggetto (ibid., X, 4), ne segue che il divenire non è dall'assoluto non-essere, ma dall'essere in potenza (δυνάμεις) all'essere in atto (ἐνεργεῖν), da ciò che può diventare quello che ancora non è a ciò che tale è di fatto (κατὰ τὸ ἔργον, cioè Met., IX, 8, 1050 a 21), e che come ultimo termine (τὰ ὡς) del moto, di quell'essere è la realizzazione completa o entelechia (ἐντελέχεια τὰ τὸ ἐντέχει), ibid., XII, 5; IX, 6-8; Phys., I, 8).

La materia, la quale non è definibile se non per analogia (Phys., II, 2, 194 b 9; I, 7), non è in quanto privazione, è in quanto sostrato (ibid., XII, 2): è sempre un «questo», rispetto a cui la forma è un «tale» (ibid., VII, 8), e cioè, fuori di quella relazione, un «questo che». Riponiamo per esso la stessa domanda del che cos'è? «, ed abbiamo un altro sostrato ed un'altra forma. Ma il processo non va all'infinito: ultimo sostrato reale son gli elementi. Al di là di essi è l'essere senza più altre determinazioni, pura potenza dei contrari per i quali quelli s'intendono, la «materia prima», sostrato comune di tutto, ma che non ha in quanto tale nessuna conoscibile forma d'esistenza (Phys., III, 5). Ripetiamo le stesse domande per la forma, e ci si scioglie in un genere, che, come possibilità delle differenze, fa da materia, e una differenza che fa da forma (Met., V, 28). Risaliamo di genere in genere, e arriviamo all'essere che, nella molteplicità irreducibile delle categorie, non è più forma di nulla ed è materia intelligibile di tutte le forme. Sostanza, dunque, la materia, sostanza la forma o specie, e in essa il genere, ma sostanza in senso assoluto il tutto costituito dalla materia e dalla forma o sinolo (σύνολον, ibid., VII, 3): l'universo è costituito d'individui (Phys., I, 3, 186 b 35).

La materia è potenza, può ricevere la forma e può non riceverla: perché il passaggio dalla potenza all'atto si compia, è necessaria l'azione di una causa in atto (Met., IX, 8), e, poiché il passaggio è moto, la causa dev'essere motrice. Termine (τὸ ὡς) ultimo del moto e fine in vista del quale (τὸ οὖ ἔνεχει) esso si compie, è l'attualità della forma. Ma il fine è un poste il moto un ante, la forma dev'essere quindi presente nella causa motrice. È ciò che l'esperienza ci mostra: ogni sostanza nasce da una sostanza sinonima: l'uomo genera l'uomo, e la casa, presente come idea nell'architetto, la casa (ibid., VII, 7). Si hanno perciò 4 cause: materiale, motrice o efficiente, formale e finale (cf. Zeller, p. 327 sgg.). La formale e la finale fanno uno; la motrice ora va con la forma, negli eventi secondo natura ed arte, ora con la materia, in quelli attribuiti alla fortuna e al caso, o accidentali (Phys., II, 6-9). Le cause di questi ultimi sono esse stesse accidentali (Met., VI, 2; Phys., II, 8). Indi due specie di necessità: l'una formale e assoluta, che va dall'antecedente al conseguente e governa la dimostrazione (Gen. et Corr., II, 11), materiale l'altra e ipotetica (ἐξ ὑποθέσεως), che, risalendo dal conseguente all'antecedente, non è tale che ad evento compiuto, e ammette tanto l'essere che il non essere (ibid.; cf. Met., VI, 3).

Ogni individuo, quanto alla forma, è identico a tutti gli altri della medesima specie. Che cosa ne lo differenzia? La materia (ibid., V, 6, 1016 b 32; XII, 8, 1074 a 33) non però quale astratta condizione della forma, che è anch'essa un universale (ibid., VII, 10, 1035 b 27), bensì in quanto è questa o quella materia (ibid., 8, 1034 a 5) localizzata nello spazio e nel tempo (An. Post., I, 31). Essa individualità non è però quella concreta del sinolo, in cui essenza ed esistenza fanno uno, e che solo dalla forma ha la sua realtà (ibid., VIII, 2, 1043 a 2), si l'attratta individualità dell'esistenza. Sotto questo aspetto, l'individuo non può essere che contingente: l'individualità piena appartiene alle sostanze eterne, all'intelletto e a Dio.

Contingenti negli individui le sostanze soggette alla generazione e alla corruzione, sono necessarie nelle specie, le quali sono eterne (Gen. et corr., II, 11). Eterna infatti è la forma, eterna la materia ed eterno il movimento. (Met., VII, 8; Phys., I, 9). Il movimento non potrebbe avere inizio e cessazione se non per l'azione d'altro movimento, e, se il tempo non ne può venir dissociato, ed essendo nell'istante, che «abbraccia principio e fine», è eterno, anche il movimento dev'essere eterno (ibid., VIII, 1; Met., XII, 6). Ciò presuppone l'eternità della causa, e questa deve essere una e immobile: una, perché il movimento, per essere eterno dev'essere continuo, e tale non è se non è uno (Phys., VIII, 6). Quanto all'immobilità, la serie delle cause non potendo andare all'infinito, e dovendo far capo a un primo motore, questo è immobile o si muove da sé. Ora ciò che si muove da sé comporta un mobile e un motore, che per esser primo dev'essere immobile; ma immobile per sé, è mobile per accidente rispetto al tutto di cui è parte: il motore assolutamente primo dev'essere quindi separato da ogni mosso e assolutamente immobile (ibid., 5-6; Met., XII, 6-7). Questo primo motore immobile, «da cui dipende il cielo e la natura», è Dio. Essenza per eccellenza prima (τὸ τί γινε ἐνα τῷ περὶ τοῦ σωτηρίου) assolutamente semplice, Egli è pura forma, atto puro, necessario della necessità che non ammette l'altra, e nella sua necessità perfetto (ibid., 7; V, 5). Fuori del tempo, ch'Egli nella sua eternità (αἰών) comprende (ibid.; De caelo, I, 9), è anche inesiste e fuori dello spazio (Met., XII, 7: ma in Phys., VIII, 10, vien collocato alla periferia dell'universo). Come pura forma ed in atto, Egli non solo è intelligibile, ma anche intelligente: intelletto (Νοῦς) sempre in atto: pensiero. Come tale ha vita, e, poiché ogni attività è piacere, è sommamente beato (Met., XII, 7; 9; E. N., X, 7; 9). Ad oggetto ha sé stesso, così che il «suo pensiero è pensiero di pensiero (νόησις νοήσεως)», che, esclusi

ÉIS ÓPTANON ÁPISTOTÉALOYS.
-ÁNÓNYMON.

ÉIS CÍDALOS ÁPISTÓLÓS NÓNIKÉS APISTÓLÓS:
Ópáyóson ín íxédalosí apístólos, apístólos apístólos.
Ámálami apístólos apístólos ápístólos ápístólos ápístólos ápístólos ápístólos ápístólos ámálami ápístólos ápístólos ápístólos ápístólos ápístólos ápístólo.

SÍKIPÍLÓNOS KAPTEPOMÁXOY.

Táíos ín muxáttos, ín gáíos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos.
Káí muxáttos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos ápístos.

ÁLÁDÓY MANOYKÍOY BÁSIA
NÉOS ÉIS FÍÁLOYS

Moxosáíos FÍÁLOYS, ápístos FÍÁLOYS.
Xáíos FÍÁLOYS ápístos FÍÁLOYS.

ÁVÍTÍS ÁLÁFÁDÓOS, ápístos ÁLÁFÁDÓOS.
Káíos ÁLÁFÁDÓOS ápístos ÁLÁFÁDÓOS.
Épístos ÁLÁFÁDÓOS ápístos ÁLÁFÁDÓOS.

ÉPÍNÓSE.

(Not Enc. Catt.)