BANDELO, MATTEO

BANDELO, MATTEO. - Novelliere, n. a Castelnuovo sulla Scrivia attorno al 1485. Entrò giovanissimo, forse a Roma, nell'Ordine domenicano, di cui proprio allora (1501-1506) era generale suo zio, Vincenzo Bandello. Passò nel milanese convento delle Grazie, dove non si fermò a lungo, continuamente in viaggio per Genova, Firenze, Napoli e la Calabria. Allargò poi ancora la cerchia dei viaggi e delle conoscenze, entrato nel 1506 nelle grazie dei Bentivoglio, esuli a Milano dalla loro Bologna; più volte il giovane domenicano passò allora le Alpi, per negozi diplomatici. Dopo la battaglia di Marignano (1515) si trasferì a Mantova, alla corte di Isabella Gonzaga; assunto sei anni dopo Francesco II Sforza al ducato di Milano, vi ritornò per brevi anni, che la congiura del Morone (1526) lo pose in sospetto ed egli dovette mutar aria, ritornando ai suoi Gonzaga, come segretario questra volta di Luigi, capitano della Lega Santa. Lasciato il Gonzaga, nel 1528 ritroviamo il B. con Cesare Fregoso, capitano per Venezia prima e poi per la Francia, e quindi con la vedova di lui, Costanza Rangoni, ospite di Francesco I di Francia, quando il Fregoso cadde per mano dei sicari di Carlo V (1541). Nel calmo ritiro di Barens il frate avventuroso attese ai dotti conversari del circolo che conveniva attorno alla Rangoni e a stendere le sue novelle e le sue rime. Il 1° sett. 1550 fu nominato vescovo di Agen dal re di Francia, riservando la metà dei redditi della mensa a Ettore Fregoso chierico veronese; ma era una nomina puramente provvisoria, perché il B. rinunciò sul principio del 1555, quando fu nominato a quella sede Giano Fregoso; fu allora a lui concesso il castello di Bazen situato nella diocesi. Morì in Francia nel 1561.

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(du Novelle di M. Bandello, Firenze 1559)
Bandello, Matteo - Ritratto. Disegno di C. Falcini.

BANDELO, MATTEO - Ritratto. Disegno di C. Falcini.

Poeta petrarchesca di qualche efficacia nelle Rime, in cui spicca il gruppo ispirato dalla giovanissima Lucrezia Gonzaga, il Bandello deve la sua importanza nella storia letteraria alle Novelle. Pubblicate, vivente l'autore, a Lucca nel 1554 e divise sin dall'origine in quattro tomi o parti, sono una delle opere più caratteristiche del Cinquecento. Talune delle sue novelle — come già alcune del Boccaccio — hanno avuto straordinaria fortuna: basti pensare ai casi di Giulietta e Romeo o a quelli di Ugo e Parisina, per cui Shakespeare e il D'Annunzio hanno preso le mosse da lui.

Sull'artista prevale, nel B., il descrittore e, per conseguenza, sul racconto in sé acquista maggior interesse il documento storico. Personaggi storici ed avvenimenti remoti rivivono nelle sue fitte pagine; ma, più, uomini e fatti della vita reale che l'occhio esercitato del contemporaneo scruta e mostra senza veli.

Allontanandosi dallo schema del Decamerone, pur così diffuso nel '500, il B. lascia le sue duecento quattordici novelle indipendenti l'una dall'altra, premettendovi però delle lettere dedicatrici nelle quali, tra l'altro, espone come e dove sia stata narrata altra volta la novella, ricreando così attorno all'opera il colore del tempo. Dal punto di vista religioso, l'opera sua tenta scalzare le basi stesse della morale: la licenziosità, in questo ecclesiastico, passa dai discorsi al nessun rispetto delle cose sacre: dal riso boccaccoso all'immoralità più spinta.

Opere: Tutte le opere di M. B., a cura di F. Flora, Milano 1934-35.

BIML.: E. Masi, M. B. o Vita ital. in un novelliere del Cinquecento, Bologna 1900; F. Picco, I viaggi e la dimora del B. in Francia, in Misr. Renier, Torino 1912, pp. 1103-53; T. Parodi, Le novelle del B., in Poesia e lett., Bari 1916; L. di Francia, Alla scoperta del vero B., in Gion. Stor. Lett. Ital., 78 (1921), p. 290 seg.; 80 (1922), p. 1 seg.; 81 (1923), p. 1 seg.; id., Il B. e la critica. Otto anni dopo, ibid., 93 (1929), pp. 106-17; G. Petrocchi, M. B., Firenze 1949.