BAROCCI, FEDERICO. - Pittore, n. a Urbino, secondo il Bellori nel 1528 (secondo altre fonti nel 1535), m. ivi il 30 sett. 1612. Suo bisavolo fu Ambrogio B., scultore milanese che prese dimora ad Urbino sotto Federico di Montefeltro. Indirizzato al disegno dal padre, si mise con Giambattista Franco, pittore veneziano chiamato dal duca Guidobaldo ad affrescare la volta del coro del vescovato, il quale volle che il B. si desse intensamente allo studio dell'antico. Poi si trasferì a Pesaro, presso il pittore e architetto Bartolomeo Genga. A vent'anni, incitato dall'esempio del suo grande conterraneo Raffaello, andò a Roma, dove si ebbe le lodi di Giovanni da Udine e di Michelangiolo. Tornò poi ad Urbino e vi rimase alcuni anni; nel qual tempo, essendo giunto colà un pittore con alcuni pezzi di cartone e teste a pastello del Correggio, egli fu tutto preso da quella maniera che tanto corrispondeva alla sua inclinazione. Tornato a Roma nel 1560, lavorò qui alle sue opere più note, cominciando dalle decorazioni nella Casina di Pio IV nei giardini vaticani.
Il B. dipinse quasi sempre soggetti sacri: in Roma, l'Ultima cena in S. Maria sopra Minerva, la Presentazione di Maria e la Visitazione alla Chiesa Nuova, l'Annunciazione (già a Loreto), il Riposo in Egitto (già a Perugia), la B. Michelina (già a Pesaro) nella pinacoteca Vaticana; a Perugia la Deposizione dalla Croce nel duomo; a Firenze, la Madonna del popolo nella galleria degli Uffizi, dove è pure l'Autoriratto e il Ritratto di Francesco Maria II della Rovere; a Milano, Il martirio di s. Vitale a Brera (già a Ravenna), ad Urbino, L'ultima cena e il S. Sebastiano nel duomo. Tra le poche opere profane è da ricordare, oltre la serie di ritratti, l'Enea che fugge da Troia della galleria Borghese, dipinto per Rodolfo II e replicato per il card. della Rovere.
Per lo Schmarsov il B. è il fondatore del barocco, e, meglio definito, pittore essenzialmente correggesco, che, come il Correggio, del barocco anticipò vari aspetti e movenze caratteristiche. Dal Correggio derivò anche, portandolo sino alla sdolcinatezza, l'amore per la grazia e la delicatezza delle forme. Fu amantissimo e osservantissimo del vero, onde il gran numero dei suoi disegni. Per le figure si serviva di modelli plastici in cera, sui quali studiava il paneggio. Curò assai l'accordo dei colori, sì da chiamare musica la pittura. Spesso per sfumare, invece del pennello, adoperava il pollice, e alterava le tinte con cinabri e azzurri nei cartoni, giungendo a sfumature eccessive. L'arte del B. influenzò il Rubens, il Van Dyck e il Murillo.

Bibliografia7 opere
Vincenzo Golzio
