BAUDELAIRE, CHARLES-PIERRE. - Uno dei maggiori poeti dell'Ottocento francese, n. a Parigi il 9 apr. 1821, m. ivi il 31 ag. 1867. Del padre si disse che portasse la veste talare prima della Rivoluzione; la madre, di trentacinque anni minore del marito, rimasta vedova nel 1827 si risposò con un alto ufficiale. A questo matrimonio il poeta attribuì tutte le proprie disgrazie. Insoffrente della presenza del padrino, il dissidio domestico inasprì la sua natura disporica, altera e ribelle, né valsero a domarlo la disciplina del collegio, un viaggio di correzione in mare,
un provvedimento di tutela a cui dovette sottostare per tutta la vita, dopo che, maggiorenne, cominciò a sperperare i propri averi. Il suo proposito di darsi alla poesia portò alla rottura completa con la famiglia. Visse da allora fino alla morte studiando e scrivendo, fra un processo e una candidatura all'Accademia, amicizie illustri e convivenze degradanti, cenacoli di poeti e brigate di libertini, esaltato e vilipeso, in mezzo a continue difficoltà pecuniarie ed espedienti, sempre malandato nella salute, che il disordine, il bisogno, gli eccessi, le bravate, le strevaganze peggiorarono di anno in anno fino all'attacco di paralisi da cui fu colto in una chiesa di Namur. Portato a Parigi in una clinica, vi morì munito dei Sacramenti.
L'opera maggiore del B. è la raccolta poetica Les Fleurs du mal, scritta « con furore e pazienza » in più di quindici anni e pubblicata nel 1857. Essa venne definita una discesa all'inferno dei tempi moderni. Fu una voce nuova e inaudita nella letteratura del secolo. La poesia del Gautier e del Sainte-Beuve, l'estremo orrifico romanticismo di cui era l'esponente Petrus Borel, la letteratura nera del Settecento inglese, il dandysmo, il satanismo byroniano, l'opera del Poe che egli rivelò alla Francia e tradusse, gli scritti del De Quincev, influirono certamente sulla poesia del B., che ne trasse elementi, modi e toni per la sua arte; ma il livre abominable (come lo chiamò) rivelò un genio, che si alza nell'Ottocento, fra romantici, parnassiani, realisti prima, simbolisti e decadenti poi, come un rinnovatore.
Il libro, diceva lo stesso poeta, « parte da un'idea cattolica ». L'intimo senso cristiano di esso, il suo valore di testimonianza à rebours, fu riconosciuto non soltanto dagli scrittori cattolici del tempo e da quelli che vennero poi, ma anche da scrittori lontani dalla fede o ad essa ostili come un Flaubert, un France, un Gourmont, un Gide, un Souday. Quella tragica poesia riaffermò la realtà del mistero e del soprannaturale nel secolo che spense le stelle, la responsabilità dei nostri atti contro la deificazione dell'umano e la conseguente gratuità; esaltò la vita come dovere, sforzo, dolore, conto da rendere. Il poeta fu un assetto di ideale e di spiritualità, che cercò nella morte gora dei vizi e nei paradisi artificiali il cammino perduto verso l'alto, senza purtroppo giungere alla conclusione liberatrice. Passò per l'inferno del mondo moderno; attore insieme e giudice ebbe sempre vivo, anche nel pervertimento, il senso del male e della colpa, la coscienza d'una corruzione che partecipa della natura umana decaduta. Fra le opposte, simultanee postulazioni verso Dio e il suo contrario; partecipe del male e insieme anelante al bene; immerso nella noia e attirato dall'ideale; legato alla catena degli amori depravanti e assetato d'infinito, cercò di evadere dalla realtà limitatrice fingendosi arcane felicità in paesi lontani. Fascinato dall'abisso, invocò l'amore e il dolore purificante e il dono della preghiera. Nella donna vide uno strumento di dannazione di cui a volta a volta si compiacque e inorridi senza riuscire a spezzarne il vincolo servile e peccaminoso. Ebbe, anche nell'osceità, lucidissima coscienza dell'insania e della vanità della carne promessa alla putredine; il senso sempre incombente della morte, il concetto preciso dell'azione diabolica, del peccato originale, del rimorso, della giustizia ultraterrena, della necessaria riparazione. Studioso e ammiratore del De Maistre, a lui dovette alcune grandi idee direttive e l'orientamento intellettuale che lo alzarono di tanto, come pensatore, sulle turpitudini di talune sue poesie e gli smarrimenti della sua vita.
Le altre opere di B. vengono dai critici così elencate: Du vin et du harchisch (1851); Les paradis artificiels (1860); Le spleen de Paris. Petits poèmes en prose (1860); Curiosités esthétiques (scritti d'arte); L'art romantique (scritti di varia letteratura); Journaux intimes (Fusées, Mon coeur mis à mí); due novelle, le lettere, le traduzioni dal Poe, frammenti diversi.
nold, Maurice, Thérive, Martineau, Guillain de Bénouville. Tra i contributi italiani cf.: L. Foscolo-Benedetto, L'architecture des Fleurs du mal, in Zeitschrift für französische Sprache und Literatur, 1912; B. Croce, B., in Poesia e non poesia, Bari 1923, pp. 252-65; E. Somaré, Saggi bandelairiani, Milano 1923; C. Muoni, C. B., Roma 1927; M. Bonfantini, Vita, opere e pensieri di C. B., Novara 1927; F. Casati, B., Brescia 1936 e 1944; A. Pellegrini, B., Milano 1938; G. R. Ceriello, Saggi di varia letteratura, Milano 1942; ed inoltre, traduzioni e introduzioni alle opere principali, articoli e note critiche di G. di Belito, G. Raimondi, R. Bacchelli, G. Alberti ed altri. Le più recenti opere critiche sul B. sono le seguenti: Fr. Demp, B. und das Christentum, Marburg 1939; G. Polverini, L'estetica di C. B., Bari 1943; J. Massin, B. entre Dieu et Satan, Parigi 1945; J. Pommier, Dans les chemins de B., ivi 1945; F. Léon-Doudet, C. B. et l'esprit classique, ivi 1946; P. Arnold, Le Dieu de B., ivi 1947; B. Fondane, B. et l'expérience du gonfler, ivi 1947; J.-P. Sartre, B., ivi 1947; G. Macchia, B. critico, Roma 1947; id., B. e la poetica della malinconia, Napoli 1948; M. Rocca, L'idealismo di B., Padova 1948; G. Blin, Le sadisme de B., Parigi 1948.