BESSARIONE. - Periodico di studi orientali pubblicato in Roma dal 1866 al 1923, fondato da mons., poi card., Niccolò Marini (1843-1923). Ispirandosi ai documenti pontifici, il B. si propose un duplice programma: far conoscere ai cattolici occidentali la storia, il patrimonio liturgico, dogmatico, artistico, ecc. delle cristianità orientali e promuovere l'unione delle Chiese. Per meglio conseguire lo scopo fu ideata anche un'edizione greca della pubblicazione, ma il progetto non ebbe seguito. Dal 1919 all'ag. 1922, il B. divenne organo ufficiale del nuovo Pontificio Istituto per gli studi orientali.
BESSARIONE. - Cardinale greco, metropolita di Nicea, n. in quel di Trebisonda il 2 genn. 1402, da genitori di umile condizione, battezzato col nome di Basilio (?). Destinato allo stato ecclesiastico, venne affidato, giovanissimo, al metropolita di Trebisonda, Dositeo, che lo condusse a Costantinopoli dove fu iniziato alle lettere, alla filosofia e alla vita ascetica da Ignazio (Giovanni) Cortesano arcivescovo di Selimbria. Alla scuola del retore Crisococa fu condiscopolo di Francesco Filelfo e forse di Giorgio
Scolario. Vesti l'abito monastico il 30 genn. 1423, col nome che divenne celebre.
Il primo suo scritto è appunto l'encomio del nuovo patrono (inedito nel cod. Marc. Gr. 533). Si segnalò con una monodia (orazione funebre) per l'imperatore Manuele II (m. il 25 luglio 1425); fu inviato alla corte di Trebisonda (1426?), scrisse un'orazione in onore per l'imperatore Alessio IV e tre monodie sull'imperatrice Teodora Cantacuzena Comnena (m. il 17 nov. 1426). Diacono nel 1426, sacerdote nel 1431, si recò nel Peloponnesco dove acquistò il favore del despotà Teodoro II e fu uditore di Giorgio Gemisto Pletone, con cui mantenne sempre i migliori rapporti. Scrisse un epitafio e una monodia su Cleopa Malatesta, moglie del despotà Teodoro (m. nel 1433); un epitafio per Teodora Tocco, sposa di Costantino Paleologo (che fu poi l'ultimo imperatore di Bisanzio); versi da collocare sotto un ritratto di Manuele II e della consorte. Risalgono a quel soggiorno dodici lettere, di cui una lunga a Giovanni Lascari Leondari con una esposizione della morale cristiana; una difesa del suo protettore Dositeo (passato alla sede di Nomenavasi); un elogio della nata Trebisonda e un'omelia (inedita nel cod. Marc. Gr. 533).
Avendo contribuito a comporre un litigio, sorto nel 1436, tra l'imperatore Giovanni VIII e il fratello

Teodoro, fu richiamato nella capitale e preposto al monastero di S. Basilio. Eletto metropolita di Nicea (1437) salpò con l'imperatore per l'Italia (24 nov. 1437).
Al Concilio di Ferrara-Firenze fu con Marco Eugenico il principale oratore greco e contribuì efficacemente all'atto d'unione del 6 giugno 1439 (discorsi del 9 ott. e 10 nov. 1438 a Ferrara; grande discorso dogmatico sull'equivalenza delle formule «8.4.70» u60» e «ex Filio» a Firenze, 13 e 14 apr. 1439). Dopo l'unione, Eugenio IV gli assegnò una pensione annua di 300 fiorini aumentabile a 600 se egli si fosse stabilito in Curia (11 ag. 1439). Il B. tornò a Costantinopoli con l'imperatore e il nunzio apostolico Cristoforo Garatoni (10 febbr. 1440). Scrisse tre Consolazioni per l'imperatore Giovanni VIII che aveva perduta la moglie Maria (17 dic. 1439), fece ricerche sui Padri nelle biblioteche della capitale, prese parte all'elezione del patriarca Metrofane II (10 maggio 1440), lavorò probabilmente alle sue confutazioni di Gregorio Palama e di Massimo Planude intorno alla processione dello Spirito Santo. Creato cardinale col titolo dei SS. Apostoli (18 dic. 1439) tornò a Firenze, dove stava ancora la Curia (10 dic. 1440). Studiò l'italiano ed il latino, cercando di acquistare in questa lingua la perfezione e l'eleganza volute dalla corrente umanista nella quale egli entrò risolutamente, divenendo uno dei luminari. Ebbe l'arcivescovato di Tebe nel ducato d'Atene (1440-49?) e l'abbazia benedettina di S. Giuliano di Rimini (?-1449). Firmò, il 5 febbr. 1442, il decreto d'unione dei Giacobiti; consacrò nello stesso anno, col rito latino, la chiesa francisana di S. Croce in Firenze. Giunse con la Curia a Roma il 28 sett. 1443 e si stabilì presso la sua chiesa titolare della quale si occupò attivamente.
Del soggiorno fiorentino o dei primordi di quello romano sono la lettera ad Alessio Lascari Filantropeno nella quale difende l'operato suo e del concilio d'unione, la prefazione alla versione latina del Contro Eunomio di S. Basilio (fatta a sua richiesta da Giorgio di Trebisonda), la versione dell'omelia dello stesso santo sulla Natività, dedicata a Tommaso da Sarzana, futuro Niccolò V. L'interesse per tutto ciò che riguarda la sua patria si rispecchia nella lettera al despotà Costantino (1444) piena di suggerimenti per rialzare in Grecia le arti della pace e della guerra. Nel 1444 il B. dedicò a Giuliano Cesarini, cardinale vescovo di Tuscolo, la sua versione dei Memorabilia di Senofonte. Anche la correzione della versione medievale della Metafisica di Aristotele, dedicata al suo amico Alfonso re di Napoli (m. nel 1458), può risalire a quest'epoca.
Quale abate commemorato di S. Giovanni Evange-lico dell'Osservanza il 1444. Ebbe pure in com-mediata la "abbazia di S. Cristoforo di Castel Durante (Ubbania; 1445-68) e quella di S. Stefano in Pinis a Spalato, di cui, nel 1450, cedette un priorato (S. Maria della Palude) ai Minori Osservanti. Protettore dell'Ordine di S. Basilio, ne celebrò, nel nov. 1446, nella basilica dei Dodici Apostoli, un capitolo generale con gli abati di Puglia, Calabria e Sicilia, approvato da Eugenio IV (14 dic. 1446). Per i Basiliani compose un'epitome delle regole di S. Basilio. Il diritto di visita sui monasteri greci d'Italia gli fu confermato da Niccolò V il 22 giugno 1451 e ciò gli offrì l'occasione, forse, di scoprire nel monastero di S. Nicola di Casole, in terra d'Otranto, i codici di Quinto Smirneo e di Colluto. Negli stati d'Alfonso d'Aragona, il B. ebbe in commenda l'arcivescovado di Manfredonia (1447-49) e i monasteri basiliani S. Angelo di Brolo (1447-64), S. Filippo Grande (1449-64), SS. Pietro e Paolo di Forza d'Agrò (1450-1452), S. Giovanni a Piro (?-1468). Fu incaricato nel 1447 della ricognizione delle reliquie di S. Lorenzo martire, e nel 1449, della canonizzazione di S. Bernardino da Siena. Vescovo di Sabina (5 marzo 1449) ritenne in commenda fino alla morte la basilica dei dodici Apostoli, nella quale sostituì il Capitolo secolare con un convento di Frati minori (30 giu-
gno 1463). Cambiò, il 23 apr. 1449, la sede di Sabina con l'altra suburbicaria di Frascati, poi, nello stesso anno, quella di Manfredonia con quella di Mazzara e lasciò probabilmente quella di Tebe per il patriarcato di Gerusalemme (1449-58). Ottenne da Niccolò V, nei primordi del pontificato, che Lorenzo Valla potesse, da Napoli, rientrare in Roma, dove Niccolò Perotti, segretario del B. fu uditore di quell'umanista.
Negli ultimi anni del soggiorno romano il B. incoraggiò il Valla quando per la prima volta applicò agli studi biblici i nuovi metodi filologici con le sue Annotationes in Novum Testamentum. Anche l'opuscolo del B. In illud "Sic eum volo manere", appartiene a quest'ordine di studi. Risalgono allo stesso periodo le origini di quella che fu poi chiamata l'accademia di B. Il carteggio con Pletone, che è del 1447 ca., ci mostra quale interesse egli continuasse ad avere per la filosofia.
Il 10 sett. 1449 Niccolò V creò il B. legato a latere per i negoziati di pace fra Venezia e Milano e tra Francesco Sforza e la Repubblica ambrosiana, ma senza buon esito. Dal 1450 al 1455, poi, la legazione di Bologna strappò il B. agli umanisti romani. In quel governo il B. si appoggiò alla nascente signoria dei Bentivoglio; ma particolarmente alla decadenza Università il legato prodigò le sue cure, facendovi, tra l'altro, insegnare il suo Perotti. Intanto Costantino- poll era caduta in mano del Turco ed un nuovo elemento entra nella vita del Cardinale greco: riscatta i connazionali ridotti in schiavitù, provvede a quelli che vanno raminghi per il mondo, esorta i principi alla guerra contro l'invasore; soprattutto, concepisce e comincia ad attuare il progetto di una biblioteca in cui radunare i tesori della letteratura greca, minacciata, come crede, di andar perduta, non avendo più il suo popolo alcun centro di studi. Traspare questa nobile preoccupazione dal carteggio con Michele Apostoli (1453-55). Nel Conclave del 1455, dal quale parve per qualche tempo che il B. dovesse uscire Pontefice, fu eletto invece Callisto III, che portò sulla Cattedra di Pietro lo spirito della reconquista spagnola. Orientamento graditissimo al Cardinale greco che, approfittando d'una cura a Pozzuoli e d'un ricoverimento dato in suo onore da re Alfonso a Napoli (5 giugno 1457), lo esorta alla guerra santa. Ma fu tentativo privato, poiché il pontificato di Callisto III segnò per il B. un tempo di minore attività politica e in compenso un guadagno per gli studi. Così quando nel 1455 Giorgio di Trebisonda, nelle sue Comparationes, attaccò Platone, il B. difese il sommo filosofo nei 4 libri In Calumniatorem Platonis, sua opera principale. La confutazione dei Sillogismi di Marco Eugenico risale invece, probabilmente, al tempo della legazione bolognese. La commenda dell'abbazia camaldinese di S. Croce di Fonte Avellana (1456-72) gli dette occasione di stringere sempre più le sue relazioni con la casa del bibliofilo conte Federico III di Montefeltro ed Urbino. Diventò (1456-57) coadiutore, poi archimandrita, del monastero basiliano di S. Salvatore in Messina. Dal 1458 al 1462 fu vescovo di Pamplona. Di Pio II, umanista come Niccolò V e zelante per la crociata quanto Callisto III, il B. diventò ben presto amicissimo, quantunque, nel Conclave del 1458, non gli avesse da principio dato il voto. Il nuovo Papa diede il B. come protettore all'Ordinario minoritico (10 sett. 1448) e gli commise la canonizzazione di Caterina da Siena (1459).
Al Congresso di Mantova (autunno 1459) il Papa e il Cardinale greco si adoperarono senza frutto ad ottenere l'adesione dei principi a una lega offensiva
contro il Turco. La legazione conseguente del B. in Germania (1460-61) fu uno scacco di cui la copia va attribuita non tanto al legato, quanto alle circostanze per niente proprie. Egli approfittò di questo viaggio per acquistare codici e allacciare relazioni con dotti tedeschi. Di ritorno in Italia fu creato patrizio veneto (2 dic. 1461) e amministratore del vescovato di Negroponte nella veneta Eubea (13 dic. 1461) in attesa del titolo vescovile che ebbe il 1° apr. 1463. Nel 1462 prese parte alla solenne traslazione del capo di S. Andrea Apostolo, portato in Italia dal profugo despota di Morea, Tommaso Paleologo (discorso del 13 apr. 1462), e cambiò l'archimandria messinese di S. Salvatore con la badia basiliana di S. Maria in Grottaferrata, di cui provvide a restaurare gli edifici, riordinare l'amministrazione, arricchire la biblioteca e la sacrestia. Promosso patriarca di Costantinopoli, indirizzò (27 maggio 1463) ai suoi fedeli greci viventi sotto il dominio veneto, un'enciclica in cui ritornava sul grande tema dell'unione. Anche il trattatello sulle parole della consacrazione è di questo periodo. Intanto Trebisonda sua patria era caduta nelle mani del Turco (1461). Di nuovo bisognò soccorrere infinite miserie. Giorgio Amirutzi, un concittadino già amico, ma da molto tempo passato nelle schiere degli avversari, non esitò, in quei frangenti, a rivolgersi al B. con una lettera curiosa quanto memorabile. Nel 1463 la presa di Argo e la conquista della Bosnia maturarono un nuovo progetto di Crociata. Pio II
mandò a Venezia quale legato a latere il B., che contribuì a far trionfare, nei consigli della Serenissima, la causa della guerra. Ma quando, con la flotta veneta capitanata dal doge, il B. arrivò ad Ancona dove si radunava l'esercito, trovò il Papa morente: con la morte dell'animatore tramontò l'impresa. Quando, dopo il Conclave del 1464, il nuovo eletto Paolo II dichiarò di non essere obbligato ad osservare i capitoli "giurati che limitavano l'esercizio del potere pontificio, sorse un malinteso fra lui ed il B., e questi più intensamente si dedicò ai suoi studi. Compose verosimilmente allora il De natura et arte e mise in latino i propri scritti teologici-polemici. Nel 1465 giunsero in Italia i figli del despota Tommaso Paleologo, dei quali divenne protettore: abbiamo tre lettere in greco volgare nelle quali traccia regole di condotta ai precettori dei principi esiliati. Nel 1466 restaurò a Viterbo (dove dal 1462 usava far delle cure) i bagni detti di re Pipino. Fu camerlengo del sacro collegio per il 1467-68. In quest'anno fece il suo testamento e donò la sua biblioteca, la più ricca, allora, di codici greci, alla repubblica di Venezia (14 maggio 1468). Il processo contro gli accademici di Pomponio Leto (1468), alcuni dei quali facevano parte di quella del B., gli diede occasione d'adoperarsi ancora una volta per gli umanisti, specialmente per il Platina, che l'anno seguente ricambiò il benefattore scrivendo un suo panegirico. Vediamo qui ed in altri documenti il B. riconciliato con Paolo II, di cui gode la fiducia. Il 4 luglio 1468 egli ebbe una pensione sulle rendite dell'abbazia benedettina di S. Pietro di Vilanova presso Lusiana, in diocesi di Vicenza. Lo troviamo anche, alla sua morte (ma non si sa da quando) commendatario del priorato cluniacense di S. Giacomo di Pontida nel Bergamasco. Il 14 ott. 1468 passò dalla sede tuscolana a quella di Sabina. Nell'ag. 1469 uscì per le stampe la versione latina dell'In calumnia-torem Platonis, offrendo occasione a uno scambio di lettere con molti letterati, tra i quali Marsilio Ficino. Non mancarono nemmeno le solite controversie, una con Giovanni Argiropulo, cortese, e un'altra, veemente, con Giorgio di Trebisonda. La conquista turca dell'Eubea (1470) mosse il B. a scrivere un'orazione ai principi cristiani che l'amico Guglielmo Fichet, rettore dell'Università di Parigi, diffuse subito con la stampa, mentre a Roma una commissione cardinalizia, radunata in casa del B., si occupava del periodo turco. Sisto IV, amico del B., successo a Paolo II, nominò il B. legato a latere in Francia, Borgogna ed Inghilterra (22 dic. 1471) in favore della Crociata. Ma ben presto la legazione fu limitata a regolare le questioni pendenti tra la S. Sede e la Francia; tuttavia il B. si lasciò persuadere dagli amici (specie dal Fichet e da Iacopo Annamnanti) e da un invito personale di re Luigi XI, ad assumersi questo difficile incarico. Se sperava in cuore suo di attirare quel potente monarca alla guerra santa, rimase deluso, e, nell'insieme, la sua legazione francese non ebbe esito più felice di quella germanica. Affranto dalla malattia e dalle fatiche del viaggio il B., tornato in Italia, moriva santamente a Ravenna il 18 nov. 1472. I suoi resti furono portati a Roma, dove il 3 dic., nella basilica dei Dodici Apostoli, ebbero luogo le esequie alla presenza del Papa. Niccolò Capranica, vescovo di Fermo, ne recitò l'elogio funebre in latino, mentre a Creta il fedele Apostoli ne scrisse un altro in greco. Il cardinale riposa nel sepolcro che si era fatto preparare (1466) nella stessa Basilica. Vi si può vedere la sua effigie in bassorilievo e il suo stemma: d

ue braccia
