BIZANTINA, MUSICA

BIZANTINA, MUSICA. — È così generalmente chiamato il sistema musicale delle Chiese di rito bizantino che hanno avuto come loro centro principale Bisanzio.

I PERIODO. — Con il Vangelo gli Apostoli portarono, t

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(propr. Eic. Cull.)

lie loro tradizioni. Inni e salmi risonarono nelle prime assemblee cristiane come nella sinagoga, forse nelle stesse melodie ebraiche. Man mano, però, che le masse elleniche venivano guadagnate alla fede, quelle melodie non soddisfacevano più, poiché troppo grande era nel popolo
ra i gentili, anche le loro tradizioni. Inni e salmi risonarono nelle prime assemblee cristiane come nella sinagoga, forse nelle stesse melodie ebraiche. Man mano, però, che le masse elleniche venivano guadagnate alla fede, quelle melodie non soddisfacendo più, poiché troppo grande era nel popolo greco il senso dell'arte. È facile quindi pensare che, dopo la pace costantiniana, i nuovi grandiosi templi delle cristianità greche dovettero risonare di inni e salmi eseguiti nelle antiche melodie doriche, lidi, frigge, ecc. In tutto il periodo che correva fra i secc. I-VIII siamo però ben

lungi dall'avere un unico sistema di canto. Clemente Alessandrino, nel Pedagogo (PG 8, 445), raccomanda di abbandonare il modo cromatico, perché stimolo alla passione. E ad Alessandria il canto non era che una recita più o meno modulata. A Cesarea di Cappadocia, s. Basilio, che più di ogni altro cercò di conciliare lo spirito classico con la nuova fede, stando a quanto ci narra Michele Psellos, formò per la sua chiesa dei forti cori, come presso gli antichi Greci; compose nuovi inni e nuove melodie e nel canto affidò talune parti anche ad elementi femminili. Ciò per combattere gli ariani, che con le loro musiche teatrali attiravano nelle loro chiese molti ingenui. Parecchi Padri tollerarono, per la stessa ragione, persino l'introduzione di strumenti (Niceforo, Historia, IX, 16) di cui però, cessata la causa, fu vietato l'uso, o meglio l'abuso. Il Concilio di Laodicea (can. 55) proibì nelle chiese il canto ad individui che non avessero ricevuto l'ordinazione del cantorato, ed inoltre vietò che si eseguissero salmi non canonici (can. 49). Col tempo, però, molti nuovi inni e nuove melodie furono ufficialmente accettate; Sofronio di Gerusalemme, Romano il Melode e molti altri, hanno lasciato tracce profonde nell'innologia e nella musica che, dal centro propulsore, può ormai chiamarsi bizantina.

In tutto questo periodo la scrittura musicale o semitragfia, è quella alfabetica, usata già dai classici.

I documenti sono rarissimi e il tutto si riduce a qualche
papiro di grande valore, la cui interpretazione pre-
senta difficoltà insormontabili.

Nella seconda metà di questo periodo sorge una
nuova semiografia detta *efonetica*, cioè declamatoria.
A quanto sembra, dai documenti a noi pervenuti,
essa non fu usata che per la declamazione delle letture
profetiche, apostoliche ed evangeliche. I segni sono 14.
I manoscritti che sino ad oggi si conoscono (una ven-
tina), appartengono ai secc.vii-xiii; in seguito scom-
paiono. La loro interpretazione è difficile, perché man-
cano le chiavi e non si conosce il valore esatto dei
singoli segni.

II PERIODO (secc. viii-xiii). — È il periodo aureo
dell’inologia e della m. b. La liturgia si arric-
chisce di composizioni poetico-musicali di altissimo
valore artistico-letterario. I compositori delle stes-
se chiese greche dell’Italia meridionale non sono se-
condi agli Orientali; fra i molti italo-greci vanno ri-
cordati Marco di Otranto, Giuseppe di Siracusa, Nilo
di Rossano fondatore del famoso monastero di Grotta-
ferrata, e il suo discepolo Bartolomeo. Fra tutti però
emergono i due sommi, Cosma di Maiuma e Giovanni
Damasceno. A questi due, e soprattutto all’ultimo, la
tradizione attribuisce la riforma musicale che inco-
mincia nel sec. VIII.
Il sistema musicale viene diviso in otto modi: 4 propri
e 4 plagali. Questi mantengono le vecchie denominazioni:
doric, lido, frigio, missolido, ma sono anche semplice-
mente chiamati primo, secondo, plagale del primo, ecc.
Nuovi segni diastematici sono creati, ad indicare i vari
intervalli o gruppi di note. Si noti però subito, che questi
segni non indicano un solo preciso intervallo di 2, 5, ecc.,
bensì un gruppo di note susseguenti con norme stabi-
lite, ma anche con diverso movimento, a seconda che lo

stesso segno si trovi in un “modo” o nell’altro, in una
posizione o nell’altra. Questi segni erano dunque, più
che altro, dei sussidi mnemonici al cantore, il quale per
tener degnamente il suo ufficio doveva avere una forte
memoria musicale. A facilitare però maggiormente il com-
pito, furono creati altri segni detti di *zeppovolga* (legge del
movimento delle mani), i quali, posti sotto o sopra i segni
diastematici, indicavano al cantore più chiaramente i vari
movimenti della frase musicale contenuta in quel segno.
Esperti maestri, con il movimento delle mani (da cui il
nome *zeppovolga*), facilitavano ancor di più il compito
del coro. I segni diastematici sono 14, di cui 11 ancora
oggi in uso. I segni chironomici sono anch’essi 14, col
tempo poi aumentati di numero. All’inizio di ogni melodia
si trova segnato il “modo” a cui appartiene e la *zeppolga*
o chiave. I manoscritti di questo periodo conosciuti sino
ad oggi sono poco più di 50, di cui buon numero nella
bada di Grottaferrata. Tenendo conto della tradizione
tuttora vivente e dei manoscritti del periodo seguente,
sebbene l’opera sia sempre ardua, è tuttavia possibile rico-
struire queste antiche melodie.

III PERIODO (secc. xiii-xix). — Con i secc. viii-xi
l’innografia bizantina raggiunge il suo apogeo. Le com-
posizioni poetico-musicali abbondano ormai in tutto
il ciclo liturgico. I grandi maestri dal sec. xi in poi
si prefiggono, come compito principale, d’insegna-
re, mediante le leggi della “chironomia”, ad inter-
pretare fedelmente le composizioni dei grandi inno-
grafi. Il sistema inventato da costoro non era facile:
il significato stenografico, non solo dei segni chiro-
nomici ma anche di molti segni diastematici, dava
luogo a non poche divergenze. Si prospettò una nuova
riforma e questa avvenne nel sec. xiii. La si attri-
buisce a Giovanni Kukusčelis, maestro della cappella
imperiale prima e poi monaco nella Grande Laura
dell’Athos. Probabilmente però egli non fu che l’espo-

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**SCA

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(prepr. Euc. Catt.)
Bizantina, musica - Scale dell'ottoeco bizantino. Inno natalizio di s. Romano il Melòde. Melodia tradizionale bizantina.
LE DELL’OTTOECO BIZANTINO**

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**INNO NATALIZIO**

*di S. Romano il Melode*

*Melodia tradizionale bizantina*

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**BIZANTINA, MUSICA - Scale dell’ottocco bizantino. Inno natalizio di s. Romano il Melode. Melodia tradizionale bizantina.**

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(propr. Enc. Catl.)

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BIZANTINA, MUSICA - Scale dell’ottocco bizantino. Inno natalizio di s. Romano il Melode.

nente maggiore di un sistema che ebbe inizio assai prima di lui, e non terminò che con l’ultima riforma.

In questo sistema a quasi tutti i segni disattentici viene dato un valore preciso (salto di 2, 3, ecc.). La melodia non viene però ancora scritta per esteso. Ad indicare lo sviluppo della melodia (che, come essi si esprimevano, è contenuta nel segno disattentico come la spiga nel chicco di grano), si usano ancora i segni di chironomia, le cui regole sono più chiaramente determinate, e il numero di questi segni assai aumentato. Notisi pure che lo stesso segno mutava di valore secondo la sua posizione e persino se era scritto rosso o nero. Le μαρτυρίαι o chiavi sono indicate non solo all’inizio della melodia, ma anche dopo ogni periodo musicale, indicando l’ultima nota cantata. A nessuno sfugge il grande beneficio di questa introduzione. Le φθορὰι o accidenti, propri a ciascun «modo», sono generalmente segnate, mentre anche questo era, precedentemente, affidato alla memoria del cantante. Si scrivono anche molte grammatiche, alcune delle quali giunte sino a noi (v. L. Tardo, L’antica melugia bizantina, Grottaferrata 1938, pp. 145-260). Anche queste però hanno bisogno dell’interpretazione del maestro, non essendo né chiaro né complete.

Col tempo i segni chironomici andarono sempre aumentando, cercandosi con ciò di affidare sempre più esattamente allo scritto quanto la tradizione aveva riportato. Famosi maestri di questo periodo, tra i tanti, Giovanni Kladás, Manuele il Vecchio (sec. xv), Manuele il Giovan e Balasios (sec. xvi). Quest’ultimo soprattutto incomincia a porre il problema di scrivere più esattamente le melodie con i segni disattentici, senza troppi sottintesi. Inizia questo suo sistema interpretando molti dei segni chironomici. Altri maestri lo seguono, sino a Pietro del Peloponneso, lambadharos (capo del coro sinistro) della Grande Chiesa (sec. xviii). Questi, lasciata l’antica semio-grafia sintetica a poche frasi di ciascun «modo», delle quali era facile ricordarsi, e queste scritte ancora con i vecchi segni chironomici, analizzate quasi tutto il resto. Era il metodo di Balasios ma condotto assai più avanti. Insegna il suo metodo ad una schiera di discepoli. Ciò fatto, intraprende un’opera che deve immortalarlo negli annali della m. b.: la trascrizione di tutte le melodie scritte mandate dalla tradizione sino a lui, anche di quelle di tipo andante, mai scritte per l’addietro, ma solo tramandate oralmente. Nessuno poteva fare quest’opera meglio di lui, dotato come era di una incomparabile memoria musicale, così da poter trascrivere qualsiasi melodia, dopo averla intesa una sola volta. L’intelligente lambadharos aveva così spianata la via verso una riforma radicale. Oramai con la stampa non aveva più ragione di esistere la semio-grafia stenografica.

IV PERIODO (sec. XIX). — Sulle orme di Pietro, alla fine del ’700, tre dotti e coraggiosi maestri: Crisanto, vescovo di Prusse, Gregorio lambadharos e Cur-musico cartofilace, si accingono a dare gli ultimi colpi al vecchio sistema. Nel 1815 essi presentano i frutti del loro lavoro al patriarca ecumenico, il quale, dopo lungo tergiversare, finisce per approvarlo. Il cieco attaccamento alla tradizione fece sì che da molti fosse combattuto questo sistema; tra questi lo stesso pro-topsaltis (primo cantore) della Grande Chiesa, Costantino; anzi è interessante sapere (a dimostrare la esattezza della trascrizione delle melodie) che mentre questi cantava da libri con il vecchio sistema, il lambadharos Gregorio, contemporaneamente, cantava da libri con il nuovo sistema.

Così riformato, il sistema musicale bizantino prese il suo assetto definitivo, ed è ancora oggi si-stema ufficiale nella Chiesa bizantina.

La riforma consistente in questo: 1) Abolizione di ogni residuo di stenografia. 2) A tutti i segni disattentici si dà un valore preciso (intervallo di 2, 5, ecc.). 3) Alcuni segni, che nel vecchio sistema avevano valore stenografico (ad es., ὀξείς, τελῳστός, ecc.) vengono senz’altro aboliti.

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(do O. Tifos, La mostra bizantina, Milano 1891) Bizantina, musica - Semiografia crisantina. Una pagina della zqnегораӧвıа єккһрнлегою́s di Giovanni Sakellaridis, Atene 1880.

4) Aboliti sono pure quasi tutti i segni chironomici, divenuti oramai inutili. A qualcuno di essi, rimasto, si dà solo valore
(Ad O. Tibo, La musica bizantina, Milano 1935)

BIZANTINA, MUSICA — Semio-grafia cristiana. Una pagina della χρησιμοποιήσει εκκλησιαστικής di Giovanni Sakellaridis, Atene 1880.

4) Aboliti sono pure quasi tutti i segni chironomici, di venuti oramai inutili. A qualcuno di essi, rimasto, si dà solo valore espressivo. 5) Il solfeggio che dagli antichi maestri era insegnato con i monosillabi: Na, Ne, Te, To, Ru, Rem, ecc. viene ora insegnato con le note musicali, in numero di 7, prese dall’alfabeto: πΑ (re) — Βου (mi) — Γα (fa) — Δι (sol) — ΣΕ (la) — Ζω (si) — VH (do). In quasi tutto il resto si rimane fedeli alla tradizione. I modi sono ugualmente 8 e seguono le vecchie denominazioni e le vecchie scale. Così anche le μαρτυρίαι o chiavi e le φθορὰι o accidenti. Si noti, infine, che i tre riformatori, trascrivere, nel nuovo sistema, tutte le antiche melodie dell’anno li-turgico.

CONCLUSIONE. — Dopo quanto si è detto, spontanea viene una domanda: le melodie oggi in uso nella Chiesa bizantina, sono le stesse uscite dalla penna degli antichi infragrafi? Si deve rispondere che molte di esse portano i nomi dei compositori, soprattutto dal sec. XIV in poi; non sono quindi le melodie degli infragrafi. Altre sono melodie originali, ma abbel-lite da autori posteriori, di cui i manoscritti riportano i nomi. Vi sono poi tutte le altre melodie tradizionali, trascritte, come si disse più sopra, da Pietro lambadharos; queste dovrebbero risalire agli autori originali. La sana critica però vi si oppone. Dopo tanti secoli non si può parlare di identità tra le melodie di oggi e quelle di allora. Tuttavia, considerato che la tradizione è stata sempre viva, non solo, ma tra-mandata da vere scuole rette da ottimi maestri, sotto la diretta sorveglianza dell’alto clero della Chiesa di Costantinopoli, è da concludere che, pur ammessa una necessaria evoluzione, queste melodie hanno molto

di originale, e che la ricostruzione delle antiche melodie non è possibile se non sulla base di queste.

Molti musicologi europei, da vari anni, studiano l'antico sistema musicale bizantino. Ma alcuni di essi non considerano affatto la tradizione. Dato questo, sono pervenuti alle conclusioni più disparate. Alcuni negano persino le scale e il valore dei segni disattentati. In compenso ne inventano di proprie. Altri ancora negano l'esistenza di una qualsiasi stenografia, e interpretano i segni chironomici come segni di espressione, dimentichi che l'espressione è chiamata dai Greci ἐκφρασμός e non χειρονομία.

In Italia, grande incremento allo studio della m. b. ha dato il p. Lorenzo Tardo del monastero di Grottaferrata, il quale ha offerto a tutti la possibilità di approfondire gli studi in materia.

Bibl.: L. A. Bourgault Ducoudray, Études sur la musique ecclésiastique grecque, Parisi 1877; G. Papadopoulos, Συμβολία της τυποποιημένης μουσικής, Αθήνα 1890; H. Gaisser, Le système musical de l'Eglise grecque d'après la tradition, 1895; J. B. Rebours, Traité de pastilage, théorie et pratique du chant dans l'Eglise grecque, 1905; U. Riemann, Die byzantinische Notenschrift in X-XIV. Jahrh., Lipsia 1909; J. Tillyard, Byzantinische Musik und hymnograph, Londo 1913; K. Facho, Η παράδοση των μουσικών μουσικών, Αθήνα 1917; J. Thibaut, Monuments de la notation éphémérite et hagiographie de l'Eglise grecque, Parisi 1923; J. Tillyard, Handbook of the riddle byzantine musical notation, Londo 1935; E. Wellesz, Studien zur byzantinischen Musik, in Zeitschrift für Musikwissenschaft, 16 (1934), pp. 213-28 e 414-22; L. Tardo, L'antica melugia bizantina, Grottaferrata 1938; O. Tiby, La musica bizantina, teoria e storia, Milano 1938.

BIZANTINO, DIRITTO CANONICO. - È, originariamente, il diritto proprio della Chiesa di Bisanzio, o Costantinopoli, divenuto il diritto comune di tutte le Chiese orientali di rito bizantino, tanto cattoliche che dissidenti.

I. ESTENSIONE

Tutti i popoli pagani alla cui evangelizzazione Costantinopoli contribuiva, come i Russi e i Serbi, o che, per una ragione o per un'altra, rivolgeva di definitivamente verso Costantinopoli, riconoscendone la supremazia, ricevettero simultaneamente la liturgia e la disciplina ecclesiastica di Bisanzio, tanto che, in seguito, il d. c. b. diventò effettivamente il fondo comune della legislazione di tutte le Chiese che hanno riconosciuto, a un certo momento, con gradi diversi, l'autorità del patriarcato di Costantinopoli: in altri termini, di tutte le Chiese ortodosse, nel senso del Concilio di Calcedonia, cioè, praticamente, di tutte le Chiese di rito bizantino.

Quindi, seguono oggi la disciplina bizantina, come fondo comune di legislazione, integrato dal diritto particolare delle singole comunità: i Greci strettamente detti e Elleni, i Melkiti dei tre patriarcati di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, i Romei, gli Ucraini o Ruteni, i Russi, i Georgiani, i Serbi, poi vari piccoli gruppi di Albanesi, Ungheresi, Lituani, Lëttoni, Estoni, Finlandesi, Cinesi e Giapponesi. È da osservare che in quasi tutti i suddetti gruppi, esiste una comunità cattolica unita, la quale fonda la sua disciplina sul d. c. b., come i dissidenti del rispettivo gruppo.

II. DURATA

La storia del d. c. prettamente b. abbraccia un periodo di circa tredici secoli, che va più precisamente dal Concilio trullano del 691, nel quale la disciplina bizantina si affermò con le sue note più caratteristiche, fino alla caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi Ottomani nel 1453. Invero, prima del 691, il patriarcato bizantino era quasi unicamente retto dalla legislazione conciliare e patristica, comune a tutta la Chiesa cattolica, oppure, al più, dal diritto proprio a tutta la Chiesa d'Oriente. D'altra parte, dopo il 1453, il patriarcato di Costantinopoli, sempre più smantellato tanto dalla costituzione di comunità cattoliche quanto dalla emancipazione delle Chiese dissidenti, che acquisirono la loro autocfalia, instaura un diritto nuovo, non riconosciuto, in linea di principio almeno, nelle altre Chiese, e al quale si riserva, con più giusta ragione, la qualifica di greco o elleno.

III. FONTI

Il can. 2 del Concilio trullano ha fissato le fonti del d. c. b. nel modo seguente: 1) gli 85 canoni detti degli Apostoli, estratti dal I. VIII delle Costituzioni Apostoliche; 2) i canoni dei Concili ecumenici di Nicea I (325), di Costantinopoli I (381), di Efeso (431) e di Calcedonia (451); 3) i canoni di sette concili locali tenuti in Oriente: Ancira in Galazia (ca. 314), Neocesarea in Ponto (tra 314 e 325), Gangra in Pafalagonia (metà del sec. IV), Antiochia in Siria (314, o 330-32), Laodicea in Frigia (tra 347 e 381), Sardica in Messia (343), Costantinopoli (394), ai quali si aggiunge un solo Concilio locale di Occidente, quello di Cartagine del 419; 4) i canoni di dodici Padri della Chiesa orientale: i ss. arci-vescovi di Alessandria Dionigi (m. nel 264), Pietro (m. nel 311), Atanasio (m. nel 373), Timoteo (m. nel 385), Teofilo (m. nel 412) e Cirillo (m. nel 444); s. Gregorio di Neocesarea (m. nel 270), s. Basilio di Cesarea di Cappadocia (m. nel 379), s. Gregorio Nisseno (m. ca. il 390), s. Amfilochio d'Iconio (m. ca. il 403), s. Gennadio di Costantinopoli (m. nel 471); degli scritti dei Padri della Chiesa occidentale, si accoglie solo la lettera scritta da Cipriano di Cartagine a nome dei vescovi di Africa, nel Concilio del 256, sul Battesimo degli eretici; 5) infine, i 102 canoni dello stesso Concilio trullano.

Per completare la lista delle fonti del d. c. b., si devono inoltre aggiungere, naturalmente, i 22 canoni del VII Concilio ecumenico, secondo di Nicea (787). I Bizantini dissidenti vi aggiungono i 17 canoni di un doppio concilio (detto primo-secondo) tenuto nella chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli nell'861, sotto il patriarca Fozio, nonché 3 canoni di un altro concilio radunato nella chiesa di Santa Sofia nell'879 sotto la presidenza dello stesso patriarca. Inoltre, i commentatori bizantini del medioevo ricevettero nel Corpus del diritto canonico scritti di altri patriarchi di Costantinopoli, e cioè: una lettera sinodale di s. Tarasio (784-806), indirizzata a papa Adriano, 35 canoni di Giovanni il Digiunatore (582-953), due canoni attribuiti a s. Nicea (806-815), come anche due responsi di Nicola Grammatico (1084-111).

IV. COLLEZIONI

Oltre le collezioni cronologiche composte a norma del can. 2 del Concilio trullano e che andarono via via integrandosi col sovraggiungere di canoni di nuovi concili o di decisioni di patriarchi, la Chiesa conobbe, quasi immediatamente dopo la pubblicazione della seconda edizione del Codice giustinianeo, una Collezione LX titulorum, oggi perduta, composta verso il 535. La prima collezione sistematica di canoni che ci sia pervenuta è la Collezione L titulorum, fatta da Giovanni Scolastico, a Antiochia, intorno al 550, e da lui nuova-mente riedita a Costantinopoli, dopo la sua elevazione al trono patriarcale di questa città nel 565 (G. Voell-H. Justell, Bibliotheca iuris canonici veteris, II, Parigi 1661, pp. 490-602; cf. V. Beneševič, Synagoga 50 titulov i drugie iuridiceskie sborniki Ioanna Skolastika, Pietrobrugo 1914). Si ha anche del periodo anteriore al Concilio trullano una preziosa e precisa Synopsis canonum, ritoccata intorno al 965 da Simeone Logoteta, e conosciuta principalmente per merito del commentario di Aristene (Voell-Justell, op. cit., pp. 673-709; G. Rhaules, M. Potles, Συνταγμα τῶν δελφων καὶ ἰερῶν χανδάνων, IV, Atene 1854, pp. 393-416). Si deve infine numerare tra le collezioni sistematiche un Liber poenitentialis, di epoca in-certa, conosciuto a torto sotto il nome di Nomocanon Ioannis Ieiunatoris, patriarca di Costantinopoli dal 582 al 595 (Rhaules-Potles, op. cit., pp. 432-435; cf. Zaozer-ski-Khakhanov, Nomokanon Ioanna Postnika, Mosca 1902; A. J. Almasov, Kanonarij monakha Ioanna, Odessa 1907).

Ma la nota più caratteristica delle collezioni di diritto canonico è l'ampia accoglienza che esse riservano alla legislazione in materia ecclesiastica dell'autorità ci-

vile, spesso considerata come fonte vera, se non autonoma, del diritto canonico. All'inizio, tali testi si riscontrano raccolti in collezioni separate; si hanno così: la *Collectio XXV capitulorum*, estratta dal Codice giustiniano e messa già in appendice alla *Collectio LX titulorum* (G. Heinbach, 'Avéxδota', II, Lipsia 1840, pp. 145-207); la *Collectio LXXXVIII capitulorum* fatta da Giovanni Scoslastico in guisa di complemento della sua opera canonica (Heimbach, *op. cit.*, pp. 208-34); la *Collectio XXVI capitulorum* estratta da varie Novelle di Giustiniano (Voell-Justell, *op. cit.*, pp. 660-72); la *Collectio Tripartita* estratta dal Corpus iuris civilis, e più precisamente dai primi 13 titoli del Codice, con indicazione dei rispettivi luoghi paralleli (onde la Collezione viene anche chiamata *Partita ratilla*), dal Digesto e dalle Novelle, con commentario di Anastasio Scolastico su quest'ultime (Voell-Justell, *op. cit.*, pp. 1217-1361).

Non si tardò però a riunire in una sola collezione e sotto le medesime rubriche, tanto le leggi dell'autorità civile in materia ecclesiastica (νόμοι), quanto i canoni della Chiesa (καινόεις), onde risulteranno le famose collezioni conosciute sotto il nome di Nomocanon. Già verso la fine del sec. VI, un autore sconosciuto di stribui sotto le rubriche della *Collectio LX titulorum*, i termini per i quali si riferisce la *Collectio LXXXVIII capitulorum*, formando così, in modo prettamente artificioso, il primo dei Nomocanon, di cui una traduzione in lingua slava fatta nel sec. IX è attribuita a S. Metodio (H. Schmid, *Die Nom- kanonübersetzung des Methodius*, Lipsia 1922). Ma la più nota di queste collezioni è il *Nomocanon XIV titulorum* (PG 104, 441-976; I. B. Pitta, *Iuris ecclesiastici Grae- corum historia et monumenta*, II, Roma 1868, pp. 433-642; R. Halles-Potles, I. Atene 1852, pp. 1-335; cf. V. Ben- nešević, *Kanoničeski šbornik XIV titulov so vtoroj cvetveri VII veka*, Pietroburgo 1905; K. E. Zachariae von Lin- genthal, *Über den Verfasser und die Quellen des Pseud- Photianischen Nomokanon in XIV Titeln*, ivi 1885; V. Narbekov, *Nomokanon Konstantinskago patriarcha Fo- tija*, Cazan 1899). La prima redazione di questo Nomocanon, che utilizzò probabilmente una collezione pre- cedente di 14 titoli fatta verso il 580, risale al tempo di Eraclio, intorno al 629, e comprende tre parti: la prima contiene la sistemazione dei testi canonici in 14 titoli; la seconda è una collezione cronologica dei canonici; la terza contiene i testi civili, estratti dalla *Collectio Tri- partita* e dalle *Novelle* di Eraclio. La seconda recensione di questo Nomocanon, fatta nell'883, e per tradizione attribuita al patriarca Fozio, introduce nella collezione i testi canonici posteriori e inserisce tra i canoni l'indi- cazione dei rispettivi documenti civili, formando un Nomocanon nel pieno senso della parola. Si ha anche una terza recensione, poco conosciuta, fatta da Teodoro Besta nel 1080, il quale si accontentò di riprodurre integral- mente i documenti civili e di inserire riferimenti al testo dei *Barsilicalia*, la nuova e ampia collezione giuridica della dinastia macedoniana. Tradotto in slavo nel decorso del sec. XII, secondo la recensione detta foziana (cf. Be- nešević, *Drevne-slavjanskaja Kormcaja XIV titulov bez tolkovanji*, Pietroburgo 1906), arricchito e commentato nel 1198 dal noto canonista Balsamone, il Nomocanon in 14 titoli fu e rimane il monumento più rappresentativo e basilare del d. c. b.

V. COMMENTATORI

Col Nomocanon in 14 titoli, si può dire che, alla fine del sec. IX, il d. c. b. è già fon- damentalmente ed essenzialmente costituito. Il periodo che segue fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 non aggiunge altro se non decreti, più spesso sinodali, dell'uno o dell'altro dei patriarcidi di Costantinopoli, tra cui emergono Nicola Grammatico (1084-1111), Luca Crisoberges (1156-69) e Michele Anchiales (1169-77). Poi s'apre, col sec. XII, l'epoca dei grandi commentatori canonisti. I più celebri sono: Alessio Aristene, autore di un breve commentario della *Synopsis canonum*; Zor- nara, storico e canonista dotato di un gran senso ecclesia- stico e rispettoso della Chiesa romana; Teodoro Bal- samone (v. m. dopo il 1195), il più fecondo e il più va- lente dei commentatori bizantini, ma avversario dichia- rato della Chiesa romana; Demetrio Comatiano (m. dopo il 1235); Costantino Armenopulo (ca. il 1345) e Matteo Blastares (sec. XIV), autore di un *Syntagma alfabetico*, scritto nel 1335, in guisa di dizionario enciclopedico.
BIBL.: Fonti: J. Leunclavius, *Iuris graeco-roman* tam *cano- nici quam civilis tonii II*, Francoforte 1596; G. Voellus-H. Ju- stellus, *Bibliotheca iuris canonici veteris*, Parigi 1661; G. Beve- regius, *Svobodov svie Pandectae canonum SS. Apostolorum et conciliorum ab Ecclesia Graeca receptorum*, 2 voll., Oxford 1672; G. Rhaules, M. Potles, *Svobodov svie Pandectae canonorum*, 2 voll., ivi 1852-59; I. B. Pitta, *Iuris ecclesiastici Graecorum historia et monumenta*, 2 voll., Roma 1844-68; A. Leonardos-N. Agio- rita, *Πρόδειδον*, Atene 1908. - Collezioni: F. D. Biener, *De collectionibus canonum Ecclesiae Graecae*, Berlino 1827; I. B. Pitta, *De canonis et de collectionis canoniques de l'Église grecque*, Parigi 1888. - Letteratura: F. D. Biener, *Das kano- nische Recht der griechischen Kirche*, Dresda 1853; J. Papp- Szilagyi, *Enchiridion iuris Ecclesiae Orientalis Catholicae*, Gran- Varadino 1862; C. de Clercq, *Byzantin (droit canonique)*, in DDC. II (1937), coll. 1170-84; A. Coussia, *Epitome praelectionum de iure ecclesiastico orientali*, I, Roma 1948. - Accio Coussia