BOCCACCINO, GIOVANNI

BOCCACCINO, GIOVANNI. -

I. LA VITA

Fino a poco tempo fa i biografi, sulle orme di molte pretese pagine autobiografiche, avevano fatto della vita del B., almeno fin verso i suoi trent'anni, una vita alquanto favolosa, combinando insieme avvenimenti veri con avvenimenti che son poi risultati immaginari. Così, si credeva che egli fosse nato a Parigi da una Giovanna, di stirpe regale (da qualcuno detta De La Roche, dando fede alla sottoscrizione che il B. fece ad una sua lettera in dialetto napoletano); anche si credeva che, portato assai presto dal padre a Firenze, avesse conosciuto non già l'affetto della madre, abbandonata dal padre in Francia, ma l'animosità di una matrigna, Margherita de' Mardoli, e poi anche di un fratellastro, Francesco; e pareva sicuro che fosse stato mandato a Napoli ad esercitare la mercatura, ancora in tenera età (nel 1323 secondo il Della Torre o nel 1325 secondo il Torraca o nel 1328 secondo lo Hauvette) e si diceva che a Napoli, cresciuto negli anni, avesse lui bastardo, ma di sangue regale e francese per parte di madre, innamorato di sé (nel 1331 secondo il Della Torre o nel 1333 secondo il Torraca o nel 1336 secondo lo Hauvette), una giovane, come lui bastarda, ma, al pari di lui, di sangue regale e francese per parte di padre, Maria de' Conti d'Aquino, figlia naturale del re Roberto d'Angiò, sposa ad un nobile di corte, la Fiammetta cantata in versi e in prosa, in fantasiose storie di amore e di dolore, bella, seduttrice e infine anche traditrice, per quante proteste e per quante suppliche le avesse rivolto l'innamorato poeta. Ma ora si è acutamente potuto dimostrare che tali notizie sono caratteristiche di tutta una illustre tradizione letteraria, da cui il B., già forse per natura smanioso di eccellenza e di nobiltà, si lasciò finalmente conquidere. Sicché i dati più sicuri della

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Boccaccino - Sposalizio mistico di s. Caterina - Venezia, galleria dell'Accademia.

con 91. Vi sono 25 missionari francesi e un sacerdote indigeno, 5 fratelli, 28 suore. Varie opere di carità e pie associazioni coadiuvano l'opera dell'apostolato.

sua giovinezza restano questi pochi: la illegittimità della nascita, anche se non parigina, ma toscana e forse certaldese più che fiorentina; l'anno di nascita, 1313; il nome, venutogli dallo zio paterno; il padre, Boccaccio di Chelino, di Certaldo in val d'Elsa, di professione mercante; il nome della matrigna e dei fratellastri, Michele, Iacopo, Minacoda, un Donato (?) e forse un Francesco prematuramente morto; l'andata a Napoli (ma non più a dieci anni) e l'esercizio della mercatura (fino al 1330?) e poi lo studio del diritto canonico (fino al 1336?); la frequenza alla corte napoletana e la amicizia con persone del gran mondo, o con dotti, quali Andalone del Negro, espertissimo di astronomia, e Paolo Perugino, bibliotecario del re e amatore dei classici e della mitologia; l'addio intorno al 1340 alla città indimenticabile, che gli aveva offerto nella primavera della vita una irrepetibile fiorita di gioie, forse anche in amore turbato o no da molto dolore, ma certo in arte giacché a Napoli aveva provato le sue doti ed avuta piena la lode di poeta. Lasciata Napoli, e stabilitosi in Toscana, fra Firenze e Certaldo, continuò gli studi e le opere, e ancora amò, e alternò l'arte e l'amore con viaggi da sé cercati e con incarichi offerti da altri. Nel 1346 fu a Ravenna presso Ostasio da Polenta e nel 1347-48 a Forlì, presso Francesco degli Ordelaffi; nel 1350 andò come ambasciatore di Firenze in Romagna, e di lì tornò a Ravenna per consegnare, per conto della Compagnia di Or S. Michele, dieci fiorini d'oro a suor Beatrice, la figlia di Dante Alighieri; nello stesso anno ebbe la ventura di conoscere, di persona, il Petrarca. Nel 1351 fu de' Camerlinghi del Comune di Firenze; e da Firenze fu mandato, prima a Napoli, per trattare dell'acquisto di Prato; poi nel Tirolo, presso Lodovico di Baviera, per averlo alleato contro Milano; e, infine, a Padova dal Petrarca ad annunciargli la restituzione dei beni e per offrirgli una cattedra nello Studio fiorentino. Nel 1353 fu di nuovo a Ravenna; nel 1354 fu per due volte ambasciatore di Firenze presso Innocenzo VI, ad Avignone; nel 1355 fu chiamato a far parte dell'Ufficio di Condotta, e nel 1359 s'incontrò di nuovo col Petrarca a Milano. Nel 1362 si lasciò attrarre da un invito, a Napoli, di Francesco Nelli «spenditore» e di Niccolò Acciaioli «gran siniscalco» di quella corte; ma sia a Napoli sia a Tripergoli, presso Baia, si trovò male e se ne tornò via un'altra volta deluso; ebbe però conforto dal Petrarca, a Venezia, nel 1363, e da Venezia si ritirò nella patria Certaldo. Ma nel 1365 e nel 1367 Firenze lo mandò ancora ambasciatore presso Urbano V, prima ad Avignone e poi a Roma; nel 1367 fu anche a Venezia per incontrarci il Petrarca, ma non lo trovò ed ebbe in sua vece affettuosissima accoglienza dalla figlia del poeta, Francesca, e dal genero, Francescuolo da Brossano e dalla nipotina Eletta, che gli ricordò la sua figliola Violante, una illegittima anch'essa, e da lui teneramente amata e dolorosamente poi sempre rimpianta dopo la morte prematura. Nell'autunno del 1370 si lasciò un'altra volta attirare a Napoli; e di lì avrebbe dovuto trasferirsi in Calabria, ospite di un suo vecchio amico, Niccolò da Montefalcone, in quel tempo nominato abate di S. Stefano in Calabria; ma questi, dopo l'offerta, se n'era pentito e se n'era andato alla chetichella e per di più portandosi via un quaderno di Tacito, prestatogli dal B. E il B., ancora una volta deluso, rifiutò ogni altra offerta, anche quella di Ugo conte di S. Severino, fatta a nome suo e a nome della regina Giovanna, e quella di Giacomo di Maiorca, marito della regina, e quella di Niccolò Orsi-

ni, conte palatino; e nella primavera del 1371 riparò ancora in Toscana e forse addirittura in Certaldo donde non si mosse più se non, per ca. un anno, quando venne chiamato a Firenze, nell'ott. del 1373, a leggere la Commedia dell'Alighieri in S. Stefano di Badia; e a Certaldo morì il 21 dic. del 1375.

Morì solitario e povero, come era stato per quasi tutta la sua vita, per conservare la sua libertà di fronte ai compromessi nelle relazioni con gli uomini e nell'intrigo delle corti. E morì da buon cristiano, a mano a mano staccato dal mondo, e dal gusto del mondo licenzioso già esaltato nel Decameron; e da quindici anni (1360) fatto degno, lui forse già chierico, di un beneficio ecclesiastico che gli concedeva la facoltà di ottenere prebende e cura d'anime anche in chiesa cartedrale, e che non gli sarebbe stato accordato se non fossero stati retti i suoi sentimenti e i suoi modi di vita; e da tredici (1362) fatto sempre più pensoso di questa e dell'altra vita, dopo gli ammonimenti severi e paurosi che il monaco Ciani gli fece per incarico del certosino Pietro Petroni morto da poco in odor di santità, e per i quali avrebbe perfino gettato alle fiamme il suo capolavoro, se il Petrarca non fosse riuscito a dissuaderlo.

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(Ust. Alinari)
Boccaccio, Giovann - Ritetto in un affresco di Andrea Bonaiuti (sec. xiv) - Firenze, S. Maria Novella, cappellone degli Spagnoli.

11. Le opere

Anche per le opere i critici, su le orme desanticisane e carducciane, avevan fatto del B. il cantore della commedia umana, in contrapposto alla dantesca che era divina, e il rappresentante di un nuova età lontanamente preparatrice della moderna e attuale, che per alcuni rappresenterebbe il trionfo del laicismo e dell'idealismo insieme. Sicché la sua figura e la sua opera si è trovata e si trova ad essere o condannata in toto da parte di alcuni cattolici o esaltata da parte di non cattolici sia in nome di quel preteso atteggiamento laicistico sia in nome dell'arte che, se è vera arte, è per gli idealisti sempre morale. Ma ora più di uno studioso ha provato che le cose non stanno proprio così. È verissimo che nelle opere di invenzione il B. ha sempre esaltato l'ingegno con una costante simpatia per chi ne ha di più e con una conseguente giustificazione delle azioni scaltre e avvedute anche se inverecende; ed è verissimo che spesso proclama la legittimità dell'amore libero da ogni legge con una costante simpatia per chi liberamente ama e con una conseguente polemica contro tutti coloro che vorrebbero condannare eccessi e licenze e in particolar modo contro i religiosi presentati di gusto come gente finta, utilitaria, e lussuriosa. Ma, come la esaltazione del libero amore e la satira contro i religiosi non sono voci isolate nel medioevo e tutte proprie del B., così non può esser preso il B. come vessillifero di un antimediovèo, e tanto meno come un Voltaire ante litteram sia perché non ebbe qualità e velleità speculative sia perché ebbe invece e soltanto momenti di sbrigliata e spregiudicata moralità; e come le pagine immorali e irreligiose non riempiono affatto da un capo all'altro tutte le opere incriminante, ma si alternano a pagine ricche di nobili e squisiti sentimenti, così anche l'atteggiamento condannativo del B. ha un arresto e una redenzione ancora nel vigore delle forze del corpo e della mente.

Se poi si voglia definire le caratteristiche del B. scrittore, si dovrà dire che, per lo stile, egli aspira a dare al volgare la eleganza, la perspicuità e la armonia architettura del periodo latino e ciceroniano; e che, per il genere, egli è, nelle opere di invenzione come in quelle di erudizione, il novellatore per eccellenza. Novelle, in sostanza se non nella forma, sono le sue opere prima del ritorno a Firenze, cioè fino al 1340 circa: la prima, in 18 canti, in terzine, la Caccia di Diana (1336 ca.) descrive la caccia condotta sotto la guida di Diana da alcune leggende donne tra le quali la donna amata dal poeta che, non appena è terminata l'impresa, non vuol più sapere di Diana e si consenta con le compagne a Venere; la seconda, il 1310, in 5 lunghi libri di prosa, racconta gli amori prima contrastati e poi felicemente conclusi di Florio, figlio del regnagolo Felice, e Biancofiore, figlia di Quinto Lelio Adriano discendente degli Scipioni e di Giulia Topazia discendente di Giulio Cesare, con frammisti molti altri racconti; la terza, il Filostrato (1338 ?), in ottave distribuite in 9 parti, canta l'amore sfortunato di Troilo figlio di Priamo per Criseida, cioè Briseida, figlia di Calante e prigioniera dei Troiani, leggera e traditrice; e la quarta, il Teseida (1339-40 ?), in 12 libri in ottave, presenta le tristi e immeritate vicende d'amore di Arcia, e le liete e immeritate di Palemone, due giovani prigionieri tebani, innamorati di Emilia, cognata di Teseo, duca d'Atene, e vincitore delle Amazzoni e dei Tebani; in ciascuna delle quali opere, e più spicamente nel Filocolo, o attraverso narrazioni dirette o attraverso le allusive vicende dei protagonisti, si intrecciano quelle pagine cosiddette autobiografiche, in cui episodi della vita del B. e dei suoi casi d'amore sono presentati con abile mistura di vero e di falso.

Novelle, pure, le opere dopo il ritorno da Napoli: la prima, mista di prosa e di terzine, l'Ameto o Commedia delle Ninfe fiorentine (1341-42) celebra gli amori di Ameto e della ninfa Lia, con intrecciate allegorie moraleggianti e

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pagine autobiografiche nelle quali difficile sarà discernere ancora una volta il vero dal fantastico; la seconda, in 50 capitoli in terzine, l'Amorosa visione (1342), attraverso figurazioni e allegorie e ancora richiamati a Fiammetta, vuol stilnovisticamente indicare la virtù redentrice dell'amore; la terza, in 9 capitoli di prosa, la Fiammetta (1343 ?) narra, sempre fantasiosamente, la vicenda amorosa di Fiammetta e dell'autore, ma rovesciandone la situazione, facendo, cioè, tradita e non traditrice Fiammetta, e mettendo in bocca di lei una invettiva contro gli uomini infedeli in amore, mentre nel Filocolo, nel Filostrato, nel Teseida, era comparsa la condanna della donna infedele o addirittura la invettiva contro tutte le donne che poi, dopo il Decameron, si concluderà nel Corboaccio; e la quarta, in 473 ottave, il Ninfale fiesolano (1344-46 ca.), canta il grande e tragico amore di Africo per la ninfa Mensola, in quel di Fiesole con un'altra allusione (secondo alcuni autobiografica).

Novelle tutto il Decameron (1348-53 ca.), il capolavoro; 100, raccontate da 7 belle giovani donne e 3 giovani uomini in 10 giornate, sui colli al nord di Firenze, ai quali la comitiva aveva chiesto scampo dalla peste del 1348; novelle ora tragiche ora burlesche, ora nobili ora sconvenienti, ora lunghe e avventurose, ora rapide e concentrate in un motto improvviso e felice; tratte a volte da fonti letterarie e a volte da tradizioni orali e da episodi di vita contemporanea, ma sempre liberamente rimaneggiate; e presentate entro una cornice di raffinata vaghezza, di persone di ambienti di ornamenti di paesaggi, secondo un gusto che fa la prima apparizione nella Caccia e di poi più largamente nel Filocolo e nell'Ameto. E novella, infine, il Corboaccio (1354-1355), in cui tra visioni figurazioni e interventi divini sono portati ad una rabbiosa esasperazione i precedenti temi misogini, atroce vendetta contro una bella vedova di cui il B. si sarebbe innamorato e di cui avrebbe sofferto il tradimento. Compiute, anche se non tutte iniziate, dopo le opere di fantasia, sono quelle di erudizione. Ma anche i

9. Il. De casibus virorum illustrium (1355-60 e fin verso il 1374 riveduti) sono essi stessi racconti e casi di fortuna, a fine moralistico, di personaggi antichi e contemporanei che mal hanno saputo usare della prospera sorte; e il trattato De claris mulieribus, scritto subito dopo il De casibus e ricorretto fin verso il 1374 e contenente 104 biografie di donne di tempi antichi o recenti famose per virtù o per vizi, ha l'intento moraleggiante e insieme di piacevole divulgazione narrativa; e il 15. Il. De genealogiis deorum gentilium (iniziati prima del 1350 compiuti nel 1360 e successivamente ricorretti) mostrano ancora l'interesse narrativo e moralistico insieme dell'autore per le antiche favole; e ad un simile interesse va riportato anche il De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris liber, raccolta di notizie e di racconti scritta quasi ad appendice del De genealogiis; e così le numerose postille che il B. fece ad alcune sue opere van riferite per gran parte allo stesso gusto e allo stesso interesse di conoscere e di far conoscere i casi raccontati da altri quando la sua fantasia non ebbe più sfavillante il fervore creativo. Che del resto mai si spense del tutto, perché anche le opere d'erudizione, e anche per le parti nelle quali l'autore si dice testimone diretto, risultano miste di vero e di fantastico, come la stessa Vita di Dante (scritta in una prima e più lunga stesura fra il 1377 e il 1362 e poi rifatta in forma più breve e più efficace), se non anche qualche parte del Comento alla Commedia (giunto al principio del canto XVII dell'Inferno).

Delle altre opere, oltre agli Argomenti, in terzine, e alle Rubriche, in prosa, della Divina Commedia; e alle 24 superstiti Epistole, di cui alcune frammentarie e due volgarizzate, di qualche interesse stilistico e non più; e oltre agli altri scritti latini e volgari di minor conto, comprese 155 Rime sicure e 12 incerte, si ricordi il Buccolicum carmen, 15 ecloghe scritte fra il 1351 e il 1366. In alcune di esse tratta di argomenti che riguardano il regno di Napoli (III-VI) o Firenze (VII e IX); in altre tocca più da vicino la propria vita (I, II, VIII, XIV) o la fede cristiana (X-XI); ma insieme con la XIV che piange l'immatura morte di Violante, fermato l'attenzione la XII, che contiene il proposito, sotto la guida del Petrarca, di lasciare la poesia volgare per la latina e la XV, che elogia il Petrarca maestro di vita virtuosa e religiosa; e poi ancora la XIII, che mostra la superiorità della poesia su ogni altro bene terreno, e la XVI che, insieme con la dedica dell'opera all'Albanzani, esprime il senso di sfiduciata stanchezza che l'A. prova nel contemplare la sua povera vita e riafferma la fede nell'antica aspirazione, la dulcis et ingens libertas. Queste pagine, insieme con le altre variamente sparse nelle opere di fantasia esaltanti la dottrina l'ingegno la poesia, e insieme con quelle del De genealogiis o della Vita di Dante o del Comento scritte a difesa della poesia e del suo amore per essa, anima del mondo e dono di Dio e mezzo di redenzione e di elevazione, sono da tenere particolarmente presenti per capire l'uomo, il poeta, e anche il cristiano, che bene del resto è presentato nell'epitaffio che par suo e che fu inciso su la sua tomba nella chiesa di S. Iacopo a Certaldo: Hac sub mole iacent cineres ac ossa Yohannis. / Mens sedet ante Deum, meritis ornata laborum / mortalis vitae. Genitor Boccaccius illi, / patria Certaldum, studium fuit alma poesis. - Vedi Tav. CII.

Bibl.: Quasi tutte le opere possono essere ora lette in pregevoli edizioni della collezione Scrittori d'Italia del Laterza diretta da L. Russo; ma per il De casibus virorum illustrium, il De claris mulieribus, il De montibus e il De genealogiis bisogna ancora ricorrere alle stampe del 1400 e del 1500, meno i proemi dei II. - XIII e interi i II. XIV e XV del De genealogiis pubblicati da O. Hecker, Boccaccio-Funde, Brunswick 1902.

Per la fortuna del B. e delle sue opere v.: F. Zambrini e A. Bacchi della Lega, Bibliografia boccaccesca. Serie delle edis. delle opere di G. B., latine, volgari, tradotte e trasformate, in Pro-pugnatore, 8 (1875); G. Traversari, Bibliografia boccaccesca. I. Scritti intorno al B. e alla fortuna delle sue opere, Città di Castello 1907; V. BANCA, Linee di una storia della critica al Decemviri, Milano 1939; e, come ottimo esempio della fortuna del Decemviri, si pur limitata alla prima novella, V. L. Fassò, Saggi e ricerche di storia letteraria, 1914, pp. 31-90.

Per la biografia v.: H. Hauwette, B. Etude biographique et littéraire, Parigi 1914; C. Grabher, B. Torino 1941, e per molte nuove correzioni G. Billanovich, Restauri boccacceschi, Roma 1945 e 1950; e V. BANCA, Schemi letterari e schemi autobiografici nell'opera del B., in La bibliografia, 49 (1947).

Per la conoscenza dell'uomo e dell'opera, oltre i libri già citati, si veda: B. Croce, La novella di Andreuccio da Perugia; Bari 1911; id., Il B. e il Sacchetti, in Poesia popolare e poesia d'arte, 1913, pp. 81-105; U. Bosco, B. Rieti 1920; A. Schiaffi 1911, Il B., in Tradizione e poesia, Genova 1934, pp. 243-87 e anche pp. 218-42 (2a ed., Roma 1943, pp. 167-97 e anche pp. 151-166); N. Sapegno, Il B., in Il Trecento, 2a ed., Milano 1942, pp. 276-400; A. Chiari, Polemica sul B., in Indagini e letture, Città di Castello 1946, pp. 35-87; G. Billanovich, La leggenda di Dante del B., in Prime ricerche dantesche, Roma 1947, pp. 20-86. - Fra i commenti: A. Momigliano, Quarantanove novelle commentate, Milano 1924, e L. Russo, Venticinque novelle del Decemviri, Firenze 1939.