BOLIARDO, MATTEO MARIA. - Poeta, n. a Scan-
diano (Reggio Emilia) nel 1441 e m. a Reggio Emilia
nel 1494. Visse a Ferrara alla corte degli Estensi, che
gli affidarono onorifici incarichi, meritandosi l'amicizia
di Ercole I. Fu capitano ducale di Modena e Reggio;
e quando Carlo VIII nel 1494 discese in Italia, con
l'animo esacerbato esegui gli ordini di far passare le
milizie francesi col minor danno possibile. Di dignità
signorile non comune, fu il perfetto uomo di corte
come lo vorrà più tardi il Castiglione. Lealtà, amore,
religione e arte, gli ideali della cavalleria, furono an-
che i suoi sentimenti dominanti.
Iniziò traducendo dal latino e dal greco; ma, tor-
nato a Scandiano nel 1459, si provò a esprimere in
opere originali quanto aveva appreso alla corte e ne
venerò i quindici Carmina de laudibus Estensium, che
celebrano i fatti d'arme dei suoi signori e mecenati.
Contemporaneamente andava sperimentandosi nella
bucolica latina scrivendo le Pastorali: cinque eroiche
e cinque amorose. Veri esercizi scolastici sembrano
alcune traduzioni, come quella delle Storie di Erodoto,
della Crepedia di Senofonte, servendosi della tradu-
zione latina di Poggio Bracciolini. Maggiore padro-
nanza della lingua latina mostra di possedere nel vol-
garizzamento dell'Asino d'oro di Apuleio e delle Vite
di Cornelio Nepote allora attribuite a Emilio Probo.
Come traduzione da Riccobaldo ferrarese dà l'Istoria
imperiale, raccolta di errori grossolani di nessun va-
lore storico. In lode di Ercole scrisse gli Epigrammata.
Poeta si rivela negli Anorum libri pubblicati
sotto il titolo Sonetti e canzoni (Reggio 1499). La
donna cantata è una dama reggiana di nome Antonia
Caprara, come è rivelato dalla iniziale dei primi 14
sonetti acrostici. Il Canzoniere, anche se è esemplato
particolarmente su quello del Petrarca, in quasi tutte
le rime traluce la palla dell'ispirazione originale.
Quella poesia non è espressione di profondo dolore,
ma è un'iniziale tristezza corretta e consolata dalla
contemplazione serena della natura. Il poeta ha tro-
vato se stesso e non si esagera dicendo che quello
del B., come opera d'arte, è il migliore Canzoniere
del Quattrocento.
Il B. scrisse assai più che rime encomiastiche e amo-
rose; ma un poema cavalleresco che lo rese celebre. Va-
lore e cortesia era il motto della città estense; perciò in
quella corte più che altrove la poesia cavalleresca di
Francia e di Bretagna trovò il terreno adatto, dispo-
sandosi con le gentili costumanze del bello, con l'ar-
dore veramente sentito per gli studi classici. Alla corte
regalò una grande novità che il poeta fin da principio
fece nota al suo signore; che il grande paladino di Carlo, Orlando, difensore della cristianità e della Francia, è vinto dalla potenza di amore.
L'Orlando innamorato fu pubblicato a Venezia nel 1486; di questa edizione si conosce un solo esemplare. Fu ristampato nel Cinquecento; ma sino al 1830 non vide altra edizione, perché fu preferito dai puristi toscaneggianti il Rifacimento dell'Orlando innamorato del cinquecentista Francesco Berni.
L'Orlando innamorato è un poema di guerra e più un poema di amore. Lo sfondo principale è dato dalla materia cavalleresca del ciclo carolingio, ma la simpatia del poeta è per il ciclo bretone. Alle vecchie storie dei paladini di Francia il B. induceva una nuova vita che sconvolgeva le forme tradizionali, tanto da non potersi dire che egli abbia fuso i due cicli, secondo l'espressione comune, ma che invece abbia alterato la materia carolingia, non la sola figura di Orlando, ma tutti i personaggi pagani e cristiani che si mettono in avventure e si accomunano allo spirito nuovo. Ha variato i suoi racconti con diverso argomento, con vera indipendenza dalle sue fonti, con inesauribile vivacità, in virtù delle sue facoltà inventive veramente strappatrici. Il B. ha fatto tesoro dei racconti eroici dei due cicli, delle epopee classiche, dei rozzi racconti dei cantastorie popolari. Egli spazia libero fra le altrui invenzioni; ne trae frammenti di episodi e dà unità anche all'altra materia che cavava dall'osservazione del reale. Lasciamo da parte la questione oziosa se con ciò mostrasse più fantasia dell'Ariosto. Si sente nel poema il piacere del racconto, caratteristico della letteratura del trattenimento, del romanzo di armi e di amore. Per questo carattere la poesia nascebbe frammentaria, come serie di episodi, di duelli, di battaglie e perfino di vivaci macchiette. Questo fare episodico ha fatto nascere l'opinione recentissima di un B. prigioniero della stessa sua opera trascinato di avventura in avventura per rendere il poema più piacevole a detrimento dell'unità.
Ma l'amore, non le armi o la religione, dà unità al poema, ed essa è da ricercare soprattutto nella rappresentazione del grande e ingenuo paladino ritratto nella sua vitalità gagliarda, non con sarcasmo né con ironia, ma con l'adesione e comprensione del poeta. La comicità del B. è sempre illuminata da un sorriso aperto. Una gioia diffusa accompagna quel mondo popolato di armi e di armati, di cavalieri e di donzelle. E questo costituisce il tono caratteristico del poema.
Non è certo la religione la nota caratteristica del poema, come nella Chauson de Roland. Orlando, anche se continui ad essere cristiano e perfino ammantato dell'esercizio apostolico parlando ad Agricane e a Brandimarte dei misteri della religione cristiana, quando è travolto dalla passione, si fa perfino empi. Ad es., prega Dio della rotta dell'esercito di Carlo per apparire il salvatore e per possedere Angelica.
La religione, che è uno dei caratteri essenziali della cavalleria carolingia nell'alto medioevo, è ai margini nei nostri poemi rinascimentali.