BONIFACIO VIII, PAPA. - Benedetto Caetani, Sommo Pontefice dal 1294 al 1303, n. ad Anagni tra il 1220 ed il 1230, di nobili genitori. Recatosi a Roma in giovane età, dava subito a vedere non comune inclinazione per le discipline giuridiche. Rapida fu certo la sua affermazione nelle sfere curiali, grazie
a vivo ingegno e ad instancabile attività, se fin dal 1264 lo si trova in Inghilterra al seguito del legato card. Ottobono Fieschi, futuro Adriano V. Più tardi, e precisamente nel 1280, condusse a buon termine col card. Matteo Rosso degli Orsini le trattative iniziate in Germania dal vescovo Niccolò di Tripoli, per la soluzione del contrasto circa il dominio della Provenza tra Rodolfo d'Asburgo, re dei Romani, e gli Angioini di Napoli. Creato l'anno seguente da papa Martino IV cardinale diacono di S. Nicola in Carcer, ebbe dal medesimo, due anni dopo, l'ardua incombenza di impedire il concertato e scandaloso duello fra Carlo di Napoli e Pietro III d'Aragona, divenuti nemici irreconciliabili dopo il Vespro siciliano del 1282, che aveva scacciati dall'isola gli Angioini e l'assicurava agli Spagnoli. Morti ambedue i sovrani nel 1285, fu relativamente facile ai combinati sforzi diplomatici dei cardd. Caetani e Gerardo da Parma condurre i successori Carlo II d'Angiò e Alfonso III d'Aragona alla conclusione del trattato di Tarascona del 1291, non senza l'intervento di Filippo IV il Bello aperto protettore del primo. Convenzione, questa, gloriosa per il papato ed utilissima a Carlo II, il quale, dopo tante sconfitte, riceveva piena libertà per sé e per i suoi figli, e si vedeva indiscusso signore della Sicilia, ma troppo umiliante per gli Aragonesi vincitori e i delusi isolani, perché il patto riuscisse veramente costruttivo e durevole. Il Caetani venne nello stesso anno promosso al titolo presbiteriale dei SS. Silvestro e Martino. Da allora in poi, oltre che come giurista eminente, cominciò a segnalarsi fra gli altri membri del S. Collegio per evidente perizia diplomatica, oltre che per molteplici altre qualità. Non giunse tuttavia ad ottenere la tiara se non Celestino V (v.) nel 1294. Fu appunto il Caetani che, quando l'inesperto Pontefice, desideroso dopo cinque soli mesi di tornarsene alla sospirata vita eremitica, gli domandò consiglio circa la liceità e opportunità di una eventuale rinunzia, non esitò ad incoraggiarlo ed a confortarlo, senza però ricorrere a quelle astuzie di cui, poi, venne così ingiustamente accusato, ed alle quali così facilmente credette lo stesso Villani.
Avvenuta, pertanto, la famosa rinunzia il 13 dic. 1294 a Napoli, nel conclave ivi stesso adunato dopo dieci giorni a norma delle disposizioni gregoriane, da Celestino V ristabilite, pochi scrutini condussero alla proclamazione a pontefice, con grande maggioranza di voti, del card. Benedetto Caetani (24 dic.), che assunse il nome di B. VIII. Si tratta, dunque, di elezione assolutamente canonica e regolare, avvenuta senza gli intrighi simoniaci cui allude l'Alighieri.
Gli scopi fondamentali del nuovo Papa furono quelli di restaurare la completa libertà della Chiesa e di pacificare il popolo cristiano. Dimostrò subito profondo e geloso amore per l'indipendenza del papato sottraendosi alla insinuante influenza degli Angioini col trasferirsi immediatamente a Roma, ove ebbe luogo la solenne incoronazione il 23 gen. 1295, ed ove anche emanò i primi provvedimenti volti a ristabilire lo splendore della Città Eterna, splendore assai diminuito da tante miserevoli vicende. Rimase tuttavia, fedele alle tradizionali relazioni di buona amicizia con gli Angiò, che non desistevano dal difendere gli interessi guelfi contro gli smodati entusiasmi imperiali dei ghibellini. In tal senso vanno veduti e giudicati molti momenti fra i più controversi della storia del pontificato di B., e specialmente le vicende concernenti la difesa della dinastia angioina nel regno di Sicilia, la lotta contro i Colonnesi, il
conflitto con Filippo IV re di Francia. E quanto alla prima ricordiamo come, avendo già largamente assorbito l'opera del Papa quand'era ancora cardinale, non mancò di preoccuparlo durante tutto il suo pontificato, poiché nel 1291, venuto a morte Alfonso d'Aragona, cui successe Giacomo II, che affidò la Sicilia al fratello minore Federico, rese impossibile a B. con i patti di Tarascona, accontentare ad un tempo gli Aragonesi e gli Angioini. Ma, a seguito di laboriose e lunghe trattative, poté concludere in Anagni nel 1295 un trattato simile al primo, col quale mentre si liberava l'Aragona dalla minaccia francese giustificata da re Filippo con pretesi diritti di rappresenta contro l'occupazione della Sicilia concessagli dalla S. Sede, Giacomo rinunciava al dominio sulle isole di Corsica e Sardegna, delle quali il Pontefice disponeva come signore. Occorreva, però, indurre il giovane Federico a rinunziare alla corona siciliana; e B. fu sul punto di riuscirvi in un incontro a Velletri, con la vaga speranza di splendide nozze e di aleatoria successione imperiale. Ma contro tante fatiche si levò fierissima l'opposizione dei Siciliani, decisamente avversi al dominio francese, tanto da costringere il principe ad incoronarsi in Palermo nel 1296 a dispetto del Papa, degli Angioini e dello stesso fratello Giacomo II, che, spinto dal Pontefice, partì in guerra contro Federico vivente a Palermo con la comune madre Costanza, figlia di re Manfredi. Proprio B., infatti, aveva negoziato la conclusione del matrimonio di Giacomo II con Bianca, figlia di Carlo II d'Angiò, e due anni dopo, cioè nel 1297, presente a Roma l'Aragonese, gli aveva concesso la promessa investitura di Sardegna e Corsica, nominandolo, oltretutto, gonfaloniere ed ammiraglio delle Chiesa e mettendolo quindi in condizione di capeggiare personalmente tutte le forze terrestri e marittime per il recupero della Sicilia a favore del suocero e a danno del fratello Federico III, dal Pontefice frattanto scomunicato.
Ma, benché il famoso ammiraglio Ruggero di Lauria abbandonasse Federico e passasse con la flotta al servizio degli Angiò, l'irrepido monarca col sostegno dei fedeli Siciliani tanto valorosamente sostenne l'imparì lotta contro la coalizzazione da stancare nel 1299 il re di Aragona. E quando quest'ultimo, istigato dal Pontefice, riprese la guerra l'anno seguente, e per invocazione di B. venne dalla Francia in appoggio degli Angioini Carlo di Valois, disgraziato paciere di Firenze, Federico non si smarriva e resisteva fino alla pace di Caltabellotta del 1292. Anche il Papa diede, non senza esitazione, il suo consenso alla pace, sperando che, a seconda della lettera dei patti, la Sicilia alla morte di Federico III definiva mente tornasse sotto la dinastia francese, il che non solo non avvenne, ma anzi un secolo dopo gli Aragonesi cacciavano gli Angioini anche dal regno di Napoli.
L'intervento di Carlo di Valois non si dimostrò, come si accennava, affatto felice neppure in rapporto a Firenze, straziata da avverse ed irreconciliabili fazioni. I Bianchi erano già stati vivamente colpiti dal primo legato pontificio, Matteo d'Acquasparta, antico generale dei Francescani, che chiaramente inclinava per i Neri; ma peggio accadde allorché il principe e condottiero francese, parteggiando nel 1302 nettamente per i Neri, non esitò a cacciare da Firenze i Bianchi. La disgrazia coinvolse, come è noto, lo stesso Dante, che parteggiava per costoro, e che si vendicò, poi, dell'Acquasparta, del Valois e principalmente di B., nell'immortale poema. Gli stessi accesi contrasti tra Guelfi e Ghibellini, che laceravano
tante fiorenti contrade e città d'Italia, fecero ripetute volte naufragare gli sforzi da B. pazientemente generosamente compiuti per ottenere l'auspicata pacificazione. Così, mentre nel suo desiderio di promuovere nuove intese per la liberazione della Terra Santa, B. giungeva a stringere accordi tra le potenti Repubbliche marinarie di Venezia e di Genova, in quest'ultima tutto tramontava a causa di pervicaci inimicizie tra i Guelfi del Grimaldi e i Ghibellini del Doria e dello Spinola. Più fortunato fu il Papa quanto alla vertenza col futuro imperatore Alberto d'Austria, che nel 1298 aveva vinto il debole Adolfo di Nassau e nel 1302 gli stessi principi elettori. Seppe, infatti, B. far efficacemente sentire il peso della sua influenza riconoscendolo, tardi, ma a condizioni molto favorevoli per la Chiesa. Non così accadde per il problema della monarchia ungherese, allorché non si accettò l'arbitrato papale in favore del protetto aspirante Carlo Roberto di Napoli.
Ma il pontificato di B. ebbe tragiche vicende a causa della ribellione dei Colonnesi e della lotta con Filippo IV re di Francia. La prima è connessa con l'atteggiamento ostile degli Spirituali francescani, i quali, alla loro volta, tendevano a detronizzare il Pontefice. La rinunzia di Celestino V, fatto quasi unico nella storia, fece nascere nell'animo di molti contemporanei dubbi circa la legittimità di quel divisorio tra il Papa e la Chiesa di Cristo, sua mistica sposa. Di più, l'umile e schivo gesto doveva necessariamente dispiacere non soltanto alla corte angioina, che tanto s'aspettava dall'inesperto romito d'Isernia, ma ancor maggiormente a quanti condividerano le mistiche vedute di quest'ultimo nel governo della Chiesa, cosicché molti finirono presto per rimpiangere l'arrendevole e umile procedere di Celestino in confronto della inesporabile giustizia e ferrea intransigenza del successore. Le prime voci sulla pretesa illegittimità di B. si diffusero proprio nell'ambiente detto degli Spirituali fra i Minori, in cui emergeva il mistico e popolare poeta Jacopone da Todi, mentre il migliore ingegno fra essi, l'Olivì, non condivideva affatto un'opinione tanto errata. Questa, tuttavia, trovò difensori accaniti ed ostinati in Ubertino da Casale ed in altri, incapaci di perdonare a B. la soppressione dell'esenzione già concessa da Celestino V agli Spirituali marchigiani.
La responsabilità diretta di aver suscitato un'ondata di risentimento contro il Pontefice risale ai cardinali colonnesi Giacomo e Pietro, i quali non si trattennero neanche dallo sfruttare in loro favore il caso pietoso della prigionia e morte del Papa rinunciatario. È noto che B., temendo giustamente che i maligni non si valessero della semplicità dell'umile romita, ordinò all'abate di Montecassino di condurglielo a Roma. Dopo un vano tentativo di fuga, il vecchio fu preso e condotto in Anagni alla presenza del Papa, che lo fece custodire nella non lontana rocca di Fiumone, ove, in povera cella, santamente spirava il 19 maggio del 1296 di morte naturale e non violenta, come falsamente affermarono fra gli altri i Colonnesi. Tra Colonna e Caetani non v'è traccia di vero e proprio antagonismo prima di quell'anno. Ed i due card. Giacomo e Pietro avevano dato il proprio voto al Caetani nel conclave napoletano. Però, fra i Colonnesi il card. Giacomo spadroneggiava sino a ritenersi in diritto di arricchire con l'amministrazione dei beni comuni i suoi nipoti, non ultimi il card.

(fot. Gab. fot. naz.)
Pietro e l'impetuoso Stefano, a tutto detrimento dei fratelli, che scontenti e risentiti ricorsero a B. Questi si trovò così costretto a prendere partito in tale delicatissimo affare di famiglia, e ordinò al card. Giacomo di cessare dall'amministrazione del patrimonio dei fratelli, inimicandosi così i due cardinali ed i loro aderenti. Sospettò inoltre B. che una famiglia così intimamente stretta agli Aragonesi di Sicilia contro gli interessi di Carlo d'Angiò, protetto dalla Chiesa, potesse influire con la sua potenza in senso contrario alla politica papale.
Quando poi Stefano, o per cupidigia o per vendetta contro di lui, osò impossessarsi lungo la via Appia, presso Roma, dell'oro e dell'argento del tesoro pontificio, che B. stesso inviava da Anagni nell'Urbe, il Pontefice citò al 4 maggio 1297 alla sua presenza i due cardinali, che da qualche tempo si tenevano alla lontana. E poiché, pur essendo comparsi, non mostraronlo pentimento, B. dispose che guarnigioni pontificie occupassero i luoghi di loro pertinenza e principalmente Palestrina, Colonna e Zagarolo, ordinando ancora la restituzione del tesoro rapito e la consegna del colpevole Stefano. Ma invano. E sei giorni dopo, con la bolla In excelso throno dichiarò i detti cardinali decaduti, forse perché sin da allora ebbe sentore delle trame intessute contro la legittimità della sua elezione pontificale. Sembra, d'altro canto, evidente, che i due cardinali fossero sin dal giorno 9 maggio a conoscenza del contenuto della severa bolla, se la mattina del 10 ante solis ortum, e cioè poche ore prima della pubblicazione del documento papale, osarono lanciare da Lunghezza sull'Aniene il primo libello controfirmato dallo stesso Jacopone e da altri Spirituali, nel quale si dichiarava vacante la Sede Apostolica per invalidità della rinunzia di Celestino, e per conseguenza intruso B., non senza appello ad un futuro concilio generale volto a provvedere alla vedovanza della Chiesa. Tutto ciò i Colonnesi ribadirono in Palestrina con un nuovo libello steso il giorno 11 e divulgato il 16, cui fece seguito un terzo il 15 giugno. Pronta e quanto mai giustificata fu la reazione del Pontefice. Il 23 maggio, infatti, la bolla Lapis abscissus fulminava la scomunica contro i ribelli, ne confiscava i beni e ne bandiva le persone dallo Stato della Chiesa; a tutto questo teme diedero, l'anno dopo, una vera e propria crociata predica dal card. Acquasparta, e le relative milizie furono da B. affidate al comando di Landolfo Colonna. Caddero allora, una dopo l'altra, le fortezze colonnesi e finalmente la stessa Palestrina, e mentre non sussistono prove della frode e del consiglio di Guido da Montefeltro di dantesca memoria, sappiamo che i due cardinali ivi asserragliati, avendo chiesto perdono, ottennero da B. la sola assoluzione dalle censure, ma non la restituzione della dignità e dei beni. Quanto all'ingenuo Jacopone, autore, oltre tutto, di mordaci invettive poetiche contro il Pontefice, dovette scontare le sue colpe nel corso di quinquennale prigionia nel Castello di S. Pietro. Palestrina, poi, rasa al suolo, cedette il nome alla Civitas papalis edificata nel piano.
Più fatale per B. riuscì il conflitto con la Francia, nonostante il suo amore per quella nazione e per la dinastia regnante a Napoli. L'anno stesso in cui fu eletto, scoppiava di nuovo la guerra anglo-francese, che per i trattati d'alleanza o di amicizia trascinò nella mischia molte nazioni. Il Papa addolorato di tanta sciagura, che rimandava indefinitamente la realizzazione della Crociata in Terra Santa, intervenne come mediatore di pace, mandando, a principio del 1295, i suoi legati, cardinali d'Albano e di Palestrina,
i quali negoziarono una tregua tra Edoardo di Inghilterra e Filippo IV il Bello, tregua rotta poco dopo per colpa di quest'ultimo. Il peggio fu che i due sovrani, non avendo danaro per sostenere una guerra così dura, posero le mani sulle decime ed altri proventi ecclesiastici, per cui alcuni vescovi francesi supplicarono il Papa di voler rimediare a tanto abuso. B. rispose con la bolla Clerici laicos del 25 febb. 1296, in cui, dopo aver deplorato gli eccessi del potere laico a danno dei beni delle chiese e la colpevole arrendevolezza delle persone ecclesiastiche in questa materia, lanciò la scomunica da incorrere ipso facto contro coloro che senza licenza apostolica concedessero ai laici cosa alcuna del sacro patrimonio sotto qualunque pretesto; con la stessa censura colpiva poi i laici di qualunque condizione, anche reale o imperiale, che senza previo permesso della S. Sede, esigessero tali tributi o donazioni. Tali decreti non facevano in fondo che ripetere quelli dei concili ecumenici lateranensi; ma questi poco si osservavano e, d'altra parte, non erano formulati con tanto rigore e severità specialmente a proposito dell'autorità civile. Se ne risentì re Edoardo e volle reagire, ma dovette finalmente cedere al diritto davanti alla fermezza dell'episcopato inglese; così entrò in vigore la costituzione di B. in quello Stato ed anche altrove; non però in Francia. Re Filippo, ferito sul vivo e vedendosi chiusa una così cospicua fonte di denaro, passò subito alla rappresaglia, vietando l'esportazione di denaro ed altri oggetti preziosi, e colpendo in tal modo per via indiretta l'economia della Curia romana, mantenuta con le contribuzioni di tutto il mondo. Il Papa credette prudente allora mostrarsi più benevolo verso il re, tanto più che molti maligni pretendevano che fossero compresi nelle prescrizioni papali anche i contributi feudali, giustamente dovuti al monarca; quindi con la nuova bolla Ineffabilis dichiarò errata tale interpretazione e riguardo alle donazioni spontanee permise che venissero elargite dal clero e
che in caso di grande necessità, a giudizio del re e dello stato, si potessero esigere i tributi ecclesiastici anche senza richiedere facoltà apostoliche. Ristabilita in tal modo per qualche tempo la concordia tra Filippo e la S. Sede, B. poté presentarsi come grado arbitro per la conclusione di un armistizio anglo-francese, e, sospesa temporaneamente pure la guerra di Sicilia, annunziare in una pace quasi generale il primo giubileo di Anno Santo del 1300, che recò alla Città Eterna una moltitudine mai vista di fedeli di tutto l’orbe.
Dato però il carattere altero di Filippo e il suo poco scrupolo nelle cose ecclesiastiche, erano da prevedersi nuovi urti con lo zelante ed energico Papa, sebbene questi stesse facendo i maggiori sforzi per esaltare i principi francesi d’Angiò e Valois, e benché con la canonizzazione di s. Luigi, avo del re, celebrata nell’ag. del 1297, avesse dato magnifica prova di affetto a quella nazione. Occasione di nuova lotta fu nel 1301 la designazione, poco accorta, di Bernardo Süsset, vescovo di Pamiers, poco grato al re per un precedente dissidio. Doveva il Süsset ripetere al monarca le gravi lagnanze della S. Sede per le continue infrazioni alle leggi canoniche circa l’immunità e le decime ecclesiastiche in Francia. Contro il degno legato, che aveva esposto intrepidamente il pericoloso mandato papale, Filippo procedette come con un reo di lesa maestà facendolo imprigionare dall’arcivescovo di Narbona e pretendendo la deposizione dal Papa. Questi invece, sommamente disgustato, nel dic. dello stesso anno emanava la bolla Salvator mundi, comunicata al re con l’altra Nuper ex rationalibus causis, dove dichiarava decaduti i privilegi ultimamente concessi ed esigeva immediata soddisfazione per l’oltraggio. Con la lettera, poi, Ausculta fili ammoniva paternamente ma severamente il monarca a mostrarsi più degno figlio della Chiesa. Queste lettere e l’invito a prelati e dottori francesi di compiere a Roma per la riforma di tanti abusi e la difesa della libertà ecclesiastica in quella nazione, irritarono sommamente il sovrano e la sua corte, mentre Pietro di Flotte e poi Guglielmo Nogaret spingevano Filippo ai passi estremi. Invece della bolla Ausculta fili, bruciata pubblicamente, se ne divulgò un’altra falsa, nella quale si faceva parlare il Papa con frasi grossolane e durissime verso il re. Nel tempo stesso si mise in circolazione una risposta di Filippo enormemente irriverente verso il Pontefice. Nell’apr. 1302 il monarca convocava a Parigi un parlamento dei tre stati, ed ivi il Flotte ed altri maligni mossero accuse contro la pretesa tirannide di B. nei riguardi della Francia, ottenendo così che la nobiltà e la borghesia si schierassero completamente dalla parte del re per difendere quelle che chiamavano libertà della nazione. I prelati ed i membri del clero, senza arrivare agli eccessi degli altri due stati, cedettero pure davanti alle esigenze del sovrano, raccomandando poi al Papa maggior benevolenza verso la loro patria. Molto più grave fu poi il tenore della lettera della nobiltà al Sacro Collegio, in cui venivano giustificate le lagnanze di Filippo contro la Curia romana. Rispose B. agli ecclesiastici con la bolla Verba delirantis filiae, bisimando la loro mancanza di zelo per gli interessi della Chiesa; alla lettera della nobiltà rispondevano i cardinali difendendo la condotta del Papa nel dissidio e vi fece eco pure B. nel concistoro dell’ag. e nel Concilio dell’ott. dello stesso anno 1302. Memorabile riuscì frattanto il Sinodo romano, ove a dispetto di re Filippo assistettero alcuni prelati francesi, e fu ema
nata una delle più famose belle della storia, la Unam Sanctam, opera, forse, di Egidio Romano, volta ad esporre e chiarire la dottrina cattolica sull’unità della Chiesa sotto un solo capo, sulla potestà spirituale e temporale, questa a quella subordinata nelle cose mariali, e, finalmente, sull’obbedienza di tutti i fedeli al Romano Pontefice.
Ma benché tale documento fosse rivolto, naturalmente, a tutta la Chiesa e senza nessuno scopo particolare, fu accolto ostilmente alla corte francese, ove, dopo la morte di Pietro di Flotte, aveva acquistato enorme influenza il consigliere Guglielmo Nogaret, nemico acerrimo di B., e sul quale facevano facile leva anche i due cardinali colonnesi rifugiati allora presso Filippo. Propone pertanto il Nogaret che una assemblea di prelati e nobili francesi dichiarasse intruso B. e caldeggiasse la convocazione di un concilio ecumenico. E difatti nel giugno 1303 si tenne il congresso del Louvre, dove Guglielmo Du Plessis presentò venti-nove articoli contro il Papa, contenenti accuse di eresia, immoralità e superstizione. Risultato di questa indegna scena fu la richiesta di un concilio generale, sottoscritta da gran parte dell’episcopato, dall’università e da altre corporazioni conforme ai desideri di re Filippo. B. nel concistoro tenuto in ag. ad Anagni respinse tutte le calunnie ed errori di cui lo incolpavano i Francesi, giustificando il suo procedere con l’amore per la verità e la libertà della Chiesa; riguardo poi agli appellanti al concilio dettò una serie di disposizioni punitive, preparando allo stesso tempo la bolla di scomunica e deposizione del monarca, che avrebbe dovuto pubblicarsi l’8 di sett., se un giorno prima non si fosse verificato il famoso attentato sacrilegio di Anagni che lo stesso Alighieri inflessibilmente stigmatizzava.
Il Nogaret e Sciarra Colonna, infatti, raccolta gente armata tra i Ghibellini italiani, si presentarono il 7 di detto mese alle porte di Anagni, ed avendo preso d’assalto il castello papale, s’impossessarono del capo della Chiesa, che li ricevette rivestito dei sacri paramenti con una calma e una dignità ammirevoli. Non può provarsi che il Colonna mettesse le mani sulla persona del Pontefice, tuttavia questo fu detenuto con minaccia di condurlo in Francia, fino a quando, tre giorni dopo, non si levarono gli Anagnini contro gli invasori e non gli ridonarono la libertà. B., colpito per il gravissimo oltraggio sofferto, pochi giorni dopo se ne tornava a Roma, dove l’11 ott. dello stesso anno moriva piamente e non disperato come dissero in seguito i suoi nemici i quali non si astennero dal perseguirne persino la memoria. Proprio sul re di Francia poi, cade la massima responsabilità nell’aver tutto disposto affinché fosse condannato il Pontefice anagnino dal troppo arrendevole Clemente V, il quale, fra l’altro, permise che si ascoltasse gli accusatori di B., che si intentasse una specie di obbrobriosso processo nel Concilio ecumenico di Vienna, benché ci si limitasse alla riabilitazione dei Colonnesi, alla canonizzazione di Celestino V e, per il re, all’immortalità dichiarazione pontificia di aver agito in buona fede nella questione bonifaciana. Le bolle di B. contro il re furono abrase dal registro papale.
La storia, ben più equa e ben più spassionata, ha, ormai, giudicato B. Pontefice oltremodo degno, fornito di grande talento e di non comune sapienza, difensore intrepido e fermo della libertà della Chiesa, benché non si possano, certo, ammirare atti e parole talvolta poco caute, causa prima del naufragio di nobili ma, forse, anacronistici disegni. - Vedi Tav. CIX.
