CAINO (ebr. Qajin = ar. qajn «fabbro», nome riallacciato in Gen. 4, 1, per etimologia popolare, a qánah «possedere»). - Primo figlio di Adamo ed Eva, Abele (v.); non è fondata l’opinione rabbi-
nica che li considera gemelli. Per l'odio e il fratricidio, è il primo esponente del disordine morale derivato dal peccato di Adamo. Offrendo con animo gretto e privo di fede (Hebr. II, 4) i prodotti dell'agricoltura cui si era dato, vide respinti da Dio i suoi doni, a differenza dei graditi sacrifici di agnelli offerti dal fratello pastore. Di qui l'ira minacciosa del malvagio C., meditante l'uccisione del giusto Abele. Dio, parlatologli alla coscienza, lo invitò (passo alquanto enigmatico di Gen. 4, 6 sg .) a resistere, con il far bene, al dè-
mone maligno desideroso d'impadronirsi di lui: «Se bene agisci non sei forse superiore al Maligno, ma se mali operi il Dèmone non si asside alla porta? Egli si sforza di conquistarti, ma sei tu che lo devi dominare». Però, come commenta l'Apostolo (I Io. 3, 12), C. mosso «dal Malvagio uccise (ठo μ ε ε ε ν "sgoszo") il fratello» dopo averlo invitato in aperta campagna e rispose arrogantemente a Dio, che gli chiedeva conto dell'ucciso, di non esserne il custode. Ma per «la voce del sangue» di Abele reclamante giustizia, Dio maledisse C. preannunciandogli la futura sterilità della terra, im-
bevuta di sangue fraterno, nei riguardi di lui fuggitivo e ramingo. Ridestatosi allora alla consapevolezza del delitto, paventando la dura legge del taglione, C. ottenne che Dio, pietoso anche nell'ira, promulgasse una pena di sette per uno a chiunque lo avesse ucciso, e gli desse un segno premonitorio della sua fine non cruenta.
E erroneo vedere, con i rabbini, nel "segno" un corno, una lebbra, un tremito, una faccia terribilmente contratta dal rimorso o un tatuaggio, destinato a farlo riconoscere e risparmiare dagli estranei che l'avessero incontrato nella regione di Nod, ad occidente dell'Eden, dove era fuggito.
Per l'archeologia, V. abele.
Faustino Salvoni
Folklore. - Una diffusissima e antica tradizione popolare ricordata anche per due volte da Dante (Inf., XX, 126, e Par., II, 50) vede nelle macchie della luna l'immagine di C. Variano, tuttavia, un poco i particolari dell'interpretazione. Alcuni vi vedono C. che innalza una forcata di spine, o che è costretto a reggere sulle spalle un fascio di spine; altri, C. che sta, come dice un commentatore di
Dante, il Buti, «in su uno fascio di pruni». Varianti presentano pure le leggende che cercano di render ragione di questo modo con cui il popolo interpretava le macchie tunari. Una leggenda abruzzese narra che C., commesso il fratricidio, si nascose, ma fu condannato da Dio a stare nella luna, appunto perché tutti lo vedessero; né gli valse portar seco un gran ramo di spino, che non può nasconderlo affatto. Un'altro, assai più diffusa ma anche più complicata, racconta come ucciso Abele, C., divenuto pauroso, ammucchiasse rovi attorno alla spelonca dove abitava, per ripararsi dalle belve. "Fai bene, rispose Iddio, perché le spine serviranno a

CAINO - Episodi della storia di C. e Abele. Formella della porta del Paradiso di L. Ghiberti - Firenze, Battistero.
(per cartesia dell'editore dei Turce, Firenze)
dicento. (c. 1935, 20, 4; III Io. 1), in due Caius (Rom. 16, 23; I Cor. 1, 14); ma i codici propendono per Gaius. I personaggi distinti che vengono presentati con questo nome sembrano quattro, dato che quasi certamente Rom. 16, 23 e I Cor. 1, 14 si riferiscono allo stesso individuo. Non tenendo conto della differenza puramente grafica Caius e Gaius - del nome (o, piuttosto, prenome), frequentissimo nel mondo greco-romano, li presentiamo tutti sotto C.
1. - C. di Corinto è quello di cui siamo maggiormente informati. Da I Cor. 1, 14 sappiamo che fu battezzato da Paolo stesso, ma quasi in via eccezionale; Rom. 16, 23 ci attesta che C. doveva avere delle conoscenze a Roma, dove invia i propri saluti, e che ospitò Paolo almeno durante un suo soggiorno (secondo o terzo, V. CORIBANTI, EPISTOLE I e II ai) a Corinto, alla fine del terzo viaggio apostolico. Lo stesso testo aggiunge che C. ospitava pure "tutta la chiesa" (i codici della Volgata hanno: "et universa ecclesia" o "et universae ecclesiae"), probabilmente nel senso che la sua casa era aperta ad ogni cristiano di passaggio a Corinto. Non è escluso, però, che questa ospitalità venisse esercitata da C. concedendo la propria casa per le riunioni dei fedeli almeno durante il soggiorno di Paolo a Corinto. D'altra parte, la frase "e di tutta la chiesa " potrebbe anche avere un colorito alquanto iperbolico.
2. - Un C. di Macedonia fu arrestato ad Efeso durante il tumulto degli argentieri (Act. 19, 29), assieme ad Aristarco pure di Macedonia.
3.-C. di Derbe figura al seguito di Paolo (Act. 20, 4) durante il suo viaggio di ritorno dalla terza missione. Potrebbe anche trattarsi di persona non diversa da una delle due precedenti, in rapporto con Derbe o per origine o per domicilio.
4.-C., destinatario della III Io. (v. 1), di cui sappiamo solo il pochissimo che ci dice quel testo, pare non si identifichi con nessuno di quelli già menzionati. Doveva essere in vista nella DIOTREPHES (v.), biasimato da Giovanni; ma quale fosse questa comunita non è possibile dirlo. C. aiutava largamente i missionari di passaggio (III Io. 5 sg .), contrariamente a quanto faceva Diotrefes, dal quale C. non si lasciava influenzare. Const. Apost., VII, 46 (PG 1, 1053) ci parlano di un C. costituito vescovo di Pergamo da s. Giovanni, e pensano, probabilmente, al destinatario di III Io.
Bias.: E. Jacquier, Caius, in DB, II, col 47; III, col. 44; s. V. in Dict. Enc. de la Bible di A. Westphal. I, p. 456; M.-J. Lagrange. Aux Romains, Parigi 1916, p. 376; E. Jacquier, Le Actes des Apôres, ivi 1106, p. 586; E. B. Allo, Première Epilive aux Cerinthiens, ivi 1935, p. 11; J. Chainé, Les Epîtres Catholiques, ivi 1939, pp. 239-51.
Tendorico da Castel S. Pietro