CALIFFO E CALIFFATO

CALIFFO e CALIFFATO. - Il titolo arabo halifah significa «successore», «luogotenente» ed appare frequentemente anche nel Corano, ma mai nel senso tecnico che acquistò in seguito, di luogotenente del profeta (halifat rasūl Allāh). Tale titolo sembra che sia stato assunto per la prima volta dal califfo 'Omar e da allora in poi «califfo» significò il capo dello Stato teocratico musulmano; non è perciò in nessun modo parallelo a quello cattolico di «papa» e sarebbe errato considerare il califfo come il «papa dei musulmani».

Dopo la morte del profeta (632) la direzione della comunità musulmana passò ad Abū Bakr (632-34) quindi ad 'Omar (634-44), 'Otmān (644-56) 'Alī (656-61). Sono questi i quattro califfi cosiddetti «ortodossi» (ra'īddin). Dalle lotte politico-religiose seguite all'assassinio del califfo 'Otmān e al califfato di 'Alī nacque la Šī'ah, che divise e divide ancora il mondo musulmano: gli sciiti riconoscono 'Alī e i suoi discendenti come gli unici califfi o imām legittimi.

Tale principio ereditario, contrario alle pure tradizioni arabo-beduine, prese in ogni modo piede anche fra i non sciiti e ai quattro califfi «ortodossi» seguì la dinastia degli Ommiadi (661-750), acerrimi nemici dei partigiani di 'Alī. Tanto forte era però sempre la tradizione «democratica» araba che il califfo che saliva al potere doveva ricevere una formale ba'ah (riconoscimento ufficiale) da parte delle comunità musulmane. Sotto gli Ommiadi la capitale dell'impero arabo-musulmano fu trasportata da Medina a Damasco: gli Ommiadi accentuarono specialmente il lato politico delle loro funzioni.

Alla dinastia ommiade segue quella 'abbāsidi (750-1258), che trasportò la capitale a Bagdad. Con l'avvento al potere degli 'Abbāsidi (che ottennero il trono anche con l'aiuto degli sciiti, che poi presero a perseguire) le tradizioni monarchiche persiane ebbero il sopravvento sulla democratica semplicità beduina dei califfi «ortodossi» e dei primi Ommiadi, quando il califfo era pur sempre un «primus inter pares». Nello stesso tempo i califfi 'abbāsidi diedero una maggiore importanza al lato religioso della loro carica, si rivestirono del mantello del Profeta e ostentarono legami di parentela con la famiglia di Maometto. Durante il regno degli 'Abbāsidi si andarono formando vari principi musulmani più o meno indipendenti e già verso il 946 nessun potere politico effettivo restava più in mano al califfo di Bagdad, benché egli fosse sempre considerato dai teorici, memori dell'antica grandezza, come la fonte di ogni autorità nel mondo musulmano. Si formarono però dei califfati rivali di quello di Bagdad, i più importanti dei quali furono il califfato ommiade di Spagna (il titolo di califfo fu preso da 'Abdarrahmān III nel 928) e quello sciita dei Fātimidi d'Egitto (909-1171). Quando Hūlāgū, nipote di Gengiskan, occupò e devastò Bagdad uccidendo l'ultimo califfo 'abbāsidi Musta'ṣim (1258) per la prima volta il mondo musulmano mancò di un capo.

I discendenti dei califfi 'abbāsidi che rivestirono la carica di califfo per lunghi anni ancora al Cairo (1261-1517) non furono che fantocci in mano ai sultani mamelucchi d'Egitto e non ebbero alcun potere essendo ignorati dalla

maggior parte dei musulmani. Quando il sultano ottomano Selim fece la sua entrata trionfale al Cairo (1517) e trasportò Mutawakkil, l'ultima ombra di califfo 'abbàside, a Costantinopoli, già aveva assunto per suo conto il titolo di califfo, titolo che si cercò poi di legittimare (secondo la dottrina sunnita il califfo deve appartenere alla famiglia dei Coreisciti) con la leggenda di una pretesa investitura di Selim da parte di Mutawakkil.

Da allora in poi i poteri del califfato furono tenuti dai sultani ottomani fino al 1922, quando, abolito il sultanato, il califfato fu artificialmente mantenuto come semplice carica religiosa, anch'essa abolita nel 1924.

Come sopra si è detto, in nessun modo si può comparare, per quanto riguarda le sue funzioni, il califfo ad un «papa». L'ufficio del califfo è puramente quello di tenere unita e governare politicamente quella comunità religiosa che unica ha il diritto di decidere (attraverso i suoi dotti, 'ulemā', mufti, ecc.) delle questioni religiose che non siano già decise dal Corano e dalla sunnah (v.). Il califfo è un credente come un altro e non ha nessun potere legislativo in materia religiosa. Se inoltre si pensa che secondo la teoria ortodossa il califfato deve appartenere, come si è detto, alla famiglia dei Coreisciti, si può concludere che il califfato nella sua forma legittima è in realtà cessato di esistere nel 1258, con la caduta di Bagdad, e che il mondo musulmano è da vari secoli disabituato ad essere governato da un califfo.

Quanto all'idea sciita di califfo è da notare come il concetto di imām (v.) sia fondamentale nella B'ah. Il califfo o imām ha qualità sovrumane e l'imamato è ristretto non solo alla tribù dei Coreisciti ma alla famiglia di 'Alī: gli sciiti infatti, salvo eccezioni, rigettano il concetto della elettività del califfo e affermano che le sovrumane qualità di 'Alī sono ereditarie in tutti i suoi successori.

Secondo i concetti ultrademocratici dei ḥāriǧiti (v.) invece, il califfato non è indispensabile (le funzioni di califfo possono esser esercitate dalla comunità) e qualsiasi credente può essere eletto califfo.

BIBL.: Cl. Huart, Histoire des Arabes, Parigi 1912-13; C. A. Nallino, La fine del cosiddetto Califfato ottomano, in Oriente moderno, 4 (1924), pp. 137-53; O. Santillana, Il concetto di Califfato e di Savanità nel diritto musulmano, ibid., pp. 339-50; P. K. Hani, History of the Arabs, Londra 1937, passim.

Alessandro Bausani

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“CALIFFO E CALIFFATO.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 240. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/califfo-e-califfato.