CATERINA da SIENA, santa. - Domenicana, n. a Siena nel 1347 (25 marzo secondo la tradizione), m. a Roma il 29 apr. 1380. Il padre Jacopo Benincasa, tintore di pelli nel rione di Fontebranda, ebbe
da Lapa Piagenti ben venticinque figli, penultima C. Dei fratelli sono ricordati: Benincasa, il maggiore, Bartolo (che ebbe in moglie Lisa Colombini) e Stefano. Tra le sorelle si conoscono: Nicoluccia, Bonaventura, Lisa, Nera, Giovanna, gemella di C., e Vanna. L'ambiente familiare profondamente religioso influì sulla piccola Eufrosina, come la si chiamava nel vicinato, precocemente attratta verso la vita spirituale. A 6 anni ha la prima visione, a 7 fa voto di verginità, imitando gli anticorpi e desiderando di essere missionaria come i frati di S. Domenico di Camporeggi. A 12 anni i suoi già pensano ad uno sposo; lei si ribella insistendo in una vita di penitenza e di ascetismo eccezionale. A vincere la resistenza familiare si taglia i capelli per consiglio del domenicano Tommaso della Fonte, suscitando una persecuzione che il padre Jacopo fece cessare.
Nel 1363 dopo molte insistenze entrò tra le Mantellate di S. Domenico, dedite alla pietà e alle opere di misericordia. Sino al 1370 la vita di C. si svolse in un continuo ascetismo, nella purificazione della sua anima ascendendo verso la perfezione della carità.
Le macerazioni, le opere di penitenza e i digiuni prolungati mentre la resero perfetta padrona della propria intimità, suscitano negli ambienti religiosi senesi una violenta campagna di denigrazioni e opposizioni, a cui ella risponde prodigandosi di più verso gl'infermi dell'ospedale della Scala, del lebbrosario di S. Lazzaro, e nelle cure delle consorelle inferme, che spesso la ripagarono con atroci calunnie.
Quale influsso ebbe su C. il ritorno di Urbano V?

(fot. Bonnali)
Mentre Urbano V lasciava l'Italia, C. in Fontebranda in una visione eccezionale ebbe il mandato di uscire dalla contemplazione per dedicarsi all'apostolato. Anzitutto si creò una famiglia spirituale, scelta tra ecclesiastici, uomini di governo, di lettere o artisti, uomini e donne. Né solamente riversò nei discepoli l'intensa sua esperienza spirituale, ma assorbì da loro il pensiero teologico e mistico delle scuole a cui appartenevano: Benedettini, Agostiniani, Domenicani, Francescani e Gesuati.
La fama di santità di C. fece di Fontebranda un centro di irradiazione e di attrazione.
L'epistolario nacque così per bisogno, dovere e carità verso i tanti che venivano chiedendo un consiglio, una parola di bene. Lei senza coltura, detta lettere per i dotti, i grandi e i letterati.
Politica e religione nel medioevo erano talmente fuse e compenetrate da non poterle dissociare, e C. fece della politica: non però nel senso odierno. La Curia avignonese, che vigilava sui movimenti separatisti dei Fraticelli, ebbe paura, ed anche l'Ordine domenicano, perciò C. fu chiamata a Firenze nella Pentecoste del 1374 dinanzi al Capitolo generale del suo Ordine per subire un vero processo. Ella vinse. Per difenderla da nuovi attacchi, l'Ordine garantì la sua ortodossia dandole per direttore frate Raimondo delle Vigne di Capua, discendente di Pietro, cancelliere di Federico II. Gregorio XI, successore di Urbano, prepara la Crociata e ne affida la propaganda anche a C., che va a Pisa, centro marinaro, e ne fa il suo quartier generale (1375). Mentre scrive a re e a condottieri organizzando e incitando, riceve, il 1° apr., nella chiesa di S. Cristina sul Lungarno, le Stimmate.
Firenze a quell'ora per molteplici cause fa una politica antipapale, mettendosi a capo di tutti i malcontenti del patrimonio di S. Pietro, con l'ambizioso sogno di attaccare e distruggere il potere temporale. Cerca quindi di unire in lega le repubbliche toscane le quali, volenti o nolenti, cadono nella rete. C. trattiene il Gambacorti di Pisa, e a Lucca supplica gli Anziani a non aderire, insiste con i suoi a Siena, ma ottiene poco. Nel giugno del 1375 assiste sul patibolo Niccolò di Toldo, perugino, dettando poi la nota stupenda lettera.
Gli avvenimenti fiorentini incalzano, la guerra con il Pontefice sembra fatale nonostante il lavoro della parte guelfa e delle Repubbliche italiane per scongiurare lo scandalo. Mentre gli Otto della guerra, chiamati sarcasticamente gli Otto Santi, spingono alla rottura, cercano di calmare le tre avignonesi che fanno temere la scomunica e l'interdetto. E quando nel marzo del 1376 la scomunica con l'interdetto contro Firenze sono lanciati, C. è mandata quale ambasciatore dei Fiorentini ad Avignone. È accolta benevolmente, dispone Gregorio XI all'indulgenza, ma nel frattempo il partito della guerra in Firenze ha il sopravvento e gli ambasciatori mandati in Avignone non riconoscono più C.; la quale in una lettera a Bonaccorso di Lapo rimprovera aspramente la malafede dei governanti. La presenza di C. in Avignone nel momento cruciale del ritorno del papato a Roma fu decisiva, rivelando al Pontefice il voto fatto nel giorno dell'elezione.
La documentazione è completa, ma significative sono le reticenze dei discepoli nell'attestare il fatto. Lo Scisma d'Occidente, susseguito al ritorno, diede motivo alle accuse contro la Santa quale causa di tanta sciagura, compromettendone la canonizzazione; i discepoli quindi cercarono di ridurre l'importanza dell'opera di lei.
Gregorio XI, dopo anni di temporeggiamento, finalmente partì il 16 sett. 1376. C. con i suoi parte il giorno seguente e riconforta il Pontefice che a Genova, spinto ancora una volta dai cardinali, ripensava ad Avignone. Tornata a
Siena, compie un viaggio in Val d'Orcia per pacificare i Salimbeni e per catechizzare quelle popolazioni. Ma il cuore è sempre a Firenze in lotta con il Pontefice, il quale le ordina di tornare nella turbolenta città per far opera di pace. Difficile missione tra l'agitarsi delle passioni e delle lotte tra le fazioni, che sboccarono nel 1378 nel tumulto degli « ammoniti » che mise in pericolo la vita stessa di C., e l'altro ancora più grave dei Ciompi. Intanto nel marzo del 1378 muore Gregorio XI e le trattative di pace con il relativo congresso di Sarzana per risolvere quel problema d'interesse europeo fallirono. Il nuovo pontefice Urbano VI affrettò la soluzione del problema, e finalmente il 18 luglio l'ulivo di pace fu appeso a palazzo Vecchio tra l'esultanza della città. C. ritornava a Siena mentre l'orizzonte si oscurava, per proseguire il suo colloquio con l'Eterno, dettando il meraviglioso Dialogo della divina Provvidenza, frutto del suo continuo insegnamento attraverso le lettere e di tutte le sue esperienze mistiche; il Dialogo è il vero « libro » di C.
Intanto il nuovo pontefice Urbano VI, italiano, dopo sette papi francesi, aveva, con il suo carattere duro, urtato la suscettibilità dei cardinali e della Curia, quasi tutta francese. Le opposizioni si animarono talmente da scoppiare in aperta rivolta, che sboccò nell'elezione di un nuovo Pontefice: Clemente VII, eletto a Fondi il 20 sett. 1378. Si aprì così quella scissura che dilaniò la Chiesa per quarant'anni facendo tramontare ogni idea di crociata o di riforma interna. Sin dal 1375 C. aveva visto il prossimo scisma, tuttavia opera per il ritorno del Papa a Roma, perché Roma è la sede del papato e del suo vescovo, non Avignone. Nel nov. del 1378 viene a Roma chiamatavi da Urbano VI e parla in Concistoro rianimando il sacro Collegio, organizza una vera nuova Crociata chiamando in Roma gli uomini più spirituali, forma la sua cancelleria per mandare messaggi e lettere ai regnanti e alle Repubbliche italiane per stringerle a Roma aderendo al vero Pontefice. C. interviene per calmare la violenza del Papa, lavora per la capitolazione di Castel S. Angelo ancora in mano dei Francesi (1379), spinge il condottiero Alberico da Barbiano a scacciare lo straniero sconfitto a Marino il 30 apr. 1379. In una somnossa organizzata dagli emissari francesi, con la sua autorità procura la pace tra il popolo e il Papa (febr. 1380), non tralasciando mai di premere su Giovanna di Napoli, aderente ad Avignone, per attirarla a riconoscere Urbano VI, ma invano.
Affranta dal lavoro immenso, entusiastamente sofferto, morì il 29 apr. 1380 in una casa presso la Minerva (oggi piazza S. Chiara). Ebbe tre funerali solenni, o meglio tre trionfi: uno voluto dal Pontefice, l'altro dal senatore Giovanni Cenci e il terzo dall'Ordine domenicano. Il miracolo fiorì sulla sua tomba, dando così luogo ad un culto cresciuto in intensità in Roma e nella Chiesa che la canonizzò nel 1461 sotto il pontificato di Pio II, Piccolomini. Pio IX la dichiarò compatrona di Roma e Pio XII patrona principale d'Italia con s. Francesco d'Assisi (1939). L'arte ne ha fatto l'oggetto delle sue manifestazioni, così la poesia e la letteratura. Festa il 30 apr.
È sepolta a Roma nella Chiesa della Minerva sotto l'altare maggiore. Il sarcofago si attribuisce ad Isaia da Pisa (1430). Il capo della Santa è invece a Siena in S. Domenico nella cappella affrescata dal Sodoma.
Il problema critico. — La principale fonte agiografica è la biografia scritta dal suo confessore b. Raimondo da Capua nel 1393, edita dai Bollandiati, di cui però non si ha ancora una edizione critica. Venne chiamata Legenda maior per distinguerla dalle minori o abbreviate scritte da fra' Tommaso Caffarini, fra' Massimino da Salerno, ecc. Il Caffarini compose anche un Supplementum, dove raccolse il materiale sfuggito a fra' Raimondo, specialmente i Miracula, che erano quaderni dove i primi confessori della Santa, fra' Tommaso della Fonte e fra' Bartolomeo Dominici, trascrissero i miracoli, le visioni e le preghiere. Altri discepoli, come fra' Guglielmo Giovanni delle Celle (v.) vallombrosano, pubblicarono discorsi in sua lode. Così si ha un resoconto
del suo transito dovuto a Barduccio Canigiani; e di un anonimo fiorentino si ha un documento importante, i Miracoli, scritti nel 1374 durante la sua permanenza in Firenze. Altri discepoli, come il Pagliaresi, Iacopo del Pecora e Anastasio da Montalcino, ci lasciarono dei capitoli in versi in onore di lei, pubblicati in appendice al Dialogo. Tutto questo materiale è in parte edito nelle Fonti cateriniane, pubblicate a cura dell'Università di Siena, e in parte nelle antiche edizioni.
Qualche buon saggio critico sulla vita e le lettere era stato pubblicato dal Lazzareschi, dal Motzo e da altri, ma un lavoro completo critico sulle fonti agiografiche cateriniane fu assunto da Roberto Fawtier della Scuola francese di Roma, il quale nel 1921 pubblicò il vol. I, dove prende in esame tutto il materiale agiografico, giungendo a conclusioni completamente negative. Tranne in qualche scritto minore, i biografi principali, fra' Raimondo di Capua e fra' Tommaso Caffarini, egli dice, hanno coscientemente deturpato la vera C. Questo verdetto così radicale sollevò scandalo fra i cultori di studi cateriniani, ma in definitiva ha giovato per spingere monti studiosi stranieri e italiani e riprendere in esame le fonti, giungendo a conclusioni meno radicali, più giuste e obbiettive.
Il Fawtier pubblicò nel 1930 il vol. II sulle opere di C., dove rettificò molte affermazioni contenute nel I, procedendo con più maturità e ponderatezza.
I nuovi studi di Jordan, Mandonnet, Dupré Theseider e p. Laurent, ma specialmente quelli del Valli e del Conti, danno per risultato: che la C. vista e descritta dai discepoli è la medesima di quella dell'Epistolario, del Dialogo e delle Pregliere: non vi è né deformazione né alterazione sostanziale. Il Fawtier nell'ultimo volume, edito nel 1948 (La double expérience), è meno radicale del 1921, più diplomatico, ma sempre prevenuto contro i discepoli della Santa, insistendo sul completo insuccesso della «esperienza umana di s. C.».

(fot. Alinari)
La prima edizione delle Lettere, in numero di 37, è quella bolognese del 1492; segue l'edizione principe del 1500 di Aldo Manuzio con 350 lettere, ristampata più volte durante il '500. Girolamo Gigli ne diede un'edizione più completa e corretta, arricchita da erudite note del gesuita Burlamacchi, poi molte volte ristampata nel '700 e '800, fino a che Niccolò Tommaseo nel 1860 ne fece una nuova edizione con criteri cronologici e filologici, ristampata dal Misciattelli nel 1913-20 e più tardi dal Ferretti con buone note e l'aggiunta delle lettere inedite frattanto scoperte, e quelle dei discepoli già pubblicate dal Grattanelli nel 1868. Il Fedele incaricò E. Dupré Theseider di intraprendere per l'Istituto storico italiano per il medioevo l'edizione critica dell'epistolario; nel 1940 uscì il vol. I con 98 lettere databili, precedute da una esauriente introduzione critica. Il Dupré Theseider ebbe la rara fortuna di scoprire l'autografo del Pagliaresi, segretario della Santa, nella biblioteca Palatina di Vienna, codice che ha risolto molti problemi che sembravano insolubili.
Delle pregliere (in numero di 26) vedi la recente edizione critica del p. Taurisano (2ª ed., Roma 1932).
II. di Grottanelli, Legenda minore, Bologna 1868); il Processo Castellano, a cura di M
H. Laurent (Fontes Vitae a Catherinea Senen. Historici, IX), Milano 1942. Biografie recenti: A. Capecelatro, Storia di s. C. da S. e del papato del suo tempo, Napoli 1856; A. T. Drane, The History of s. C. of S., Londra 1887; C. Gardner, S. C. of S., ivi 1907; G. Joergensen, S. C. de S., Parigi 1919; R. Fawtier, S. C. de S. et la critique des sources, I: Sources hagiographiques, Parigi 1921; II: Les oeuvres de s. C. de S., ivi 1930; S. Leclercq, La Mystique de l'apostolat: C. de S., Parigi-Bruxelles 1922-27; P. Chimimelli, S. C., Roma 1941; Fr. Valli, La mentalità agiografica del p. Raimondo da Capua, in La Diana, 8 (1933), fasc. III e IV; id., Scrittori religiosi del Trecento, Urbino 1947, pp. 69-239; M. Gallet, La mission de s. C. de S., Parigi 1946; S. Attal, L'angelo della pace: s. C. da S., Lanciano 1946; A. Levasti, S. C. da S., Torino 1947; R. Fawtier, La double expérience de Catherine Benincasa, Parigi 1948; I. Taurisano, S. C. da S., patrona d'Italia, Roma 1948. Innocenzo TaurisanoICONOGRAFIA. - Copiosa è l'iconografia cateriniana; e ciò si deve principalmente al fatto che la città che diede i natali alla Santa e che in ogni secolo le tributò un culto filiale fu, com'è noto, un centro fervidissimo d'arte: quasi esclusivamente senese è infatti l'iconografia cateriniana fino a tutto il sec. XV.
Il più antico «ritratto» della Santa (sec. XIV) è quello dipinto a fresco da Andrea Vanni nella chiesa di S. Domenico di Siena; rimosso dalla primitiva collocazione insieme col retrostante muro, fu poi collocato sull'altare dell'attigua cappella delle Völte; poiché il Vanni ebbe dimestichezza con la Santa (della quale si conservano tre lettere indirizzate al pittore), l'importanza del piccolo affresco appare accresciuta dalla probabilità che esso - pur attraverso l'elaborazione morfologica tipica dello stile del Vanni - riproduca le reali fattezze di C. L'opera, ancorché in non buone condizioni, ed in qualche punto ridipinta, è di alto pregio, piena di intimità e delicatezza: forse è il capolavoro del Vanni. Altro espressivo «ritratto» è il busto-reliquario della Sacra Testa, in rame sbalzato, eseguito da un ignoto orfo dei primi del sec. XV e che ora si conserva nella biblioteca comunale di Siena: la Santa è qui di aspetto giovanile; mirabile il contrasto tra la fermezza delle linee, dei levigatissimi volumi e la straordinaria energia che si sprigiona dagli occhi. Con maggior libertà e varietà nei tratti, ma sempre con profonda religiosità e con felicissimi risultati artistici, raffigurò più volte la Santa, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, sia in complessi quali l'Arli-
CATERINA DA SIENA, santa - Sarcofago di s. C., opera di Isaia di Pisa (1430) - Roma, chiesa di S. Maria sopra Minerva.
quiera già nella sacrestia dell'ospedale di S. Maria della Scala (1445; ora alla pinacoteca di Siena, n. 204), il trittico del duomo di Pienza (1461), sia isolatamente come nel bell'affresco (1461) nella sala del Mappamondo del palazzo Pubblico: al Vecchietta è stata pure recentemente attribuita un'originale statua in terracotta nella quale s. C. è raffigurata dormiente: tale statua si trova in un piccolo vano pertinente alla Confraternita di s. Caterina sotto le Völte dell'Ospedale, nel quale è tradizione appunto che la Santa solesse rifugiarsi per prendersi breve riposo quando assisteva gli infermi. La più nota statua della Santa è quella lignea policromata, attribuita a Nereccio di Bartolomeo (seconda metà del sec. xv), che si venera sull'altar maggiore della chiesa di S. Caterina in Fontebranda della contrada dell'Oca.
Vari sono i cicli pittorici nei quali si sono volute organicamente illustrare le principali vicende della vita della Benincasa. Il più antico e il più importante di essi era costituito da una serie di tavolette che circondavano la grande pala con la presentazione al Tempio, allogata nel 1447 a Giovanni di Paolo dall'Università dei pizzicali di Siena per la chiesa di S. Maria della Scala: il grande pannello centrale si trova ora nella pinacoteca di Siena (n. 211), mentre delle storiette cateriniane, che s'iniziavano col Dono del mantello al mendico e terminavano con le Esequie della Santa, una è perduta e le altre sono andate disperse fra le collezioni Stoclet di Bruxelles, quella Lehman e il Metropolitan Museum di Nuova York e l'Institute of Arts di Minneapolis. Per quanto costituiscano il più pregevole commento figurativo alla vita della Santa, esse tuttavia sono molto meno note degli affreschi del Sodoma (1526) e di Francesco Vanni (1593) dipinti sulle pareti della cappella di S. Caterina nella basilica di S. Domenico in Siena: in particolar modo le due scene dell'Estasi e dello Svenimento, per il loro carattere drammatico e sentimentale, hanno raggiunto una larga popolarità. Altri cicli sono quelli che adornano i vari oratori del santuario cateriniano; nel cosiddetto « oratorio della Cucina » la narrazione si svolge in tredici quadri, più la tavola sull'altare, con le Stigmate, di Bernardino Fungai, dovuti a vari pittori tra la fine del sec. xvi e i primi del xvii: A. Salimbeni, P. Sorri, C. Roncalli detto il Pomarancio, L. Bonastri, A. Casolani, F. Vanni e R. Manetti; nella sottostante chiesa di S. Caterina, o « oratorio della contrada », sono invece illustrati alcuni Miracoli della Santa con affreschi di G. del Pacchia e V. Salimbeni; infine un altro, mediocre, ciclo di sette scene affrescate da Alessandro Franchi (1896) si trova nel co-
sidotto « oratorio della camera ». Si può considerare un ciclo organico anche l'insieme della tavola e della predella (quest'ultima purtroppo mutila) in cui D. Beccafumi illustrò gli Eventi soprannaturali (Stigmate, Sposalizio mistico, Comunione e Vestizione miracolosa) della vita della Santa: quest'opera (databile intorno al 1515), proveniente dal distrutto monastero di Monteoliveto a Porta Tufi, si conserva ora nella pinacoteca di Siena (nn. 417, 418, 419 e 420). È una delle più alte interpretazioni iconografiche cateriniana, e sta tra i capolavori del grande cinquecentista senese.
Un soggetto che dal 1500 in poi si è sempre prestato a libere e fantasiose interpretazioni è lo Sposalizio mistico (v. Salimbeni). In confronto alla grande fortuna di questi soggetti, in cui ha netta prevalenza l'elemento mistico e soprannaturale, piuttosto scarsa appare l'illustrazione degli avvenimenti storici di cui fu protagonista la Santa; i senesi ricordarono in modo particolare la Canonizzazione della Santa, più volte rappresentata dal Pinturicchio nella libreria Piccolomini, da F. Vanni, e da Mattia Preti in una grande tela nella cappella delle Völte. È infine da osservare come, in occasione di un concorso nazionale per un quadro di soggetto cateriniano indetto nel sesto centenario della nascita della Santa, la sensibilità degli artisti moderni, a differenza di quelli antichi, si sia decisamente orientata verso soggetti fortemente movimentati o drammatici, quali il Supplizio di Niccolò di Tuldo, la Sepoltura della Tecca lebbrosa, la Guarigione dell'ossessa e l'Assistenza alla mantellata Andrea. - Vedi Tav. LXIV.
