CAVALLINI, Pietro. - Pittore e musaicista della famiglia dei Cerroni, n. a Roma fra il 1240 e il 1250 , m. ivi vecchissimo, forse centenario. Nel 1273 firmava un atto notarile nell'archivio di S. Maria Maggiore: «Petrus dictus Cavallinus de Cerronibus». Nel 1291 lavorava a musaico la fascia sottostante il semicatino absidale nella basilica di S. Maria in Trastevere; qualche tempo dopo, verosimilmente nel 1293, in collaborazione di aiuti ricopriva di pitture l'interno della chiesa di S. Cecilia in Trastevere. Nel 1308 era a Napoli ove più tardi, ma prima del 1320, veniva impiegato nella decorazione della chiesa di S. Maria Donna Regina. Tornato a Roma, lavorò per incarico del pontefice Giovanni XXII (1316-34) alcune figure a musaico nella facciata dell'antica basilica ostiense, poi trasferite in parte nell'interno sulla parete dell'arco trionfale verso il presbiterio.
Oltre queste opere che ancora esistono, il Ghiberti, e sulla sua scia il Vasari, ne ricordano altre andate perdute, fra le quali soprattutto la decorazione del presbiterio della chiesa dell'Aracoeli e quella ad affresco delle pareti della basilica di S. Paolo; quest'ultima, eseguita tra il 1270 e il 1280 , fu distrutta per la ricostruzione della basilica dopo l'incendio del 1823. Della decorazione di S. Paolo rimangono tuttavia alcuni disegni tracciati intorno al 1640 da Antonio Eclissi, oggi conservati nel cod. lat. barberiniano della biblioteca Vaticana n. 4406 e che possono interessarci perché se non altro mostrano gli schemi iconografici usati in quell'opera dal C.
Da c. a. un ventennio quindi il C. già operava in Roma quando, per commissione di Bertoldo Stefaneschi, nel 1291, lavorò a musaico la fascia sottostante il semicarino absidale di S. Maria in Trastevere, ove in sette ri-
quadri raffigurò scene della vita della Vergine e la Vergine in gloria tra i ss. Pietro e Paolo con lo Stefaneschi in ginocchio. Gli schemi iconografici usati da C., qui come nelle altre opere, sono ancora quelli della tradizione bizantina, sebbene egli talvolta li interpreti cercando di rendere con maggiore "credibilità "il rapporto, alteratosi nel corso dei secoli, tra scenario e figure.
Tuttavia il tono della sua rappresentazione è sempre sulico ed ha valore di una vera e propria celebrazione. Anche i tipi sono quelli tradizionali sebbene il maestro tenda ad eliminare

C. Cecilia in Trastevere.
dalle sue [immagini quanto in esse possa apparire di convenzione manieristica. Le forme delle immagini cavalliniane dànno un senso di consistenza e di morbidezza insieme. Il colore infatti in C. sostanzia la forma che è tondeggiante nei passaggi dei piani graduati a mezzo di ininterrotte variazioni di tono.
Gli stessi caratteri stilistici appaiono a S. Cecilia in Trastevere, ove sulla parete di controfacciata è superstite di tutta la decorazione della chiesa la fsona superiore della scena del Giudizio universale, cioè il Cristo tra gli Apostoli, alcune immagini angeliche e gruppi di eletti e reprobi. Tuttavia a S. Cecilia il C. dipinge direttamente su muro con tecnica più libera che non sia il musaico dai convenzionalismi di tradizione orientale. Ciò gli consente, specie nel campo cromatico, più che innovazioni, perfezionamenti di notevolissimo rilievo. Le forme sembrano realmente plasmate in una ricca pasta densa di umori che si rivela alla luce già viva di toni propri. Anche i tipi delle immagini s'affrancano sempre più da quelli consacrati dalla tradizione ma, più che diversi, anche per alcuni facili raffronti con l'antica ritrattistica romana, appaiono come animati da un nuovo spirito. Gli apostoli di S. Cecilia, imponenti, statuari, solenni, appartengono ad una nuova generazione di immagini che qui per la prima volta si rivela. Il Cristo giudice che siede in mezzo a loro ha il volto illuminato da una luce di spiritualità altissima derivante da una perfetta pace interiore che fa di questa immagine cosa nuova. A Napoli, dove visse almeno una decina d'anni, il C. dette probabilmente l'idea di tutta la decorazione della chiesa di S. Maria Donna Regina, ma alla sua mano appartengono solo quelle coppie di apostoli, santi e profeti che entro otto riquadri, quattro per parte, appaiono verso il presbiterio ai lati delle finestre; il resto è opera di seguaci e continuatori che operarono anche dopo che il C. s'era allontanato dalla città.
Queste immagini cavalliniane di Napoli, dipinte oltre venti anni dopo quelle di S. Cecilia, quando il maestro doveva essere intorno ai 70 anni, mostrano un ulteriore sviluppo delle forme e della umana spiritualità del maestro, certo determinate da approfondimenti e nuove esperienze realizzate da lui, più che per la conoscenza ch'egli certo ebbe a Roma delle opere di Giotto, dall'influsso su lui

esercitato dalla grande personalità di Arnolfo che il C. conobbe e con il quale forse ebbe dimestichezza negli anni in cui erano insieme intenti a lavorare nelle chiese di S. Cecilia e S. Paolo. Ciò senza dire che sia il C. medesimo quel Socio Petro della iscrizione arnolfiana del ciborio di S. Paolo.
Quanto rimane dei musaici dell'antica facciata di S . Paolo, posteriori ai lavori di Napoli, non consente un giudizio. Il Vasari assegna al C. anche un'opera di scultura: il grande crocifisso ligneo della cappella del Sacramento a S. Paolo. L'attribuzione vasariana, che per lungo tempo era stata del tutto trascurata, merita invece ogni considerazione. Quella scultura è certamente il capolavoro della plastica romana agli inizi del sec. xiv ed è opera di un maestro la cui cultura e la cui esperienza non differiscono da quelle proprie del C. in quegli anni.
Oltre i tre grandi cicli pittorici di cui sopra s'è detto, vengono assegnate al maestro altre opere; fra tutte le più vicine a lui sono la decorazione dell'abside della chiesa romana di S. Giorgio in Velabro e la lunetta della tomba del card. d'Acqusaparta nella chiesa dell'Aracoeli, ma anche in queste pitture non è forse possibile riconoscere che la mano di fedeli seguaci, alcuni del quali, quasi sempre di scarso valore, ripeterono come stanca eco le forme del maestro fin oltre la metà del ' 300 nel Lazio, in Campania e anche in Umbria ove, specie a Perugia, all'inizio del secolo, si trovano parecchie opere di intonazione cavalliniana.
Temperamento austero, meditativo, religioso, Cimabue (v.), Duccio (v.), il C. appartiene alla generazione che precede quella di Giotto. Nutrito della cultura che era propria dei pittori aulici e bizantineggianti romani, fu sempre incline ad approfondire ogni atteggiamento tradizionale per risolverlo in una propria esperienza. Ciò lo portò attraverso le
cognizioni dell'arte neoellenistica orientale, di cui allora erano frequenti gli esemplari in Italia, a risalire fino alle fonti del classicismo antico.
Con il progredire degli anni l'intonazione del linguaggio artistico cavalliniano va gradualmente mutandosi non solo come perfezionamento di mezzi espressivi, ma anche come superamento di quelle idee e di quei "sentimenti medievali" che apparivano nelle sue prime opere. Negli affreschi di S. Maria Donna Regina a Napoli i suoi personaggi esprimono essenzialmente il mondo della fantasia altamente poetica del maestro, e lo esprimono con accordi cosi diretti ed immediati da darci un senso di appagamento quale è proprio dell'arte classica. - Vedi Tavv. LXX-LXXI.
Bod.: F. Hermonin, Gli affreschi di P. C. in S. Cecilia in Trastevere (Galerie Nazionali Italiane, 5), Roma 1902, p. 61 sgg.; id., s. V. in Thieme-Becker, VI, p. 224 (con bibli. prec.); S. Lothrop, P. C., in Memoires of the American Academy in Rome, II, Bergamo 1918, p. 77; E. Lavagnino, P. C., in Rivista Roma, 3 (1925, viI, viII, IX), pp. 303-13, 357-48, 570-81; A. Bundocesanu, P. C. e la pittura romana del Dossento e Trecento, in Ephemeris Dacoromana, 3 (1925), pp. 259-406; P. Toezca, Storia dell'arte, Torino 1927, p. 981 sgg.; L. Colani, Nota sugli esordi di Giotto, in Critica d'arte, 3 (1937), p. 124 sgg.; id., I Primitivi, I. Novara 1941, pp. xxxviI-xxixi; E. Lavagnino, Il Crucifisso della basilica di S. Paolo, in Rivista del R. Istituto di arch. e st. dell'arte, 8 (1941), pp. 217-27; O. Morisani, Pittura del Trecento in Napoli, Napoli 1946, p. 26 sgg. Emilio Lavagnino