DUCCIO di BUONINSEGNA. - Pittore senese. Il primo ricordo della sua attività è del 1278, anno nel quale il Comune di Siena gli pagava la decorazione di dodici casse che dovevano servire di custodia per gli atti pubblici. Ma nonostante la modestia di tali inizi, dovette salire ben presto in fama anche fuori della sua città, se nel 1285 la confraternita dei Laudesi di S. Maria Novella di Firenze gli allogava una grande tavola d'altare che oggi la critica, salvo qualche eccezione, è ormai pressoché concorde nell'identificare con la monumentale Madonna nella cappella Rucellai della stessa chiesa. Dal 1285 al 1295 è varie volte ricordato come « pittore di libri », cioè come decoratore delle copertine dei registri di Biccherna e di Gabella (uffici finanziari del Comune di Siena); nel 1295, insieme con Giovanni Pisano ed altri maestri, dava consiglio
sulla costruzione della fonte al Pian d'Ovile di Siena e nel 1302 dipinse una tavola, oggi perduta, per la cappella interna del palazzo Pubblico.
Il 9 ott. 1308 l'operaio del Duomo messer Jacopo di Gilberto Marescotti gli commetteva la grande tavola dipinta da ambo i lati, con predella e cimasa, da porsi sull'altare maggiore della Cattedrale: a questa grandiosa opera, chiamata la Maestà, D. attese ininterrottamente per 32 mesi, e quando egli l'ebbe compiuta, il 9 giugno
1311, una folla di popolo insieme con il clero e con la signoria ne accompagnò con grandi feste il trasferimento dalla bottega dell'artista, sita in via Stalloreggi, alla Cattedrale. Nel 1506 essa fu tolta dall'altar maggiore del Duomo e nel 1795 le due facciate vennero separate e collocate nelle cappelle di S. Ansano e del Sacramento, dove stettero fino al 1881, quando furono trasferite nel museo dell'Opera. Sono forse andati perduti quattro pannelli del coronamento, mentre delle storiette della predella due sono perdute e otto se ne conservano a Londra,
a Nuova York e a Washington. Alcuni documenti alludono ad insolvenze pecuniarie dell'artista, che nel 1299 subì due piccole condanne, per aver mancato di giurar fedeltà al capitano del popolo e per non essersi arruolato con le milizie cittadine nella spedizione contro i baroni di Maremma. Morì tra il 1315 e il 1318, e gli sopravvissesse la moglie Taviana; dei suoi otto figli risulta che almeno quattro furono pittori ma ci è ignota la loro attività.
La Maestà, oltre che uno dei più grandi capolavori della pittura medievale, è anche la sola opera sicuramente documentata di D., il quale così volle ricordarsi in una invocazione scritta sul gradino del trono della Madonna: MATER SANCTA DEI - SIS CAUSA SENIS REQUIET - SIS DUCIO VITA - TE QUIA DEFINNIT ITA. Nel prospetto infatti è raffigurata la Vergine con il Bambino in trono, circondata da venti angeli adoranti, da s. Caterina d'Alessandria, s. Paolo, s. Giovanni Evangelista, s. Giovanni Battista, s. Pietro e s. Agnese. In primo piano stanno inginocchiati i quattro patroni di Siena, s. Ansano, s. Savino, s. Crescenzio e s. Vittore, mentre lungo il bordo superiore della tavola si allineano sotto arcatelle i busti degli altri Apostoli. Il tergo è suddiviso in ventisei scomparti illustranti la Passione di Cristo, dall'ingresso a Gerusalemme fino all'apparizione ad Emmaus. La predella reca nella parte anteriore sette storiette dell'infanzia di Gesù, intervallate da sei figure di profeti e in quella posteriore dieci episodi della vita di Cristo: i pannelli che costituiscono il coronamento illustrano la vita di Maria dopo la Risurrezione e le ultime apparizioni di Cristo. La predella e il coronamento furono terminati probabilmente dopo il 1311: tuttavia il grandioso complesso risulta di una mirabile omogeneità stilistica, e deve ritenersi tutto eseguito dalla mano di D., ad eccezione di qualche pannello nel coronamento, dove il pittore forse si valse dell'aiuto di un collaboratore. Lo schema iconografico delle storiette, al pari di quello della grande composizione del prospetto, è ancor di schietta tradizione bizantina: quella tradizione bizantina rinvigoritasi tra il IX e il XII sec., dal rigerminare di spiriti e forme della


(fot. Alinari)
E. Carli, Vetrata ducentesca, Firenze 1946; C. Brandi, Carmine o della pittura, ivi 1947. Enzo Carli