CHIOSTRO (CLAUSTRUM)

CHIOSTRO (Claustrum). - In senso monastico indica, nei tempi remoti, quel sito chiuso che, secondo le regole più antiche di s. Pacomio, di s. Basilio, dei ss.

Paolo e Stefano ecc., i monaci non dovevano oltrepassare senza il permesso del superiore. Anche nella Regola di s. Benedetto (IV, 67, ed. C. Butler, Friburgo in Br. 1912, pp. 21 e 118) i claustra monasterii indicano la cinta del monastero e non ciò che più tardi si chiamerà il c. Ancora in questo senso si esprimono i Concili di Francoforte nel 794, di Magonza e di Tours nell'813 e d'Aquisgrana nell'816, come pure molte costituzioni dell'epoca carolingia, quando si ricordano claustra monachorum canonicorum e clericorum senza meglio specificare, ma non allontanandosi dal senso che evince dal seguente passo del Breciloquium: «Claustrum dicitur inhabitatio religiosorum, vel domus includens monachos et moniales sub certa regula viventes».
L'idea di raggruppare vicino alla chiesa gli appartamenti tanto della vita comune dei monaci, come la sala del Capitolo, il refertorio e la biblioteca, quanto dei servizi particolari, ossia cucina, forno, officine ecc., venne suggerita in seguito dal bisogno di rendere più rapido il passaggio ai monaci, frequentemente convocati in chiesa di giorno e di notte, e di evitar loro gli inconvenienti delle intemperie.
Tuttavia il sistema di distribuire detti locali attorno ad un cortile non è stato subito uniformemente inteso, come informano i piani dei monasteri egizi di Saqqarah e di Dejr, di quello di Saqqah in Siria, che rimonta al sec. v, di quello di el-Barah e degli stessi monasteri del monte Athos. Soltanto nella vita di s. Filiberto, che costruì la chiesa ed il monastero di Jumièges (Vita s. Filiberti obbat. Gemeticensis, cap. 7: J. Mabillon, Acta SS. O. S. B., II, ad an. 684), s'incomincia ad intravvedere qualche cosa di reale che prelude a quanto prevarrà finalmente nei monasteri di Occidente. Il piccolo c. contiguo alla basilica di S. Vincenzo alle Tre Fontane di Roma, che Hübsch fa risalire al sec. viI, è il più antico esemplare, nei monasteri occidentali, dello spazio quadrato o rettangolare contornato da portici sui quali si aprono gli ambienti prescritti dalla regola, anche se in seguito le officine verranno allontanate in luoghi differenti. Il grande monastero di S. Gallo, che risale all'anno 820 , offre anch'esso, nella sua splendida conservazione, un c. a fianco della chiesa, molto simile a quello di S. Anastasio alle Tre Fontane.
Ma nel sec. ix la posizione del c. in rapporto all'insieme delle costruzioni del monastero non era ancora irrevocabilmente fissata: per la ricostruzione del monastero di Fulda, avvenuta nel primo quarto del detto secolo, mentre alcuni monaci lo desideravano contra partem meridianam basilicae, altri lo reclamavano "romano more", contra plagam occidentalem (Candidus, Vita Eigilis, 22). Comunque il c. con la relativa sistematica distribuzione degli ambienti necessari alla vita dei monaci intorno ad esso è ormai divenuto un elemento indispensabile del monastero occidentale, come il peristilio nelle antiche case romane.
BinL.: H. Leclercq. Cleltre, in DACL, III, coll. 1991-2012. Alberto Galeti
Arte. - L'idea di un cortile porticato per il di-

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Chiossro - C. del convento di S. Francesco (sec. xvi) - Ascoli Piceno.

simpegno degli ambienti negli edifici monastici è do-
vuta a necessità pratiche della vita claustrale; è forse causale la relazione con il peristilio delle ville romane; più logica quella con il paradisus antistante alle basiliche protocristiane, adattato alle esigenze conventuali.
Dalle incerte descrizioni rimasteci delle abbazie benedettine non si può dedurre che sin dall'inizio esistesse un c. nella forma attuale; ma un dato positivo che ne conferma la diffusione è fornito dai canoni dei Concili già ricordati di Francoforte (794), Magonza (813), Tours (813) e Aquisgrana (816). Nel medioevo esso è usato, oltre che nei monasteri, anche nelle chiese cattedrali e collegiate. Non restano attualmente c. anteriori all'xi sec., ma una rappresentazione assai più antica è nella famosa pianta del monastero di S. Gallo ( 820 ca.) per cui se ne può dedurre con quasi certezza l'esistenza negli altri coevi benedettini (Farfa, Fulda, Montecassino, prima della ricostruzione dell'abate Desiderio).
Prevale la pianta quadrata o a rettangolo poco allungato, con al centro il cántoro per le abluzioni derivato dal paradisus (SS. Quattro Coronati a Roma), al quale poi subentra la cisterna con il puteale che durerà per tutto il ' 500 (S. Spirito a Firenze, S. Martino a Napoli) e sarà poi sostituito dalla fontana (S. Chiara a Napoli). Oltre questo c. di fianco alla chiesa, di accesso agli ambienti di uso comune (relettorio, dormitorio, Capitolo), ne esisteva nelle grandi abbazie un altro più interno riservato all'abate ed alle autorità, prossimo alla biblioteca ed all'infermeria. Il primo serviva per sepoltura anche di laici (SS. Annunziata a Firenze); nelle cernose il c. grande dà spesso accesso diretto alle celle dei frati (Pavia, S. Maria degli Angeli a Roma).
Già nel sec. xi si nota una certa uniformità nell'impostazione generale per la limitazione delle aperture, sostenute per lo più da colonnine binate (S. Cosimato a Roma, S. Lizier presso i Pirenei), al solo piano terreno, essendo del tutto eccezionale la sovrapposizione delle arcate (Torri presso Siena e triplice loggiato).
Una maggiore varietà stilistica è per l'adozione di capitelli figurati (Moissac, St-Cugat del Vallès, Gerona e molti altri c. spagnuoli), mentre a Roma sopravvivono reminiscenze classiche (SS. Quattro Coronati, S. Lorenzo fuori le mura) che verranno sviluppate e arricchite da una ricerca di effetti pittorici nell'opera dei Cosmati e dei Vassalletto (v.) culminante nei capolavori di S. Giovanni in Laterano e di S. Paolo fuori le mura.
CIRCONCESII (v.) determina opere di transizione nel Lazio meridionale (Fossanova), nel viterbese (S. Maria della Verità) e nell'Italia settentrionale (S. Andrea di Vercelli), mentre il Mezzogiorno risente di influssi orientali nella struttura (arcate a ferro di cavallo in S. Sofia di Benevento) e nella decorazione policroma che raggiunge talora effetti fantastici (Monreale).
Nei paesi d'oltralpe le tendenze gotiche si manife-

stano con varietà di espressioni dalla svelta eleganza di Mont St-Michel alla severa imponenza di Poblet al decorativismo tardo di St-Juan de los Reyes a Toledo.
La persistenza della tradizione romanica in Toscana (c. verde di S. Maria Novella del 1350) fa si che anche in questo campo la regione sia pronta ad accogliere per prima le forme rinascimentali attuate dal Brunellesso (S. Croce) e da Michelozzo (S. Marco). Questi schemi sono portati a Roma da Giuliano da Sangallo (S. Pietro in Vincoli) e contemporaneamente si sviluppano in Lombardia (Certosa di Pavia) per raggiungere la più matura espressione nelle opere bramantesche (S. Ambrogio e S. Maria delle Grazie a Milano, S. Maria della Pace a Roma). Il nuovo senso della proporzione si manifesta nell'adozione di un modulo unitario in sostituzione del raggruppamento delle aperture e degli elementi di sostegno. In questo periodo si distinguono per la singolarità di stili locali prodotti dalla sovrapposizione delle correnti rinascimentali sulle forme tradizionali, la Spagna (c. grande di S. Giacomo di Compostella) e il Portogallo (S. Maria di Belem).
Il movimento della Controriforma non apporta speciali modifiche al tipo del c. che segue la generale evoluzione delle forme architettoniche: da notare soltanto che per la sempre più frequente soppressione del parapetto, che accentuava alle ali il carattere di corridoi aperti, esso tende a trasformarsi in un comune cortile porticato. Forse soltanto Michelangelo a S. Maria degli Angeli riesce a costituire quella atmosfera di severo raccoglimento che ci riporta alla tradizione originaria. Solo in parte raggiungono questo effetto l'Ammannati (secondo c. di S. Spirito) e il Dosio (S. Martino a Napoli, proseguito dal Fanzago).
Nel Seicento spicca anche in questo campo per genialità di concezione l'opera del Borromini che nel c. di S. Carlino a Roma introduce il motivo della serliana ed annulla ogni senso di limitazione spaziale.
Opposte correnti si susseguono e si sovrappongono nel Settecento dalla concezione illusionistica dei c. di

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Chiosiro - C. del convento di S. Carlino alle Quattro Fontane, di F. Borromini (sec. xvir) - Roma.

Montecassino all'ampiezza di giardino ravvivata dalla policromia delle maioliche in S. Chiara a Napoli all'imponenza classicheggiante di S. Agostino a Roma al gelido accademismo del c. dei Cappuccini a Parigi.
Nell'Ottocento si distingue l'opera del Carimini che in Roma, pur con qualche ecclettismo decorativo, raggiunge espressioni appropriate al tema in S. Antonio da Padova e nel monastero delle Suore di Cluny. - Vedi Tavv. XCVI-XCVII.

Bibl.: P. Toesca, Storia all'arte italiana nel medioevo, Torino 1927, passim: M. Dieulafuy, Spagna e Portogallo (Ars una, species mille, 5), Bergamo 1931, passim; Venturi, VIII, 1 (1938), passim; XI, i e it (1939), passim; P. Lavedan, L'architecture française, Parigi 1944, passim.
Mario Zocca