CLEMENTE XIII, PAPA

CLEMENTE XIII, papa. - Carlo Rezzonico, n. a Venezia il 7 marzo 1693 da famiglia oriunda di Como e da poco inserita nel Libro d'oro (1687). Studiò nel collegio dei Gesuiti di Bologna. Si laureò
CLEMENTE XIII, papa. - Carlo Rezzonico, n. a Venezia il 7 marzo 1693 da famiglia oriunda di Como e da poco inserita nel Libro d'oro (1687). Studiò nel collegio dei Gesuiti di Bologna. Si laureò
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in teologia e diritto canonico nell'Università di Padova. Due anni dopo (1714) entrò nell'Accademia dei nobili di Roma. Ordinato sacerdote, fu mandato da Clemente XI governatore a Rieti e quindi a Fano. Richiamato a Roma nel 1725, divenne uditore di S. Rota per Venezia (Decisiones S. Rotae Romanae coram R. P. D. Carolo Rezzonico, 3 voll., Roma 1759). Clemente XII lo creò cardinale diacono di S. Nicolò in Carcere il 20 dic. 1737, e Benedetto XIV lo chiamò a succedere al card. Ottoboni nella sede vescovile di Padova ( 21 marzo 1743), che il Rezzonico onorò con opere insigni, quali il Sinodo (1746) e la ricostruzione del Seminario (Il Seminario di Padova, Padova 1911, pp. 227-31), e più con lo zelo apostolico, l'inesauribile carità e la santità della vita. Infatti i Padovani lo dicevano «il santo». I cardinali raccolti in conclave dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV (3 maggio 1758), cadute le candidature dell'Archinto, del Cavalchini e del Passionei, su proposta dell'austriaco card. De Roth, furono d'accordo sul Rezzonico, che assunse il nome di C. XIII. Era di natura mite e generosa, di spirito sveglio e perseverante, e di instancabile attività nel lavoro, come lo giudicò il Cordara suo contemporaneo. Però mancava di larghezza di Idee e chiaroveggenza sui suoi tempi. Non ammetteva transazioni e patteggiamenti di sorta, e la sua politica quindi non poteva riuscire che in perfetta antitesi con quella del suo antecessore. Di questa politica fu arbitro il card. Luigi Torrigiani, successore del card. Archinto (ott. 1758) nella segreteria di Stato; era uomo risoluto e inflessibile e grande amico dei Gesuiti. Si combatteva allora in Europa la guerra dei sette anni. C., notificando ai principi la sua esaltazione al pontificato, li esortò caldamente alla pace. Nel 1763-64 dall'Italia meridionale e dal Lazio, in occasione di gravissima carestia, si accorreva a Roma; C. accolse e sfamò quotidianamente per lunghi mesi 6 mila forestieri e 8 mila sudditi.
Ciò non gli impedì di intraprendere e continuare grandi opere pubbliche. Se non poté attuare l'idea, pur tanto accarezzata, del prosciugamento delle paludi Pontine, favorì l'arte a Roma (sotto il suo pontificato fu compiuta la Fontana di Trevi). Acquistò in varie occasioni preziosi manoscritti per la Vaticana, alla quale diede un regolamento assai rigoroso (ag. 1761). Favorl le arti e gli artisti, specialmente Raffaele Menga e Giovanni Battista Piranesi. Affidò l'ufficio di commissario delle antichità al Winckelmann. Protesse anche gli studi. Lodò l'Illyricum sacrum di Daniele Farlati, rese possibile la pubblicazione della Inscriptiones Romanae infimi soci ( 3 voll., Roma 1760) del benedettino Pier Luigi Galletti. Ferma e vigile fu la sua posizione di fronte al movimento illuministico : condannò il De l'esprit dell'Helvetius, l'Emile di Rousseau e l'Encelopedia di D'Alembert e Diderot ( 3 sett. 1759). Con un'enciclica additò ai vescovi il pericolo della letteratura anti-cristiana e invitò a combatterla ( 25 nov. 1766). Quando sotto lo pseudonimo di Giustino Febronio, Giovanni Niccolò von Hontheim (1701-90), vescovo coadiutore di Trevi, pubblicò il De statu Ecclesiae et legitima potestate Romani pontificis (1763), sommamente lesivo del primato di giurisdizione del papa, tale opera fu messa all'Indice ( 27 febbr. 1764). C. vide un'àncora di salvezza nella devozione al S. Cuore di Gesù, di cui istituì la festa nel 1765. Canonizzò : Giuseppe Calasanzio, Giuseppe da Copertino, Girolamo Miani, Giovanna Francesca di Chantal e Giovanni Canzio, molti altri proclamò beati, tra i quali il parente e antecessore nella sede di Padova, Gregorio Barbarigo ( 20 sett. 1761).
Resero più difficile il pontificato al malaticcio C. la lotta delle corti borboniche contro i Gesuiti.
Cominciò nel Portogallo, dove il marchese di Pombal, incolpandoli dell'attentato contro il re Giuseppe Ema-

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(1st. Alinori)
Clemente XIIJ. papa - Ritratto di C. XIII di R. Menga Milano, pinacoteca Ambrosiana.

nuele ( 3 sett. 1758), parte li chiuse in carcere e parte li deportò a Civitavecchia. C. protestò contro questa disposizione arbitraria. Il Pombal espulse il nunzio papale (4 giugno 1760) e troncò i rapporti con la S. Sede ( 7 luglio 1760). Seguì la Francia, ove il rifiuto della Compagnia di risarcire i danni del fallimento del p. Lavallette, diede occasione al Parlamento, sobillato dal ministro Choiseul e dalla Pompadour, e decretarne l'espulsione (1^{°}apr. 1762). Invano C. scongiurò il re di impedire il sopruso, e pubblicò la costituzione Apostolicum poscendi munus in lode della Compagnia ( 7 genn. 1765). Anche la Spagna non volle essere da meno. Un ordine improvviso e segreto espulse i Gesuiti nell'apr. 1767. Poco dopo il ministro Tanucci, che governava il regno di Napoli a nome del giovane Ferdinando IV, dichiarò soppressa la Compagnia nel Mezzodi (31 ott.). Nuove e più aspre proteste del Papa. Quando poi anche il Du Tillot, ministro di Ferdinando di Parma, cacciò i Gesuiti dal ducato, feudo papale, C. reagì vigorosamente con il monitorio del 30 genn. 1768 , che annullava i provvedimenti presi nel ducato contro la S. Sede, e ne scomunicò gli autori. Le corti borboniche, unite nel "patto di famiglia", ne menarono grande scalpore. La Francia occupò Avignone e contado Venassino, Napoli occupò Pontecorvo e Benevento, la Spagna presentò rudi imposizioni. Nel genn. del 1769 gli ambasciatori di Francia, Spagna e Napoli domandarono formalmente la soppressione della Compagnia. C. dichiarò agli intimi che si sarebbe fatto regliar le mani piuttosto che sottoscrivere l'abolizione. Convocò per il 3 febbr. la Congregazione cardinalizia speciale per gli affari dei Gesuiti; ma non poté tenere l'adunanza, poiché un colpo apoplettico pose fine al suo lento martirio (2 febbr. 1769). Fu sepolto in S. Pietro, ove i familiari gli fecero erigere il monumento sepolcrale, capolavoro del Canova.

Bibl.: J. de la Servière, s. V. in DThC, III, 1, coll. 115-224; Pastor, XVI, 1, pp. 465-1053; E., Rota, Le origini del Risorgimento, II, Milano 1938, p. 786 sgg. Ireneo Daniele