CONCILIA RISMO. - Errore ecclesiologico, secondo cui il concilio ecumenico è superiore al papa. L'origine remota del c. si trova nel principio giuridico (Decreto di Graziano, dist. XL, c. 6) secondo il quale il papa può essere giudicato dalla Chiesa in caso di eresia. Questa massima, che s'incontra in tutto il medioevo, diffusa l'idea che c'erano dei casi in cui il papa poteva soggiacere a un giudizio dei suoi sudditi. Quando alla fine del sec. XIII e al principio del XIV le lotte di Bonifacio VIII con Filippo il Bello e di Giovanni XXII con Ludovico il Bavaro scosse nella mente di molti l'autorità e il prestigio del romano pontefice, il vecchio principio fu invocato e arricchito di amplificazioni : non solo nel caso di eresia, ma anche quando nell'esercizio
del suo potere esorbiti, il papa può essere richiamato all'ordine: proprio in quel tempo gli appelli al concilio si fecero frequenti.
In tale clima nacque il Padova (v.), secondo il quale Gesù Cristo non ha costituito sulla terra nessun suo vicario, che sia il capo della Chiesa, avendo tutti i ministri della religione uguali poteri; il papato è una creazione dell'imperatore, il quale può correggere e deporre i detentori della tara; l'organo supremo del regime ecclesiastico non è il papato, ma il concilio ecumenico, convocato per autorità imperiale e costituito non solo di vescovi e di preti, ma anche di laici; i suoi decreti vengono subito dopo la Scrittura e prima delle decreti pontifici e hanno piena applicazione in forza del potere imperiale. Se il concilio ecumenico conserva al papa il potere direttivo, che per un complesso di circostanze fu affidato in passato al vescovo di Roma, ciò non significa che tale mandato non possa essere revocato.
Malgrado la condanna di Giovanni XXII, questi errori, patrocinati e amplificati (p. es., negazione dell'infallibilità) dal minorita ribelle Guglielmo Occam (v.), si diffusero largamente, soprattutto in Baviera. Quando lo scisma d'Occidente (1378-1417) funesto la Chiesa, molti, anche bene intenzionati, trovarono in queste teorie la via d'uscita da tanti mali. Proprio all'inizio dello scisma, due dottori tedeschi dell'Università di Parigi ridussero a sistema la dottrina conciliare: Corrado di Gelnhausen ed Enrico di Langenstein. Il primo pubblico nel 1380 un'Epistola concordiae, l'altro nel 1379 un'Epistola pacis, dove si caldeggia la necessità di un concilio ecumenico e si propone un vasto piano di riforma; ma mentre Corrado attribuisce ai vescovi convocati il supremo potere, Enrico ne vede l'origine nella collettività dei fedeli. Queste teorie avranno il loro ulteriore sviluppo in Pietro d'Ailly (1350-1420), brillante dottore e cancelliere dell'Università di Parigi. Occamista convinto in parecchi punti dottrinali, fin dal 1380 si fece portavoce dei dubbi, che, in mezzo a tanti trambusti, avevano turbato gli spiriti migliori. È inverosimile, dice, che il Signore abbia fondato la firmitas Ecclesiae in Petri infirmitate, giacché Pietro e i suoi successori hanno tante volte errato; si deve pertanto ritenere che la Chiesa è fondata su Gesù Cristo e che il papa non le è essenziale; quindi ogni potere discende direttamente da Dio ai vescovi e ai preti, i quali adunati in concilio costituiscono l'autorità suprema della Chiesa, superiore quindi al papa. Questi può dirsi capo della Chiesa soltanto ministerialiter exercens e administrative dispensans e siccome può errare, e perfino cadere in eresia, dovrà in tal caso essere corretto e anche deposto. Solo la Chiesa universale è infallibile, nel senso che se anche tutto il clero cadesse nell'errore, vi sarà sempre qualche anima semplice e qualche pio laico che saprà custodire il deposito della Rivelazione. Tali le idee dell'abbé cancelliere, che divenne ben presto arcivescovo di Cambrai (1397) e cardinale avignonese (1411) e uno dei presidenti del Concilio di Costanza. Gerson (v.), che andò più oltre del maestro. Mentre infatti Pietro d'Ailly, svolgendo le idee di Corrado di Gelnhausen, concepì la Chiesa come una aristocrazia episcopale, Gersone, seguendo la linea tracciata da Enrico di Langenstein, si fece patrocinatore prima di una democrazia temperata (i parroci hanno voto definitivo nel concilio come i vescovi, essendo tanto gli uni quanto gli altri d'origine divina), poi cadde nel multitudinariismo, insegnando che tutto il corpo mistico dei fedeli ha pari diritti nel governo ecclesiastico, che trasmette però ai vescovi e al papa. Di qui la logica deduzione che il concilio ecumenico, ma anche l'intera comunità, può richiamare il papa al dovere e, se è necessario, deporlo.
Gersone però, uomo veramente pio, fu nella sua condotta migliore delle sue idee. Intanto però queste, sotto l'egida di un così grande uomo, si diffusero e furono praticamente applicate nei Concili di Costanza e di Basilea e mentre penetrarono nella mente di molti scrittori, favorirono lo sviluppo delle eresie contemporanee (Wycliffe di Hils) e susseguenti (luteranesimo, calvinismo, anglicanesimo) per rifugiarsi, dopo il Concilio di Trento, presso quei cattolici francesi che, in nome delle libertà gallicane (v. GALLICANESIMO), osteggiarono per secoli il libero esercizio dell'autorità pontificia. L'errore entrò vivo ancora nel Concilio Vaticano, nel quale però ricevette il colpo di grazia (Denz-U, 1830).