CREDIBILITÀ RAZIONALE DELLA FEDE CATTOLICA

CREDIBILITÀ RAZIONALE DELLA FEDE CATTOLICA. -

I. Nozione

Credibile significa etimologicamente tutto ciò che può essere oggetto di credenza o di fede. Se non che queste due parole sono intese in sensi diversi dagli psicologi odierni. Per alcuni la credenza è una persuasione senza prove. Secondo altri la credenza è un assentimento che esclude il dubbio, ma che dipende più dalla volontà, dal sentimento, dall'istinto, dall'educazione, dall'ambiente, che non dalla riflessione; e si giunge sino ad affermare che si nasce credenti come si nasce increduli. Più comunemente la credenza è presa nel senso di una convinzione non fondata su solidi motivi ra

zionali, e che quindi non implica la certezza. E sarebbe diversa dall'opinione solo perché l'opinione è consapevole dell'insufficienza delle ragioni su cui si basa. La parola fede poi è comunemente presa come sinonimo di credenza.

Applicando tali concetti alla fede cattolica, si afferma che questa è l'adesione ad un ordine di idee senza prove sufficienti; o la persuasione certa e invincibile di pretese verità rivelate da Dio, anche se dimostrate irrazionali; o una convinzione puramente soggettiva, non dedotta dal ragionamento ma opera del sentimento; o un'aspirazione della volontà verso l'infinito; o un bisogno quasi istintivo del divino ecc. Queste concezioni della fede cattolica sono interamente false.

Nel linguaggio teologico, come del resto nell'uso volgare, si dice ragionevolmente credibile ciò che viene attestato da persona degna di fede, cioè competente e verace. Vi è una fede divina e una fede umana, secondo che l'autorità attestante è umana oppure divina. Nell'uno e nell'altro caso la fede è un atto dell'intelletto, in quanto la conoscenza di una verità non può essere oggetto di potenza volitiva o sensitiva.

La fede cattolica poi è definita dal Concilio Vaticano «una virtù soprannaturale per la quale, con l'ispirazione e l'aiuto della Grazia di Dio, crediamo vere le cose che Egli ha rivelate, non perché con il lume naturale della ragione noi ne vediamo l'istintiva verità, ma per l'autorità di Dio stesso rivela, il quale non può ingannarsi né ingannare» (Dezin-U, 1789).

Per la credibilità razionale della fede umana è necessario e sufficiente dimostrare il fatto della testimonianza e la competenza e sincerità dell'attestante. Analogo processo si segue per la c. r. della f. c. Dimostrata filosoficamente l'esistenza di Dio, verità infinita, si prova storicamente l'esistenza della Rivelazione divina, legittimamente conservata e autenticamente interpretata ed insegnata dalla Chiesa cattolica romana. Queste due dimostrazioni sono le due premesse del seguente sillogismo, la cui conclusione costituisce il giudizio di c.: tutto ciò che Dio, verità infallibile, rivela, è ragionevolmente credibile; ma Dio ha rivelato le verità della fede cattolica; dunque queste verità sono ragionevolmente credibili.

In questo ragionamento interviene anche la volontà, ma solo in modo indiretto. La volontà come i sentimenti e le passioni hanno un grande influsso nei nostri ragionamenti, specialmente quando si tratta di verità che esigono lunghe e complicate ricerche, suscitano difficoltà ed obiezioni e impongono oneri gravi. Troppo spesso avviene che l'«affetto l'intelletto lega» e che «quod volumus credimus».

Occorrono allora maggiore attenzione dell'intelletto, costanza nello studio, sforzo di oggettività, coraggio per imporre silenzio ai dubbi sofistici e alle vane inquietudini, dominio delle passioni, amore della verità a qualsiasi costo. Creare tali disposizioni morali, rimuovere gli ostacoli che si frappongono al riconoscimento della verità, condurre alla verità tutta la nostra anima, sono compiti della volontà; la quale però non sostituisce né rafforza oggettivamente nessun argomento di ragione.

Il sillogismo della c. della f. c. si applica a tutte le verità contenute nel deposito della divina Rivelazione. La c. r. è una proprietà comune a tutte e singole le verità di fede. Essa non dà l'evidenza intrinseca, la visione diretta, la scienza dei dogmi cattolici o dei misteri cristiani i quali restano incomprensibili. Dimostra però la loro verità estrinseca, cioè la loro esistenza reale, in quanto essi sono garantiti dall'autorità infallibile di Dio.

Il giudizio di c. non è ancora l'atto di fede soprannaturale. Conosciuta la c. r. della f. c. il nostro intelletto compie un altro atto preparatorio a questa fede. Considerando che la religione rivelata da Dio è l'unica

vera e obbligatoria per tutti e che dalla sua pratica dipende la salute eterna di ciascun uomo, noi si deve logicamente concludere che la fede cattolica è un nostro imprescindibile dovere. Questa conclusione è chiamata nel linguaggio tecnico teologico il giudizio di credenti. Esso si distingue dal giudizio di c., perché è motivato da argomenti diversi, quali sono la nostra doverosa sottomissione al magistero divino e la nostra salute eterna.

E quando con l'ispirazione e l'aiuto della Grazia divina il nostro intelletto presta a Dio il libero ossequio della fede, esso crede, non per i motivi di credenti, ma per l'autorità di Dio rivelante, motivo formale della fede cattolica. Bisogna dunque tenere distinti i motivi di c. dai motivi di credenti a del motivo formale di fede.

II. NECESSITÀ

Il giudizio di c. r. è la condizione necessaria per ogni credente, affinché la sua fede sia ragionevole, ferma, obbligatoria, come deve essere secondo la dottrina cattolica. La divina sapienza non avrebbe potuto imporci l'accettazione di verità superiori alla nostra comprensione, necessarie alla nostra eterna salute, da credersi solo per l'autorità di Dio rivelante e con fede così ferma e irrevocabile da dover subire il martirio piuttosto che rinnegarla, senza averci dato le prove certe e sicure che tali verità sono state realmente rivelate da Dio.

III. DIMOSTRABILITÀ

La c. r. della f. c. può essere dimostrata con certezza (v. APOLOGETICA). Le prove di questa dimostrazione sono chiamate con diversi nomi dai teologi: sono dette criteri (logici), in quanto fanno distinguere la Rivelazione divina dalle false rivelazioni umane; segni perché designano la vera rivelazione; motivi, movendo essi l'intelletto all'assenso; argomenti, in considerazione del loro valore dimostrativo.

Questi argomenti sono molteplici, di diverso valore probativo e possono essere variamente classificati; in alcuni trattati teologici se ne trovano lunghi e complicati elenchi. Sostanzialmente si possono vedere, secondo la loro natura, in due classi: trinsecchi ed estrinsecchi (alla dottrina rivelata); e, secondo il loro valore dimostrativo, in altre due categorie: primari e secondari. Gli argomenti intrinsecci, detti anche interni, sono desunti dai caratteri o doti della dottrina rivelata, dal modo della sua predicazione e dai suoi frutti connaturali. Gli estrinsecchi, anche esterni, si riducono ai fatti miracolosi, in genere, compiuti da Dio allo scopo di provare l'origine divina e rivelata delle verità che sono oggetto della fede cattolica. Gli argomenti che danno la certezza sono detti primari; quelli che provano solo con probabilità sono chiamati secondari. Questi ultimi, benché da soli siano insufficienti, hanno però grande importanza, in quanto eliminano pregiudizi contro la dottrina rivelata, la fanno meglio apprezzare e amare, muovono l'intelletto ad un esame più attento degli argomenti primari, dei quali offrono la conferma; perciò sono detti anche ausiliari e confermati. Sugli argomenti primari V. MIRACOLO.

Gli argomenti secondari di c. possono essere così sintetizzati. La dottrina proposta alla nostra fede dalla Chiesa cattolica come rivelata da Dio: a) è immune da evidenti assurdità nell'ordine logico e da evidenti contraddizioni con la legge morale naturale; b) costituisce un sistema organico, coerente, perfetto, sublime, trascendente tutti gli altri sistemi filosofici o religiosi; c) risponde mirabilmente ai bisogni, desideri, aspirazioni più elevate della naturale umana, particolarmente delle persone rette e più virtuose; d) quando è praticata, è inseguibile la fede con ogni sorta di beni; e) considerata nei suoi elementi essenziali ed integralmente, non può spiegarsi per una evoluzione naturale da altre religioni o filosofie. I rivelatori poi di questa dottrina trascendente sono persone umili, semplici, illetterate; essi dichiarano di insegnare, non una loro dottrina, ma ciò che Dio ha loro manifestato; e questa loro affermazione appare per se stessa degna di fede a chi consideri la loro sapienza e la loro santità.

La verità, perfezione, trascendenza, fecondità, originalità della dottrina di fede e l'autorità umana dei suoi rivelatori sono indubbiamente un valido argomento della sua origine divina e rivelata. Non sono però un argomento certo, per sé sufficiente, primario, come pretendono alcuni apologeti che ne fanno l'argomento principale e quasi esclusivo della loro dimostrazione. L'assenza di evidenti errori e immoralità nella dottrina cattolica prova soltanto la possibilità della sua origine divina, in quanto non è indegna di Dio. Assolutamente parlando si potrebbe supporre una dottrina religiosa non rivelata che non fosse in contraddizione con i principi certi della ragione né con i dettami naturali della nostra coscienza. E nemmeno la perfezione trascendente della dottrina cattolica mostra con certezza la sua origine rivelata. Non si può determinare quale grado di perfezione sia richiesto, affinché una dottrina debba dirsi necessariamente rivelata, non sapendo fin dove possa giungere un genio umano con le sole sue forze naturali o anche con l'assistenza divina nell'ordine naturale. Si deve poi tenere presente che la maggior parte delle verità di fede, e le più fondamentali, sono misteri soprannaturali, trascendenti l'intelligenza umana, dei quali anche dopo la Rivelazione non si può dimostrare l'evidenza intrinseca. Di più, l'esame della sublimità, bellezza, armonia del sistema etico-religioso della religione cattolica richiede una intelligenza capace, colta e libera da pregiudizi e da passioni, età matura e lungo studio; non è quindi argomento alla portata di tutti. E quanto alla rispondenza della dottrina cattolica con le aspirazioni spirituali della natura umana, bisogna osservare che essa non si estende a tutte le credenze, leggi, massime della dottrina cattolica; che per essere constatata dalla nostra interna esperienza suppone già la pratica di quella fede la cui c. r. deve essere stata già dimostrata certa da altri argomenti, e che la constatazione dell'identità delle credenze cattoliche con le leggi spirituali della vita umana dipende molto dalle nostre disposizioni soggettive, suole essere inconstante e fonte di errori e illusioni. Infine i benefici frutti della dottrina cattolica provano che questa dottrina è vera; ma, se tutto ciò che è rivelato da Dio è vero, non tutto ciò che è vero è anche rivelato da Dio. E nella dimostrazione della c. r. della f. c. è necessario provare che l'oggetto di questa fede proviene da Dio «per mezzo di una rivelazione soprannaturale», perché deve essere creduto, non per la sua evidenza intrinseca, ma per l'autorità infallibile di Dio rivelante, come si è già detto.

Solo quando gli effetti prodotti dalla dottrina cattolica superano le forze della natura umana, si può argomentare da essi l'origine divina e rivelata di questa dottrina; ma in questi casi si tratta già di fatti miracolosi e quindi di argomenti estrinsecchi.

IV. L'INTERVENTO DELLA GRAZIA NEL GIUDIZIO DI C

Considerato in se stesso il giudizio di c. è un atto naturale, che il nostro intelletto può compiere con le forze sue proprie, essendo esso la conclusione necessaria di un sillogismo. Ciò però non esclude gli aiuti dello Spirito Santo, la cui realtà è insegnata dal Concilio Vaticano (Denz-U, 1790). Il giudizio di c., condizione indispensabile di una fede necessaria alla salute eterna di ciascun uomo, presenta molte difficoltà, specialmente in casi particolari di ignoranza apologetica, di intelligenza poco sviluppata, di coscienze imbevute di pregiudizi o irretite da passioni. Dio, che vuole la salute di tutti, interviene con aiuti interni ed esterni, naturali e soprannaturali, secondo i bisogni di ciascun uomo e i disegni