CRISTOFORO, SANTO, MARTIRE

CRISTOFORO, santo, martire. - Venerato dai Greci il 9 maggio; dai Latini il 25 luglio. Incerte ed oscure sono le notizie sulla sua vita e sul suo martirio. Secondo la Passio, C., chiamato prima del battesimo Reprobo, era oriundo cananeo; sotto il governo di un certo re Dagno si recò a Samon in Licia dove fece molte conversioni al cristianesimo. Scoperta la sua fede, venne arrestato ed essendosi rifiutato di venerare gli idoli, fu messo in carcere. Ivi convertì due donne che gli erano state mandate per indurlo al peccato e all'apostasia, così da spingerle fino al martirio, poiché, uscite dal carcere, si diedero ad abbattere le statue degli dèi. Condotto davanti al re, C. venne tormentato e fatto bersaglio alle saette dei soldati, ma rimase illeso, anzi una freccia andò ad accecare il re, al quale C. predisse la guarigione se avesse toccato l'occhio offeso col suo sangue, dopo la morte ormai imminente. La cosa si avverò, Dagno si convertì e promulgò un editto a favore dei cristiani.

Si tratta evidentemente di una favola agiografica, ma l'esistenza del martire è fuori di ogni dubbio; le testimonianze del suo culto risalgono fino al sec. V: un'iscrizione ritrovata in Bitinia ricorda la consacrazione di una chiesa in suo onore nel 452; nel sec. VI esisteva a Taormina un monastero dedicato al suo nome. Pochi santi ebbero poi tanta venerazione nel medioevo come C.: in suo onore sorsero chiese e monasteri, si istituirono sodalizi e congreghe specialmente per aiutare i pellegrini che dovevano valicare le Alpi; le sue reliquie si conservano in molte chiese d'Eu-

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CRISTOFORO, santo, martire - S. C. Affresco del sec. XV. Eiersdorf nella Carinzia (Austria).
(fot. Bildarchiv. d. Ö. Nationalbibliothek)
ropa e la diffusione del suo culto è attestata da numerosi messali e breviari di ogni tempo e luogo. La fantasia popolare si sbizzarri a creare leggende sulla personalità di C. ampliando o interpretando falsamente notizie o tradizioni già acquisite. Presso gli Orientali l'allusione all'origine etnica di C. è stata presa alla lettera ed egli è diventato un barbaro dall'aspetto terribile con la testa di cane. In Occidente invece le leggende hanno avuto inizio dall'etimologia del nome e dall'iconografia del martire. C. è un gigante al servizio del re; un giorno scopre che il diavolo è più forte del suo sovrano: lascia questo per servire quello; ma ben presto s'accorge che c'è un altro più forte del demonio: è Gesù Cristo. Decide allora di mettersi al suo servizio; incontra un eremita che lo istruisce nella religione cristiana e lo battezza. Per rendersi accetto al nuovo signore, fissa la sua residenza presso le rive di un fiume e aiuta i passeggeri nella traversata. Una notte è svegliato da un bambino che vuole passare. C. lo prende sulle spalle ed entra nell'acqua; man mano che si avanza, il fardello gli riesce sempre più pesante e a stento può raggiungere la riva. Quivi meravigliato domanda al bambino come mai pesi tanto e questi gli risponde che è il creatore del mondo, Gesù Cristo. In seguito C. abbandona il suo posto e si reca in Licia dove ottiene il martirio. Questa leggenda, evidentemente costruita sull'etimologia del nome di C., è registrata la prima volta, nella letteratura a noi nota, dalla Leggenda aurea di Giacomo da Varazze, e nacque dall'iconografia del martire come espressione concreta di quella interpretazione. Sulle facciate delle chiese medievali si usava mettere l'immagine di C. poiché si credeva che chi l'avesse guardata sarebbe stato in quel giorno preservato dalla morte improvvisa e da ogni altro male; da ciò l'uso di rendere l'immagine molto visibile e quindi di proporzioni gigantesche. La leggenda poi a sua volta è stata la fonte d'ispirazione per la successiva iconografia di C.

BIBL.: Acta SS. Iulii, VI, ed. Parigi 1868, pp. 125-49; BHL, 1764-80; BHG, 309-11; BHO, 190-92; Syaux, Constantinop., p. 667; E. K. Stahl, Die Legende vom hl. Riesen Christophorus in der Graphik des 15. und 16. Jahrhunderts, Monaco 1920; K. Künste, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926; Martyr, Hieronymianum, p. 396; H. Delehaye, Cinq legons sur la méthode hagiographique, Bruxelles 1934, pp. 142-146; H. F. Rosenfeld, Der hl. Christophorus, seine Verehrung und seine Legende, Helsinki 1937. Agostino Amore

ICONOGRAFIA. — È raffigurato nell'atto di traghettare il fiume con Gesù fanciullo sulle spalle e talvolta con il bastone che, battendo la terra, germogliò fiori.

Non è sicura l'esistenza di una sua immagine in un tempio eretto da Giustiniano sul Monte Sinai ma si hanno notizie di chiese a lui dedicate fin dal sec. VIII. La più antica immagine di s. C. in Roma è in un affresco del sec. IX a S. Maria Antiqua. Altre figurazioni medievali si ritrovano in vetrate a colori e in pitture parietali in Francia e in Germania ove il culto di s. C. fu tanto diffuso da dar luogo ad una credenza che il Santo fosse passato per quelle terre. La leggenda medievale di Gesù che chiede al gigante C. di essere aiutato nel guardo del fiume diede

origiue ad un culto votivo che sembra risalire ad un analogo culto pagano per Ercole: si usò infatti di porre effigi di s. C. dipinte o scolpite in grandi dimensioni all'ingresso delle chiese, delle case e delle città. A tale uso si riallacciano il fantoccione in legno del duomo di Barga, la statua in pietra della facciata del duomo di Cremona, l'affresco di Andrea Delitio a Guardiagrele, quello di Masolino sull'arco esterno della cappella di S. Caterina nella chiesa di S. Clemente a Roma.

Un'iconografia ristretta alla più semplice area agiografica si riscontra invece in moltissimi dipinti del Rinascimento. A Padova i distrutti affreschi della cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani, dipinti da Andrea Mantegna, dal Pizzolo e da Girolamo di Giovanni da Camerino tra il 1448 e il 1460, rappresentavano storie della vita e il martirio di s. C.

Fra le molte raffigurazioni in pitture da cavalletto si ricordano quelle nel politico di Giovanni Bellini ai SS. Giovanni e Paolo a Venezia (ca. 1464), del Pinturicchio alla galleria Borghese, di Tiziano al Palazzo ducale di Venezia, del Lotto, e infine di Pietro Novelli detto il Monrealese (1603-47) nel Museo comunale di Catania.

BIBL.: A. Broya, Della figura gigantesca del martire s. C., Venezia 1763; L. Maini, Leggenda di s. C. edito secondo la lezione di un codice antico, Modena 1854; G. Frizzoni, La leggenda di s. C. interpretata da Tiziano e dal Monrealese, in Bollettino d'arte, 3 (1909), pp. 321-25; C. Ricci, S. C. a Bologna, in Strenna storica bolognese, 3 (1930), pp. 25-1938. Giovanni Carandente

FOLKLORE. — Il culto popolare di s. C. fu diffusissimo nell'Europa cristiana e nell'Oriente fin dal medioevo, né si è mai affievolito, trovando nell'evolversi delle condizioni sociali nuovi motivi di vitalità. Ciò perché egli è invocato in diverse occorrenze e

in circostanze molteplici. È venerato come protettore dei viandanti e in particolare nei passi difficili del cammino sia in montagna, sia nel traversare corsi d'acqua, con evidente riferimento all'episodio più famoso della leggenda e alla relativa iconografia: adeguandosi ai tempi questa protezione si è estesa agli automobilisti, anche perché il Santo protegge pure dagli incidenti mortali. In questi ultimi anni

questa devozione si è straordinariamente diffusa e le nuove macchine portano già nel quadrante di guida l'immagine del santo protettore. Si è avuto persino un pellegrinaggio sportivo al santuario di St-Christophe-le-Jajolet presso Argentan (Francia). Inoltre, s. C. è protettore contro la morte subitanea che può sorprendere il fedele prima ch'egli abbia potuto pentirsi. Quest'aspetto del culto dette luogo a deformazioni superstiziose che furono combattute dalla Chiesa (Sinodo di Cambrai, 1565).

In rapporto alla sua gigantesca figura e alla sua eccezionale forza,

è venerato anche come patrono degli atleti, e di quanti coltivano i giochi sportivi, così pure dei facchini, degli scaricatori e di tutti coloro che esercitano un mestiere richiedente molta forza. Un tempo, e specialmente nel sec. XIV, il Santo era invocato contro la peste e le epidemie in genere: le sue reliquie venivano portate in processione, e gli scampati dal flagello facevano dipingere la sua immagine sulle pareti delle chiese.

Il Santo è anche protettore degli alberi da frutto e quindi venerato dai fruttivendoli, sempre con chiaro riferimento a uno dei tratti tipici della sua iconografia (l'albero a cui si appoggia) e della sua leggenda.

Infine s. C. è invocato come patrono universale, contro qualunque malanno o infortunio, come pure contro uragani e tempeste. Onde i versi, che spesso si leggono sotto la sua immagine, diffusa anche attraverso stampe popolari fin dal Quattrocento, «Christophorum videas, postea tutus eas»; ed anche: «Christophore Sancte virtutes tuae sunt tantae / qui te mane videt, nocturno tempore ridet»; questi e simili versi si trovano parafrasati in varie lingue.

In alcuni paesi della Francia per la sua festa gli viene offerto un gallo: questa sopravvivenza, insieme con numerose analogie tra la leggenda e l'iconografia del Santo e i miti, i riti e le raffigurazioni di Anubis, Ermete ed Eracle, ha indotto il Saintyves a immaginare un influsso di elementi della religione

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(per cortesia del dott. R. Degenhart) CRISTOFORO, santo - Incisione in legno di A. Dürer (1511).
egizia e greca nella formazione delle leggende su s. C. Comunque, la leggenda ha ispirato numerosissime composizioni. Un poemetto in antico lombardo fu pubblicato dal Wiese, e nei versi finali allude forse all'immagine del Santo raffigurata nell'atrio della basilica di S. Ambrogio a Milano, città ove il Santo ebbe un culto particolare; un altro, in dialetto romanesco, del Trecento, venne edito dal Vattasso (Aneddoti in dialetto romanesco del sec. XIV [Studi e testi, 4], Roma 1901, pp. 73-86); un terzo in una trentina di ottave, composto nel Seicento, si continua a ristampare nei libretti popolari. Una «storia» siciliana in 115 ottave (sec. XVIII) del trapanese Leonardo Calvino, corre ancora oralmente tra il popolo siciliano. Il Santo è anche invocato in brevi preghiere tradizionali contro la mala morte.

Le leggende sono state anche portate sul teatro. In Francia, un mistero di Antonio Chevalet fu rappresentato nel 1527. Una Rappresentazione di santo Christophoro Martire ridotta ad uso di commedia fu composta dal bolognese Cesare Sacchetti e pubblicata a Firenze nel 1575. Un mistero spagnolo San Cristofol è venuto in luce in edizione diplomatica per le cure di II. Corbato (Berkley Cal. 1932). Un'opera in musica di Vincent D'Indy fu rappresentata a Parigi nella primavera del

1939. Il tema è stato anche sviluppato letterariamente da Giosuè Borsi (Novelle, Firenze 1921)

Vedi tav. LIN.

BIBL.: K. Richter, Der deutsche S. Cristoph, Berlino 1896; A. Maury, Croyances et legendes du moyen âge, Parigi 1896, p. 145; B. Wiese, Zur Christophorus-Legende, in Forschungen für roman. Philologie. Festgabe für II. Suchier, Halle 1900, pp. 285-308; G. Mazzoni, Un affresco fiorentino e la leggenda di s. C., estratto

dagli Atti della Società Colombaria, Firenze 1935; P. Saintyves, (pseudonimo di E. Nourry), S. Christophe successeur d'Anoubis, d'Hermès et d'Héraclès, Parigi 1936; U. Cianciolo, Contributo allo studio dei cantari di argomento sacro, estratto da Archivum Romanicum, Firenze 1938; G. Giannini, La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, I. Udine 1938, pp. 157-61. Per l'iconografia: Anon., S. C. nell'arte, nella leggenda e nella storia, Roma 1939, Paolo Toschi

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“CRISTOFORO, SANTO, MARTIRE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 545. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cristoforo-santo-martire.