DALTON, PIANO DI

DALTON, Piano di. - ATTIVISMO (v.) pedagogico occupa un posto notevole il sistema che va sotto il nome di p. di D., ideato da Elena Parkhurst (n. nel 1889) dopo la fine della prima guerra mondiale (1920) e attuato nella cittadina di Dalton, donde il nome. Esso dà, secondo il principio della scuola attiva, la massima libertà allo scolaro e promuove il suo sapere come prodotto autonomo della sua interiorità.

L'idea di «personalizzare» l'insegnamento sorse nella Parkhurst nel 1904, quando le toccò di insegnare in una scuola rurale di 40 scolari di classi differenti; e si rafforzò sempre più in lei quando, più tardi, venne a contatto con il pensiero della Montessori e del Dewey. Nel p. di D. il programma scolastico annuale viene ripartito in dieci compiti (cettimi) definiti, frazionati in un certo numero di unità di lavoro (20 per ogni mese quanti sono effettivamente i giorni di scuola), comprendente ciascuno le varie materie. Lo scolaro si impegna per

iscritto, con un contratto, ad eseguire a scelta uno dei dieci compiti, e non può passare ad uno nuovo, senza prima avere approfondito la materia di quello segnato nel mese. Ciò allo scopo d'impedire che l'alunno trascuri le discipline che meno predilige, con grave danno della sua stessa formazione che deve anche nascere dalla necessità di affrontare e superare gli ostacoli. Quando il piano si applica a tutta la scuola, questa si trasforma allora in laboratori sotto la direzione di un maestro specializzato. I laboratori sono tanti quante sono le materie d'alto-nizzate: storia, geografia, filosofia, lingua, matematica, scienze. Ogni laboratorio è ricco di tutto il materiale relativo alla disciplina cui è dedicato: schedari, materiale bibliografico, carte, atlanti, apparecchi, riviste, libri ecc. Lo scolaro vive nel laboratorio e vi svolge liberamente le sue ricerche. Indicazioni relative ai diversi compiti indicano gli esercizi, le ricerche, le letture che lo scolaro deve fare. Quando lo scolaro crede di avere assolto al suo compito (contratto) si presenta al maestro il quale lo sottopone ad un esame nelle unità di lavoro compiute. Il progresso di ciascuno e di tutti viene indicato con dei grafici. Ogni scolaro ha una cartella personale nella quale i maestri vengono segnando l'incremento e le unità realizzate. Anche il capo del laboratorio ha una tabella in cui vengono rappresentati, con un segno grafico, i programmi degli alunni. Quando più scolari raggiungono uno stesso grado può allora esser quello il momento di impartire una lezione in comune. Nel p. di D., come appare da queste possibilità di una lezione in comune, l'insegnamento collettivo non è abolito; perché mantenuto nella classe stessa fuori dei laboratori, la Parkhurst, che in un primo tempo aveva ridotto al minimo l'insegnamento collettivo, sentì in un secondo momento la necessità di dargli maggiore ampiezza e valore. Nel p. di D. non ci sono promozioni a fine d'anno né pagelle. Il passaggio ad una classe superiore avviene quando lo scolaro dimostra di avere assolto il suo contratto, cioè quando ha raggiunto quel grado di formazione richiesto per essere ammesso alla classe superiore. E ciò, si capisce, in rispetto di un principio psicologico che la formazione è individuale e non collettiva, e mentre in uno si realizza, in un altro tarda, in un altro si avvia.

Il p. di D. ha avuto una notevole fortuna nei vari paesi del mondo, subendo però le modificazioni richieste dalle varie condizioni dei paesi. Sistemi che si basano sul p. di D. possono essere: quello di J. Mackinder nella scuola di Macborough di Chelsea (Inghilterra), il piano Howard, adottato a Clapton in una scuola secondaria femminile dalla signora O'Brien Harris; in Olanda il Kennemer Stelsel, in Germania il piano di Jena di P. Peterson (cf. E. Planchard, La pédagogie contemporaine, Roma, Tournai-Parigi 1948).

La fortuna del p. di D. è senza dubbio da ricercarsi piuttosto in alcuni suoi elementi che possono dirsi esteriori, quali i laboratori attrezzati di tutto il materiale necessario alla ricerca e allo studio, le lezioni individuali sostituite a quelle di classe, ecc. Però esso mostra un lato insufficiente e manchevole quando trascuri la scuola come momento sociale, come comunità, riducendola quindi ad un aggregato di scolari, che, staccati gli uni dagli altri, finiscono per soffocare quella stessa personalità che si vorrebbe promuovere, quella individualità che meglio si forma e si affina nel rapporto di scolaro e scolaro e di scolaro e maestro. Un sistema come questo rompe il rapporto educativo e, centrando tutta la scuola nello scolaro, lo isola dal maestro, cioè da quel vivo esempio della cui presenza e autorità il fanciullo avverte sempre il bisogno.

BIBL.: H. Parkhurst, Education on the D. plan, Nuova York 1922; J. Dewey, The D. laboratory plan, 2a ed., Nuova York 1924; F. Sainz, El plan D., Madrid 1924; L. V. Wilson, Educating for responsibility the D. laboratory plan in secondary school, Nuova York 1926; E. Codignola, Le scuole nuove e i loro problemi, Firenze s. d., pp. 63-66; A. Guisen, Le plan de D. pour l'individualisation de l'enseignement, Bruxelles 1930 (con molti ele

menti bibliografici); D. R. Wigram, The D. plan in an English public school, Blandford 1935; S. Hessen, Fondamenti della pedagogia come filosofia applicata, Palermo 1937, p. 166 sgg.; G. Hessens, Arbeitsschule und D. plan, 2a ed., Lipsia 1941; F. de Hovre-L. Breckx, Les maîtres de la pédagogie contemporaine, Brussels s. d., pp. 86 sgg.; 333 sgg.; 436 sgg.; A. I. Lynch, El trabajo individual según el plan D., 2a ed., Buenos Aires 1941; E. Planchard, La pédagogie scolaire contemporaine, Tournai-Parigi 1948, pp. 208-300.