DELLA SCALA, FAMIGLIA

DELLA SCALA, FAMIGLIA. - Tenne la signoria di Verona dal 1259 (ufficialmente dal 1277) al 1387 e si spense in Germania nel sec. XVI. Le sue origini sono oscure; tuttavia pare certo non fosse di nazionalità tedesca, come affermò qualche tardo erudito.

È ricordata fin dal sec. XI e la si trova nelle vicende del primo comune (un Balduino fu console nel 1447), ma non si distingueva fra le grandi famiglie comunali di Verona. Fin dal sec. XII ottenne in feudo dal monastero di S. Maria in Organo terre in Valpolicella e nel secolo seguente aderì al partito dei Monticelli e Quattrovinti contro i conti di Verona e in favore di Ezzelino da Romano. Il che non impedì che questi facesse giustiziare come traditori alcuni membri della casa, Ongarello e Bonaventura nel 1246, Federico e Bonifacio nel 1257. Invece continuò a godere del favore di Ezzelino un Lonardino detto Mastino, discendente da un altro ramo della casa, che faceva capo ad un Jacopino, vassallo di S. Zeno per terre a Castelrotto (1216) e padre di Mastino, Alberto e Federico detto Bocca. Mastino nel 1259 fu eletto

podestà di Verona da Ezzelino. Alla caduta del tiranno (27 sett. 1259), come capo della fazione popolare, affermatasi durante la dominazione di Ezzelino contro il partito nobiliare dei conti, fu eletto podestà del popolo, organizzato nei «Mestieri»; ma nello stesso anno si trova poi podestà un veneziano, Andrea Zeno. Però fin dal 1261 fu podestà della Domus Mercatorum e perciò di tutti i Mestieri (1261-1269). Nel 1262 fu nominato capitano del popolo. Non era ancora ufficialmente il signore di Verona, ma ne era l'arbitro. Il suo governo fu tendenzialmente ghibellino; favorì quindi l'impresa di Corradino di Svevia contro Carlo d'Angiò, attirando la scomunica di Clemente IV (18 nov. 1267) sulla sua casa e su Verona. Creato Mastino podestà di Verona, la carica di podestà della Domus Mercatorum passò al fratello Alberto (1269-77), il quale il 12 nov. 1276, aiutato dal vescovo fra Timbido, s'imparadoni di Sermione, nido di patarini. Ne furono catturati e condotti a Verona ben 166. Però Mastino s'accontentò di tenerli in carcere. Fu assassinato il 26 ott. 1277 e il fratello Alberto fu eletto Capitaneus et Rector gastaldionum misteriorum et focis populi, quindi legalmente capo amministrativo delle Arti, e insieme capo politico del Comune (1277-1301). Sorgeva così ufficialmente la signoria segreta. Uno dei primi atti di Alberto fu il processo degli eretici di Sermione, molti dei quali furono bruciati nell'anfiteatro il 13 febbr. 1278. Niccolò III perciò lo assolse dalla scomunica in cui la sua casa era incorsa dieci anni prima e gli donò il castello di Illasi. Anche Verona fu assolta dall'interdetto, che lo stesso Niccolò III aveva confermato l'anno precedente. Alberto fu lodato da un cronista contemporaneo come «sublime d'animo, ottimo de costumi, provvido nel consiglio, pio, misericordioso e assennato». Anche il successore Bartolomeo I, suo primogenito, forse associato fin dal 1291, è lodato perché nei brevi anni di capitanato del popolo (3 sett. 1301-8 marzo 1304) «sempre pensò a governare il suo popolo in pace perpetua». Pare sia lui il «gran lombardo», che ospitò Dante (Par., XVII, 70-75), il quale invece parla ben diversamente (Convitio, IV, 16) del fratello e successore Alboino (3 marzo 1304-29 nov. 1311). Questi nel 1308 si associò il fratello Cangrande, che nello stesso anno sposò Giovana di Svevia, figlia di Corrado di Antiochia. Arrigo VII li nominò suoi vicari (7 marzo 1311). Con la morte di Alboino, Cangrande restò unico signore e vicario (29 nov. 1311-22 luglio 1329). Per gli interessi della sua casa seguì costantemente la parte ghibellina, sempre in guerra con i guelfi dell'alta Italia, specialmente con i Padovani. Tolse loro Vicenza, di cui nel febbr. 1312 fu fatto vicario imperiale. Il 16 dic. 1318 a Soncino l'assemblea dei ghibellini lo clesse capitano generale della lega ghibellina. Sconfitto sotto Padova (23 ag. 1320) e contemporaneamente scomunicato da Giovanni XXII per non voler deporre il titolo di vicario imperiale, non si perdette d'animo. Occupò Feltre e Belluno (1321), Padova (10 sett. 1328) e l'anno seguente anche Treviso (18 luglio 1329). Al colmo di sua potenza, vi morì alcuni giorni dopo (22 luglio 1329). Dante ne ammirò l'ingegno e le opere (Par., XVII, 76-93). Indubbiamente è la figura più eminente fra i capi ghibellini del suo tempo. Cinse Verona di nuove mura ed eresse per voto S. Maria della Scala. Poiché non ebbe figli legittimi gli successero i nipoti Alberto II e Mastino II, figli di Alboino.

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(fot. Alinorii
Della Rovere, famiglia - Sremma di Giulio II D. R. con le armi della famiglia. Particolare della balaustrata della Cappella Sistina ( 148 \mathrm{r}-83 ).

Veramente fu Mastino II a tenere il governo (23 luglio 1329 - 3 giugno 1351): occupò Brescia, togliendola a Giovanni di Boemia (1332), Parma e Lucca (1335). Ingelosite, Venezia e Firenze si coalizzarono contro di lui (21 giugno 1336). L'anno seguente s'unirono alla lega anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia ed altri. Fu allora che il sospettoso Mastino trafisse di sua mano il cugino Bartolomeo, vescovo di Verona (27 ag. 1338); colpito da scomunica, solo dopo lunghe trattative e grave ammenda fu assolto. La lunga guerra (1336-39) fu disastrosa per la signoria scaligera, ridotta al possesso di Verona, Vicenza, Parma e Lucca (1339), poi solo a Verona e Vicenza (1342). La fortuna della casa declina irrimediabilmente, nonostante il matrimonio di Beatrice (m. nel 1384), primogenita di Mastino, con Barnabò Visconti (27 ott. 1350) e del figlio Cangrande con Elisabetta figlia di Ludovico di Baviera. Morto Mastino II il 3 giugno 1351, gli successero i figli Cangrande II, Cansignorio e Paolo Alboino, dei quali in realtà solo Cangrande II (3 giugno 1351 - 14 dic. 1359) era capace di reggere il governo. Lo fece con crudeltà ed esostità che gli meritarono da un contemporaneo l'epiteto di «cani» rabidos. Fregnano, suo fratello naturale, poté durante una sua assenza sollevargli contro la città (14 febbr. 1354); per allora Cangrande II salvò la vita e il potere, che perdette 5 anni dopo, quando il fratello Cansignorio l'uccise di sua mano e gli successe nella signoria (14 dic. 1359 - 19 ott. 1375). Dei figli, tutti naturali, di Cangrande II, Tebaldo morì in carcere; Guglielmo, liberatore, si rifugiò a Venezia, ove era fuggito anche Fregnano. Cansignorio alle glorie del condottiero preferì quelle del costruttore, che procurarono a Verona il nome di «marmorea». Ma le gravi spese lo costrinsero ad incarnare gran parte dei beni e delle decime della Chiesa. Incorso perciò nelle censure eccleasistiche, da cui fu assolto solo dopo la morte, con strana cerimonia, dai vescovi di Padova e Verona (1376). Non poterono però cancellare l'altra macchia, quella d'av

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(ftt. Gab. int. nat.)
Della Scala, famiglia - Statua cquestre di Cangrande - Verona.

er fatto assassinare, proprio sul letto di morte, il fratello Paolo Alboino (ott. 1375), allo scopo di assicurare la successione a due figli bastardi Bartolomeo ed Antonio. Cansignorio morì qualche giorno dopo a soli 36 anni (19 ott. 1375). Tenne la reggenza per i due minorenni Guglielmo Bevilacqua, che restituì al clero i beni incarnati. L'assassinio del fratello Bartolomeo (12 luglio 1381) e il matrimonio con la prodiga Samaritanza da Polenta, che si circondò di Ravenna, alienarono ad Antonio l'animo dei veronesi. Antonio affrettò la fine della signoria allendosi con Venezia nella lotta contro Padova, a sua volta alleata con Gian Galazzo Visconti. Questi, favorito dagli amici che aveva nella città, il 19 ott. 1387 occupò Verona. Antonio fuggì a Venezia e morì l'anno dopo lasciando i suoi in tanta miseria che Venezia dovette soccorrerli di denaro. Pietro D. S., vescovo di Verona, fu trasferito a Lodi (1388) e dovette consegnare ai Visconti anche gli ultimi beni scaligeri. Il tentativo, favorito dai Carraresi, di restaurare la signoria scaligera con Can Francesco, figlio di Antonio, fallì (23 ag. 1390). Morto costui, non restava dei D. S. che si sunnominato Guglielmo, figlio naturale di Cangrande II. Questi con l'aiuto di Francesco Novello da Carrara e del marchese d'Este la notte dell'8 apr. 1404 s'impadronì di Verona. Per poco tempo però, che morì appena 10 giorni dopo (18 apr.). Prima che i suoi figli maggiori Brunoro Antonio fossero proclamati signori, il Carrarese li arrestò accusandoli di tradimento, e li tradusse a Padova. Da un Paolo, terzo figlio di Guglielmo, derivò il ramo bavarese degli Scaligeri, l'ultimo ad estinguersi.

Testimonian lo splendore della casa e della signoria scaligera a Verona i manoscritti degli statuti albertini del tempo di Mastino e di Alberto I e di quelli di Cangrande I, ancora inediti, oltre che gli statuti delle Arti (1319); il castello merlato (Castelvecchio) e il ponte sull'Adige a tre arcate (distrutto nella seconda guerra mondiale) e, innanzi a S. Maria Antica, il cimitero scaligero, con le arche di cui le più belle son quelle di Cangrande I, Mastino II e Cansignorio. Quest'ultima scolpita da Bonino da Campione. - Vedi tav. LXXXVIII.

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