EMPIRISMO (dal greco ἐμπειρίαν «esperien-za»). - È valorizzazione dei fatti di comune esperienza. Contro le astrattezze della pura specula-zione si presenta spesso nella storia della filosofia questo ricorso alla concreta e dell'esperienza.
Già i primi filosofi della Grecia, i presofisti, inclinano a questo atteggiamento, a cominciare da Talete, che ricorse all'acqua per spiegare l'origine delle cose (altri, all'aria, al fuoco, ecc.). Ma costoro, in realtà, reagiscono alle fantasie e ai miti dei poeti e delle leggende del periodo precedente, e, se muovono dall'osservazione di fatti comuni, è soltanto per costruire su essi una teoria che dia il principio o i principi di tutto ciò che accade nel mondo, ossia una metafisica che qui ha carattere schiet- tamente naturalistico. I sofisti, invece, dopo di loro, mi- sono in valore l'esperienza rifrenedosi esclusivamente alla vita quotidiana dell'uomo e alle differenze degli individui. Una nota più chiara e legittima di e. è nell'atteggiamento di Aristotele in polemica con la teoria platonica delle idee, dove insiste sulla concretezza della realtà ch'è og- getta della nostra conoscenza, la quale impegna non sol- tanto l'intelletto, ma anche il senso: ciò che veramente esiste, non è l'idea ma il singolo nella ricchezza delle sue determinazioni sensibili e concettuali. Ma Aristotele già distingue quel che noi diciamo un 'sano' e. dall'e. vol- gare: ossia, la considerazione dei fatti, accompagnata da riflessione critica, da quella ch'è mera constatazione. Egli ne parla nei primi due capitoli della Metafisica, dove os- serva, tra l'altro, che gli empirici colgono talora nel segno meglio di coloro che posseggono la teoria senza l'esperienza (l'accenno riguarda la pratica medica, nella quale ancora oggi affiora talvolta il contrasto fra gli empirici e i teorici). Ciò non ostante, la scienza, dice Aristotele, vale più del sapere. Quest'appello all'espe- rienza bastò, in ogni modo, per far sorgere nella filosofia postaristotelica numerose affermazioni di un più ampio e. : stocchi ed epicurei, ad es., concordano nel far derivare la percezione dalle impressioni che fanno sull'anima gli og- getti esteriori. Ebbe, così, origine e sviluppo lo scetti- cismo, che in quell'e. constatò la mancanza di un criterio di verità stabile e sicuro, ma soltanto per concludere alla necessità di stare a fatti rinunziando a ogni dimo- strazione scientifica.
La questione ritorna nei tempi moderni, anzi è pro- prio nell'età moderna ch'essu diventa un problema fonda- mentale per la filosofia. In quanto, infatti, la filosofia mo- derna, d'accordo con la nuova scienza fisica instaurata da Galilei, reagisce all'abuso della logica formale e delle speculazioni metafisiche (talora anche fantastiche) del pe- riodo precedente, essa valorizza al massimo il mondo del- l'esperienza umana (l'aggretivo, qui, non è superfluo, anzi dà, esso, la nota più significativa, polemica, del nuovo concetto). Ma non per questo sarebbe corretto definire empiristica questa filosofia: essa, anzi, si mostra subito traggliata dallo sforzo di uscire dall'e., di costruire una nuova logica e una nuova metafisica, che meglio di quella tradizionale possano render ragione di questo mondo del- l'umana esperienza. Ed ecco le discussioni sul metodo, nelle quali sono celebrati i nomi di Bacone e di Cartesio (l'uno, più inclinato alla parte sperimentale della nuova scienza fisica; l'altro, al momento matematico e costrut- tivo di essa); ed ecco i tentativi di una metafisica fondata sulla considerazione dell'uomo, ch'è anima e corpo, so- sta pensante e sostanza estesa (Cartesio), che Spinoza e Leibniz cercheranno di unificare per vie diverse. Con- tro questa corrente chiamata poi «razionalistica», sorge in Inghilterra (dove sin dal tempo della scolastica si possono rintracciare precursori) quella che più propria- mente vien designata come «empiristica», di cui più cospicuo rappresentante è G. Locke (1632-1704). Egli enunciò con tutta chiarezza il presupposto da cui muoveva la filosofia moderna, mondo dell'umani esperienza, e
combatté di conseguenza nell'inattimo tutte quelle teorie che ammettevano principi, teorie o pratici, non desunti da quel mondo, e anticipati, in un modo o nell'altro, a esso. Di qui, la sua tendenza al sensismo, senza, tuttavia, cadervi, perché egli riconosce l'opera della riflessione, e oltre la sensazione esterna pone quella interna, ossia la coscienza della operazioni del nostro spirito, come altra fonte di idee. Questa tendenza fu, poi, sviluppata e perfezionata dal Condillac (1715-80), che tentò di unificare le due fonti nel solo principio della sensazione, la quale compare dapprima come uno stato interno della coscienza, e poi, a poco a poco, trae dal proprio seno tutta la ricchezza delle determinazioni riguardanti il mondo reale dell'esperienza della riflessione su esso. Intanto, l'e. lockiano subiva, nella stessa Inghilterra, una critica profonda. Cominciò il Berkeley (1684-1733), il quale, movendo dal principio che ogni sensazione o percezione è un nostro stato di coscienza, negò la necessità di presupporre l'esistenza di un mondo materiale (le « cose ») fuori di noi. Ma chi portò la critica al punto estremo fu D. Hume (1711-75), il quale tentò dimostrare che, essendo la conoscenza umana fondata sull'esperienza sempre mutevole e contingente dei sensi, noi non possiamo affermare nulla della realtà: né di quel che siamo le cose fuori di noi, né di quel che siamo noi stessi. Non resta che un « fluire » di sensazioni, tra le quali non è possibile porre nessun rapporto di necessità. Così l'e. moderno sbocciò nello scetticismo (gnoseologico), più radicale. Ma di qui, com'è noto, prese l'avvio il criticismo kantiano, il quale esordì concedendo, si, che ogni nostra conoscenza ha origine, nel tempo, dall'esperienza, mai, proprio perché con la sola esperienza non si spiega, vuol dire che in essa sono impliciti principi (a priori), forme del senso e dell'intelletto ch'egli chiama « trascendentali », posti dalla stessa facoltà conoscitiva nell'atto di appropriarsi i dati dell'esperienza immediata (v. CRITICISMO; KANT).
Dopo Kant, ma soprattutto dopo l'idealismo ascoltato che del kantismo svolse ampiamente il concetto (trascendentale) dell'a priori, l'e. cadde in catatonia: per molti vale ancora oggi come accettazione dei dati dell'esperienza senza critica (senza critica « filosofia », s'intende: ché anche la scienza fisica esercita sui dati dell'esperienza una sua critica, ma in quanto interpretazione soltanto oggettiva dei fenomeni). Ma nella seconda metà del secolo scorso, una reazione all'idealismo assoluto, e l'e. tentò di ripresentarsi in nuove forme, svolgendo quel lato dello stesso kantismo per cui si riconosceva la necessità, per la validità delle nostre conoscenze, di non uscire dal mondo dei fenomeni, ossia dell'esperienza. Si tentò, quindi, di dimostrare che le stesse forme a priori di Kant si possono spiegare come un prodotto di associazioni psichiche, ovvero come proprietà implicite in ogni sensazione, dalla quale basta estrarle (senza bisogno di presupporre), ecc. Associazionismo, fenomenismo, positivismo, empiricisticismo, ecc., cercano, così, di riprendere l'e. precedente al criticismo kantiano in forme nuove. Si è parlato persino di « esperienza pura », e di un « e. assoluto », per indicare una considerazione dell'esperienza che risolva in sé tutti i principi messi innanzi a spiegarla dalla critica kantiana e dallo stesso idealismo. Ma in verità il periodo classico dell'e. resta quello prekantiano, quando la sua forza, per quanto ancora ingenua, ebbe il maggior fascino della novità. Oggi possiamo dir questo:
In quanto rifiuta un'interpretazione teorica dell'esperienza che valga come spiegazione di essa nelle sue ragioni e principi, l'e. equivale allo scetticismo, e pertanto va giudicato negativamente. Invece, come valutazione dell'esperienza e della sua funzione positiva in ogni momento della conoscenza intellettuale, l'e. è in accordo con la reale condizione del conoscere umano e si ricollega alla più genuina tradizione filosofica da Aristotele ai tempi moderni.

l'e. è in accordo con la reale condizione del conoscere umano e si ricollega alla più genuina tradizione filosofica da Aristotele ai tempi moderni.
