EPIGONATIOX

EPIGONATIOX - Pont. collegio Russico di s. Teresa del B. Gesù - Roma.
EPIGONATIOX - Pont. collegio Russico di s. Teresa del B. Gesù - Roma.

l'archeologia. Quanto è difficile far parlare un monumento sul quale non si trovi traccia di scrittura. Ed ancora le voci che se ne trarranno saranno sempre fioche ed incerte. È un privilegio dell'antichità cristiana di essere illustrata da un numero grandi disimmo d'iscrizioni. Si sono spesso fatti dei numeri più o meno approssimativi, e le continue scoperte si incaricano di renderli d'anno in anno meno esatti. Più di ventimila sono i testi che ci hanno finora restituito le catacombe romane; un migliaio ca. quelle di Siracusa; quasi una polvere senza numero di svariatissimi frammenti sono stati raccolti nei cimiteri dell'antica Cartagine cristiana.

E poi non è sempre facile giudicare se un'iscrizione sia cristiana o pagana, cioè opera di cristiani o no. In pratica l'e. c. propriamente detta prende in considerazione solo quelle iscrizioni che portano segno di cristianesimo, giacché il suo compito è principalmente quello di raccogliere dalle lapidi le testimonianze della vita cristiana antica in quanto tale. Né bisogna temere che questo metodo, per l'età in cui il cristianesimo era la religione della grande maggioranza, come i secc. v e vi, lasci logica-mente considerare come pagane un gran numero d'iscrizioni che sono realmente opera di cristiani; giacché per gli antichi, ed in particolare per gli uomini di quei secoli, quasi non esisteva la classe delle iscrizioni puramente civili e laiche; il loro profondo sentimento religioso trovava modo d'esprimersi

formarsi un'idea più precisa della vita in generale degli antichi cristiani; dei loro usi e costumi si religiosi che civili, delle istituzioni ecclesiastiche. L'esplorazione degli antichi cimiteri ne fa conoscere i riti funebri e molti curiosi particolari della vita quotidiana, p. es., i segreti dell'onomastica individuale e delle sue trasformazioni; dalle antiche chiese si apprende più in concreto come si svolge il culto ufficiale, sotto quali condizioni materiali, con quali strumenti; l'epigrafia civile e quella privata, in particolare del multiforme instrumentum domesticum, mostrano sino a qual segno lo spirito religioso cristiano avesse penetrato le anime e si esplicasse nelle manifestazioni anche più impunesate e talora in vere deviazioni di superstizione. Il ricco patrimonio iconografico dei monumenti figurati, che ha svelato tutto un mondo spesso curioso ed inaspettato d'idee artistiche e di elaborazioni simboliche, riceve dalle iscrizioni che talora le accompagnano dei punti fermi per un'interruzione positiva di problemi altrimenti insolubili e per una talquale sistemazione cronologica e visione storica dell'insieme dei fatti. La filologia, che un tempo credeva degne del suo studio solo le pagine dei grandi autori stilate sulla lingua ufficiale e sdegnava le umili testimonianze di testi senza pretese, spesso scorretti e barbarizzanti e pieni di volgarismi, ha ora appreso l'interesse che v'è ad occuparsi di rozzi ma spontanei e genuini documenti della lingua vera, e vi studia con successo l'evoluzione del latino e del greco, che si nella pronuncia, come nelle forme e nella parte lessicale si avviano sempre più decisamente a dar vita alle lingue moderne.

Però anche la storia, quale si vuole più propriamente intendere, cioè la grande storia degli avvenimenti degli uomini che si dicono importanti, trova spesso nell'età di un'epigrafia, per lo più riguardo a fatti singoli che dalle sole iscrizioni sono conosciuti o ricevono un'illustrazione inattesa e decisiva, talora anche in questioni d'indole più generale. Ormai, per fare qualche esempio, è ammesso che una storia della primitiva diffusione del cristianesimo (e quindi la geografia dell'orbis christianus antiquus) non si può fare più senza il valido apporto della epigrafia, e ne ha dato un buon esempio l'Harnack; quanti lumi l'aggiorfia, specialmente romana ed africa, possano attingere dalle iscrizioni hanno mostrato più riprese il Delchaye ed il Monceaux; in stelle di Arcanda (v. 1) getta una luce istruttiva sopra la persecuzione di Massimino e la famosa questione del censimento di Quirino e vivamente interessata da una lapide, purtroppo mutila, di Tivoli, come in altra scoperta recentemente a Nazareth si trova forse l'eco delle dicerie sparse ad arte dai giudei sulla scomparsa del cadavere di Gesù (Mt. 28, 13). Che si saprebbe di papi come Eusebio e Marcello.

L'epigrafia di Tivoli, come in altra scoperta recentemente a Nazareth si trova forse l'eco delle dicerie sparse ad arte dai giudei sulla scomparsa del cadavere di Gesù (Mt. 28, 13). Che si saprebbe di papi come Eusebio e Marcello

L'epigrafia di Tivoli, come in altra scoperta recentemente a Nazareth si trova forse l'eco delle dicerie sparse ad arte dai giude

esce la iscrizioni dedicate dal papa D'armasio? Che di s. Abercio e di s. Eutichio senza i loro elogi funebri? Perfino la storia letteraria trova ora nell'epigrafia testi legni della sua considerazione, come non poche composizioni metriche, ed ora fonti preziose di documentazioni come il catalogo dei libri di s. Ippolito inciso sullo schienale della sua cattedra o quella lettera di s. Atanasio ai monaci, il cui testo originale è stato trovato scritto sulla porta di una cella monastica presso l'abbatello Egitto. L'epigrafia semitica e dell'antico Egitto hanno portato innumerevoli contributi alla migliore comprensione dell'ambiente storico e di alcuni fatti e personaggi del Vecchio Testamento, come mostro per disteso il Vigouroux; ma anche il Nuovo Testamento ed in particolare gli Atti degli Apostoli ricevettero nuova luce su molti punti dalle scoperte epigrafiche. Però l'utile che può ricavare lo studioso della Bibbia dalle antiche iscrizioni riguarda in modo più generale il testo e la lingua. Una serie innumerevoli di citazioni bibliche greche e latine sparsa sulle epigrafi potrebbero, se raccolte sistematicamente e studiate nel loro insieme, apprendersi molte cose sulle varietà locali dei testi, sulla diffusione di particolari recensioni, sull'uso delle diverse traduzioni, sulla famigliarietà e la composizione del testo e del significato. La pronuncia del latino e del greco nei secc. IV e V era ormai profondamente alterata, e se un uomo dell'età di Pericle o di Cesare fosse ripassato per le vie della sua città avrebbe stentato a riconoscerla per sua ed a farsi capire. I poveri autori delle epigrafi cristiane, che scrivono come parlando, scambiano continuamente il B con il V (Vitalis e Bitalis), il DI + vocale con Z (diaconus e zanonus, baptizatus e baptidiatis), C K e Q fra loro (quies e censes, Quirinus e Cyrius), X con C S ed S (vita, vicesi, visti, Xystus e Sistus), IE con GE e ZE (Iesumus e Genorus e Zenaria, Aloisius e Alogiosus, Genesis et Jenesia, Manus e Magius), TJ con Z e S (Gentiane e Genese), Y con E (Hypatus ed Epatus), V con O ed E con I specialmente nelle Gallie (christiani + crestiani, luthum e tetolum, senza parlare dei dittonghi, delle doppie e delle aspirate dove troppo spesso non riescono a raccapacciarsi, e delle consonanti finali spesso tralasciate nello scritto come nella pronuncia (bocata so = vocata sim). Peggio poi quando per malintesa dottrina si etimologizza a rovescio (Aeliorius per Heliodorus, credendolo derivato da Aelius).

EPIGRAFIA CRISTIANA

(da E. White, The monastery of Epiphany at Tientsin, 1913)
Epigrafia cristiana - Frammenti di lettera di S. Atanasio, Tebe, Monastero di Epifanio.

Il fascino della composizione poetica per se stessa era tale, che faceva agevolmente passare sopra tutti i difetti di stile, di memoria, di lingua, ed anche d'ispirazione.

I difetti di fonetica e di morfologia soggetto essere molto più gravi e più frequenti nei nomi propri, nei quali poi generano difficoltà molto maggiori per la retta lettura ed intelligenza. Poiché anche l'onomastica delle iscrizioni paleocristiane è ormai molto diversa da quella che si conosce dai classici. L'uso dei tria nomina ancora frequente nel sec. III diventa poi rarissimo, ed anche la presenza dei gentilizzi va facendosi sempre più rada nel corso del V. S'introduce un grande disordine anche nelle titolature dei personaggi importanti, per i quali i gentilizzi diventano spesso cognomi (e fanno persino da prenomi), e all'incontro dei veri cognomi assumono terminazione e giunse di gentilizio. L'unico elemento costante, anche per gente di buona condizione, è la presenza del cognome, e quelli che vogliono darsi del tono se ne pigliano più di uno. I nomi propri di persona delle lingue moderne scendono in linea retta dai cognomi quali erano in uso già nei secoli. IV e V.
Si è posta da molti la questione dei nomi tipicamente cristiani, cioè coniatti dai cristiani, e si è andato molto in là su questa strada. È un cammino difficile e spinooso a percorrere e pieno di trabocchetti. Tutto comporta, non pare che, almeno per i secoli. IV e V, siano stati numerosi i nomi messi in uso dai cristiani. Si tratta di certi nomi biblici come Petrus, Ioannes, Susanna; i tolti da concetti cristiani come Anastasius, Paschasius, Agapè, Athanasius, Adeodatus; oppure di certe composizioni care specialmente agli Africani (Deogratias, Quodvultdeus, Habedæus, Deusdedit, ecc.); talora nomi già usati dai pagani divennero comunissimi e quasi propri dei cristiani per la loro fama o il loro significato; tali Paulus, Maria, Stephanus, Redemptus, Cyriacus, Bonifatius, Dominicus, Elpis. Si annoverano spesso fra questi i nomi cosiddetti di umiliazione, come Proiectus, Stercorius, Kontravoç, Ca-lumniosus, Contumeliosus, Importunus, Alogius; ma sono piuttosto da attribuire ad una moda propria del tempo che a sentimento di virtù cristiana. Del resto occorrono gli stessi nomi che si trovano pure nelle epigrafi pagane dello stesso tempo, anche quelli di pretra maree idolatrica, come Mercurius, Venerus, Isidorus, Diodorus, Apollodorus, Diogenes, Saturninus, Palladius, Aphrodisius, ecc. Nessuno ci badava.

Però questi nomi spessissimo non sono più usati nelle forme proprie del buon tempo classico, ma adattati al gusto corrente con suffissi nuovi come -ins, -ontius, -ontius, -ontius, -ontius, -ontius, -ontius, -ontius, -ontius, (ecc.). Così più che Eutyches ed Eucéfèrès si dice Eutychius ed Eucéfèrès, Tyrannio e Domino invece di Tyrannus e Dominus, Bonosus e Leonius invece di Bonus e Leo, e così Asterius, Adelphius, Agapius, Venantius, Vincentius, Martensis, Calendio, Trophimius, Eucéfèrès, ecc. Anche la loro declinazione si presenta profondamente alterata da una serie di fenomeni che si possono ricondurre a due capi: l'invasione delle classenze greche sulle latine e la prevalenza delle forme deboli sulle forti. Iuliane-es, come Agapè-es, Menas-a diventano forme normali, e accanto ad Hagana-ne si ha Hagane-es ovvero Hagane-es, e così Semne-es o oui. Spes-enis, Eutyches-es, Hedys-nius, e simili, fino a Vitathis-nius, Me-nas-atis, Epictesis-idis, Attilus-anis.

Non c'è da far caso se tutta questa onomastica sia anche etimologicamente più greca che latina. Molti stiamo di poter dedurre dalla qualità dei nomi la nazione delle persone, ma lo studio delle epigrafi mostra che, almeno per i secoli, III-V, ciò è un'illusione. Nomi latini sono in quel tempo comunissimi ad orientali, come i nomi greci agli occidentali. Non vi metteva nessuna attenzione, o se qualche elemento vi influiva, era solo in moda un certo gusto di esotismo.

Invece è istruito esaminare nell'epigrafia la fascisone dell'uso del greco in Occidente. Sino al tempo di Costantino, da un terzo ad un quarto delle epigrafi sono greche. Di poi diminuiscono rapidamente, così che dalla metà del sec. IV in poi, fatta eccezione di qualche artificiale composizione poetica, sono greche solo le iscrizioni di orientali che quasi sempre si dichiarano tali.

L'età di queste iscrizioni si riconosce per vari indizi, ma soprattutto dalla paleografia, dal formulario dalla data che talora vi è segnata, più di rado per allusioni a personaggi o avvenimenti noti. L'argomento paleografico, in parte anche quello tratto dal formulario, è facile a maneggiare in un complesso abbastanza numero ed omogeneo d'iscrizioni, ma molto difficile e delicato se si tratta di iscrizioni singole. Allora la prudenza non è mai troppa.

La data sulle iscrizioni (cioè l'anno in cui furono scritte) suole essere segnata secondo l'èra consolare, ufficiale per lo Stato romano, ovvero secondo altre le locali o regionali. Fino a Costantino si fece ciò molto raramente; dalla metà del sec. IV fino alla metà del V si iscrizioni datate diventano numerose. È evidente la loro utilità, e perciò se non sono fatte anche delle raccolte speciali. Esse sono come le pietre miliari che segnano la via dello sviluppo dell'epigrafia ed aiutano a fissare canoni cronologici anche per la massa delle iscrizioni non datate. In tutto l'Occidente è di uso normale la data consolare, indicata cioè con i consoli che erano in carica quell'anno; solo nella Spagna occidentale e nella Mauritania si usano ore particolari di quelle regioni. Quest'uso invece diventa universale nell'Oriente, ove la moltitudine dell'ère particolari, spesso non ben note, specialmente nell'Asia Minore, nella Siria e nella Palestina, suole creare notevoli difficoltà. indizione (v.) indicata spesso nelle iscrizioni più tarde, ma che per valore cronologico pratico è quasi trascurabile.

Un problema non meno difficile di quello cronologico è spesso, almeno per le iscrizioni più antichi, se si tratti di testi pagani o cristiani. Anche ammesso il principio che un'epigrafe sia da considerare pagana finché non ne sia dimostrato il carattere cri-

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(da E. Wahl, The monastery of Epliphanise of Tisdre: Novea Tora 200.E, p. 201) Epigrafia cristiana - Frammenti di lettere di a. Atanasio, Tebe, Monastero di Epifanio.

il fascino della composizione poetica per se stessa era tale, che faceva agevolmente passar sopra a tutti i difetti di stila, di mot

stiamo, tuttavia resta ancora sempre una larga zona per ipotesi e congetture di vario genere. E ciò tanto più perché spesso si trovano ancora a posto su rombe cristiane, ad es., in catacomba, iscrizioni che hanno piuttosto segni di paganesimo che di cristianesimo, ad es., l'invocazione di atroci vendette contro i violatori della tomba, la dedica agli dèi Mani, la menzione dell'Adé, del Tartaro e altre divinità pagane, certe espressioni di sconsolato pessimismo. Per converso anche manifestazioni di un nobile pensiero religioso, monoteistico od escatologico, non devono talora illudere, potendosi pure ritrovare sulla bocca di adepti a speciali correnti filosofiche o culti misteri, come è il caso del cippo di C. Clodius Fabatus di Rignano Flaminio (Diehl, loc. cit., p. 3443). E talvolta oggi la questione si complica ancora con l'ipotesi di appartenenza a sette eretiche o comunità ebraiche. Così un'iscrizione importante come quella di Regina (Diehl, loc. cit., n. 4933) si disputa fra cristiani ed ebrei e l'altra non meno notevole di Probia (Diehl, loc. cit., n. 3320) fra ebrei, pagani e cristiani.

Per le età più antiche si è andato in cerca di formole criptocristiane, ma la via è oltremodo difficile pericolosa, né ha dato risultati apprezzabili. Così se al Wilhelm riuscì di dimostrare il carattere cristiano di una formula per sé neutra come έστρα στήλη τόσον δέν (minaccia contro i violatori della tomba), non sono ancora cessate le dispute sugli «annelli» delle stele di Tera, né si può dire nulla di sicuro di un gruppo di iscrizioni di Arles con il pax tecum (CIL, XII, 84).

Spesso la cristianità di un'iscrizione risulta anche dalle figurazioni che l'accompagnano, quasi sempre di carattere simbolico. Poiché molto rare sono esse sulle lapidi pagane e secondo le varie regioni di un carattere ben determinato; per regola di un tipo molto più laico che religioso. Però anche qui è necessaria una certa prudenza, poiché palme e corone occorrono pure non di rado ad ornare epitaffi pagani, anzi talora pure dei pesci, per lo più delfini. E per la Frigia, ove compare una ricca serie di rappresentazioni di carattere particolare (edifizi archi-

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(vol. En. Catt.)